LO SPIRITO E L'OSSO
Scritti a futura memoria
di Fabio Milazzo

L’orizzonte di uno psichiatra: Agostino Pirella (1931-2017)

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21 settembre, 2021 - 16:43
di Fabio Milazzo
Agostino Pirella. Il sapere di uno psichiatra, a cura di Massimo Bucciantini, Mario Colucci, Aut Aut, 385/2020, IL Saggiatore, Milano 2020, pagg.182.

Tra i nomi dei protagonisti della rivoluzione psichiatrica italiana, quello di Agostino Pirella, nato a Reggio Emilia il 30 gennaio 1931 e morto a Torino all’età di 86 anni, si contraddistingue non soltanto per essere stato uno dei più attivi compagni di Basaglia «nella lotta contro il manicomio e nella realizzazione della riforma»[1], ma anche per aver cercato di decostruire storicamente il paradigma manicomiale e le ragioni della sua fortuna nel tempo. Un lavoro coraggioso, inquieto e collettivo, che lo hanno portato a scrivere contributi, articoli, saggi, a realizzare convegni e a dibattere le proprie idee avendo in mente un obiettivo concreto: la nascita di un modo diverso di trattare il malato di mente e quindi di “curare” la salute mentale in Italia.

Pirella operò dapprima con Franco Basaglia all'ospedale psichiatrico di Gorizia (1965-71) e poi nelle vesti di direttore dell'ospedale psichiatrico di Arezzo dal 1971 al 1979. Proprio qui la sua azione fu decisiva per rendere il polo aretino una delle realtà più vive del processo di deistituzionalizzazione che coinvolse la psichiatria. Alla sua figura, ma anche alla sua azione, «Aut Aut», la rivista diretta da Pier Aldo Rovatti, ha dedicato un importante focus all’interno del numero 385, intitolato: «Agostino Pirella. Il sapere di uno psichiatra». Particolarmente indovinata la scelta di inserire nel numero tre contributi da lui scritti, tra cui un inedito tratto dai taccuini di lavoro al reparto “P” di Gorizia. Quest’ultimo fu uno degli ultimi a essere aperto, «frontiera reietta della malattia istituzionale prodotta dall’internamento manicomiale». Sono pagine di lavoro, saggi, appunti in presa diretta che mostrano la fatica del lavoro e il «rischio di fallimento sempre incombente». Ma soprattutto sono parole che riescono a rendere vivo il clima, il dolore, i meccanismi di esclusione vigenti in un reparto per pazienti “cronici”.



