Al Consiglio d’Europa c’è sempre stato un “consigliori” d’oltreoceano. Ai Vertici, quando serva.

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4 giugno, 2023 - 08:27
Prima di fare il premier Giorgia Meloni, aveva fatto il ministro (senza portafoglio) della gioventù nel Berlusconi 4°. Era dunque giusto che si facesse un giro internazionale per conoscere, farsi conoscere e ribadire che l’Italia - paese tra i fondatori dell’Unione Europea, dunque membro di diritto del Consiglio d’Europa (CdE) - resta saldamente allineata alla politica americana ed euro-atlantista, anche se tutto sembra cambiato, perché ora comanda la destra; come se a Washington non lo sapessero! È stato così che, poco prima del tragico disastro alluvionale della Romagna e dell’Emilia, ha deciso di partecipare ai vertici internazionali di Reykjavík e Hiroshima, per dare solidarietà a Zelensky (ancora una volta), visto che sui migranti che naufragano di continuo sulle coste siculo-calabresi, “ultima frontiera meridionale dell’Europa”, non l’ascolta nessuno, anzi, è spesso in polemica aperta e vivace con la Francia di Macron.

 

A Reykjavík (16-17 maggio 2023), il CdE, ha tenuto il 4° Vertice, diciamo “artico”, dei capi di Stato e di governo, ovviamente democratici ma non tutti europei. La nostra premier ha tenuto il suo discorso, probabilmente preparato dai funzionari di Palazzo Chigi. Qualche passaggio per chi voglia chiedersi quanti Consigli/Vertici, ha l’Europa; chi li convoca, come, dove, quando, frequenza.

«... Voglio ringraziare il Primo Ministro e il Governo islandese ... per questo Vertice ... la cui idea nasce a Torino (19-20 maggio 2022, c’era Di Maio, ndr) ... durante la Presidenza italiana ... Sono passati 18 anni dall’ultimo vertice del Consiglio d’Europa (1995 ndr.) ... non tanti quanti sembrano, se guardiamo ... quanto è mutato il contesto ... La brutale aggressione russa all’Ucraina ha messo in discussione molte certezze sulle quali ... c’eravamo ingenuamente adagiati ... è giusto che ... sia condannato proprio qui al CdE la casa di tutti gli europei costruita per ... evitare ... le atrocità della seconda guerra mondiale, difendendo la democrazia e il diritto ... Il popolo ucraino con la sua eroica reazione ... non sta difendendo la sua Patria ... ma i valori fondanti della sua identità europea ... la libertà, la democrazia, la giustizia, l’uguaglianza! ... Se fosse capitolata in pochi giorni ... vivremmo un mondo molto più insicuro ... Non una realtà di pace come racconta ... la propaganda così cinica da fingere di scambiare una invasione con ... un mondo nel quale “alla forza del diritto si sostituisce il diritto del più forte”! ... Al presidente Zelensky voglio dire, l’intera Europa e tutto il mondo libero, sono loro debitori ... Zelensky ci ha ringraziato ma siamo noi ad essere debitori dell’Ucraina, perché ... ha fatto capire al mondo intero quanto sia difficile piegare un popolo libero! ... Siamo chiamati a proteggere su molti fronti, dalle antiche sfide di violenza e sopraffazione, alle nuove ... La scienza e la tecnologia corrono veloci ... ingegneria genetica, intelligenza artificiale ... questioni bioetiche ... se dovessimo considerare questi domini zone franche senza regole ... sostituite, surrogate ... in un mondo dominato dall’ineguaglianza, dalla concentrazione di potere e di ricchezza nelle mani di pochi ... non è un mondo democratico, dunque, non è europeo! ... l’Europa: roccaforte di valori costruita nei millenni ... unica, forza dinnanzi alla violenza dei tiranni, ma anche ... ai nuovi pericoli nelle nostre società. Nel 1949 dieci Nazioni tra cui l’Italia diedero vita al CdE ... convinti che la tutela dei valori di libertà, democrazia, dignità fosse base di prosperità condivisa e pacifica in Europa ... siamo in 46 ... a Reykjavík ... la nostra missione è più attuale che mai»..

