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La psichiatria come prassi nichilista e tragica Una lettura “severiniana”

21 Gen 26

*Nota dell’autore 

Il presente contributo non nasce come commento, né come prosecuzione intenzionale della splendida e inquieta Lettera a una/un giovane specializzanda/o in psichiatria scritta da Gilberto Di Petta e pubblicata su questa stessa rivista. E tuttavia i due testi mi pare possano essere pensati come in relazione – non per accordo, non per continuità tematica, non per comunanza di stile o di finalità, ma per ciò che, in senso relativo, può essere chiamato una “co-appartenenza”.

Se la Lettera si colloca nel registro dell’esperienza vissuta della clinica – nella sua fatica, nel suo attrito, nella sua perdita di senso, nel suo residuo di fedeltà e di resistenza – questo testo si situa deliberatamente su un altro piano: quello di una interrogazione ontologica delle radicali condizioni di possibilità di quella esperienza. Non dice “come si dovrebbe fare psichiatria” (e Di Petta lo dice legittimamente e con premesse e implicazioni che, per formazione e sensibilità, chi scrive condivide per larga parte), non indica alternative, non offre criteri operativi. Tenta piuttosto di rendere visibile una struttura che precede ogni possibile “scelta”, ogni possibile stile di pratica, ogni possibile “buona” o “cattiva” psichiatria. Certo, all’interno di una cornice di decifrazione precisa, e per certi versi conchiusa e autosufficiente, che si può rifiutare in quanto, in questa sede, “data” (l’alternativa è confrontarsi passo passo con la lettera del discorso filosofico di Emanuele Severino).

Il suo oggetto non è la degenerazione storica della disciplina, o la sua crisi istituzionale, né il suo impoverimento linguistico o umano – temi che la Lettera attraversa con forza e radicalità esemplari – ma la forma ontologica dell’agire di cura in quanto tale, nella misura in cui esso è inscritto nell’orizzonte più ampio della Tecnica come grammatica dell’operare occidentale. In questo senso, ciò che nella Lettera appare come sofferenza, conflitto, perdita, resistenza, qui viene tematizzato come necessità strutturale: non come colpa, non come deviazione, non come tradimento di un’origine “altra”, ma come modo in cui l’agire finito (psichiatrico) inevitabilmente si dà.

In questa prospettiva, il presente lavoro non intende “provocare” o rovesciare a bella posta i valori della cura, né tantomeno “épater les bourgeois”. Non nasce da un gesto polemico, ma da una frequentazione di un impianto filosofico – quello di Emanuele Severino – che chi scrive da tempo cerca di avvicinare e prova ad assumere come cornice rigorosa, per interrogare ciò che solitamente resta non articolato esplicitamente (perlomeno nel nostro campo specialistico): il rapporto tra essere, nulla, trasformazione, tecnica e volontà

La psichiatria vi compare non come bersaglio, ma come luogo privilegiato di trasparenza, perché in essa l’operare tecnico si esercita proprio su ciò che è, nello stesso tempo, condizione del senso, del linguaggio e dell’apparire.

Se i due testi possono dunque essere accostati, è solo in questo senso: che parlano dello stesso nodo – la cura, la sofferenza, la tecnica, il limite. Non per comporsi in sintesi, ma per rendere visibile, ciascuno nel proprio registro, la medesima regione problematica che li attraversa.

Premessa

Questo articolo assume come cornice teorica l’ontologia di Emanuele Severino, in particolare la tesi della struttura originaria dell’apparire dell’essente e la conseguente critica del nichilismo occidentale come fede nel divenire ontologico.

Tale impianto non viene qui ricostruito né dimostrato: la sua deduzione rigorosa coincide con un percorso speculativo esteso. 

Le tesi illustrate di seguito intorno al sapere e all’agire psichiatrico vanno dunque intese come sviluppi condizionali interni a quella cornice, e come tali chiedono di essere giudicate per coerenza interna e capacità di illuminare un campo, non per compatibilità con altri sistemi.

L’assunto di base è semplice e radicale: se l’essente è, non può essere nulla; l’idea che ciò che è possa diventare non-essere (o viceversa) implica l’impossibile passaggio tra essere e nulla

La tradizione occidentale, da Platone e Aristotele in avanti, pensa invece il divenire proprio come tale passaggio: qui, per Severino, sta il nichilismo strutturale dell’Occidente, non dunque come patologia morale o psicologica, ma come grammatica ontologica in cui l’ente è pensato annientabile e producibile.

