CUORE DI TENEBRA
Viaggio al termine della psichiatria
di Gilberto Di Petta

IL DOLORE VISSUTO : ETICA ED ESTETICA

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26 marzo, 2021 - 11:50
di Gilberto Di Petta
Tutto ciò che è vero è doloroso

V. von Weizsaecker

 

In questi giorni ci riaprono il reparto. Certo, ancora quello “costretto” al quarto piano dell’ospedale. Ingratinati nel ferro. In attesa di ritornare nel nostro, sperando che cessino le ondate del COVID. Così, di notte, la smettiamo di vagare in ambulanza per questa sterminata periferia metropolitana, con i nostri pazienti, alla ricerca di un improbabile posto letto.
Oggi, dopo la mia notte, sono stato al carcere femminile.
La giornata era splendida e le isole si stagliavano nitide sulla costa. Il vento portava l’odore intenso delle fresie e il profumo delle prime zagare. Il gruppo di oggi, nella pancia scura del vecchio carcere, che ormai da un anno avviene con distanziamento, mascherine e senza contatti fisici, si è incentrato tutto sul dolore. Sul dolore vissuto. Ogni donna, con il silenzio o con le parole, ha toccato e fatto toccare alle altre il proprio dolore. Figli lontani, amori perduti, vite andate. Il dolore che sta dentro la testa, come una confusione, e che diventa rabbia, attacco contro la vita, propria o di qualcun altro.

 