Un altro degli scritti è dedicato all’«amico» Basaglia e traccia un panorama delle difficoltà in cui si dibattevano in quel 1980 quando, «come Cortez dopo aver bruciato le navi», si rendevano conto di non avere «alcun ponte alle spalle per riprendere a veleggiare sicuri nel mare» (p.25). Evidenti emergono nello scritto le tante spinte reazionarie che cercavano di riportare indietro le lancette del tempo, per riaffermare quel paradigma manicomiale che da molti era vista come il baluardo ultimo contro la diffusione della follia nelle strade e, quindi, il caos. Tra gli altri aspetti degni di segnalazione, il significativo, e non sempre debitamente considerato, ruolo di Minkowski e di Binswanger nella formazione e nel percorso di Basaglia. Secondo Pirella, proprio il saggio pubblicato da Basaglia nel 1953, «Il mondo dell’incomprensibile schizofrenico attraverso la Daseinsanalyse», risultava decisivo per il superamento del «rigido e oggettivante nosografismo kraepeliano, ma anche il “costituzionalismo affettivistico” di Bleuler. Il punto era quello di superare la piatta cornice deterministica che portava a leggere la psicologia schizofrenica secondo i canoni della psicologia normale, di fatto sabotando in partenza la possibilità di cogliere le dinamiche e il vissuto mentale del paziente. Il «rovesciamento pratico» (p.30), poi realizzato a Gorizia, prendeva forma con una riflessione teorica che non soltanto rifiutava ogni ipostatizzazione oggettivante, ma proponeva la sospensione del giudizio come a-priori metodologico necessario per poter successivamente incontrare il malato nella sua ricchezza e unicità. Leggendo queste riflessioni si coglie tutta l’apertura problematica di un metodo, in parte ancora tutto da costruire, ma chiaramente orientato al superamento di schemi e orizzonti tanto consolidati, quanto ai suoi occhi oramai superati. Sempre nel medesimo testo appare poi particolarmente interessante, anche per la piega assunta retrospettivamente dal dibattito, la questione del rapporto tra Basaglia, la psichiatria e l’antipsichiatria.  Secondo Pirella, «nonostante le proposte “antipsichiatriche” di Laing e Cooper, Basaglia si mantenne sempre al di qua della scelta obbligata tra una psichiatria da riformare e una psichiatria da negare. Intanto perché la negazione si concentrò vittoriosamente sulle istituzioni della violenza, e in particolare sul manicomio — ma ricordiamo anche gli interventi sulle carceri e sulle altre istituzioni della segregazione —, ma soprattutto perché Basaglia cercò in ogni momento di scegliere strumenti dialettici che non risolvessero le contraddizioni mediante salti logici o cortine di fumo ideologico, e si concentrassero invece sulla concretezza del rapporto istituzionale e sociale tra medico e paziente, cosi come si era storicamente consolidato» (p.36). Da qui la scelta procedurale di privilegiare l’immaginazione e la creatività, elementi centrali di un «percorso di incessante verifica dei rapporti umani concreti, soprattutto quando essi si realizzano in situazioni cristallizzate, in cui il dislivello di potere e di sapere è dato come naturale, come indiscutibile» (p.37).
Agostino Pirella e Franco Basaglia - Arezzo 1975
                         Agostino Pirella e Franco Basaglia (Arezzo 1975)

L’altro testo di Pirella presente nel numero è del 1986 e, come sostiene lo stesso autore, è una relazione un po’ ironica e un po’ provocatoria presentata a un convegno di «Psichiatria democratica». Vengono descritte le tensioni e le ostilità che il metodo della «comunità terapeutica» (p.43), avviato a Gorizia, sollecitava da parte di tanti soggetti e gruppi istituzionali legati al paradigma manicomiale. E proprio da qui Pirella muove per sottolineare l’importanza, parafrasando Adorno, di «pensare in modo che il manicomio non si ripeta» (p.45). Cosa significa ciò? Significa organizzarsi e agire in maniera tale da evitare scelte che vadano in quella direzione. Inevitabilmente si pone però una questione: «chi» deve verificare questi passi, quali soggetti o istituzioni devono vigilare affinché non si scivoli verso quella direzione. Pirella sottolinea come per raggiungere tale obiettivo sia necessario «un collegamento sistematico, da preparare con strumenti adeguati, tra i centri di ricerca, i singoli operatori, i servizi, con una circolarità che veda ciascuno protagonista nel domandare e rispondere, rapporti limpidi con le università, con la partecipazione delle varie sedi di Psichiatria democratica all’elaborazione dei programmi, dei seminari, degli incontri» (p.58). Un programma, questo, tanto attuale, quanto difficile da realizzare, lo sapeva bene Pirella che, consapevole di ciò, si chiedeva: «sarà possibile? Posso solo rispondere: dipende da tutti noi. Facciamoci gli auguri» (p.59).

Tra gli altri contributi presenti nel numero, quello di Mario Colucci affronta la questione degli eredi di Pirella e delle difficoltà da questi incontrate per portare avanti la deistituzionalizzazione della psichiatria in un contesto in cui ancora forte era l’orientamento organicista. Lungi dall’essere conclusa, la questione mantiene una sua attualità in un contesto dominato dal realismo capitalista che sostiene una gestione neoliberale della cosa pubblica (e quindi anche del trattamento della salute mentale), imponendo pratiche e politiche basate sul binomio costi/benefici. «La conseguenza – come dice Colucci – […] è quella di indurre una preoccupante incapacità di pensare in modo critico la salute mentale, le sue politiche e le sue culture, isolando definitivamente gli operatori che dissentono, gli ultimi figli di Pirella, e condannandoli a estinguersi in silenzio, senza generare discendenza e senza più trasmettere saperi» (p.81).

