Lo psichiatra nell’età della tecnica

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25 luglio, 2022 - 09:58

 

Affrontare il ruolo del medico-psichiatra all’interno del nostro contesto storico appare ormai un dovere non più rimandabile.

La società odierna risulta di fatto asservita al concetto stesso di tecnica, al cui ordine imposta e assoggetta la scienza intera. Sebbene la tecnica si configuri originariamente come uno strumento di sviluppo, rigore e sistematizzazione del conoscere scientifico, mostra ora più che mai i suoi limiti, sconfinando in un paradosso: non più la tecnica al servizio dell’uomo, bensì l’uomo al servizio della tecnica. Dove in epoca greca il fare tecnico, necessario a produrre le cose, si distingueva dall’agire etico caratterizzato dalla riflessione, ovvero dall’uso dell’intelletto, in epoca attuale l’agire etico e il fare tecnico perdono differenziazione, oltre ad aver perso il profondo senso di limite dell’uomo rispetto alla indomabilità della natura che le caratterizzava in epoca ellenica. Galimberti inquadra temporalmente tale cambio di rotta nel periodo medievale, quando la tecnica comincia ad essere concepita come strumento fornito da Dio all’uomo al fine dominare la natura, esitando in una sopraffazione da parte della tecnica sull’etica.

Il medico, lo scienziato, lo psichiatra appaiono chiaramente in balia del tecnicismo. Lo studio, l’analisi e l’osservazione di una patologia, e più precisamente di un vissuto psicopatologico nel nostro caso, si incentrano su di un’oggettivazione che deve ormai avvenire tramite rigorosa tecnica, attraverso l’utilizzo di strumenti biomedici e, ove richiesto, testologici. Sebbene tale approccio permetta una metodologia condivisibile tra professionisti e, per certi versi, sicura nella sua esecuzione, da un altro lato imposta la visita medica su protocolli che prescindono dall’arte e dal ruolo del medico. La dialettica fra etica (arte medica) e tecnica (strumenti medici) viene rotta e spostata univocamente verso il secondo polo. Lo specialista Psichiatra ne viene colpito con particolar forza. A tal proposito, occorre ricordare una divisione concettuale importante quando parliamo di Psichiatria e di Psicopatologia: nella prima troviamo un’arte, apprendibile e riproducibile qualora un clinico abbia la predisposizione ad accoglierla; nella seconda abbiamo un sapere scientifico, ed in quanto tale sistematizzabile e trasmissibile. Se la tecnica ha portato ad un accrescimento del sapere psicopatologico, ha fatto dimenticare che questo è imprescindibile dalla conoscenza garantita dallo psichiatra con la sua arte. Il concetto di arte potrebbe apparire aleatorio e astratto, ma tale percezione di fatto è il mero risultato della paura di allontanarsi dal culto della tecnica. Ben chiara era a Jaspers l’arte dello psichiatra quando concettualizzò la diagnosi psichiatrica attraverso la psicologia comprensiva: l’ immedesimarsi o meno nel vissuto del paziente rendeva conto al clinico di quel fondo di incomprensibilità che apriva al processo schizofrenico. Ma l’immedesimazione è un’arte percepita come francamente perniciosa nella cultura contemporanea. Viene rifuggita innanzitutto in quanto ritenuta non riproducibile o non trasmissibile senza errori, e secondariamente in quanto riesuma una lontana figura medica, quella del medico più completo, ricercatore e filosofo, vissuta come ormai non adatta alla figura odierna. La filosofia, come ben sottolineava lo stesso Jaspers, chiarifica l’esistenza di ognuno e, di conseguenza, quella altrui. La pretesa di continuare ad osservare un uomo soltanto in quanto oggetto-oggettivabile non vuole altro che sfamare il bisogno della tecnica di procedere allo sviluppo, sebbene sia di fatto al giorno d’oggi soltanto riuscita nell’allontanarci da questo, un allontanamento che ha più contro che pro. Difatti, continuando a scotomizzare la conoscenza filosofica del mondo nella sua essenza di utilizzo della “ragione” in quanto strumento critico-riflessivo, la conseguenza non può che essere una reificazione di noi stessi, ridotti ad esseri robotici impegnati nell’applicazione di tecniche e protocolli. Come tali, essi si sorreggono quasi unicamente su deduzioni della regola da applicare e non più su induzioni e abduzioni basate su intuizioni creative che, proprio in quanto tali, permettono l’accesso ad una conoscenza di rango superiore, innovativa sebbene rudimentale, ed ovviamente passabile di ulteriore analisi ed approfondimento. Prima fra tutti la clinica psichiatrica, assieme a quella psicoterapica, necessita di una ripresa della completezza medico-filosofica che garantisca un autentico incontro fra due esistenze, fra due esser-ci (Dasein) che accrescano il loro sapere vicendevole. L’utilizzo eccessivo delle tecniche in tale contesto assoggetta non solo il medico, ma anche il paziente che rischia di trovarsi reificato e, pertanto, privo di libertà espressiva. L’esito appare ineluttabile: un continuo esser-malati, che ben poco giova all’uomo seduto di fronte al medico.

