la traiettoria involutiva della psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza
“L’enigma si è trasformato in disfunzione, l’inquietudine in diagnosi.”
Mark Fisher, “Realismo capitalista”
Vorrei iniziare questo scritto con la citazione di un grande psicoanalista francese, André Green. Una citazione dedicata al nostro essere in primo luogo dei clinici che nel caso specifico si occupano di psichiatria e trattamento dell’adolescenza, in secondo luogo a chi insegna e forma in psichiatria dell’età evolutiva
Scrive André Green nelle lezioni tenute a Roma nel 1993:
“Vorrei concludere, perché è inevitabile, con un elogio della clinica. Non tanto a causa dell’elevatezza dei suoi fini (non solo conoscere, ma curare) che non sono qui in discussione. Ho in mente altri aspetti. La clinica non lascia scelta al clinico. Egli non può sottrarsi, eludere i vincoli che il suo “oggetto” gli presenta. Lo interroga in quanto è colui che “si presume che sappia” quel che fa e sappia valutare il proprio potere e il modo in cui lo esercita in rapporto a sé stesso, alla propria soggettività. La clinica mette a confronto il clinico con le sue scelte teoriche, ideologiche, non nel cielo delle pure idee, ma sul campo di battaglia della sua pratica, e qui diventa inevitabile l’incontro con la complessità. Per quanto la complessità sia sempre presente non sempre porta a riflettere. Ma quando si decide di farlo in modo rigoroso e onesto, cosa a cui nessuno è costretto, allora non rimane via di scampo”.
Quando il campo del clinico è la psicopatologia dell’età evolutiva affrontare la complessità significa affrontare la soggettività del bambino e dell’adolescente e lo sviluppo normale e patologico della loro soggettivazione. Nel farlo dobbiamo tener presente parafrasando Edgar Morin che la soggettività non è solo il contrario dell’oggettività, ma anche ciò che resiste (o che tenta di resistere) all’oggettivazione.
Se accettiamo la sfida della complessità dobbiamo considerare il soggetto non come una unità già data, ma come un nodo emergente in un sistema fatto di vari livelli: neurobiologico, affettivo/relazionale, linguistico/simbolico, storico/sociale. Quando questa rete si organizza in senso, quando cioè una pluralità di stimoli, affetti e relazione viene selezionata, narrata e resa significativa dal punto di vista del soggetto stesso nasce la soggettività. Il clinico quindi, sempre parafrasando Edgar Morin, se accetta la sfida della complessità, deve acquisire l’arte di pensare l’insieme, l’incerto, il contraddittorio, il plurale, (aggiungerei anche il profondo) senza ridurlo alla semplificazione. Il clinico deve fornire una coerenza simbolica, sostenere l’articolazione tra i livelli e fornire un contenitore che deve essere un luogo di rallentamento (contro l’iperstimolazione) un luogo di risonanza e un luogo dove la complessità può diventare esperienza per soggetti in cui la soggettivazione non si è formata oppure si è bloccata.
Questo e tanto altro sta alla base di una clinica soggettivante. La storia della psichiatria ci insegna che teorie e clinica psychiker (soggettivante) e somatiker (oggettivante) si sono alternate e sovrapposte fin dall’ottocento influenzate fortemente dall’ambiente culturale, sociale ed economico dei vari periodi storici. Se la nostra vita accelerata ce lo consentisse dovremmo poter periodicamente fermarci a riflettere sulla nostra posizione epistemologica all’interno del mondo scientifico e clinico che abitiamo quotidianamente e di come le varie visioni del mondo e della società, penso ad esempio a quelle neoliberiste, capitaliste e consumistiche, influenzino il concetto di salute mentale, il concetto di infanzia e adolescenza e il nostro ruolo di curanti.
Per quanto mi riguarda, mi sembra che stiamo assistendo alla drammatica scomparsa della clinica soggettivante e alla trasformazione, suo malgrado, della clinica oggettivante in una clinica, come vedremo, reificante. Pur nella sua conflittualità anche aspra l’alternanza soggettivazione/oggettivazione fa parte delle nostre radici e del nostro lavoro quotidiano. Freud e Krepelin nascono nello stesso anno il 1856 e nel 2025 non posso fare a meno di utilizzarli entrambi come clinico e psichiatra dell’età evolutiva cercando continuamente di preservare la mia soggettività e quella dei pazienti. Se preservo la mia soggettività posso tollerare di oggettivare per fini clinici il soggetto che ho davanti, si tratta solo di avere consapevolezza di quello che si sta facendo e di porre dei limiti.
Se però, come sta accadendo per motivi che purtroppo solo in parte potremo analizzare oggi, nel campo della salute mentale l’oggettivazione, senza il contrappeso della soggettivazione, rimane l’unica modalità di diagnosi e trattamento della psicopatologia in età evolutiva, esiste il rischio concreto della comparsa di una clinica reificante in cui, per dirla con Honnett, lo sguardo del clinico nei confronti degli altri esseri umani è anestetizzato.
Le traiettorie che stanno portando a questa involuzione, speriamo non definitiva della psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, involuzione nei confronti della quale bisogna assolutamente organizzare una resistenza, sono varie. Ne condividerò con voi una che ci porta a riflettere sulle cause sociali ed economiche di quello che ci sta accadendo, perché dobbiamo anche reagire all’espulsione della cultura e della politica dalla psicopatologia, come ci spinge a fare la visione del mondo reificante in cui siamo immersi più o meno consapevolmente.
