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Esiste ancora il cyber-comunismo?

24 Apr 26

Dialettica dell’informazione e alienazione nell’era dell’IA

Quasi trent’anni fa, nel cuore stesso del capitalismo americano, Richard Barbrook individuò un paradosso che sarebbe diventato capitale. Dentro la Silicon Valley stava prendendo forma, quasi di nascosto a chi la abitava, un’economia del dono. Nel cyberspazio appena nato le informazioni circolavano gratuitamente, il codice veniva condiviso fra pari, le collaborazioni si organizzavano senza passare per il mercato. Non si trattava, secondo Barbrook, di un residuo arcaico o di una bizzarria subculturale, bensì della punta avanzata di un futuro in costruzione. A questa pratica diede un nome volutamente provocatorio: cyber-comunismo. Una negazione dialettica del capitalismo che, sfruttando le forze produttive digitali, avrebbe superato dall’interno i rapporti di produzione mercantili.

Rileggere oggi quel saggio – CYBER COMMUNISM: come gli Americani stanno sostituendo il capitalismo nel cyberspazio – solleva una domanda inevitabile: quel fantasma sta ancora infestando la Rete, oppure è stato definitivamente esorcizzato dagli algoritmi estrattivi?

La metamorfosi del dono: dalla condivisione all’addestramento

L’intuizione originaria di Barbrook poggiava su un’osservazione tecnica diventata in seguito senso comune: l’informazione digitale possiede una tendenza intrinseca alla gratuità, perché il suo costo marginale di riproduzione è pressoché zero. Negli anni Novanta quella proprietà alimentava la pirateria etica, l’open source, una certa epica artigianale del codice condiviso. Nel 2026 assistiamo a una torsione perversa della medesima proprietà: il “dono” dell’utente è diventato materia prima per i Large Language Models.

La transazione ha perfino un prezzo di mercato. Nel febbraio 2024 Reddit – una piattaforma costruita per intero sul lavoro volontario dei propri utenti – ha firmato con Google un accordo di licenza da sessanta milioni di dollari l’anno per l’accesso ai contenuti generati dalla community; pochi mesi dopo ne ha siglato uno analogo con OpenAI, stimato attorno ai settanta milioni. Quei contenuti – conversazioni intime, confessioni, errori, scoperte, domande goffe agli AskDocs e ai subreddit di auto-aiuto – erano stati depositati in Rete dagli utenti nella convinzione, più o meno consapevole, di contribuire a un bene comune. Sono diventati improvvisamente un asset negoziato in dollari, senza che nessuno di coloro che li avevano prodotti ne ricevesse un centesimo. Nel frattempo il New York Times ha citato in giudizio OpenAI e Microsoft per l’utilizzo non autorizzato dei propri archivi, class action di autori, illustratori e programmatori si moltiplicano nei tribunali occidentali, e Reddit stessa ha fatto causa ad Anthropic per scraping non autorizzato. Mai come in questi mesi il perimetro del dono è stato oggetto di una disputa legale così sistematica.

La collaborazione interattiva che Barbrook celebrava non ha dunque prodotto la trascendenza del capitalismo, ma la sua espansione più compiuta: il capitalismo della sorveglianza, come lo ha nominato Shoshana Zuboff nel 2019, in un’opera che è diventata da allora il lessico obbligato di ogni discorso serio su questi temi. Il cyber-comunismo pratico è stato sussunto dal capitale. Ogni contributo gratuito dell’utente – un testo, un’immagine, una preferenza, persino la durata di uno scroll – viene catturato e riconvertito in valore proprietario attraverso l’estrazione algoritmica. Il dono non è scomparso: è stato recintato.

Non mancano, per fortuna, le resistenze. Nei laboratori del SAND Lab dell’Università di Chicago, il team guidato da Ben Zhao ha sviluppato due strumenti – Glaze e Nightshade – che permettono agli artisti di “avvelenare” i propri file grafici prima della pubblicazione online, sabotando dall’interno l’addestramento dei modelli generativi. Scaricati complessivamente da oltre sette milioni di utenti nel mondo, rappresentano il primo tentativo tecnicamente serio di reintrodurre, nelle parole di un artista svedese intervistato dal MIT Technology Review, “l’attrito di cui ogni sistema ha bisogno”. È poca cosa, se misurata sulla potenza delle corporation. È molto, se misurata sul nulla del decennio precedente.