 

È chiara l’enfasi, la retorica populista, la propaganda politica in favore di un offertorio euro-atlantico di ferro, per giunta unilaterale, ancorché pienamente legittima, ma rammentare brevemente le vicende storiche in cui nacque l’Unione Europea, il suo Consiglio e tutto il resto, senza la Germania divisa in due e ricollocarle nel giusto contesto, meno approssimativo e frettoloso, può tornare utile a tutti che, usando le stesse parole della Meloni «... non conviene a nessuno se “alla forza del diritto si sostituisce il diritto del più forte”». Settantaquattro anni fa, esattamente il 5 maggio 1949, mediante il “Trattato di Londra”, veniva istituito il Consiglio d'Europa (CdE), ricordato come la più antica e principale organizzazione paneuropea del “Vecchio Continente”. Alcune precisazioni storiche vanno sottolineate. Il preambolo fu concordato l’anno precedente durante il Congresso dell'Aia (1948). Il Regno Unito, come pure la sua Capitale, si erano sempre dichiarati extraeuropei, dunque estranei all’Europa. La Germania, già divisa in due, era esclusa e, dei tre vincitori della seconda guerra mondiale, gli Inglesi, vale a dire i padroni di casa, sotto l’occhiuta vigilanza di sir Winston Churchill, tenevano il banco e provvedevano a dare le carte. Facile a capirsi che per gli Inglesi il pericolo maggiore era ancora la Russia. Non più come grande impero britannico dei Windsor rivale dell’altrettanto grande impero degli zar Romanov. I russi, usciti malconci dalla prima guerra mondiale, erano stati estinti dalla rivoluzione, ma come se nulla fosse cambiato, nel panorama internazionale, Churchill continuava il “Grande Gioco” [01] con la Russia passata nelle mani di Stalin. La sua mente, però, era fissa al titolo della vignetta del “Punch, or the London Charivari” del 30 novembre 1878: “Save me of my friends!”, “salvami dai miei amici”. Il trattato per l’Europa, dunque, fu redatto in lingua inglese da Ernest Bevin (l’allora ministro degli esteri di Giorgio VI, inviato appositamente da Churchill come addetto alla resistenza antirussa) e tradotto in francese, quindi depositato negli archivi del Governo di Sua Maestà (Her Majesty's Government). Fu però provveduto, sempre a cura del HMG medesimo, a trasmetterne copie certificate, “conformi all’originale”, agli Stati firmatari/fondatori che erano 10 Belgio; Danimarca; Francia; Regno Unito; Irlanda; Italia; Lussemburgo; Paesi Bassi; Norvegia; Svezia. Dal trattato di Londra all’ingresso della Germania nella Ue sono passati gli anni tristi dello sgombero delle macerie in cui i bombardamenti degli “Alleati” avevano polverizzato le città europee tipo Dresda con la tecnica dei bombardamenti a tappeto sulle abitazioni civili per fiaccarne il morale. Dal verso opposto, la grande vendetta contro “l'ideologia nazista della razza” [02] con l’avallo fascista del 1938. L’odio e le angherie contro i profughi orientali di lingua tedesca, le popolazioni degli “Heimatvertriebene”, esattamente "coloro che sono stati cacciati dalla propria terra", in una parola i profughi. [03]. Giorgia Meloni a Reykjavík ha citato il vertice del CdE del 1995 (non specificando quale dei 3 tenutosi in quell’anno) spacciandolo come ultimo e affermando che i “18 anni trascorsi sembrano pochi ma sono molti perché il contesto è mutato”, per pura e sfacciata pubblicità a favore di Zelensky («a trecentosessanta gradi»), ma non è così. Di vertici del CdE se ne tengono in continuazione, infilandoli in ogni pertugio, in qualsiasi occasione, come l’ultimissimo di Chisinau in Moldavia al castello dei vini di Constantin Mimi nel villaggio di Bulboaca, dove c’erano proprio tutti quelli del cosiddetto “Blocco Occidentale” che vuole la guerra con la Russia e la Cina. In questi ultimi 74 anni non è cambiato assolutamente nulla! Il “blocco democratico e liberale” e il “blocco autocratico e comunista” si confrontano pericolosamente, infrangendo perennemente seri e duraturi tentativi di pace mentre si avvicina la terza guerra mondiale.