Il dolore che, invece, si annida nel cuore, come una pena, che forse può diventare anche amore. Il dolore di un incontro mancato, di un’occasione perduta. Il dolore di un rimpianto o di un rimorso.
La nostalgia dell’avvenire. Ad ogni modo, un dolore che individua e che unisce; una traccia che conduce diretta a se stessi e che apre all’altro. Prima del gruppo avevo visitato la “nuova giunta”, in isolamento COVID, la ragazza che ha ustionato il bambino appena nato.
Il dolore del bambino aleggiava nel gruppo. Ma dentro di me era rimasto anche il dolore, certo difficile da far comprendere, che ho visto negli occhi di questa madre smarrita. Da tempo mi interrogo sulla questione del dolore, e della sua cifra psicopatologica. La mia consuetudine con pazienti tossicomani, psicotici e detenuti mi obbliga quotidianamente a confrontarmi con questa dimensione profonda e negletta dell’esistenza, a tratti quasi cosmica, che è il dolore. E, spesso, a considerare, come oggi è accaduto, il dolore come un “collega” di lavoro, necessario per cercare di smuovere qualcosa. O, a volte, come un inevitabile convitato di pietra, dentro di me, nei momenti di solitudine.
Mi tornano in mente, ora che scrivo, tre incontri sulla soglia di un dolore ineluttabile, sboccato improvvisamente verso l’agito. Quello con un uomo di mezza età, un professore di lettere, che mentre faceva il bagno nella vasca si taglia entrambe le braccia all’altezza dei gomiti.
Si salva
in extremis solo poiché la moglie, vedendo il sangue allagare il pavimento da sotto la porta, ha chiamato i soccorsi. Un militare della marina che arriva in PS in coma dopo essersi iniettato in vena un flacone di laudano, una tintura galenica di oppio e alcol. E un altro uomo, un cocainomane e giocatore d’azzardo il quale, in un albergo, al culmine della disperazione, si sniffa abbondante il veleno per topi, fino all’emorragia diffusa. Vite che, sotto la soglia di questo evento critico, scorrevano nell’anonimato del quotidiano. E che io incontro, prima in PS e poi in reparto, solo dopo il gesto che doveva essere finale. Tutti loro avevano già incontrato, sul loro percorso, operatori della salute mentale o delle dipendenze, ma nessuno di loro tre era stato considerato mai veramente critico. Tutti e tre mantenevano un certo “funzionamento” sociale.
A dare parziale risposta alle mie domande, tra un cicalino e l’altro del pronto soccorso, mi è capitato tra le mani questo piccolo meraviglioso testo di un filosofo coreano, Byung-Chul Han, naturalizzato tedesco, che rimette la questione del dolore al centro della vita.
Sarà perché vengo da un anno di perdita vitale, come tutti del resto, sarà perché ho un temperamento melanconico, ma queste pagine divorate in una notte mi hanno aperto la mente.
Mi hanno consentito la rilettura dell’esperienza psicopatologica e umana mia e di tutti quei pazienti che incontro quotidianamente
sub specie doloris. E risalgono controcorrente, contorcendosi come pesci fuor d’acqua, questa civiltà dei like, della performance, della realizzazione di sé in quanto soggetti di benessere, l’algofobia, la diffusione di oppioidi, la vulgata della resilienza a tutti costi : questi gli elementi significativi portati alla luce da questa pagine scritte in modo elementare ed incisivo, che tratteggiano la nostra quale una società che ha abolito il dolore. O crede di averlo fatto.
Società palliativa o della compiacenza, la chiama Chul Hang. Che non consente mai al dolore, sopprimendolo o rimuovendolo continuamente, di farsi veramente pathos, passione. E di cedere, in questo modo, il suo valore all’umanità dell’uomo. Ovvero di contribuire al suo farsi uomo nel mondo. E al suo fare, del mondo, un mondo per l’uomo.
Mancando il dolore, manca la negatività della rottura, manca l’Altro irriducibile, ed è tutto livellato all’Uguale. Solo il dolore fa la differenza. Anche l’arte ha perduto la sua estraneità dolorosa. Essa finisce per essere con-forme al gusto. Solo una vita turbata (dolorosamente) dall’Altro evita la reificazione dell’Uguale. L’esperienza di ognuno di noi non è altro che il dolore che in essa si svela, costituendola come essenziale altro da sé.
Il corpo edonistico che si compiace di sé non è più il luogo aperto al dolore, solo scavando nel quale si può accedere al sorriso, cosa che sanno bene i
clown, i giullari, i comici e i saltimbanchi. Gli analgesici assunti in massa anestetizzano il dolore e congelano il pensiero e la spinta al cambiamento che proprio dal dolore nascono. Social media e video giochi sono succedanei degli anestetici, indeboliscono al critica.
La nostra psicologia e la nostra psichiatria finiscono per diventare il ricettacolo di un dolore senza altro nome che quello dei sintomi e delle sindromi.
Un quota delle nostre discipline (e dei nostri colleghi) si stacca sempre più dalla fogna della clinica e tende all’estetizzazione, cioè ad occuparsi dei normali per motivarli alla felicità ad ogni costo.
Una sorta di cosmetica dell’anima.
Solo il dolore, secondo Chul Han, è la condizione di possibilità della verità.
Noi clinici ci occupiamo del dolore privatizzato e socialmente stigmatizzato. Perché è diventata una colpa provare dolore. O una vergogna. E allora bisogna curarsi. La felicità ad ogni costo, di fatto, finisce per isolare gli esseri umani, laddove il dolore creava comunità e solidarietà. La profonda felicità, quella vera, invece contiene la sofferenza. La passione contiene la gioia e il dolore insieme.
Se il dolore viene soffocato, la felicità si appiattisce. Il COVID ha fatto breccia come una valanga nella zona di benessere palliativa della vita, trasformandola in una corsa alla sopravvivenza. La pandemia ha riesposto la morte come spauracchio a sacrificare la libertà.
L’algofobia è, di fatto, tanatofobia. Tutto va sacrificato nell’imperativo categorico di allungare la vita, anche, ad esempio, il gusto di fumare. Il gusto di mangiare. Il gusto di incontrare, quello di passeggiare, quello di viaggiare. Il nuovo campo di concentramento è diventata la nostra casa. La quarantena ha ucciso ogni libertà residua. La virologia ha esautorato la teologia. L’altro è infetto. Anche la Chiesa, allineata, predica il distanziamento. La fede, così, è una farsa asettica che abolisce il rischio. E’ zero di fronte al sacrificio dei martiri cristiani. Le terapie intensive sono diventati, invece, i luoghi sacri della nuova liturgia, dove i corpi dei malati sono i passivi e inerti teatri dello scontro finale tra il bene e il male. Dolore, morte e amore, di fatto, si coappartengono.
Le persone muoiono da sole nelle terapie intensive. Perché vicinanza significa infezione. Il distanziamento sociale annulla l’empatia. L’eroismo cede all’edonismo. Il regime di sorveglianza digitale, biopolitica e sanitaria si esalta. Così la nostra vita smette di essere ciò che si può raccontare. Diventa solo ciò che si può conteggiare e misurare. Il dolore, in sé, è considerato è privo di senso. Incommensurabile.
Ma il dolore negato reclama i suoi diritti. Io lo incontro, nudo e crudo, proprio nei gesti improvvisi dei pazienti che arrivano in Pronto Soccorso.
Ma il dolore non è solo una carica sotto pressione che, prima o poi, esplode. Esso è anche capitale che si accumula. L’epidemia di dolori cronici nella medicina generale lo conferma.
E’, tutto ciò, “Il rovescio sanguinante del
selfie” (Chul Han). Possiamo noi curanti dare ai nostri pazienti ancora la sensazione di essere toccati e interpellati? E’ così difficile farlo? L’Altro è sulla soglia del dolore che diventa amore. L’altro : dolore di mancanza e dolore di confronto, non solo di consumo sessuale.
Perché il dolore è differenza, il dolore è realtà. Il dolore acuisce i confini del sé.
La civiltà che espunge il dolore sbocca nella barbarie.
Dov’è la mano che, toccandoci, scriveva nel corpo le parole del racconto che, solo, fluidificava il dolore?
Quando ero bambino e avevo la febbre, mia madre mi abbracciava, mi parlava. Io mi calmavo, il mio dolore si attenuava. Diventava, quel dolore, il racconto che ne faceva mia madre.
E’ così che, forse, dentro ognuno di noi, è cominciato mondo.

 

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