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Il peso della grazia: Sorrentino, il caso Minetti e la lunga distrazione di una Repubblica

1 Mag 26

Il 18 febbraio 2026 il Presidente della Repubblica firma un decreto di clemenza. La carta è breve, l’inchiostro è quello di sempre. Il nome che vi compare — Nicole Minetti — il Paese lo conosceva da una stagione politica che molti, in buona fede, credevano archiviata. Il decreto resta riservato per ragioni di tutela del minore. Soltanto due mesi dopo, l’11 aprile 2026, una trasmissione televisiva e l’inchiesta di un quotidiano sollevano il velo, e nel giro di poche settimane il Quirinale è costretto a chiedere al ministero della Giustizia di verificare se gli elementi su cui si era fondata la decisione corrispondano al vero.

Nelle stesse settimane, nelle sale italiane, La Grazia di Paolo Sorrentino mostrava un Presidente immaginario, Mariano De Santis, interpretato da Toni Servillo, che pesa fino allo sfinimento la possibilità di concedere clemenza a due condannati per omicidio. La coincidenza fra la finzione e la cronaca è di quelle che gli sceneggiatori non oserebbero proporre: troppo precisa, troppo simmetrica, e per questo, paradossalmente, troppo vera. Il film e il fatto si guardano in controluce, e nello specchio appare qualcosa che non riguarda né Sorrentino né Minetti. Riguarda noi.

La finzione che pesa

Il Presidente di Sorrentino è un giurista anziano, vedovo, di formazione cattolica, soprannominato Cemento Armato per la sua inamovibilità. Cammina lento per Roma, mangia leggero, ascolta la figlia che lo incalza. Deve decidere se firmare una legge sull’eutanasia, e se concedere la grazia a un uomo che ha ucciso la moglie malata e a una donna che ha ucciso il marito violento. Il film, opera di regia raffinata e di scrittura malinconica, fa una cosa molto semplice e molto difficile: prende la sovranità — questo residuo monarchico che la Costituzione ha conservato in fondo all’articolo 87 come un’eredità imbarazzante — e la restituisce al suo peso reale, che è il peso di un uomo solo davanti a una firma.

Sorrentino non ci dice se De Santis decida bene. Ci mostra, piuttosto, che decidere costa. Costa il sonno, costa il dubbio, costa il sospetto retrospettivo che la propria moglie, quarant’anni prima, ci abbia traditi. Tutto, nel film, congiura a ricordarci che la grazia, prima di essere un istituto, è un atto morale: una sospensione della legge in nome di qualcosa che la legge non sa nominare. Pietà, forse. O un’idea — antica, religiosa, ormai intermittente — di responsabilità verso il singolo che la macchina del diritto ha schiacciato. È una rappresentazione, in termini psicoanalitici, del Super-Io non come tiranno ma come custode: una coscienza che esercita il limite dentro il potere, e non contro di esso.

Il fatto che svuota

La cronaca, nelle stesse settimane, racconta tutt’altra cosa. La domanda di grazia per Nicole Minetti — condannata in via definitiva a tre anni e undici mesi per peculato e induzione alla prostituzione, cumulo delle pene Rimborsopoli e Ruby ter — viene presentata al Quirinale nell’estate 2025. L’iter, riferiscono i quotidiani, si svolge in tempi insolitamente rapidi per un istituto che, nei dieci anni del doppio mandato di Sergio Mattarella, ha contato in tutto settantuno concessioni. Il presupposto umanitario è la salute di un familiare minore adottato che necessita di cure specialistiche all’estero. Il procuratore generale di Milano dà parere favorevole sulla base della documentazione sanitaria acquisita dai carabinieri; il ministro Carlo Nordio trasmette il fascicolo con avviso favorevole; il Capo dello Stato, ai sensi dell’ordinamento e della giurisprudenza costituzionale, firma.

Sin qui, il manuale. Ma quando l’inchiesta giornalistica comincia a tirare i fili, il dossier mostra crepe inquietanti: opacità nella procedura di affido del minore in Uruguay, tracciabilità ospedaliera incerta, una vita nuova fra Ibiza, Monte Carlo e Sudamerica che mal si concilia con il quadro di accudimento prospettato all’autorità. Le fonti del Colle, in modo asciutto e quasi protocollare, ricordano che il Presidente non dispone di strumenti autonomi di indagine: firma sulla base di ciò che il ministero gli trasmette. La palla torna a via Arenula. Il ministro promette accertamenti. Il Paese si accorge — non per la prima volta — che la qualità delle proprie istituzioni si misura sulla qualità delle istruttorie, e che le istruttorie, in Italia, non sempre sono all’altezza dei decreti che le seguono.

La distanza fra il dubbio e l’opacità

È qui che il parallelismo con Sorrentino smette di essere una coincidenza letteraria e diventa una diagnosi. Il Presidente di La Grazia soffre. Si interroga. Si tormenta. Il Presidente reale, nella vicenda Minetti, fa esattamente ciò che la legge gli prescrive di fare; e tuttavia il Paese, intorno a lui, non offre più la spalla istituzionale che la legge presuppone. Il dubbio etico, nel film, è la sostanza stessa del potere; nell’iter Minetti, il dubbio non abita più nessuno. Non abita il ministero, che istruisce in fretta. Non abita la procura generale, che si limita ai riscontri formali. Non può abitare il Quirinale, che non ha gli strumenti per andare oltre le carte. La grazia — che è, per definizione, il luogo in cui un’istituzione si fa carico personalmente di un’eccezione — diventa così il luogo in cui nessuno, in fondo, decide.