 

Ebbene, nel 1995, in Italia, si era toccato il culmine della guerra di mafia contro lo Stato, inaugurata alle ore 1.04 del 27 maggio 1993 con la strage di Via dei Georgofili vicino alla storica Galleria degli Uffizi. A Firenze la “cosa nostra” aveva fatto brillare un “Fiorino” imbottito di tritolo che procurò 5 morti e 48 feriti per rappresaglia contro la lotta alla mafia tentata da una parte coraggiosa della Magistratura dello Stato italiano. Si sanno gli esecutori materiali: Barranca, Spatuzza, Lo Nigro, Giuliano, Carra, Ferro, Calabrò, Pizzo, Mangano e D'Amato; si conoscono i mandanti: Riina, Provenzano, i Graviano, Messina Denaro, Bagarella, Brusca, Ferro e Tagliavia, tutti al 41 bis, i sopravissuti. Per nulla una cosa interna e marginale, ma una raffinata politica internazionale di destabilizzazione verso chiunque avesse tentato alleanze coi comunisti, come precedentemente era capitato ad Aldo Moro (1978). Nel periodo in cui a Reykjavík ha fatto riferimento la nostra attuale premier, il governo “tecnico” di Lamberto Dini (dal 17 gennaio 1995 al 18 maggio 1996), aveva sostituito il “Berlusconi uno” (dall’11 maggio 1994 al 17 gennaio 1995), primo e unico nella storia della Repubblica Italiana ad imbarcare esponenti “missini”. Noi, con la scusa della politica, e della “trattativa” con l’ala stragista della “cosa nostra” che non se ne stava certo con le mani in mano, avevamo creato una grande incertezza. Giusto il contrario di quanto affermato dalla Meloni e un pericoloso turbillon sulla sicurezza. La mafia, per conto suo, aveva già provveduto a mandare un primo avvertimento al giudice istruttore Giovanni Falcone, mettendogli una bomba sugli scogli dell’Addaura dove si era affittato una villetta per l’estate palermitana, il 21 giugno 1989. Successivamente, non eravamo stati capaci di evitare che lo inviassero direttamente al creatore con la strage di Capaci del 23 maggio 1992, insieme alla moglie e alla scorta, con tanta dinamite da aprire una voragine spaventosa sull’autostrada per Palermo, tale da contenere un edificio grande come le Vele di Scampia. Non contenti, sempre noi italiani, non eravamo riusciti ad impedire che fosse eliminato l’altro giudice siciliano, Salvatore Borsellino, e fatto sparire la sua agenda rossa con la strage di via D'Amelio, del 19 luglio 1992. Rammento perfettamente la “stagione delle bombe”, perché l’attentato dinamitardo di via Fauro del 14 maggio 1993 a Maurizio Costanzo mi scoppiò sotto casa e dovetti sostituire i vetri delle finestre davanti.

 