Tra le tante ho scelto la traccia che segue perché mi sembra che possa aiutarci non solo a capire il passaggio dalla clinica soggettivante a quella reificante, ma forse può anche spiegare una parte delle difficoltà, che data una certa società, una certa politica sanitaria, una certa concezione del tempo, possono instaurarsi tra le varie istituzioni che si occupano di salute mentale in età evolutiva.
Il passaggio dalla clinica soggettivante alla clinica reificante può essere letto come effetto strutturale e sistemico dei fenomeni di accelerazione sociale e alienazione esistenziale. Questo passaggio non è semplicemente una deriva metodologica, ma una trasformazione storica del rapporto tra tempo, soggetto e cura, coerente con i mutamenti profondi della modernità avanzata. L’accelerazione non è un fenomeno superficiale né contingente: è la matrice temporale profonda della modernità. A partire dal XVIII secolo, con la rivoluzione industriale, si afferma una concezione del tempo non più ciclica e qualitativa, ma lineare, quantitativa e produttiva. Il tempo viene astratto, misurato, pianificato: nasce il tempo orologio, strumento principe dell’economia capitalistica. (convegno del 1884. Noto come l’international meridian conference in cui si stabilì un sistema orario uniforme)
Con il XX secolo e l’avvento della razionalità tecnico-scientifica, il tempo accelerato diventa la condizione ontologica dell’esistenza sociale, fino a diventare una coercizione invisibile: siamo obbligati a vivere più velocemente per “restare al passo”, pena l’esclusione.
“L’accelerazione non è un’opzione: è un imperativo sistemico. Chi non accelera, resta indietro e diventa superfluo.” Hartmut Rosa, Social Acceleration (2013)
Nell’accelerazione il tempo divora la soggettività. Hartmut Rosa definisce l’accelerazione sociale come l’incremento sistematico del ritmo di cambiamento in tre ambiti fondamentali:
Accelerazione tecnica: innovazioni che aumentano la velocità di produzione, trasporto, comunicazione (e.g., internet, intelligenza artificiale, automazione clinica). Ogni innovazione riduce il tempo di esecuzione.
Accelerazione del cambiamento sociale: rapida trasformazione delle norme, dei ruoli e delle istituzioni (famiglia, scuola, ospedale), che perdono la loro funzione di stabilizzazione esistenziale. norme, stili di vita e istituzioni diventano più instabili e mutevoli.
Accelerazione del ritmo di vita: tendenza soggettiva a fare sempre più cose in meno tempo, generando una sensazione cronica di tempo insufficiente
Questo produce la paradossale esperienza del tempo vuoto, per cui si fa sempre di più ma si sente sempre meno. Tale accelerazione produce un effetto di compressione del tempo: ciò che ieri era stabile oggi è già superato. Di conseguenza, viene meno la possibilità di elaborare, integrare, simbolizzare l’esperienza.
“Il tempo dell’accelerazione non è un tempo abitabile. È tempo che consuma il soggetto prima che il soggetto possa fare esperienza.” Hartmut Rosa, Social Acceleration (2013).
Da tutto questo consegue una temporalizzazione dei legami: le relazioni diventano brevi, frammentate usa e getta. I legami resistono sempre meno al tempo e alle crisi. Insorge un’ansia da prestazione relazionale per cui le persone si sentono costrette a ottimizzare anche le relazioni, gestendole come si gestiscono i compiti lavorativi. Si instaura una saturazione comunicativa, c’è iperconnessione senza vera presenza con un paradossale senso di solitudine, si sta insieme, ma soli. E poi c’è una perdita del tempo lento: l’amicizia, l’amore, la cura richiedono lentezza, ascolto, attesa. L’accelerazione lo impedisce, producendo relazioni superficiali e strumentali.
L’ccelerazione produce alienazione:
Nella rielaborazione contemporanea del concetto di alienazione Rahel Jaeggi, svincola l’alienazione dalla sola dimensione economica e la intende come fallimento dell’appropriazione del mondo: l’individuo non si riconosce più nelle proprie azioni, nei ruoli, nelle relazioni.
“Essere alienati significa vivere un mondo in cui non ci si sente più coinvolti, un mondo in cui non si risponde e che non si può abitare.” Jaeggi, Alienation, 2014
Più il ritmo della vita accelera, più il soggetto:
perde la capacità di riflettere sulle esperienze che vive e non ha tempo sufficiente per attribuire senso a ciò che prova, interagisce in modo sempre più superficiale con le persone e gli ambienti. Si genera così una condizione di saturazione e svuotamento simultaneo: il soggetto è travolto dagli stimoli ma non riesce più a viverli come significativi. Si moltiplicano le connessioni, ma si riducono le relazioni profonde. È la crisi della risonanza: il mondo non risponde più, diventa silenzioso, inabitabile.