Il saggio di Di Vittorio contestualizza la figura di Pirella alla luce del rapporto tra teoria e prassi, mostrando l’evoluzione di un percorso che è transitato dal rango di “problema” a quello di fattore di trasformazione per le esperienze psichiatriche italiane. La prospettiva è molto interessante e consente di cogliere la ricchezza di un percorso, ma soprattutto gli effetti sulla situazione attuale, in un momento in cui è sempre presente il rischio del ritorno di modelli riduzionistici vecchi e nuovi.

Il contributo di Setaro, che si avvale di una ricca platea di fonti che fanno parte dell’Archivio Agostino Pirella presso la Biblioteca umanistica di Arezzo, analizza il percorso intellettuale e la partecipazione di Pirella alle dinamiche sociali e culturali della psichiatria italiana e non solo. Ciò che emerge è non soltanto le difficoltà di operare in un contesto in cui il paradigma manicomiale appare come “normale”, ma anche la forza messa in campo per controbilanciare le spinte presenti nel mondo della cultura per riportare la situazione indietro nel tempo. Nel processo di affermazione di una psichiatria democratica si giocava non soltanto il destino di un potere che aveva fatto dell’esclusione l’emblema di un regime discorsivo, ma anche la possibilità stessa del mondo intellettuale di operare in un contesto di istituzioni escludenti, operando per la loro trasformazione. Tornando al manicomio, ciò su cui Pirella insiste è la centralità dell’intera comunità psichiatrica, dal medico al paziente, per mettere in discussione un modello istituzionale «eretto come sistema di controllo sociale» (p.118). Setaro insiste così giustamente sulle difficoltà di un’utopia che «guadagnava nuove realtà» (p.120), ma era esposta al rischio «che il vuoto lasciato dalla fine di un’invenzione storica come il manicomio» venisse «colmato dalle stesse logiche risuscitate sotto altre spoglie» (p.120). Proprio per questo, è possibile sintetizzare, l’intero percorso di Pirella si compie alla luce di un’alleanza sempre tentata, a volte riuscita, altre volte meno, tra scienze umane e scienze naturali, in quel posto vuoto che programmaticamente la psichiatria dovrebbe occupare. Le utili note biografiche presenti nel numero, offerte da Lucilla Gigli e Marica Setaro, offrono uno strumento utile per contestualizzare questo percorso, inserendolo nelle sue coordinate storiche. Tra gli altri contributi, Vittorio Lingiardi discute di diagnosi, «della sua costruzione e del suo impiego in psichiatria e in psicoanalisi» (p.133), mentre Marco Russo affronta la condizione umana dal punto di vista dell’eccentricità. Paolo Fabbri, infine, pone una riflessione sull’identità.

A lungo considerate figure d’eccezione, i protagonisti della psichiatria hanno in realtà rappresentato un posto centrale nelle dinamiche sociali, culturali e, naturalmente, mediche del Novecento. Tale centralità assume una valenza tutta particolare in ordine al processo che ha portato alla chiusura dei manicomi. Pirella, in tal senso, non ha solo contribuito attivamente alla decostruzione del paradigma manicomiale, ma ha anche cercato attivamente di individuare mezzi, strumenti e pratiche affinché questo passaggio epocale non si risolvesse in un salto nel vuoto. Che la sua eredità sia stata raccolta, e in che è misura, è un’altra storia, ma di certo il percorso e il lascito intellettuale di questa figura meritano tutta l’attenzione possibile. E in questo senso il numero di Aut Aut rappresenta una pregevole iniziativa.



[1] S. Mellina, Agostino Pirella (1930+2017) psichiatra fenomenologico impegnato nel sociale. In memoriam, in Psychiatry on line Italia, Url: http://www.psychiatryonline.it/node/7449.

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