Appena terminato Reikiavik Giorgia Meloni si è precipitata ad un CdE di 27 paesi democratici espressamente organizzato nel “Sol Levante”, a Hiroshima, aggregato ad una riunione dei G7 (19-21 maggio 2023). È fin troppo palese che gli Stati Uniti d’America, un impero al tramonto, sfrutta ogni occasione per far parlare Zelensky, in ogni luogo e circostanza. Anche a rischio che possa sfuggirgli di mano. Perfino bestemmiando la storia, proprio sulla città dove la mattina del 6 agosto 1945, alle ore 8:15, fu sganciata “Little Boy”, la prima bomba atomica del mondo da un “B29” la superfortezza volante dell'aeronautica militare statunitense. Notizie di stampa riferiscono che la punta di diamante per far brillare la terza guerra mondiale, l’instancabile incendiario etero-diretto Volodymyr Zelensky, sia atteso dai numerosi pacifisti del G7, proprio a Hiroshima. Puntuale come un orologio, Giorgia Meloni, è stata la prima ad arrivare a Hiroshima. Anche questa volta era in bianco, come dal Papa. Naturalmente si è presa avanti col lavoro, subito accontentata da Fumio Kishida il padrone di casa che le ha concesso un bilaterale. Riferiamo il dialogo di una agenzia. «Grazie davvero Fumio, sono molto contenta di essere qui - ha detto la premier -, le mie congratulazioni per la determinazione e la serietà con cui stai gestendo il G7 in un anno sicuramente non facile ... Essendo l'Italia il prossimo presidente del G7 è fondamentale ancora di più che la nostra cooperazione sia molto stretta. Noi siamo due potenze regionali che hanno ruoli di responsabilità insieme ai leader del G7, in questa fase è fondamentale che noi lavoriamo insieme per la sicurezza, e per la sicurezza economica». (www.ansa.it › Politica 18 maggio 2023 bilaterale Meloni - Kishida). Una nota della segreteria, ad colorandum, sottolineava che Giorgia Meloni è una delle poche donne ad aver partecipato ai G7, preceduta soltanto dalla tedesca Angela Merkel, dalla canadese Kim Campbell e due inglesi, Margaret Thatcher e Theresa May. La meschinetta Liz Truss, premier britannica dei “Tory”, invece, non ha fatto in tempo a partecipare a nessun G7, essendo scappata da Downing Street, dimissionaria velocissima. Perché “nun j’aveva retto la pompa” dicevano in quei giorni alla Garbatella. Ma la sottolineatura velenosa - col pennarello nero - era che “né gli Stati Uniti, né la Francia hanno mai avuto presidenti donna!” E questo era uno sberleffo a lungo meditato, per lo sgarbo del ministro dell'interno di Macron, Gerald Darmanin, l’omologo abrasivo del nostro gaffeur Matteo Piantedosi, in grado anche, di “fare la faccia feroce”, come ordinava alle truppe Francesco Landi, il generale borbonico dell’”esercito di Franceschiello”.

 

Una foto, ufficializza e immortala (ma anche ipostatizza funereamente), una parte dei Capi di Stato e di Governo - evidentemente la più significativa per le necessità del momento - del Summit giapponese dei G7 di Hiroshima, che apre la cerimonia il 19 Maggio 2023. Rishi Sunak, Ursula von der Leyen, Justin Trudeau, Joe Biden, Fumio Kishida, Giorgia Meloni, Charles Michel, Emmanuel Macron, Olaf Scholz. Una immagine di quelli che contano più degli altri, una mescolanza di vincitori e sconfitti della seconda guerra mondiale, in raccoglimento, a capo chino, in fila indiana, diretti al cenotafio per i caduti dell’atomica eretto nel “Memoriale della pace”, vicino alla Prefettura, il famoso “Genbaku Domu”, vale a dire lo scheletro della cupola distrutta dall’atomica come ultima testimonianza della disumanità della guerra. Come notizia immediatamente successiva, l’annuncio che “Il presidente ucraino era giunto a Hiroshima raccattato da un velivolo francese, partito dall'aeroporto di Gedda (Arabia Saudita)”, reduce da accordi per armi e denaro dalla Lega Araba. (www.ansa.it › Mondo 20 maggio 2023). E finalmente tutti trassero un profondo respiro di sollievo. Il tanto atteso invitato di gala al 47° Vertice del G7 di Hiroshima (19-21 maggio 2023), si era materializzato. Giusto in tempo per ricevere armi, soldi, abbracci e complimenti dai convenuti.