“Nel mondo accelerato non solo manca il tempo per ascoltare l’altro; manca anche la possibilità che l’altro risuoni dentro di noi.” Rosa, Resonanz, 2016
La risonanza è la relazione viva e dinamica tra il soggetto e il mondo. Vuol dire essere disponibili ad ascoltare e a essere toccati, permette risposte trasformative ed è irriducibile al controllo. Accelerazione e alienazione nell’alimentarsi reciprocamente la distruggono. Gli spazi di risonanza, l’arte, l’educazione, le relazioni intime, la contemplazione e i tempi della risonanza, lentezza, attesa, la non funzionalità, la noia scompaiono o si reificano. Quando la risonanza con il mondo viene interrotta l’essere umano si trova in uno stato di mutismo relazionale in cui nulla più lo tocca o la mobilita. La trasformazione strutturale del rapporto tra soggetto, tempo e senso causata dall’accelerazione e dall’alienazione progressivamente elimina la soggettività, e trasforma l’oggettività in reificazione. Questo passaggio teoricamente fondato e culturalmente coerente con lo spirito del tempo nel campo della salute mentale dà origine a una clinica reificante che soppianta quella soggettiva.
La clinica reificante si fonda su un’ontologia implicita che considera il soggetto non come essere in relazione e in divenire, ma come ente definito da proprietà misurabili e classificabili. La diagnosi assume il ruolo di verità ontologica, sovradeterminando l’identità del paziente. In tale paradigma, il paziente “è” la sua diagnosi, e non ne è portatore in un rapporto dinamico con la propria storia, il proprio contesto e la propria posizione esistenziale. L’approccio reificante si avvale di una epistemologia centrata su modelli lineari causa-effetto, tipici della medicina somatica, con lo scopo primario di identificare, misurare e correggere deficit funzionali. La soggettività viene ricondotta a disfunzioni di sistema (cognitivo, affettivo, neurobiologico) e il trattamento si configura come una procedura riparativa.
Questa impostazione si traduce in un modello prestazionale della cura, nel quale l’efficacia del trattamento è misurata attraverso indicatori oggettivi di miglioramento, spesso slegati dalla trasformazione soggettiva.
La clinica reificante implica una esclusione sistematica della fenomenologia dell’esperienza, in quanto irriducibile a codici formali e manualizzati. Il sintomo non è più visto come espressione simbolica, ma come entità esterna da eliminare.
Ne consegue una clinica che non si interessa al senso, ma all’efficacia operativa. Il paziente perde il diritto a essere autore della propria narrazione, e viene ridotto a portatore di segni, osservabili dall’esterno e interpretabili in base a griglie teoriche precostituite.
La temporalità nella clinica reificante è sincronica, puntuale, priva di profondità. Il soggetto è osservato nel presente, senza considerazione per la dimensione storica, evolutiva o narrativa. Il tempo del sintomo è trattato come tempo del malfunzionamento, non come tempo del divenire soggettivo. Il tempo clinico si trasforma da kairós (tempo propizio, aperto all’evento) a chronos (tempo misurabile, serializzato). È questo il tempo della reificazione, nel quale la cura diventa gestione dell’oggetto clinico.
In questo modo viene negata la genealogia del disagio, ossia il nesso tra sintomo e storia personale, e si produce una frattura epistemologica tra fenomeno e vissuto.
In molti contesti psicoterapeutici attuali, la relazione terapeutica è destrutturata e decostruita in favore della tecnica. Il transfert – inteso come campo simbolico di significazione e co-costruzione del senso – viene disattivato, ignorato o interpretato unicamente come resistenza al cambiamento. La relazione viene depotenziata, ridotta a vettore tecnico o luogo di somministrazione.
In questo quadro, la clinica perde la propria dimensione dialogica (Buber, 1923), sostituita da una relazione asimmetrica prestazionale, nella quale il terapeuta agisce e il paziente subisce.
La clinica reificante si accompagna a una standardizzazione dei percorsi di cura, imposta da linee guida, protocolli terapeutici e vincoli istituzionali. L’efficacia del trattamento è subordinata alla fidelizzazione al metodo, più che all’adattamento creativo alle esigenze del soggetto.
Il setting terapeutico si trasforma in una procedura protocollare, dove la variabilità e l’unicità dell’esperienza clinica sono considerate un ostacolo alla misurabilità.
La finalità implicita della clinica reificante non è la promozione della soggettività o del benessere psichico, ma l’adattamento funzionale dell’individuo al sistema sociale. L’intervento terapeutico è volto a ripristinare la capacità lavorativa, scolastica, relazionale, misurata secondo indicatori comportamentali e prestazionali.
Ciò comporta una normalizzazione della devianza e una medicalizzazione della sofferenza sociale, con espulsione del politico e del culturale dal campo psicopatologico (Ehrenberg, 1998).
Anche l’inconscio dinamico viene espulso come concetto non operativo. Il desiderio, lungi dall’essere interrogato, viene ridotto a comportamento da modificare o a bisogno da soddisfare. Il soggetto parlante, come tale, scompare.
La clinica reificante rappresenta una deriva epistemologica, etica e metodologica della pratica psicoterapeutica e psichiatrica contemporanea. Essa si configura come una clinica delle cose, in cui il soggetto della sofferenza è ridotto a entità disfunzionale, da normalizzare attraverso tecniche standardizzate e strumenti valutativi.