Viene da pensare, richiamando ancora Jaspers, a quel concetto di “superstizione scientifica” intesa come volontà delle scienze di porre risposte illimitate a quesiti che, anche se dubbiosi e talvolta impenetrabili, vengono ad essere ciecamente indagati tramite processi conoscitivi tecnici, quasi come se la vergogna del non-sapere, inteso qui come la semplice accettazione del limite del conoscibile, non sia più ammissibile nella nostra epoca. Se pensiamo a Gunther Anders, che parlando di vergogna prometeica mostrò di essere un visionario lodevole, capiamo che tale visione è ora concreta, presentificata. Ora siamo noi stessi che ci vergogniamo di aver prodotto strumenti così capaci nell’obiettivare che non possiamo stargli al passo. Siamo noi incapaci di reggere i nostri limiti, e come tali ci sforziamo nel negare una condizione comune ed incarnata all’esistenza umana: l’ignoto. Questa parola è attualmente causa di umiliazione per lo scienziato, il quale si prodiga con tutti i suoi sforzi per porre rimedio attraverso la tecnica, nel nostri caso lo strumento biomedico. Ecco dove dovrebbe intervenire la filosofia in quanto “ragione”, poiché tale frenetico ricercare non utilizza basi critiche personali, ma si assoggetta al protocollo, alla tecnica. L’andare controcorrente, il porre quesiti provocanti e forse talvolta non pienamente condivisi dalla scienza attuale si trova costantemente di fronte ad un muro. Non ci domandiamo del perché ci sia una domanda contraddittoria, ma ci domandiamo unicamente se tale domanda si fondi sulla tecnica e, inconsciamente, se porti a rispondere al “come tecnicamente” ho ottenuto il risultato. Il giovane medico è colui che accusa maggiormente l’attuale tecnicismo. L’apprendimento e la formazione includono nel loro percorso a stento le intuizioni precoci, innovative. Il giovane più di tutti possiede una libertà ideativa dettata dall’assenza di pregiudizi teoretici, e tale pulizia intellettuale, pur mostrando astrazioni teoriche per forza di cose rudimentali, ha come pro il riuscire a rilevare ed accogliere spunti clinici potenzialmente latori di idee innovative. Il problema è che tutto ciò difficilmente viene permesso in un contesto in cui l’apprendimento e pressoché totalmente a favore della tecnica: apprendere il metodo è più importante di generare nuove idee. Non è ammissibile il rischio di non rispettare la tecnica, non ci è dato assolutamente permettere al giovane in formazione o neoformato di dire la sua, perché la direbbe senza sapere il “come tecnico”. Queste forti limitazioni ci devono far riflettere. È un momento in cui dobbiamo sicuramente porci più domande che risposte all’interno della clinica medica e psichiatrica. È il momento di chiederci se il rifiuto verso la psichiatria classica non sia solo frutto dell’avversione per il non-tecnico. È il momento di procedere con rigorosa devozione a perseguire il ritorno di un ideale medico completo, non più esclusivamente tecnico. È il momento di “criticar-ci”.

 

Bibliografia

Galimberti, Umberto. Psiche e techne. L'uomo nell'età della tecnica, Milano, Feltrinelli, 1999.

Galimberti, Umberto. L'ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Milano, Feltrinelli, 2007.

Jaspers, Karl. Il medico nell'età della tecnica, Raffaello Cortina Editore, Milano 1991.

 

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