Percorso: Home 9 Epistemologia e storia 9 La disassuefazione

La disassuefazione

24 Giu 26

Un rapporto del Reuters Institute misura il modo in cui i più giovani incontrano le notizie. Dentro quei numeri, però, si nasconde una domanda che non riguarda il giornalismo ma la clinica: che mente si forma quando la lettura profonda smette di essere un esercizio quotidiano?

C’è, nel rapporto che il Reuters Institute for the Study of Journalism ha pubblicato nel marzo di quest’anno, un numero che non si lascia archiviare con gli altri. Si intitola Understanding Young News Audiences at a Time of Rapid Change, raccoglie dodici anni di rilevazioni, ed è scritto in quella prosa britannica misurata che diffida degli allarmi. Eppure, fra le ragioni per cui i ragazzi tra i diciotto e i ventiquattro anni dichiarano di evitare le notizie, ce n’è una che separa le generazioni come due specie distinte. Alla voce «le trovo difficili da seguire o da capire» risponde di sì il quindici per cento dei giovani, contro il cinque per cento di chi ha più di cinquantacinque anni. Tre volte tanto. Sulle altre ragioni — la notizia deprime, stanca, sembra troppo politica — i giovani non si discostano granché dagli anziani, o restano persino al di sotto. Su questa, no.

Sarebbe comodo leggervi la solita lamentazione: i giovani non leggono più. Ma il rapporto dice il contrario, e con dati che non lasciano scampo. I diciottenni leggono moltissimo; semmai leggono altro, e in un altro modo. Il sessanta per cento di loro si sente «sempre connesso», contro il quaranta per cento dei più anziani. Macinano testo a tonnellate — messaggi, didascalie, fili interminabili. E persino quando si tratta di notizie, la lettura resta la modalità che dichiarano di preferire, anche se il guardare avanza. Il punto non è la quantità di parole che attraversano i loro occhi. È la forma di quell’attraversamento.

Perché ciò che è cambiato, e che il rapporto fotografa con freddezza, è la postura. Dieci anni fa il giovane lettore andava a cercare la notizia: digitava l’indirizzo di una testata, entrava in casa di qualcuno. Oggi la notizia lo raggiunge mentre è altrove, di passaggio, venuto per tutt’altro. Solo il quattordici per cento dei diciottenni dice di arrivare all’informazione andando direttamente al sito di un editore; il quaranta per cento ci approda attraverso i social, il ventisei per cento attraverso un motore di ricerca. È una differenza che sembra logistica e invece è epistemica. Il consumo «incidentale» — la parola è loro, dei ricercatori — descrive una conoscenza che capita, non che si cerca. E una mente che riceve non è la stessa mente che interroga.

Qui devo essere onesto, perché è esattamente la disciplina che chiedo a me stesso e a chi scrive per questa Rivista: il rapporto non spende una sola parola su medici, su specializzandi, sulla lettura clinica. Parla di pubblico, di notizie, di mercato dell’attenzione. La domanda che gli porto è mia, e la dichiaro per quella che è. Eccola: se questo è il modo in cui un’intera generazione impara a stare davanti a un testo, che tipo di clinico ci dobbiamo attendere?

La lettura profonda, infatti, non è un vezzo da bibliofili. È, prima di tutto, una competenza clinica. Reggere un’anamnesi che non si scioglie in tre righe; tenere insieme una storia di vita che non offre la diagnosi a metà pagina; sostare nell’ambiguità di un racconto che si contraddice, senza chiuderlo prima del tempo: è la stessa identica facoltà che si esercita leggendo lentamente, da soli, contro la distrazione. Il clinico, prima ancora che un ascoltatore, è un lettore lento. E la psichiatria, più di ogni altra medicina, è l’arte di tollerare una complessità che non si lascia ridurre. Si tollera, però, soltanto ciò che si è imparato a frequentare.