All’interno di una cornice del genere, tutti i capisaldi della clinica oggettivante in età evolutiva, il paradigma neurobiologico, i disturbi del neurosviluppo, la diagnosi categoriale, ma anche quella dimensionale, alcuni tipi di trattamento psicoterapeutico e l’intervento farmacologico si trasformano e si cristallizzano in un approccio reificante e disumanizzante. Il riduzionismo biologico diventa imperante,
Il paradigma neurobiologico reificato riduce la complessità del soggetto a circuiti cerebrali e deficit funzionali; introduce un modello sintomatico-descrittivo coerente con l’impostazione medica, basato sulle neuroscienze cognitive e computazionali che forniscono modelli interpretativi delle funzioni mentali in termini di circuiti, moduli e neurotrasmettitori; le politiche sanitarie e industriali (es. industria farmaceutica, linee guida evidence-based) incentivano approcci standardizzabili e misurabili. Il comportamento e la psiche infantile vengono letti come espressione del cervello in sviluppo. Le difficoltà emotive, relazionali o cognitive sono interpretate come disfunzioni neurobiologiche (es. disregolazione dopaminergica, ritardi di maturazione corticale). Si assume un determinismo biologico secondo cui una specifica alterazione neurofunzionale genera un preciso disturbo psicopatologico e da qui nasce una forte spinta alla diagnosi precoce e categoriale e l’imponente e pericolosa inflazione diagnostica dei disturbi del neurosviluppo che ha caratterizzato questi ultimi anni e che tende a inglobare ogni forma di alterità infantile in categorie standardizzate; L’inflazione diagnostica del neurosviluppo si colloca pienamente all’interno della logica reificante esprimendone il volto più visibile e operativo. La crescente attribuzione di diagnosi di ADHD, autismo, disturbi specifici dell’apprendimento, disturbi del linguaggio e disturbi della coordinazione motoria riflette l’applicazione seriale di categorie che semplificano il reale. Si produce una sorta di “inflazione semiotica”: più diagnosi ci sono, meno significato ha ciascuna, perché svincolata dal vissuto individuale. La diagnosi viene derivata da scale di screening, batterie cognitive, checklist comportamentali. Questi strumenti, se usati rigidamente, sostituiscono la comprensione clinica con un dispositivo automatico, in cui il clinico è tecnico-esecutore e non interprete. Si instaura una naturalizzazione della diagnosi: il disturbo neuroevolutivo viene concepito come entità biologicamente fondata, non come costruzione clinico-relazionale. La diagnosi, una volta posta, assume valore ontologico: il bambino è autistico, dislessico, ADHD. Questo produce identità cliniche precoci, spesso auto-incapsulanti. Il comportamento viene osservato fuori dal contesto familiare, scolastico, culturale. Le diagnosi diventano “fuori-dal-mondo”, perché astratte dalla rete simbolica e affettiva in cui il soggetto è immerso. Si perde la possibilità di una diagnosi dialogica, che tenga conto della domanda del soggetto, della rappresentazione familiare, della risonanza educativa. Il moltiplicarsi delle etichette diagnostiche segnala non un miglioramento nella precisione clinica, ma una crisi della clinica della soggettività. La clinica reificante risponde alla complessità soggettiva con una proliferazione classificatoria, che però non spiega, non ascolta, non trasforma. In altre parole, la diagnosi diventa una toppa epistemica su un sapere che ha perso il contatto con il vissuto del soggetto.
Il bambino o adolescente finisce per interiorizzare l’etichetta, modellando la propria identità su una narrazione clinica ridotta (o addirittura la ricerca).
Ciò che era un tentativo di descrivere il disagio si trasforma in forma d’essere prescrittiva: “io sono dislessico, io sono autistico”, anche nei casi più borderline, ma la diagnosi precoce tende a cristallizzare la soggettività su tratti funzionali (es. deficit di attenzione, impulsività, stereotipie).
Anche l’uso dei metodi di classificazione categoriale nati per uniformare il linguaggio clinico può rientrare in un processo di reificazione attraverso la rigidità classificativa in categorie che non riflettono la complessità transitoria, polimorfa e contestuale della psicopatologia dell’età evolutiva. Tali metodi possono provocare fenomeni di congelamento dello sviluppo attraverso la diagnosi precoce di disturbi psicotici o di personalità con la possibile creazione di effetti autoavveranti. Il giovane paziente può, inoltre, introiettare l’etichetta diagnostica come definizione ontologica di Sé, compromettendo il processo simbolico-identitario.
Anche i modelli dimensionali lungi dall’essere una soluzione epistemologicamente neutra, presentano implicazioni reificanti se applicato in modo acritico.
Il passaggio dal categoriale al dimensionale non implica necessariamente un riconoscimento maggiore della soggettività. Al contrario, esso può tradursi in una iperquantificazione del vissuto psichico: l’ansia, la disregolazione affettiva, l’impulsività vengono numericamente posizionate su scale, profili e assi, in una logica che sostituisce il senso con il grado. In età evolutiva ciò produce un effetto di riduzione della plasticità narrativa del sintomo, che viene mappato, tracciato e confrontato con soglie normative. La funzione simbolica del disagio viene soppressa in nome della tracciabilità clinica
Nei contesti scolastici, educativi o sanitari, l’uso di strumenti dimensionali (questionari, screening, scale di valutazione) rischia di trasformarsi in pratiche di profilazione comportamentale precoce. Il soggetto in età evolutiva viene monitorato attraverso griglie di rischio, che classificano tratti di personalità, emozioni e comportamenti secondo metriche funzionali e predittive.
