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di Massimo Lanzaro

ANIMACUORESCENZA: IL DECLINO DELLA PSICHIATRIA DELL'’ERA ALTERMODERN

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7 giugno, 2021 - 00:07
di Massimo Lanzaro
Considerazioni critiche sugli approcci mainstream alle patologie psichiatriche (ed allo stress da Covid, per clinici e familiari)

Perché definisco questa era altermodern? Si tratta di un termine portantesco definito da Nicolas Bourriaud, è un tentativo di contestualizzare l'arte fatta nel contesto globale di oggi come reazione contro la standardizzazione e il mercantilismo. Altermodern è una sorta di “sintesi tra modernismo e post-colonialismo”, che trovo personalmente molto appropriato per sancire la definitiva scomparsa del positivismo postmoderno anche in ambito scientifico. 

Cosa accadrà in particolare nel mondo della psichiatria a fronte di questo declino?
 
La salute mentale è parte integrante della salute e del benessere, ed è influenzata da diversi di fattori socio-economici sui quali è necessario agire ormai in maniera capillare, con nuove strategie di promozione, trattamento e recovery, nell’ambito di un approccio di government globale. I determinanti della salute mentale e dei disturbi mentali includono non solo caratteristiche individuali come la capacità di gestire i propri pensieri, le emozioni, i comportamenti e le relazioni con gli altri, ma anche fattori sociali, culturali, economici, politici e ambientali, tra cui le politiche adottate a livello nazionale, la protezione sociale, lo standard di vita, le condizioni lavorative e il supporto sociale offerto dalla comunità. L'esposizione alle avversità sin dalla tenera età rappresenta un fattore di rischio per disturbi mentali ormai riconosciuto, ma di recente anche la vulnerabilità psicologica generale degli adulti è aumentata a causa di questa interminabile pandemia. Per non parlare del cosiddetto “invecchiamento della popolazione” e delle relative “fasce deboli”. Si è constatato inoltre che spesso i disturbi mentali si accompagnano ai disturbi da uso di sostanze illecite psicoattive (purtroppo in esponenziale aumento).
La depressione da sola rappresenta il 4,3% del carico globale di malattia ed è una delle principali cause di disabilità a livello mondiale (11% degli anni di vita vissuti con una disabilità nel mondo intero), particolarmente nelle donne. Le conseguenze economiche di queste condizioni di compromissione della salute sono altrettanto importanti: un recente studio ha stimato che l'impatto cumulativo dei disturbi mentali a livello mondiale in termini di perdita della produzione economica ammonterà a 16.300 miliardi di dollari tra il 2011 e il 2030. Massimo giustamente solleva alcune perplessità sulle attuali strategie che i servizi mettono in atto per affrontare i disturbi dell’umore, cosa che avviene a volte in maniera a dir poco ipersemplicistica. 
È inammissibile comunque che i disturbi mentali causino ancora condizioni di emarginazione e discriminazione. A causa della stigmatizzazione le persone vedono violati i loro diritti umani e molte di loro sono private dei loro diritti economici, sociali e culturali, divenendo vittime di limitazioni nel diritto al lavoro, all'istruzione, alla procreazione ed alla possibilità di ottenere le migliori condizioni di salute. 
 
E’ per questo auspicabile che si verifichino profondi e radicali mutamenti, con un paradigma concettuale, alcune idee ed un approccio clinico, organizzativo e terapeutico che siano finalmente originali.
 
Fino a quando in psichiatria e psicopatologia dominava la cultura tedesca, le classificazioni dei disturbi psichici erano le più precise e ordinate possibili, saldamente fondate sui pilastri epistemologici della medicina. 
Il tentativo era quello cioè di raggiungere prima o poi una classificazione che rispecchiasse allo stesso tempo i fondamenti della medicina e l’ordine della natura, così come botanici, entomologi, biologi erano riusciti a fare con le specie viventi. Dopo la Seconda guerra mondiale però, quando il testimone passò, in psichiatria, alla pragmatica cultura nordamericana, le cose cambiarono. Da allora ad oggi i modelli “sbrigativi” e omologanti di psicoterapia e le classificazioni adottate dalle associazioni soprattutto anglofone si sono rapidamente diffuse nel mondo intero, diventando la nosografia di riferimento. 
 