 

La passerella dei G7 antiputiniani (ma anche anti-Cina, perché interessati all’Indo-Pacifico) è stata cospicua e circostanziata, con un sinistro fragor di sciabole, un rimbombar di missili a lunga gittata e una colonna sonora degna di un film di Dante Lam il regista hongkonghese, salito alla ribalta mondiale nel 2016 col film “Operazione Mekong”. Joe Biden, in prima fila, ha subito annunciato ai G7 convenuti a Hiroshima, l'invio di altri 375 milioni di dollari di aiuti militari all'Ucraina, «per costruire la capacità a lungo termine dell'Ucraina di difendersi dall'aggressione russa e di scoraggiarla». Nel bilaterale è sceso anche nei dettagli riaffermando «l'impegno degli Stati Uniti a sostenere il popolo ucraino nella difesa della propria sovranità e democrazia contro l'invasione russa». Il nuovo pacchetto includerà «munizioni, artiglieria e veicoli blindati», ma ha anche garantito che il presidente degli Stati Uniti d’America, sta seguendo «il via libera da parte di Washington agli alleati per la fornitura di jet da combattimento F-16 a Kiev» (www.bluewin.ch › attualità › estero › 21 maggio 2023). Zelensky al G7, mentre stava calpestando il famedio delle prime vittime della bomba atomica americana sul Giappone, ha risposto: "Oggi la pace diventerà più vicina". Charles Michel (quello che lascia le colleghe in piedi da Erdoğan) risponde: "Il sostegno Ue a Kiev è di lungo termine". Emmanuel Macron aggiunge: "Può essere una svolta". Pechino contesta e minaccia: "Il G7 ci diffama e interferisce negli affari interni" (Redazione Ansa.it Mondo Hiroshima 21 maggio 2023). Citiamo a margine che Zelensky è scappato dall’incontro programmato con Luiz Inacio Lula da Silva, giunto insieme a tanti altri leader mondiali, neppure citati nei comunicati ufficiali. Forse, era marcato stretto da Biden che ha il suo bel daffare per nascondere Jair Bolsonaro in America per il tentato golpe di Brasilia. Il premier brasiliano voleva semplicemente presentarsi per una eventuale mediazione con la Russia e «Riprendere il dialogo per una maggiore integrazione dei Paesi dell'America del sud, in un mondo dove lo shock economico e politico impresso dalla guerra in Ucraina sta ridisegnando gli assetti globali e aprendo nuovi spazi», ma al bilaterale Brasile-Ucraina. «Luiz Inácio Lula da Silva: Zelensky non s'è presentato all'incontro» (www.bluewin.ch › attualità › estero › 21 maggio 2023)

 

Tutti sanno che è già previsto il vertice CdE di Vilnius per luglio 2023. Semmai il Cardinale Matteo Zuppi, l’arcivescovo di Bologna - quel romano popolare che è andato a stare in via Barberia 24 all’Ospizio dei preti in pensione, in una stanza senza frigo, perché se uno ha sete, scende in cucina a bere l’acqua dal rubinetto, come riportato nelle cronache del “Resto del Carlino” - non riesca ad aprire una tregua, almeno di parola, per conto di Papa Francesco Bergoglio. Sempre che, nelle more, qualche sciagurato sprovveduto non prema il tasto sbagliato, altrimenti cesseremo di scrivere e commentare questa folle corsa per andare alla terza guerra mondiale. C’è già chi si domanda quanti “vertici” dovrà tenere il CdE, con che frequenza, per quanto tempo? E c ‘è già chi risponderà a macchinetta: “tutto il tempo che sarà necessario!” Ma certamente ci saranno i ritardatari ininfluenti che, per rimarcare la loro presenza, abbaieranno forte: “anche oltreee!”