Dentro questo orizzonte, “Tecnica” non designa anzitutto un insieme di strumenti, ma il compimento storico-pratico di quella grammatica: l’operare come se le forme dell’essente fossero manipolabili perché, in ultima istanza, nulla. Ne segue che ogni fare, in quanto fare, è internamente disposto dalla fede nel trasformabile

Le differenze tra pratiche e scuole restano differenze fenomeniche certo rilevabili, decisive per la vita e per la sofferenza, ma non decisive rispetto al fondamento ontologico: biologico, psicologico, relazionale, comunitario, fenomenologico, psicoanalitico, farmacologico, colloquiale sono modi diversi dell’operare, non un “fuori” dalla Tecnica intesa in senso severiniano.

Da qui la tesi di fondo: la psichiatria, come prassi di cura, è strutturalmente inscritta nell’orizzonte nichilistico della Tecnica; l’atto della cura appare, sul piano dell’esperienza, come esercizio tragico in quanto richiede inevitabilmente la sussistenza della eccedenza costitutiva delle esperienze-limite di cui consistono le manifestazioni psichiatriche e della loro riduzione, finalizzata a includerle in un campo di operatività.

Questa tesi non implica alcuna condanna morale della psichiatria né un appello all’astensione. “Nichilismo” qui non nomina un vizio, ma una struttura di senso; “violenza” non nomina una colpa, ma la forma che l’operare assume nella terra isolata dal Destino: l’inevitabile riduzione dell’eccedenza a leggibilità, necessaria perché l’azione sia possibile.

Sinossi

Questa lettura della psichiatria sospende la consueta triangolazione bio-psico-sociale per interrogare le fondamenta ontologiche dell’agire clinico. La crisi della psichiatria viene intesa non come difetto contingente di strumenti, ma come crisi di senso: la disciplina è obbligata a operare su esperienze eccedenti ogni misura empirica (o per le quali ogni misura empirica lascia un resto cruciale), traducendole in forme governabili.

La psichiatria appare come prassi nichilista in senso severiniano perché, curando, deve operare come se una forma potesse cessare di essere ciò che è e potesse apparire un’altra forma “migliore”. Tale “come se” è l’aria della Tecnica. 

La dimensione tragica non deriva da sventura o romanticismo del dolore, ma dal conflitto necessario tra due esigenze ugualmente inderogabili: ascoltare la dismisura del dolore psichico e, nello stesso gesto, ridurla a dispositivi operativi senza i quali non si cura, non si decide, non si protegge, non si risponde.

La psichiatria viene inoltre scorta come luogo di particolare trasparenza della Tecnica non perché sia “più colpevole”, ma perché in essa il soggetto e l’oggetto dell’operare tecnico risultano prossimi in modo inaudito: l’intervento si esercita su ciò che, nel medesimo tempo, è condizione del senso, del linguaggio, dell’interpretazione e della decisione. In termini fenomenologici, in essa è ingaggiato quel nodo in cui l’umano è insieme oggetto empirico di sapere e agire e condizione trascendentale del sapere stesso: prossimità che, da premesse diverse, Foucault tematizza come dilemma empirico-trascendentale

In psichiatria, perciò, la riduzione tecnica è meno occultabile perché si applica alla regione in cui l’Occidente pensa la soggettività come fondamento.

Coordinate minime severiniane

  1. Eternità degli essenti

Ogni essente è eterno: non può diventare nulla. “Nascita” e “morte” nominano l’entrare e l’uscire di essenti eterni nel cerchio dell’apparire finito, non un passaggio ontologico all’essere o al nulla. Il “cerchio dell’apparire finito” è l’orizzonte di ogni apparire degli enti che si mostrano finiti, ovvero incomincianti e poi inevitabilmente declinanti fino allo scomparire.

  1. Nichilismo come fede nel divenire ontologico

Nichilismo è credere che l’essente divenga, nel senso di passare dall’essere al nulla e dal nulla all’essere. Il mondo della variazione e del molteplice di cui tutti facciamo esperienza è successione di eterni che sopraggiungono in quello sguardo in luce che è il cerchio, e che poi si sottraggono allo sguardo senza inabissarsi nel nulla, ma apparendo finiti; ma la fede nel divenire rende pensabile l’ente come “niente” manipolabile.

  1. Tecnica come compimento del trasformabile

Tecnica è l’operare guidato dalla fede nel trasformabile: non solo macchine o protocolli, ma la struttura dell’azione che vuole produrre, governare, sostituire forme.