 
Auspicabili cambiamenti (1)

 
Innanzitutto eliminerei la parola psichiatria, almeno per due motivi. 
Il primo è che l'etimologia del termine “psiche” (dal greco ψυχή, connesso con ψύχω, "respirare, soffiare") si riconduce all'idea del “soffio”, cioè del respiro vitale; presso i greci designava l'anima in quanto originariamente identificata con quel respiro e iatros (iatro- [dal gr. ἰατρός «medico»]. – Primo elemento di parole composte della terminologia medica e chimica, formate sul modello greco (come ἰατροτέχνης «esperto di medicina», ἰατρολογία «studio medico», ecc.), nelle quali significa «curativo, medicamentoso; della medicina») (2) che etiologicamente significa curare l’anima, ed il termine “anima” non compare nemmeno una volta nei manuali più accreditati (come del resto – detto a margine – non si legge mai in questi manuali la parola “amore”, né la parola “benessere” o “ben d’essere”, come dice Vittorino Andreoli). 
La seconda è il pregiudizio culturale, ormai radicato, che "dallo psichiatra ci vanno i pazzi". A parte lo stigma e l'insensatezza della parola "pazzo", secondo l'OMS una persona su due ormai assume regolarmente psicofarmaci. Dovremmo ipotizzare pertanto che la metà del mondo è impazzita, il che sarebbe piuttosto preoccupante.
Quale termine usare? Si potrebbe proporre: psiconeuroscientista, psiconeuroterapeuta, medico dell’anima (troppo romantico?), medico psicoterapeuta etc. In tal modo si farebbe un’allusione anche agli enormi progressi che le neuroscienze hanno compiuto, diventando ormai parte del bagaglio culturale del professionista della salute mentale (si chiama così) che sia almeno sufficientemente aggiornato.
C’è poi una branca della psichiatria inspiegabilmente sottovalutata e poco applicata in maniera congrua, sistematica ed adeguata nella gran parte dei servizi pubblici: la psicoeducazione. A chi non ha mai sentito questo termine sembrerà che parli dell’uovo di Colombo. 
Si tratta di fornire informazioni nella maniera più adeguata alle famiglie ed ai familiari; troppo spesso, infatti, ci si dimentica di fornire queste spiegazioni: perché si è scelto un farmaco e non un altro ad esempio, a cosa serve e a cosa è mirato un intervento, cosa causa una malattia, ecc. questo dovrebbe essere fatto in termini comprensibili a chiunque, ma viene spesso omesso, liquidando il tutto con “prenda questi farmaci e arrivederci” o comunicando in uno stringato “medicalese”. 
Spesso le famiglie e gli amici chiedono ai medici come dovrebbero comportarsi o parlare con una persona che si trova in uno stato di crisi o di difficoltà. In questi casi non ci sono regole fisse, tuttavia la mole di letteratura sugli accorgimenti che possono essere utili è ormai notevole, eppure pochissimi colleghi hanno il tempo di discutere questi aspetti importantissimi, che, appunto, sono un frammento di quella che si chiama “psicoeducazione”. 
Ecco ad esempio alcune domande frequenti (di familiari ed utenti) e risposte appropriate (che raramente vengono fornite):
 
