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Incontro immaginario,1968: Fritz Perls e Heinz Kohut sul futuro della psicoanalisi

10 Set 25

Nel 1968, l’Esalen Institute di Big Sur, California, era il cuore pulsante del movimento del potenziale umano, un luogo dove le idee più audaci sulla mente, il corpo e lo spirito si intrecciavano in dialoghi appassionati. È in questo scenario, tra le scogliere battute dalle onde del Pacifico, che possiamo immaginare un incontro straordinario tra Fritz Perls, fondatore della terapia della Gestalt, e Heinz Kohut, padre della psicologia del Sé. Entrambi, pur radicati nella tradizione psicoanalitica, avevano sviluppato approcci che sfidavano i dogmi freudiani, proponendo visioni radicalmente diverse della psiche umana e del processo terapeutico. Questo articolo immagina un loro confronto diretto, un dialogo intenso e senza filtri, ambientato in una sala di legno illuminata dalla luce del tramonto, con l’oceano come unico testimone.

Il contesto

Esalen e il fermento del 1968 L’Esalen Institute, fondato nel 1962, era un crogiolo di innovazione intellettuale e culturale. Nel 1968, l’America era attraversata da un’onda di trasformazione: la guerra del Vietnam, il movimento per i diritti civili e la controcultura hippie stavano ridefinendo i valori e le aspirazioni di una generazione. La psicoanalisi tradizionale, con il suo focus sull’inconscio, i conflitti pulsionali e le interpretazioni intellettuali, sembrava a molti distante dai bisogni di un’umanità in cerca di autenticità, connessione e immediatezza. In questo contesto, Fritz Perls, con la sua terapia della Gestalt centrata sul “qui e ora”, era una figura centrale a Esalen, attirando folle di persone desiderose di sperimentare un approccio più esperienziale e diretto. Heinz Kohut, invece, stava sviluppando a Chicago la sua psicologia del Sé, un’evoluzione della psicoanalisi che spostava l’attenzione dai conflitti intrapsichici alla centralità del Sé e dei bisogni narcisistici. Un incontro tra i due, sebbene mai documentato storicamente, rappresenta un’opportunità affascinante per immaginare un confronto tra due visioni che, pur condividendo radici comuni, divergevano profondamente nei metodi e negli obiettivi. Questo dialogo immaginario esplora le loro idee, le loro critiche reciproche e le loro visioni per il futuro della psicoanalisi.

La scena

Una sala semplice, con pareti di legno e grandi finestre che si affacciano sull’oceano Pacifico. Il sole sta tramontando, tingendo il cielo di sfumature arancioni e viola. Fritz Perls, con la sua barba folta, occhi penetranti e un’aria vagamente provocatoria, siede su una sedia di vimini, tamburellando le dita sul bracciolo. Di fronte a lui, Heinz Kohut, più composto, con un completo sobrio e un taccuino in mano, osserva il collega con un misto di curiosità e cautela. Non c’è un moderatore a guidare la conversazione: i due si sono ritrovati qui, forse per caso, forse spinti dal desiderio di confrontarsi. Il tema emerge spontaneamente: il futuro della psicoanalisi in un mondo che cambia.

Il dialogo: un confronto tra titani

Perls: (con un sorriso ironico) Heinz, ti ho visto prendere appunti. Sempre così serio, sempre così… psicoanalitico. Dimmi, perché insisti a scavare nel passato dei tuoi pazienti? La psicoanalisi tradizionale è un dinosauro, un relitto di un’epoca in cui la gente aveva il lusso di passare anni sdraiata su un lettino a parlare dei propri sogni. Oggi le persone vogliono vivere, sentire, essere *qui*! La mia Gestalt è la risposta: il presente è tutto ciò che conta. Il passato è solo un’ombra che ci impedisce di vedere il sole.