Questo approccio implica: la trasformazione della vulnerabilità in fattore di rischio osservabile e computabile; l’anticipazione patologica del futuro soggettivo (“è a rischio borderline”, “esprime tratti schizotipici”, “ha un punteggio elevato in discontrollo comportamentale”); la perdita della libertà simbolica di divenire altro da ciò che il modello descrive. Così: “La clinica dimensionale, pur senza etichette rigide, può diventare una forma più sottile di reificazione, dove il soggetto in età evolutiva è inchiodato a una traiettoria di rischio.”
Il modello dimensionale si presenta spesso come più scientifico, empirico, statistico, quindi teoricamente “neutro” rispetto alla soggettività. In realtà, tale neutralità è illusoria: ogni scala, ogni item, ogni soglia è costruita a partire da presupposti normativi e culturali.
Ad esempio: La definizione di emozioni “adeguate” o livelli accettabili di impulsività è normativamente determinata. Le dimensioni selezionate riflettono costrutti teorici (spesso comportamentisti o neuroscientifici) che escludono l’esperienza fenomenologica del soggetto. L’adesione a modelli di adattamento e performance come criteri di salute mentale. Anche se meno stigmatizzante del categoriale, il modello dimensionale produce effetti soggettivi di interiorizzazione normativa. L’adolescente, confrontandosi con un profilo dimensionale, può: costruire un’identità in base a deficit tracciati su grafici; percepire sé stesso come deviante lungo assi quantitativi (es. impulsività, evitamento, instabilità); vivere la propria sofferenza come scostamento da una curva normale, anziché come esperienza da elaborare.
Inoltre, nel lavoro clinico, il modello dimensionale può allontanare il terapeuta dal racconto del paziente, privilegiando l’analisi del profilo, del punteggio, della corrispondenza a cluster.
Sia il modello categoriale, sia il modello dimensionale, se non contestualizzati e criticamente interrogati, contribuiscono alla costruzione di una clinica reificante. Entrambi presuppongono una logica tassonomica che ordina il vissuto secondo schemi descrittivi e normativi, escludendo la voce del soggetto, la risonanza relazionale, e il carattere narrativo del sintomo.
“In assenza di una cornice ermeneutica, ogni modello diagnostico – categoriale o dimensionale – può diventare una modalità di silenziamento della soggettività” (Fuchs, 2010).
L’uso degli psicofarmaci in età evolutiva costituisce uno dei luoghi cruciali in cui si manifesta la tensione tra cura e controllo, tra soggettivazione e reificazione. Lungi dall’essere neutro, l’intervento psicofarmacologico si colloca entro un regime di verità che struttura il modo in cui il disagio infantile e adolescenziale viene percepito, codificato e trattato
In una prospettiva integrativa e soggettivante, il farmaco può rappresentare un supporto clinico autentico: una sospensione della sofferenza sufficiente a rendere possibile l’avvio di una relazione terapeutica. Nei quadri di grave disregolazione affettiva, stati ansiosi paralizzanti o condotte impulsive, la modulazione neurochimica può avere una funzione abilitante, permettendo al soggetto di riappropriarsi del proprio pensiero e delle proprie emozioni. In questo senso, il farmaco non cancella il soggetto, ma prepara lo spazio per il suo emergere.
Tuttavia, nel contesto di una clinica reificante, dove il disagio viene ridotto a malfunzionamento neuronale e il sintomo a rumore biologico da sopprimere, il farmaco rischia di diventare il principale strumento di reificazione. Qui la diagnosi non è più il punto di partenza per una comprensione profonda, ma l’etichetta funzionale alla prescrizione. Il trattamento diventa protocollo, e la cura si traduce in gestione farmacologica del comportamento.
Fisher denuncia la tendenza a psicopatologizzare sistematicamente ogni forma di sofferenza come se fosse isolata dal contesto sociale, affettivo e istituzionale. Il farmaco, in questo quadro, diventa risposta immediata e depoliticizzata a un malessere che ha anche radici culturali, relazionali e simboliche.
Lo psicofarmaco, lungi dal curare un difetto biologico isolato, viene così impiegato per ristabilire la capacità di funzionamento sociale: andare a scuola, rispettare le regole, non disturbare. È l’adattamento l’obiettivo, non la comprensione.
Nel paradigma reificante, il farmaco rischia di operare come tecnologia di invisibilizzazione del soggetto. Come sostiene Axel Honneth, la reificazione non è solo l’effetto di un linguaggio riduzionista, ma soprattutto la perdita del riconoscimento: il bambino o l’adolescente non è più visto come portatore di una esperienza, ma come caso clinico da normalizzare. La cura si svuota di dimensione etica e intersoggettiva.
Il farmaco diventa così una risposta silenziante al sintomo, e il sintomo non è più considerato una manifestazione di un conflitto interno o di una frattura relazionale, ma una deviazione neurofunzionale da regolare.
La psicofarmacologia, di per sé, quindi non è né reificante né soggettivante: tutto dipende dal dispositivo clinico entro cui viene inserita. Quando il farmaco è parte di una cura che interroga il senso del sintomo, diventa alleato della soggettivazione. Quando invece si sostituisce alla parola, al pensiero e alla relazione, diventa lo strumento privilegiato di una clinica che reifica, silenzia, addomestica.
Come ha scritto Fisher: “La malattia mentale non è mai stata solo nella testa: è sempre anche nel mondo”. E dunque, ogni cura che dimentichi il soggetto, il suo mondo e la sua storia, rischia di ridursi a un atto di controllo e normalizzazione — proprio ciò che la psichiatria dell’età evolutiva dovrebbe invece interrogare.