  1. Terra isolata dal Destino

È l’orizzonte in cui l’umano si crede mortale e vede gli enti come perituri e perciò a disposizione della volontà. In questa “terra” la Tecnica tende a diventare l’unica religione: prometeica, salvifica, inevitabile.

  1. La Gloria

Nel pensiero maturo severiniano, il destino dell’apparire è d’inoltrarsi nella manifestazione degli eterni in ampiezze sempre maggiori e in infinite processioni (la Gloria). 

Qui, facendosi il discorso oltremodo complesso e necessariamente rinviante alla lettera della speculazione severiniana, basta indicare una sola implicazione: nessun essente va perduto nel nulla; la connessione necessaria tra gli essenti non è un ideale etico, ma una struttura del Destino. In questa prospettiva, l’altro non è un estraneo, ma parte del mio stesso destino eterno.

La sofferenza del paziente, come ogni sua gioia e stato, è un’esperienza che, per la struttura necessaria del Destino e della Gloria, è destinata a manifestarsi anche in me, fondando una co-implicazione irriducibile tra ente ed ente, tra uomo e uomo – dunque tra curante e curato.

 

Proposizioni

  1. La psichiatria come dispositivo tecnico

La psichiatria, per operare, deve tradurre l’eccedenza dell’esperienza psichica in forme governabili: diagnosi, criteri, ipotesi eziologiche, setting, piani terapeutici, gestione del rischio, linguaggi condivisi con istituzioni e famiglie. Questo non è un “errore riduzionistico” rimediabile per pura conversione metodologica: è una necessità strutturale dell’agire clinico nel cerchio dell’apparire finito

L’esperienza-limite – angoscia, delirio, vuoto, disperazione, oscillazione identitaria, scompenso – non può essere lasciata nella sua opacità nel mondo della volontà (il mondo del mortale); se non si interviene, si interviene comunque: con omissione, abbandono, rinuncia, delega. Nel campo clinico, il “non fare” non è neutro. Del resto, nel campo generale dell’umano, siamo gettati nell’agire e nella volontà (anche se, nello sguardo del Destino della Necessità, tutto appare per necessità e quello della volontà di trasformare il mondo è una sorta di “sogno” a occhi aperti).

Qui la volontà di potenza non coincide con la psicologia del medico. È più radicale: è la struttura impersonale del sapere operante che esige leggibilità per poter decidere. Il sofferente diventa “caso” non per malizia, ma perché senza caso non c’è cura, non c’è tutela, non c’è responsabilità operativa. 

La riduzione è il prezzo della risposta.

  1. Nichilismo “forte” e nichilismo “debole”

 

La psichiatria non è più nichilista di altre pratiche, ma è il luogo in cui il “nichilismo forte” (ontologico) si rende visibile nella forma di un “nichilismo debole” (fenomenologico/pratico), perché in essa la riduzione necessaria alla operatività della volontà colpisce, come abbiamo sopra sottolineato, il nodo soggettivo.

Il nichilismo forte è la struttura ontologica originaria dell’Occidente (ovvero dell’uomo post-greco) che pensa l’essente come passante nel nulla e dal nulla. È la fede che rende l’ente un “niente” manipolabile. 

Il nichilismo debole è la modalità storica e operativa in cui il nichilismo forte si traduce in riduzione, manipolazione e governabilità.

La psichiatria opera interamente nel nichilismo debole: essa non produce o fonda il nichilismo forte, ma lo assume come orizzonte non tematizzato per tradurlo in procedure operative necessarie all’agire.

  1. Il tratto tragicodella cura

Il tragico non è la sventura, ma il conflitto necessario tra istanze opposte e insieme indispensabili. In psichiatria il conflitto è netto:

–  da un lato, l’eccedenza del dolore psichico, che sfida misure, categorie, tempi, ragioni;

– dall’altro, la riduzione tecnica, senza la quale l’atto clinico si paralizzerebbe o si dissolverebbe in pura contemplazione.

Ogni atto terapeutico efficace comporta una rinuncia: non si guarda l’altro nella sua assolutezza inafferrabile, lo si guarda in una forma che renda possibile l’intervento. Qui si produce ciò che, nel linguaggio del “mortale”, appare come un taglio: l’esperienza viene resa leggibile mediante segmentazione, denominazione, protocollo, prassi. 

