Cinema ritrovato: "IL SETTIMO SIGILLO"

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23 settembre, 2021 - 05:35
di: Nicola Ardito
Anno: 1957
Regista: Ingmar Bergman
  Il Settimo sigillo è un film svedese del 1957 diretto da Ingmar Bergman . E' questa una pellicola che ho attenzionato da anni e che ho rivisto più e più volte in diversi contesti e con varie compagnie. Emblematico di quest'opera (tema che la innerva per tutto il suo svolgersi) è la partita a scacchi che il cavaliere Antonius Block (Max Von Sidow) gioca con la Morte (impersonificata da Bengt Ekerot).  

Ciò che avviene nel film è un dipinto icastico  delle personalità dei singoli personaggi e dell'inconscio collettivo in cui le vicende hanno luogo- ovvero un antiquato Medioevo fatto di superstizioni e terribili credenze, con un ruolo della Chiesa istituzionale non sempre chiaro in una situazione di pestilenza generalizzata.  

Come si approcciano ordunque i personaggi alla Morte e alla pestilenza "che decima gente come grano maturo? (cit.)". Il cavaliere assume un atteggiamento di forte dubbiosità ponendosi kierkegaardianamente domande sulla fede in Dio e sulla bontà o malvagità dell'uomo, interessandosi fra l'altro anche al destino di una povera fanciulla accusata di stregoneria e di aver intessuto rapporti col Diavolo. 

La Morte è l'antagonista e lo spauracchio per antonomasia, non dubita mai, ontologicamente si-pone-di-fronte-agli-esseri-umani con un cinismo brutale. Esemplare è quando recide nella foresta l'albero dove si era rifugiato per la notte l'attore Jonas Skat (Erik Strandmark) dopo aver avuto una relazione erotico- sentimentale con Lisa (Inga Gill) moglie del fabbro Plog (Ake Fridell). In questo caso la Morte intima all'attore di smetterla con le lamentele riguardo alla sua fine giunta pertanto in un modo così tanto rocambolesco.  

Nel clima di morte e di pestilenza del Medioevo Bergmaniano c'è la massa della popolazione che reagisce con penitenze, autopunizioni corporali, ricerca di capri espiatori (l'untrice trovata nella strega- Maud Hansson) e c'è chi si tiene in maniera solare e gioviale fuori da queste dinamiche e atmosfere di morte e cupezza come la famiglia di attori composta da Jof (Nils Poppe), Mia (Bibi Andersson) e Micael, il loro infante, che vive spensieratamente- fin quando può- la bellezza della genitorialità nei confronti del pargolo.  

Saranno gli unici a salvarsi dalla mannaia della Morte salvati nella foresta dal cavaliere Antonius Block in un momento di distrazione della Morte durante la partita a scacchi col suddetto cavaliere.  

Anche lo scudiero del cavaliere di nome Jons (Gunnar Björnstrand) dall'atteggiamento stenico e combattivo perirà insieme al suo Signore non arrendendosi mai completamente al triste destino decretato dalla "Signora con la falce". 

Ma la sacra triade che si salva sta lì a significare una sorta di palingenesi dell'umanità dipinta così cupamente da Bergman con  l'innesto volontario da parte del regista di elementi di fiducia e di speranza (cosa che possiamo in parte sovrapporre alla nostra contemporaneità coll'epidemia di Covid-19). 

"L'ora è venuta!" grida simbolicamente una ragazza muta, accompagnatrice dello scudiero, acquisendo per un istante il dono della parola quando la Morte va a prenderli nella magione del cavaliere.  

Un mondo pare dunque affossarsi e precipitare mentre un altro pare sorgere dagli abissi della ragione. Un insegnamento di speranza e raziocinio per tutte le generazioni a venire che dovrebbero vedere questo film così colmo di elementi simbolici e figurativi e una fotografia generalmente approntata a  di affreschi medievali. 

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