Psicoterapia e reificazione nella psichiatria dell’età evolutiva
La psicoterapia rappresenta, almeno in potenza, lo spazio privilegiato per la soggettivazione: uno spazio di parola, di ascolto e di trasformazione del sintomo in racconto. In una clinica orientata al soggetto, il sintomo non è semplicemente qualcosa da eliminare, ma un messaggero da decifrare, una forma di espressione dell’esperienza interiore e relazionale. La psicoterapia si configura così come un processo aperto, dialogico, capace di restituire significato alla sofferenza e riconoscimento al soggetto.
In questa prospettiva, il lavoro terapeutico si fonda sull’incontro intersoggettivo, sull’apertura al mondo interno del bambino o dell’adolescente, sulla possibilità di costruire insieme una narrazione che tenga conto non solo del sintomo, ma anche della sua genealogia affettiva, simbolica, ambientale. La psicoterapia diventa allora un laboratorio della soggettività, in cui il giovane paziente viene non solo ascoltato, ma anche riconosciuto nei suoi bisogni di senso, di appartenenza, di trasformazione.
Tuttavia, anche la psicoterapia può essere assorbita da un dispositivo clinico reificante, perdendo la propria funzione di spazio simbolico. Quando la psicoterapia viene ridotta a protocollo manualizzato, a esercizio di addestramento comportamentale, essa rischia di diventare un prolungamento soft dell’ideologia della prestazione e dell’adattamento. Si tratta di una psicoterapia che non cerca più di comprendere il soggetto, ma di modificarne i comportamenti in vista di una maggiore funzionalità sociale.
Come ha notato Alain Ehrenberg, nella società della performance il malessere psichico non è più concepito come enigma da comprendere, ma come deficit da colmare per tornare a funzionare. La psicoterapia si adatta così al dispositivo di normalizzazione: diventa tecnica di regolazione, piuttosto che luogo di libertà e creazione. Il terapeuta, più che accompagnare il soggetto nel proprio percorso di senso, lo guida nel reinserimento nei codici normativi dominanti.
In questo scenario, la relazione terapeutica stessa viene reificata, trasformata in setting neutro, standardizzato, acritico. Il tempo della cura viene suddiviso in unità misurabili, il processo viene valutato secondo griglie di efficacia sintomatica, e la complessità del vissuto si dissolve nel linguaggio dei risultati. Il rischio, come suggerisce Axel Honneth, è che venga meno il riconoscimento reciproco come fondamento dell’incontro clinico: il terapeuta osserva, valuta, corregge, ma non entra più in relazione con l’altro come soggetto.
Mark Fisher ha parlato di realismo capitalista come del contesto in cui anche la psicoterapia viene piegata alle logiche dell’efficienza, della produttività e del funzionamento immediato. In questa prospettiva, curare significa ridurre il tempo della crisi, reintegrare rapidamente il soggetto in difficoltà nei circuiti della scuola, del lavoro, della famiglia. Ma in questo modo, si rischia di saltare il passaggio essenziale del riconoscimento e dell’elaborazione simbolica del trauma.
Come per la farmacologia, non è la psicoterapia in sé a essere reificante, ma il suo inserimento in una cornice clinica che ha espulso la soggettività come categoria rilevante. Una psicoterapia che lavora solo sul sintomo, che non interroga il contesto, che non accoglie il tempo del dolore, finisce per replicare — con altri mezzi — il paradigma della reificazione.
Come posizionare la psichiatria dell’adolescenza in tutto questo?
L’ adolescenza una fase evolutiva in cui la soggettivazione si fonda su tre assi: l’altro, il tempo e la profondità. Oggettivare l’adolescente è una contraddizione in termini; è epistemologicamente sbagliato, clinicamente pericoloso e inefficace, deontologicamente scorretto. Mai come oggi si parla, si scrive, e si dibatte di adolescenza, ma a fronte di tutto questo la mia impressione è che stiamo diventando sempre meno capaci di ascoltare il soggetto adolescente e che stiamo perdendo gli strumenti per comprendere la soggettivazione normale e patologica. Gli adolescenti diventano sempre più incomprensibili, lontani, e direi anche più fastidiosi, una volta li adoravamo, ora un po’ meno. Mi sembra che non riusciamo più a cogliere la complessità fenomenologica, disordinata violenta o muta delle loro manifestazioni sintomatologiche, proprio quando dovremmo ridare fiato a un processo di soggettivazione in sofferenza o bloccato. Utilizziamo sempre più spesso uno sguardo oggettivante e distanziante, utile forse per discutere tra adulti del problema e per cercare ipotetiche soluzioni a problemi contingenti non sostanziali. Per motivi vari non tutti legati alle nostre scelte teoriche e cliniche, ma anche a urgenze, emergenze, a un’aziendalizzazione accelerante e alienante, alla stanchezza, siamo spinti a semplificare e siamo quasi infastiditi dalla complessità e tutto questo ha ricadute drammatiche anche sulla nostra capacità di formatori e maestri di studenti, specializzandi e tirocinanti che stiamo addestrando a un’oggettivazione hard della diagnosi e del trattamento. Tratti di reificazione compaiono sempre più frequentemente e l’anestetizzazione dello sguardo clinico soggettivante comporta la comparsa di aree cieche relative allo sviluppo normale e patologico dell’adolescente con una perdita di profondità diagnostica e terapeutica. In adolescenza il rischio di reificazione è particolarmente insidioso. In uno spazio e in un tempo in cui l’altro è contemporaneamente una passione e un’ossessione e la vulnerabilità soggettiva si fonda in gran parte sulla mancanza o presenza del riconoscimento da parte dell’altro trovarsi di fronte uno psichiatra che pratica la sospensione del riconoscimento della soggettività rappresenta un fallimento morale e relazionale che mina qualsiasi possibilità di alleanza e terapeutica e fiducia nell’altro. La clinica reificante oscura la biografia soggettiva, riduce l’adolescente a portatore di un disturbo, un insieme di sintomi, una categoria diagnostica, ad essere considerato deviante da un presunto sviluppo normativo in una fase in cui la costruzione dell’identità richiederebbe riconoscimento, risonanza, tempo e ascolto dialogico.