Kohut: (sorridendo leggermente, ma con tono fermo) Fritz, la tua passione per il presente è contagiosa, lo ammetto. Ma non puoi liquidare il passato come un’ombra. Il Sé di una persona, la sua essenza, si forma attraverso le esperienze della vita, soprattutto quelle precoci. Se un paziente è frammentato, se si sente vuoto o invisibile, non è solo perché non “vive nel momento”. È perché il suo Sé è stato ferito, spesso in modi che lui stesso non comprende. La psicoanalisi non è un dinosauro; è una disciplina che deve evolversi per rispondere a queste ferite profonde. 

Perls: (gesticolando energicamente) Ferite, ferite, sempre ferite! Heinz, tu parli come se ogni persona fosse un vaso rotto da rimettere insieme con la colla della tua empatia. Ma la vita non è un puzzle da risolvere in una stanza silenziosa. La nevrosi non è una ferita nascosta nel passato; è una disconnessione dal presente! Le persone sono bloccate perché non sentono il loro corpo, non ascoltano le loro emozioni, non si fidano di ciò che vogliono *ora*. Nella Gestalt, io porto il paziente a sperimentare, a muoversi, a parlare, a urlare se necessario! Hai mai provato la sedia vuota? Metti il paziente di fronte a una sedia e gli fai parlare con sua madre, suo padre, o anche con una parte di sé stesso. È vivo, è reale, è immediato! 

Kohut: (annuendo lentamente) La tua sedia vuota è un’immagine potente, Fritz. Capisco il valore di rendere l’esperienza viva, di portare il paziente a confrontarsi con le sue emozioni. Ma cosa succede quando il paziente non è pronto per urlare o per “sentire il momento”? Alcuni pazienti arrivano da noi con un Sé così fragile che qualsiasi pressione, anche quella di un esercizio come la tua sedia vuota, può farli sentire ancora più inadeguati. La mia psicologia del Sé si basa sull’empatia, non come un’emozione superficiale, ma come una comprensione profonda dei bisogni narcisistici del paziente. Ogni persona ha bisogno di sentirsi vista, ammirata, parte di qualcosa di più grande. Se queste necessità non sono state soddisfatte nell’infanzia, il paziente porta con sé un vuoto che non si colma con l’azione, ma con l’ascolto.

Perls: (ridendo) Ascolto! Heinz, tu ascolti troppo e agisci troppo poco. I tuoi pazienti passano ore a raccontarti la loro storia, e tu sei lì, con il tuo taccuino, a fare cenni di assenso come un saggio barbuto. Ma dimmi, quante volte il tuo ascolto ha davvero cambiato qualcosa? Nella Gestalt, il terapeuta non è un osservatore neutrale. Io mi arrabbio, rido, mi commuovo con il paziente. Io sono umano! Non sono un muro su cui il paziente proietta le sue fantasie. Se un paziente mi racconta del suo dolore, io gli dico: “Mostramelo! Fammi vedere come lo senti nel tuo corpo, come lo vivi ora!” Questo è ciò che sblocca, che guarisce.

Kohut: (con un pizzico di ironia) Fritz, la tua energia è ammirevole, ma il tuo approccio rischia di essere troppo… teatrale. Il terapeuta non è un attore in un dramma, e il paziente non è un performer. L’empatia non è solo cenni di assenso; è un processo di sintonizzazione profonda con il mondo interno del paziente. Quando un paziente si sente capito, quando si sente davvero visto, il suo Sé comincia a ripararsi. Non si tratta di “sbloccare” emozioni con un esercizio, ma di costruire una struttura interna che permetta al paziente di affrontare il mondo con maggiore sicurezza. Il tuo “qui e ora” è potente, ma senza un lavoro sulla storia del Sé, rischia di essere un fuoco di paglia.