 

Note

01. Il “Grande gioco” che vogliamo richiamare - “The Great Game” in inglese “Turniry Teney” traslitterato in russo, ovvero “Il torneo delle ombre” “Tournament of Shadows” - non è una serie televisiva, come sulle prime potrebbe apparire, ma un pezzo di storia dell’Ottocento che vide contrapporsi l’Impero degli zar di Russia con quello del Regno Unito, in Medio Oriente e in Asia centrale, dal 1829 al 1907, usando ogni mezzo da quello diplomatico, ai servizi segreti, alla fomentazione di rivolte, all’invio di formazioni militari. La posta in palio era il controllo degli immensi territori tra i confini asiatici dell'Impero russo e l'India britannica. Ne parla in modo romanzato “Kim” (1901) il celebre libro di Rudyard Kipling. Gli inglesi aprirono ben tre guerre anglo-afghane, la prima nel 1838, la seconda nel 1878, l’ultima, la terza, nel 1919, persa la quale rinunciarono definitivamente ai loro interessi in Afghanistan, che divenne indipendente. La loro intenzione era quella di creare una sorta di cuscinetto tra la Russia e l’India a difesa di quest'ultima, che dopo la proprietà privata della Compagnia delle Indie era passata direttamente alla Corona britannica. I russi, alleati della Persia, volevano conquistare nuovi territori a est e a sud, per aprirsi nuovi mercati ed eventualmente uno sbocco sull'Oceano Indiano. Lo zar, non faceva mistero di ambire all'India britannica. Numerosi contrasti, simili a quelli odierni organizzati dagli USA in Afganistan per analoghi motivi, si sono succeduti a lungo. Il “Tournament of Shadows “ del secolo passato ebbe fine quando il 31 Agosto 1907 a San Pietroburgo i due imperi - regnanti Edoardo VII e Nicola II - sancirono l’accordo anglo-russo per l'Asia.

02. La dottrina nazista di Hitler - chiaramente un lucido delirio paranoide, espresso con un linguaggio psicopatologicamente assertivo e indimostrabile come lo sono tutte le certezze deliranti - sosteneva che una razza geneticamente superiore come quella germanica non avesse soltanto il diritto di governare il mondo, ma anche l'obbligo di sottomettere quelle inferiori per usarle come schiavi, oppure sterminarli essendo inutili. Come gli ebrei, in primo luogo, nemici giurati, i Polacchi, i prigionieri di guerra russi, ma anche rom (Zingari), omosessuali, disabili, testimoni di Geova, e diversi. I Nazisti sostennero la visione (delirante) di una “razza germanica” superiore e dominante destinata per natura a rendere schiavi gli altri popoli e governarli. Slavi e Asiatici in particolare quelli sotto i sovietici, i musulmani della regione caucasica. La propaganda di Goebbels faceva riferimento al dovere dei nazisti di svolgere una crociata per salvare le civiltà occidentali dai cosiddetti barbari "orientali" o "asiatici", e dagli Ebrei colpevoli di dirigerli e organizzarli.

03. Questa parola l’avevo già sentita da mia madre che, dopo Caporetto (1917), da Valstagna, in Valsugana, lungo il corso del Brenta, appena sedicenne, “era andata profuga a Benevento” con tutta la famiglia. Nel caso della seconda guerra mondiale, era, piuttosto, la grande vendetta secondo la legge del taglione. Le nefandezze del terzo Reich avevano provocato un tale odio antitedesco da rendere feroce e interminabile la vendetta antigermanica. Vennero torturati, uccisi o espulsi, tutti coloro che parlavano tedesco nell'Europa orientale. Il profugato (“Heimatvertriebene”) fu il trasferimento drammatico delle popolazioni di etnia tedesca dall'Europa centro-orientale verso l’Austria e la Germania. Nessun perdono! Ma infliggere agli autori di un massacro programmato e meditato uguale massacro. Pena citata nella Bibbia come «occhio per occhio, dente per dente», conosciuta fin dal codice di Hammurabi (18° sec. a.C.), ma anche in precedenti legislazioni sumero-accadiche, secondo un principio di eguaglianza. Si era andati oltre ogni ragionevolezza umana, istinto allo stato puro, pensato da un cervello di Sapiens, peggio di quello di una bestia. Si tentò di frenare ogni eccesso, istruendo processi come “Norimberga” (1945-46) e 16 anni dopo Gerusalemme (1962) per condannare l'ex “SS-Obersturmbannführer“ Adolf Eichmann. Difficile a credersi, ma oggi tutto sembra non essersi mai staccato dall’età della pietra.

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