Il clinico reificato è un clinico passivo. La reificazione e la semplificazione comportano il rischio di anestetizzare la nostra curiosità clinica, la nostra capacità di cogliere situazioni psicopatologiche nuove oppure di riconoscere patologie antiche in nuove vesti. Allo stesso tempo scotomizziamo il ruolo di alcune dimensioni fondative della soggettivazione adolescenziale come ad esempio la sessualità, altro argomento di cui si parla molto ma in modo sempre più oggettivizzante e distanziante.
Per quanto riguarda la psicopatologia adolescenziale attuale credo che dovremmo riflettere, ad esempio, sulla necessità di leggere alcune manifestazioni come sindromi psico-ambientali. Una sindrome che potrebbe essere definita come una forma di sofferenza soggettiva, intrapsichica, che assume tratti sintomatici e si struttura in relazione diretta a tensioni sociali, culturali, scolastiche, familiari e identitarie. Quindi non solo un disturbo della psiche, ma una forma narrativa del disagio di vivere in una certa epoca. La vergogna, ad esempio, è un’emozione appunto psicoambientale che sta alla base sia delle patologie che si manifestano con autolesionismo e tentato suicidio che di quelle caratterizzate da ritiro sociale e isolamento. L’enorme numero di patologie simili che incontriamo in questi anni non può che far pensare a una soggettivazione in costruzione continuamente esposta a un ambiente sociale destabilizzante e cronicamente traumatico. Una società in cui il trauma non è solo un evento ma una condizione diffusa, strutturale e normalizzata. Viviamo come afferma Mark Fisher in uno stato di depressione generalizzata che non è più una patologia individualizzata, ma una condizione atmosferica. La traumatizzazione non si manifesta tanto con sintomi acuti quanto con una disgregazione lenta e pervasiva del senso: smarrimento identitario, crisi della simbolizzazione, dissociazione emozionale. Il soggetto non è colpito da un evento, ma eroso nel tempo da un ambiente che non permette né protezione né elaborazione. La ricerca di un’identità malata, quindi, la voglia di vivere dentro un reparto psichiatrico, i sintomi che comunque mantengono una forte valenza simbolica, se la si volesse cogliere, ci parlerebbero del terrore di un mondo accelerato, alienante, reificato popolato da adulti che ti trattano come una macchina rotta da aggiustare (che entra e esce dal meccanico) piuttosto che come un soggetto che chiede di essere aiutato a riconoscere che cosa sta provando.
Il concetto di sindrome psicoambientale potrebbe essere utile per mettere in crisi la psichiatrizzazione eccessiva e il riduzionismo biologico, restituire profondità all’esperienza clinica, permettere di nominare sofferenze nuove e chiamare in causa le istituzioni.
Il clinico reificante rischia di oggettivare di oggettivare senza comprenderlo e quindi reificandolo un’altra condizione psicopatologica comparsa negli ultimi venti anni: quella della pseudoadolescenza dei bambini/adolescenti tra 8 e 12 anni.
Io sono pronto a giurare che la fase di latenza è esistita, ma si tratta dell’unica fase evolutiva che nella mia carriera clinica ho visto scomparire, eppure negli anni Novanta avevo scritto parecchie cose su questo argomento. L’homo consumens ben descritto da Zygmut Bauman però non può permettersi la latenza del bisogno di consumare e così, sempre in una società traumatica, sotto la pressione del mercato, non si anticipano ma addirittura spariscono dimensioni psichiche , simboliche ed evolutive fondamentali per lo sviluppo di una salute mentale normale. Ora ci troviamo di fronte a pseudoadolescenti tra gli otto e i 12 anni che vivono una condizione di sofferenza enorme senza consapevolezza e senza quel diritto esistenziale di stare male che spetta solo agli adolescenti veri. Questi bambini/adolescenti vivono in uno stato confusionale, in una marea ansiosa che pervade corpo e mente. Sintomi, fobici, ossessivi, dissociativi, isteriformi e paranoidei, segnalano le difficoltà a gestire relazioni oggettuali, ma forse dovremmo dire soggettuali, facendo affidamento su un falso Sé adolescentemorfo. Oggettivare e reificare la sofferenza di questa popolazione tra infanzia e adolescenza è molto facile e comodo e questa pseudo fase evolutiva rappresenta il luogo dove l’inflazione diagnostica dei disturbi del neurosviluppo con tutte le sue conseguenze cliniche e prognostiche si scatena in tutta la sua virulenza e reificazione.