Il modernismo reazionario nell’era dell’IA

Barbrook aveva riconosciuto nella Californian Ideology una variante contemporanea di un antico dispositivo culturale: il modernismo reazionario. Progresso tecnico sfrenato accompagnato da stasi sociale immutabile. A distanza di un quarto di secolo, la diagnosi risulta più calzante di quando fu formulata. I digerati di allora sono diventati i signori del tecnofeudalesimo – categoria rilanciata da Cédric Durand nel 2020 e divenuta oggetto di discussione pubblica con il saggio di Yanis Varoufakis del 2023 – e la promessa di emancipazione attraverso la tecnologia si è mutata in un dispositivo di controllo psichico. Cory Doctorow ha coniato, per descrivere la parabola di degrado delle piattaforme che un tempo offrivano servizio in cambio di attenzione, un neologismo divenuto virale: enshittification. Dietro la formula irriverente si cela una dinamica strutturale: ogni piattaforma-dono, prima o poi, viene recintata, sfruttata, svuotata di ciò che la rendeva abitabile.

Le gerarchie non sono state abbattute dalla decentralizzazione: si sono semplicemente rese invisibili dietro l’interfaccia. La “società dell’informazione” descritta da Barbrook è diventata una società della predizione, nella quale l’autonomia individuale viene costantemente erosa da stimoli progettati per mantenere il soggetto in uno stato di dipendenza digitale.

 

La mappa qui riprodotta restituisce in forma sinottica il campo di forze descritto da Barbrook e lo aggiorna al presente. Sull’asse verticale corre il grado di emancipazione sociale; su quello orizzontale, il livello di sviluppo tecnologico. Ne emergono quattro scenari possibili: anarchismo digitale, cyber-comunismo, alienazione, tecnofeudalesimo. La posizione intermedia – quella effettivamente occupata dall’attuale economia mista californiana – non è un punto di equilibrio, ma un equilibrio instabile: un conflitto costitutivo fra dono e merce che la diagnosi psichiatrica sociale non può permettersi di ignorare.

Il ruolo di Psychiatry on Line Italia: una riflessione clinica

Per una rivista come Psychiatry on Line Italia, l’eredità di Barbrook offre uno spunto clinico essenziale. Se il cyber-comunismo era il sogno di un soggetto collettivo e collaborativo, l’alienazione digitale odierna ne rappresenta la frammentazione. L’individuo, anziché essere liberato dal lavoro attraverso l’automazione, viene chiamato a una nuova forma di stacanovismo invisibile: la produzione incessante di dati per l’economia dell’attenzione.

Non si tratta di una suggestione retorica. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha incluso nell’ICD-11 – pubblicato nel 2018 ed entrato in vigore nel gennaio 2022 – il Gaming Disorder come sindrome clinicamente riconoscibile, collocandolo nella sezione dei disturbi da comportamenti di dipendenza, accanto al gioco d’azzardo patologico. Il DSM-5 mantiene l’Internet Gaming Disorder nella Sezione III come condizione meritevole di ulteriori studi, mentre la letteratura internazionale discute ormai apertamente la categoria più ampia di Problematic Usage of the Internet (PUI), documentandone correlati neurocognitivi che condividono tratti significativi con le dipendenze da sostanze e dal gioco d’azzardo: alterazioni funzionali della corteccia prefrontale dorsolaterale, ridotta attivazione dei circuiti della regolazione emotiva, iperattivazione insulare di fronte agli stimoli-bersaglio. Il prezzo psichico della sussunzione algoritmica non è dunque una metafora sociologica: si misura in disturbi dell’attenzione, in dipendenze comportamentali ormai codificate, nell’erosione del sonno e della capacità introspettiva. Là dove Barbrook vedeva una comunità in via di formazione, troviamo oggi sempre più spesso un utente isolato, prosciugato, produttivo per altri.

Sul piano del setting, questa consapevolezza riformula le domande che il clinico si pone. Non più soltanto “quanto tempo passa online”, ma “in quale economia del desiderio è stato collocato il suo tempo”. La cornice tecnologica nella quale il paziente è immerso non è un contenitore neutro: è il prodotto di scelte economiche e politiche che riconfigurano le sue possibilità di relazione, di attenzione, di riposo. Ignorarla significa trattare sintomi senza toccare l’ecologia della loro produzione.