Domanda (D.): Lo psichiatra Thomas Szasz afferma da decenni che la malattia mentale è solo un mito, che non ha alcuna base scientifica. Nessuno dei sintomi che la psichiatria afferma essere caratteristici della malattia mentale ha a che fare con il modo in cui funzionano gli organi dei suoi pazienti. Nessuno di questi sintomi può essere rivelato da indagini strumentali, analisi chimiche, radiografie.
Risposta (R.): ll fatto che non esistano test di laboratorio specifici o altri esami (TAC, RM) non rende “fasulle” le diagnosi psichiatriche.
Innanzitutto non è vero che la psichiatria è l’unica branca della medicina che fa diagnosi non basate su markers biologici. Ad esempio, l’emicrania e la sclerosi multipla sono tuttora diagnosticate senza un reparto laboratoristico specifico:
-       molte malattie venivano diagnosticate esclusivamente su sintomi patognomonici prima che esistessero test a supporto;
-       la maggior parte dei test di laboratorio in medicina sono “probabilistici e non patonognomici” marker di malattia;
-       ipertensione e diabete sono oggetto di controversie per quanto riguarda le appropriate soglie “patologiche”;
D. Dalla psicosi si guarisce? Oppure: quale è la prognosi?
R. È stato verificato che un esito complessivamente favorevole del disturbo non è un evento raro ma, anzi, può verificarsi in circa l’80% dei casi.
Infatti, quasi il 30% delle persone arriva a una guarigione clinica. Ritrova cioè una condizione di benessere con una totale assenza di sintomi e un pieno recupero del ruolo sociale e familiare.
Circa il 50% delle persone giunge a una guarigione sociale. Ottiene cioè, seppur in presenza di alcuni sintomi e della necessità di un moderato sostegno psicoterapeutico e farmacologico, un discreto adattamento alla vita e un accettabile recupero sociale.
Nel rimanente 20% dei casi non di parla di inguaribilità ma di resistenza al trattamento. Si riconosce cioè che gli strumenti terapeutici adottati si sono rivelati inadeguati oppure che non sono mutati i contesti sfavorevoli al trattamento. In questi casi non bisogna gettare la spugna e arrendersi ma, consapevoli dei limiti del trattamento precedente, ritentare un nuovo percorso terapeutico.
Queste cose, troppo spesso, vengono completamente omesse e/o ignorate nel colloquio con le persone che soffrono per problemi psichici.
A partire dagli anni Cinquanta le diagnosi e il trattamento delle malattie mentali si sono sempre basate su una fonte indiscussa, una sorta di Bibbia della psichiatria, cioè sul Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, di cui è stata recentemente pubblicata la quinta edizione. Il DSM è tutt'ora considerato la fonte più autorevole della psichiatria, sebbene sia un manuale esplicitamente "ateoretico", ovvero semplicemente descrittivo dei sintomi delle varie patologie. Nel DSM vengono descritti e classificati i sintomi e questo è stato finora sufficiente per fare diagnosi e somministrare trattamenti farmacologici. Da più parti, però, cominciano ad alzarsi voci di dissenso e, anche in ambiente psichiatrico, si reclama un rilancio della disciplina sia a livello medico sia a livello accademico, superando i vecchi schemi e sistemi, che in fondo poca strada hanno fatto dai tempi di Freud.
Come ho accennato prima, è curioso notare come la parola “amore” non appaia (quasi) mai nel DSM in tutte le sue versioni (forse solo quando si menziona l’erotomania), dato che si tratta di un testo che parla di esseri umani e della loro psiche, della loro mente, della loro anima. È anche peculiare che nei vari Manuali Diagnostici e Statistici dei disturbi mentali non esista una definizione di normalità (dei parametri di riferimento, se vogliamo).

I miei sono solo umili spunti, intuizioni estemporanee, ma se la cosiddetta psichiatria vuole sopravvivere, è giunto il momento di cambiare.
 

 

[1] Pubblicato in parte su: http://www.psychiatryonline.it/node/5357
[2] Il testo è identico alla definizione che ne danno Wikipedia e la Treccani:
-           https://it.wikipedia.org/wiki/Psiche
-           https://www.treccani.it/enciclopedia/psiche_%28Dizionario-di-filosofia%29/

Per il tema dello stress da Covid rimando a: http://www.psychiatryonline.it/node/9080

La foto in alto è opera del sottoscritto e sogetta a copyright @2021
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