Da una prospettiva clinica, è un meccanismo familiare. La diluizione della responsabilità lungo la catena procedurale è una delle forme più riconoscibili di difesa istituzionale: ciascun anello compie il proprio passo, nessun anello si interroga sull’insieme, e il prodotto finale — un decreto che incide sulla vita di una persona e sul senso di giustizia di una comunità — emerge come se nessuno l’avesse davvero firmato. La psichiatria conosce questa dinamica come dispersione del Super-Io: la coscienza morale, anziché restare interna al soggetto decisore, viene distribuita su una rete di soggetti corresponsabili e quindi, di fatto, irresponsabili. È il contrario esatto del peso che Sorrentino mette sulle spalle di De Santis. È, soprattutto, una forma di anestesia istituzionale: la forma adulta — burocratica, ben vestita, persino cortese — di ciò che in altri contesti chiameremmo banalità del male.

Una Repubblica distratta

Sarebbe ingeneroso, e clinicamente inesatto, imputare al solo iter Minetti il malessere di una nazione. Ma l’episodio ha il pregio degli atti emblematici: rivela, in scala ridotta, una sintomatologia diffusa. È la stessa sintomatologia che riconosciamo nella retorica pubblica, dove l’indignazione sostituisce il giudizio, e nelle dinamiche della comunicazione politica, dove la rapidità della reazione conta più della solidità del processo. Una società che ha smesso di tollerare il tempo lento del dubbio è una società che, prima o poi, si scopre incapace anche del tempo veloce della decisione. Resta soltanto il tempo intermedio, quello dell’iter: la procedura come unico luogo abitato della vita pubblica.

La diagnosi, se ha un senso parlarne in termini diagnostici, non è la corruzione e non è il complotto. È qualcosa di meno romanzesco e più pervasivo: una distrazione organizzata, una tendenza collettiva a delegare alla forma ciò che soltanto la coscienza può tenere in piedi. Il Presidente sorrentiniano si chiede, in una delle scene più memorabili del film, a chi appartengano davvero i giorni dei suoi concittadini. È una domanda che, nella sua apparente semplicità, contiene la vera materia della sovranità democratica. È una domanda che, nelle pieghe del fascicolo Minetti, nessuno sembra aver avuto il tempo, o la voglia, di porsi.

La grazia di cui avremmo bisogno

Resta una domanda finale, e non è retorica. Se l’arte di Sorrentino — con il suo passo lento, le sue luci spente, la sua malinconia civile — è ancora capace di restituirci la dignità tragica del decidere, perché la nostra prassi istituzionale, che dovrebbe esserne l’incarnazione quotidiana, fatica così visibilmente a reggerne il confronto? Forse perché la finzione, quando è onesta, fa il lavoro che le istituzioni hanno smesso di fare: ci ricorda che esistono atti che non possono essere delegati, firme che non possono essere ratificate a valle, responsabilità che non possono essere distribuite senza svanire.

La vera grazia di cui questa Repubblica avrebbe bisogno non è un decreto. È un atto, più discreto e più difficile, di riappropriazione del proprio peso: la disponibilità a sostare nel dubbio prima della firma, a istruire con la lentezza che la verità richiede, a riconoscere che la pietà — quando esiste — non è un alibi procedurale ma una scelta che qualcuno, alla fine, deve fare in prima persona. Senza questa lenta riconquista del Super-Io istituzionale — di una coscienza pubblica che non si limiti ad applicare i protocolli ma se ne assuma il significato — la grazia continuerà a essere ciò che oggi rischia di diventare: una parola bellissima al servizio di vite svuotate del loro peso, un istituto solenne ridotto al rango di passaggio amministrativo, un atto regale firmato da una mano che, nel frattempo, ha smesso di tremare.

NB: Le verifiche istituzionali sono in corso al momento della pubblicazione

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5 Commenti

  1. Alessandra Giannini

    Grazie. Questo articolo ha dato voce al mio desiderio di porre la domanda a ognuno dei quotidiani partecipanti ad un dibattito trito e inconcludente: “Ma Sorrentino non l’avete visto?!”…

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  2. Noemi

    Profondo, come al solito. Ma con qualche pennellata di poesia questa volta.

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  3. Matteo Balestrieri

    ottima riflessione, Francesco, e parallelismo con Sorrentino del tutto congruente. Complimenti

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  4. Elena Villa

    Disamina puntuale che aiuta tanto a capire
    Ringrazio l’autore per i continui spunti di riflessione che offre , anche a chi come me è un po distratto dal continuo logorio della vita

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  5. BIANCA PAOLA CAVALLARI

    Nell’articolo ci sono frasi abbaglianti per la loro lucidità, come questa ” La diluizione della responsabilità lungo la catena procedurale è una delle forme più riconoscibili di difesa istituzionale: ciascun anello compie il proprio passo, nessun anello si interroga sull’insieme, e il prodotto finale — un decreto che incide sulla vita di una persona e sul senso di giustizia di una comunità — emerge come se nessuno l’avesse davvero firmato”.

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