Confronto dialettico: 1999 vs 2026

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Visione di Barbrook (1999) Realtà attuale (2026)
Soggetto L’artigiano digitale / l’hacker L’utente-dato / l’addestratore inconsapevole
Economia Gift economy (economia del dono) Data extraction (estrattivismo)
Obiettivo Trascendenza del mercato Monopolio algoritmico (technofeudalism)
Politica Libertarismo di sinistra Modernismo reazionario algoritmico

Conclusioni: un fantasma ancora necessario

Il cyber-comunismo di Barbrook non è morto: sopravvive in uno stato di hauntology – categoria coniata da Jacques Derrida e rilanciata nel discorso sulla cultura contemporanea da Mark Fisher – di ontologia del fantasma. Riemerge ogni volta che una comunità decide di operare al di fuori dei silos proprietari, ogni volta che la conoscenza viene protetta come bene comune. Vive nell’ostinazione di chi continua a pubblicare in open access, a mantenere repository collettivi, a rifiutare la trasformazione di ogni gesto in dato estraibile.

Riconoscere il conflitto fra forze produttive digitali e relazioni di produzione estrattive è il primo passo per una psichiatria che voglia occuparsi non soltanto del sintomo, ma della cornice tecnologica che lo genera. La profezia di Barbrook resta un monito: la tecnologia non è mai neutra, e la libertà nel cyberspazio non è un dato di fatto, ma una conquista dialettica continua.

Guardando oggi la mappa di quei quattro quadranti, la domanda clinicamente più urgente non è se il dono sopravvivrà alla merce. È se saremo capaci – come pazienti, come terapeuti, come società – di non confondere più la dipendenza con la partecipazione.

L’autore dell’articolo originale

Richard Barbrook

Nato a Nottingham nel 1956 e cresciuto fra Loughborough e Canterbury, Richard Barbrook ha studiato Scienze sociali e politiche al Downing College di Cambridge, ha conseguito un master in Comportamento politico all’Università di Essex e un dottorato in Politica e governo all’Università del Kent. Militante laburista dai primi anni Ottanta, in quella stessa stagione fu coinvolto nelle radio pirata e comunitarie londinesi, contribuendo alla nascita della stazione multilingue Spectrum Radio. L’esperienza sui media e sulla loro regolamentazione europea confluì poi nel volume Media Freedom: The Contradictions of Communications in the Age of Modernity (Pluto Press, 1995).

Nel 1995, presso l’Università di Westminster, Barbrook fondò e diresse per un decennio l’Hypermedia Research Centre, guidandone anche il master in Hypermedia Studies. In quello stesso anno, con l’artista interattivo Andy Cameron, firmò The Californian Ideology: uscito su Mute e diffuso sulla mailing list nettime, il saggio divenne il testo iconico della prima ondata di critica della Rete e demolì, con anticipo di un quarto di secolo, la retorica neoliberale della Silicon Valley e di Wired. Ad esso seguirono The Hi-Tech Gift Economy (1998), Cyber-Communism (scritto nel 1999, pubblicato su Science as Culture nel 2000) e The Regulation of Liberty (2000): una trilogia che ha definito la grammatica della critica marxista applicata al digitale.

La sua opera più ampia, Imaginary Futures: From Thinking Machines to the Global Village (Pluto Press, 2007), ricostruisce il ruolo politico e ideologico delle profezie sull’intelligenza artificiale e sulla società dell’informazione, e gli è valsa nel 2008 il Marshall McLuhan Award della Media Ecology Association. Seguono The Class of the New (2006), Class Wargames: Ludic Subversion Against Spectacular Capitalism (2014) e The Internet Revolution: From Dot-com Capitalism to Cybernetic Communism (Institute of Network Cultures, 2015).

Co-fondatore nel 1997 di Cybersalon – di cui è tuttora trustee – e membro fondatore del collettivo Class Wargames, Barbrook ha affiancato alla ricerca accademica un impegno politico attivo: è autore del Digital Democracy Manifesto elaborato per Jeremy Corbyn in occasione della leadership election laburista del 2016 e ha contribuito nel 2017 allo sviluppo del videogioco virale CorbynRun, collaborando successivamente con il Labour Party su democrazia digitale e game design politico. Attualmente è Senior Lecturer presso il Dipartimento di Politica e Relazioni Internazionali dell’Università di Westminster, a Londra.

La traduzione italiana di Cyber-Communism, alla quale il presente saggio dialetticamente risponde, fu realizzata da Anna Fata su gentile concessione dell’autore e pubblicata da Psychiatry on Line Italia.

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1 commento

  1. Caterina Vecchiato

    Grazie Francesco per questo articolo incisivo, chiaro e ben argomentato! Lascia il segno soprattutto dal punto di vista clinico che è quello, come dici, che più ti interessa. Personalmente credo meriti sempre più continuare a fare il punto con competenza su questo problema epistemologico e storico sociale che riguarda ogni aspetto della conoscenza, ma profondamente coinvolge la nostra disciplina soprattutto nelle sue specificità relazionali. Un caro saluto e buon lavoro !

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