Perls: (battendo la mano sul bracciolo) Un fuoco di paglia? Heinz, tu sottovaluti la forza del momento presente. La Gestalt non è solo un’esplosione emotiva; è un processo di integrazione. La nevrosi è frammentazione: le persone si perdono in ruoli, in “doveri”, in ciò che gli altri si aspettano da loro. Io le aiuto a ritrovare l’unità, a sentire ciò che vogliono davvero, non ciò che “devono” volere. Prendi un paziente che dice: “Sono triste perché mia madre non mi ha mai amato.” In psicoanalisi, tu passi anni a esplorare l’infanzia, a ricostruire ogni dettaglio. Nella Gestalt, io gli dico: “Sii tua madre. Siediti su quella sedia e dimmi cosa provi.” In quel momento, il paziente non sta solo ricordando; sta vivendo, sta integrando, sta diventando intero.

Kohut: (con un tono riflessivo) È interessante, Fritz. La tua tecnica crea un ponte tra il passato e il presente, lo riconosco. Ma non tutti i pazienti possono “diventare” la madre o il padre in una sedia vuota. Alcuni hanno bisogno di tempo, di uno spazio sicuro in cui elaborare le loro esperienze senza sentirsi spinti a performare. Nella mia pratica, ho visto pazienti che si sentono profondamente inadeguati, che credono di non meritare amore o attenzione. Questi pazienti non hanno bisogno di un’esperienza drammatica; hanno bisogno di un terapeuta che diventi una “figura di Sé-oggetto”, che offra loro l’ammirazione e la comprensione che non hanno ricevuto da bambini. Questo processo non è rapido, ma è trasformativo.

Perls: (con un sorriso sornione) Trasformativo, dici? Heinz, tu parli di trasformazione come se fosse una lenta costruzione di un castello. Ma la vita non aspetta! I pazienti non hanno anni da passare sul tuo lettino. La Gestalt è veloce, diretta, perché la vita è veloce. Guarda questo posto, Esalen: qui le persone vengono per cambiare, per scoprire chi sono, non per rimuginare su chi erano. Io uso il corpo, il movimento, la voce. Se un paziente è arrabbiato, gli dico: “Colpisci un cuscino, senti la rabbia nel tuo stomaco, nelle tue braccia!” Questo non è teatro; è vita.

Kohut: (con un cenno di rispetto) Capisco il tuo punto, Fritz. Il corpo è importante, e il tuo lavoro con l’esperienza fisica è un contributo prezioso. Ma non tutti i pazienti possono accedere alla loro rabbia o alla loro tristezza così facilmente. Alcuni hanno costruito difese così rigide che qualsiasi invito a “sentire” può farli sentire minacciati. La psicologia del Sé non ignora il corpo, ma parte dalla mente, dalla relazione. Il terapeuta deve essere un punto di ancoraggio, un luogo dove il paziente può sentirsi sicuro di esistere. Solo allora può iniziare a esplorare il suo mondo interno, e forse anche il suo corpo.

Perls: (con un tono più serio) Sai, Heinz, forse non siamo così lontani. Tu parli di sicurezza, io parlo di consapevolezza. Entrambi vogliamo che il paziente si senta vivo, intero. Ma io credo che la consapevolezza venga prima. Se non senti il tuo respiro, il tuo battito, il tuo dolore *ora*, come puoi costruire un Sé forte? La Gestalt non è solo esercizi; è un modo di essere. Io insegno ai pazienti a fidarsi di ciò che sentono, non di ciò che pensano di dover sentire.

Kohut: (annuendo) E io credo che la consapevolezza senza empatia sia incompleta. Un paziente può essere consapevole della sua rabbia, ma se non capisce da dove viene, se non si sente accolto nel suo dolore, quella consapevolezza rischia di essere solo un’altra performance. Fritz, la tua Gestalt è una danza, e io ammiro la sua vitalità. Ma la mia psicoanalisi è una conversazione, una conversazione che costruisce un ponte tra il passato e il presente, tra il paziente e il suo Sé. ### Il futuro della psicoanalisi

Perls: (guardando verso l’oceano) Heinz, dimmi, come vedi il futuro della psicoanalisi? Io vedo un mondo in cui la psicoanalisi abbandona il lettino e diventa un’esperienza viva. Immagino gruppi, workshop, teatri della mente dove le persone si incontrano, si toccano, si confrontano. La psicoanalisi deve fondersi con altre discipline: la danza, la meditazione, l’arte. Deve scendere nelle strade, essere accessibile, non un lusso per pochi.