Tra le caratteristiche del clinico reificante c’è anche l’aver dimenticato il ruolo della sessualità nel fondare lo sviluppo adolescenziale. Nel paradigma soggettivante la sessualità è espressione della soggettività; È campo di conflitti tra pulsione, norma, desiderio, identità; è luogo simbolico in cui si incarna la costruzione del Sé. da questo punto di vista la sessualità adolescenziale è un passaggio critico e creativo, in cui il corpo si trasforma, il desiderio si struttura, la soggettività prende forma tra attrazione, angoscia, vergogna, idealizzazione.
La clinica reificante rimuove la sessualità perché ha rimosso la soggettività. Anche qui assistiamo a un proliferare di diagnosi, di categorie sintomatiche, La clinica reificante non sa cosa fare della sessualità. Ne ha paura. La disinnesca. La riduce a: comportamento problematico (agito sessuale, ipersessualità, pornografia, rischio): Disturbo di genere o disfunzione sessuale; ndicatore biologico (sviluppo puberale, ormoni, anomalie neurologiche). In questo processo: il desiderio viene medicalizzato; il corpo viene oggettivato; l’identità viene etichettata, ma non esplorata.
Parafrasando Lacan possiamo dire che la clinica reificante è una clinica senza eros e credo che questa sia forse il modo migliore per definirla. Figuriamoci quindi che rapporto possa avere il clinico reificante con il desiderio. Lo odia perché il desiderio è clinicamente irriducibile. Il desiderio non si misura, non si oggettiva, non si normalizza: non è codificabile, eccede il linguaggio tecnico; È trasgressivo, spesso inaccettabile per il sapere normativo; è inconscio, dunque non sempre dicibile o razionale. Lo silenzia, non lo interroga, lo confonde con il bisogno, cura l’impulso non la domanda e l’attesa, lo spoglia della sua carica simbolica.
Quindi mi chiedo ma non sarà che il clinico reificante o la parte reificante che possiamo trovare in tutti noi odi l’adolescente che è un soggetto desiderante per statuto?
Ma non solo, l’adolescente è anche rivoluzionario per statuto e la sua soggettività nasce dalla resistenza dal rifiuto dell’assoggettamento e da una battaglia contro il potere.
Su questo tema l’adolescente sofferente, privato della libertà dalla sua patologia e dalla società traumatica che abbiamo descritto ci chiede un sostegno, un’alleanza. Ci chiede di ricostruire, salvare, rianimare la sua possibilità di divenire soggetto. Dato lo spirito di questi tempi e di quello che possiamo immaginare nel prossimo futuro in termini di una sempre maggiore reificazione e disumanizzazione, oggi si avremmo dovuto parlare di come poter lavorare meglio insieme tra istituzioni, ma io vorrei parlare di come possiamo organizzare una resistenza alla società reificante per aiutare i nostri pazienti, ma anche i nostri figli e noi stessi.
Il primo punto fondativo di un manifesto per la resistenza alla società reificante, il primo obiettivo su cui puntare potrebbe essere il ristabilire il tempo della latenza.
Nel cuore della clinica reificante, dove il soggetto è trasformato in oggetto, dove la diagnosi precede l’ascolto, dove il tempo è ridotto a prestazione, la latenza appare come un’anomalia, come un inciampo, non produce, non accelera, non si mostra.
Ma proprio per questo è la prima forma di resistenza possibile. Latenza è tempo del non ancora, tempo che trattiene senza negare, tempo che permette l’elaborazione silenziosa dell’esperienza.
Se in ospedale e nel territorio ci fossero persone che condividono questo nostro ipotetico manifesto di resistenza si dovrebbe lavorare insieme per inserire momenti di latenza nei percorsi disumanizzanti dell’aziendalizzazione. La latenza potrebbe diventare un tempo di relazione tra istituzioni. Si potrebbero creare spazi clinici di latenza tra dimissione e presa in carico — colloqui ponte, équipe miste, dispositivi di ascolto non direttivo. Ci vuole un tempo comune tra istituzioni che si configurano con regimi temporali incompatibili, anche se ormai anche il territorio non riesce a essere più il luogo del tempo lungo, ma almeno il tempo medio. Si tratta di rimettere il tempo soggettivo al centro.
Gli spazi di latenza potrebbero essere luoghi simbolici e relazionali in cui la diagnosi non è negata, ma sospesa. Ricordo sempre la frase di Jean Laplanche: “La diagnosi è il primo simbolo, ma non deve mai diventare l’ultimo.”
Nei casi in cui la diagnosi sia già presente (DSM, ICD, ecc.), lo spazio di latenza dovrebbe servire a non trasformarla in destino. Permette al paziente di appropriarsene (o di contestarla); offre la possibilità di rinarrarla, di umidificarla simbolicamente; Trasforma la diagnosi in materiale clinico vivo, non in struttura morta. E potremmo continuare.
Ma la domanda è possiamo ancora fantasticare in questi termini? Sono fantasie concretizzabili, possiamo avere ancora fantasie generative? Possiamo ancora lavorare insieme? È una questione di desiderio, relazione e fiducia.
È tempo di una nuova alleanza tra l’immaginazione e la cura, tra la tecnica e la tenerezza. E la cosa più rivoluzionaria è riprendere in mano il desiderio di pensare insieme.”
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Meraviglioso articolo