C’è, nel rapporto, un secondo dato che mi inquieta più di tutti, e proprio perché viene raccontato come una buona notizia. I giovani usano l’intelligenza artificiale per informarsi assai più degli anziani — il quindici per cento contro il tre — e, soprattutto, la usano per semplificare le storie complesse, per farsele spiegare in fretta. Lo fanno con disinvoltura, senza il sospetto che attraversa noi più vecchi. È un gesto efficiente, e in molti casi utile. Ma proviamo a trasferirlo nel reparto, davanti al caso che non si semplifica: il paziente che non torna, la cartella che si contraddice, il sintomo che non sta nelle caselle. La tentazione di chiedere alla macchina una versione più breve e più chiara di ciò che, per sua natura, breve e chiaro non è — quella tentazione è il rovescio esatto del gesto clinico. E una macchina che, interrogata, restituisce sempre una risposta plausibile, levigata, sicura di sé, è il luogo dove più facilmente si annida ciò che dovremmo aver imparato a riconoscere: l’affermazione confidente, fluente, che nessuno ha verificato — una confabulazione senza soggetto.

Ed è qui che le due cose si toccano. Non si verifica nulla che non si sia prima saputo leggere adagio. Cogliere una falsa attribuzione, tenere un argomento abbastanza a lungo da smontarlo, accorgersi che una fonte non dice ciò che le si fa dire: tutto questo è lettura profonda messa al lavoro. Una cultura che voglia restare capace di verifica ha bisogno, alla base, di lettori lenti — di menti che diffidino della risposta troppo pronta. Il consumo incidentale, social, accelerato, è per struttura il modo che non verifica: riceve, e passa oltre. Se la facoltà di leggere in profondità si atrofizza per disuso — ed è qui che la parola disassuefazione dice più di mille analisi: non un gusto che svanisce, ma una capacità che, non più allenata, regredisce, con la sua tolleranza e le sue crisi — allora a regredire non è il piacere della lettura. È la possibilità stessa di accertare il vero.

Non voglio profetizzare su una generazione: sarebbe, anche questo, un modo di semplificare. Restano davanti a noi due letture in tensione, ed è la tensione a contare. La prima, cupa: ci attende un clinico abilissimo nell’accesso rapido all’informazione e fragile nella sintesi lunga, nella sospensione del giudizio, nello stare con un caso che non si chiude. La seconda, più generosa e forse più vera: questi ragazzi stanno semplicemente costruendo un’altra grammatica della profondità — fatta di immagine, di voce, di frammenti tenuti insieme in modi che noi, cresciuti dentro la pagina, non sappiamo ancora leggere. Non so quale delle due abbia ragione. So che chiuderla, qui, sarebbe il primo dei tradimenti.

Una rivista come questa — diecimila articoli, saggi che chiedono mezz’ora e non trenta secondi — è, in fondo, una scommessa su un certo tipo di attenzione. Non lo dico per pietà di noi stessi: lo dico perché siamo un buon canarino nella miniera, un caso minuscolo di una faccenda universale. Mi sono collegato a internet per la prima volta nel gennaio del 1995, su un Macintosh, con un modem che suonava come un fax indeciso; pochi mesi dopo nasceva questa Rivista. Ho visto la rete arrivare. Oggi scrivo per una generazione che non l’ha mai vista non arrivare, per cui non esiste un «prima». Non è la fine del pubblico potenziale a spaventarmi: di lettori, in astratto, ce ne sarebbero ancora. È la disassuefazione a una certa lentezza — la nostra, prima ancora che la loro — a tenermi sveglio. Perché la domanda vera non è se questa Rivista troverà ancora lettori. È quale lettura, e dunque quale clinico, sopravviverà a tanta rapidità.

Fonte. Craig T. Robertson, Amy Ross Arguedas, Mitali Mukherjee, Richard Fletcher, Understanding Young News Audiences at a Time of Rapid Change, Reuters Institute for the Study of Journalism, University of Oxford, marzo 2026 (DOI: 10.60625/risj-r08r-mt26).

Loading

Autore

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Caffè & Psichiatria

Ogni mattina alle 8 e 30, in collaborazione con la Società Italiana di Psichiatria in diretta sul Canale Tematico YouTube di Psychiatry on line Italia