Kohut: (riflettendo) La tua visione è vibrante, Fritz, e riflette lo spirito di questo tempo. Ma io vedo un futuro in cui la psicoanalisi diventa più umana, più empatica. Non si tratta più di scavare nell’inconscio alla ricerca di pulsioni represse, ma di aiutare le persone a costruire un Sé coeso, capace di affrontare le sfide del mondo. Questo richiede tempo, riflessione, e un ascolto profondo. La psicoanalisi del futuro sarà meno dogmatica, più attenta ai bisogni narcisistici, più vicina al cuore dell’esperienza umana.

Perls: (con un sorriso) Forse il futuro è un po’ di entrambi, Heinz. La tua empatia e la mia consapevolezza. Un paziente che si sente visto e che impara a vedere se stesso. Ma non dimentichiamo il corpo, il movimento, la vita che pulsa *ora*.

Kohut: (ricambiando il sorriso) E non dimentichiamo la storia, Fritz. Il Sé non nasce nel vuoto; è fatto di momenti, di relazioni, di ferite e di riparazioni. Forse il futuro della psicoanalisi è proprio questo: un dialogo tra il tuo “qui e ora” e il mio “allora e sempre”.

Conclusione: un dialogo che illumina

Mentre il sole scompare oltre l’orizzonte, lasciando solo il suono delle onde, Perls e Kohut si stringono la mano. Non hanno raggiunto un accordo, ma hanno condiviso qualcosa di più prezioso: un confronto che illumina le loro differenze e i loro punti di contatto. La Gestalt di Perls, con la sua enfasi sull’esperienza immediata e sull’integrazione, sfida la psicoanalisi a essere più viva, più corporea, più presente. La psicologia del Sé di Kohut, con il suo focus sull’empatia e sulla struttura del Sé, invita la psicoanalisi a esplorare le ferite profonde che plasmano l’identità. Questo dialogo immaginario ci ricorda che la psicoanalisi non è una dottrina statica, ma un campo in continua evoluzione, nutrito dal confronto tra visioni diverse. Nel 1968, in un mondo in trasformazione, Perls e Kohut rappresentano due modi di rispondere alla stessa domanda: come aiutare l’essere umano a vivere in modo più autentico? Le loro risposte, pur diverse, convergono su un punto fondamentale: il paziente è una persona, non un caso clinico, e il suo percorso verso la guarigione passa attraverso la relazione, che sia un’esplosione di consapevolezza nel presente o una lenta costruzione di un Sé più forte. Mentre lasciano la sala, con l’oceano che continua il suo canto eterno, Perls e Kohut portano con sé il seme di un dialogo che, pur immaginario, riflette le tensioni e le possibilità di un’epoca cruciale per la psicologia. Il loro incontro a Esalen, anche se mai avvenuto, ci invita a immaginare un futuro in cui la psicoanalisi sia al tempo stesso un’arte del presente e una scienza della storia, un ponte tra il corpo e la mente, tra l’individuo e il mondo.

Nota dell’autore: Questo articolo è un’esplorazione immaginaria, ma si basa sulla conoscenza delle teorie di Fritz Perls e Heinz Kohut. L’Esalen Institute è stato davvero un luogo di innovazione psicologica negli anni ’60, e un dialogo come questo, pur ipotetico, riflette le dinamiche intellettuali di quel periodo. Le idee di Perls e Kohut continuano a influenzare la psicoterapia moderna, offrendo prospettive complementari sulla natura del Sé e del processo terapeutico.

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