Questo taglio non è annientamento reale dell’essente – che Severino esclude – ma è la forma fenomenica della fede operativa nel trasformabile: l’agire come se una forma potesse “cessare” e un’altra “sorgere”.

La tragedia clinica non è evitabile tramite “buone intenzioni”. Sta nella stessa struttura del rispondere.

  1. La fede nel trasformabile come “aria” della clinica

Curare, nella terra isolata, significa intervenire affinché qualcosa non sia più come appare ora.

Il farmaco, il colloquio, il contenimento, la psicoterapia, la riabilitazione, la comunità terapeutica, l’ascolto non direttivo: tutti mirano, esplicitamente o implicitamente, a una variazione ritenuta preferibile o almeno meno deiettiva. Anche quando la cura non promette guarigione, promette possibilità: riduzione del rischio, aumento di tenuta, contenimento della disperazione, riapertura di legami. È ancora trasformazione (e dunque divenire come far sorgere dal nulla e ricacciare nel nulla).

La presupposizione della disponibilità dell’essere dell’ente non è una dottrina professata, è un habitus operativo: senza di essa la mano si arresta, la decisione si ritrae, la responsabilità si dissolve. La clinica allora vive, e non può non vivere, del suo “come se”: agisce come se il variare delle configurazioni dell’esperienza e degli enti fosse ontologicamente manipolabile, pur non potendo mai tematizzare fino in fondo questa fede senza incrinare la propria praticabilità.

  1. Nessuna “cura buona” intesa come “esser fuori” dalla Tecnica

Opporre una psichiatria “cattiva” (meccanicistica) a una “buona” (relazionale) può essere clinicamente utile sul piano fenomenico e fenomenologico, ma non istituisce un “fuori” ontologico. Ascolto, empatia, alleanza terapeutica, fenomenologia, psicoanalisi, comunità: sono differenze decisive per la dimensione esistenziale nella quale siamo immersi, ma restano modi dell’operare. Finché un gesto mira a far apparire altro – sollievo, stabilità, tenuta, minore sofferenza, minor rischio – è interno alla fede nel trasformabile.

Questo non svaluta la differenza tra pratiche: la salva dal moralismo e la colloca nel suo luogo proprio, quello dell’apparire finito, dove certo la precisione e la prudenza “contano”. Ma impedisce di mitizzare un’etica come redenzione ontologica: nella terra isolata nessuna pratica si sottrae alla struttura profonda della Tecnica.

  1. Perché la psichiatria è trasparenza privilegiata della Tecnica

Se ogni fare è Tecnica, il punto non è trovare un’eccezione, ma individuare un luogo in cui la struttura si renda più visibile. La psichiatria è uno di questi luoghi perché, in essa, l’oggetto dell’intervento è massimamente prossimo al soggetto dell’intervento.

L’operare clinico si applica a esperienze che sono insieme contenuto e condizione del senso: linguaggio, intenzionalità, credenza, decisione, affettività, identità, rapporto con la realtà. La riduzione tecnica non si esercita su un oggetto esterno e muto; si esercita su ciò che parla, interpreta, si auto-comprende, e nel farlo modifica il quadro stesso in cui la comprensione è possibile. 

Per questo la Tecnica tende qui a rendersi più trasparente: la diagnosi, a differenza che in altri prassi mediche specialistiche, non appare solo come descrizione, ma come gesto che istituisce leggibilità e produce conseguenze esistenziali e sociali; il trattamento non appare solo come manipolazione di cose, ma come intervento sul nodo in cui l’umano è insieme empirico e trascendentale (nodo che, come già detto, appare nel discorso foucaultiano e nella sua trasposizione alla psicopatologia delle psicosi in Louis Sass). È questa prossimità inaudita, più che qualunque giudizio morale, a rendere la psichiatria un luogo esemplare.

  1. Oltre la colpa: metanoiacome mutamento dell’apparire

Cosa accade al clinico quando questa struttura diventa saputa – o meglio, in linguaggio severiniano ortodosso, quando appare come saputa

Non accade una redenzione, né una fondazione di innocenza alternativa. Appare un mutamento dello sguardo: una metanoia non intesa come decisione sovrana, ma come variazione necessaria dell’apparire nel cerchio finito.

Il clinico continua a curare con precisione – farmaci, colloqui, protezione, diagnosi, rete – ma non scambia più l’operare per neutralità ontologica. Sa che ogni atto è interno al “come se” del trasformabile; sa che la riduzione è necessaria e insieme insufficiente; sa che l’eccedenza non è mai esaurita dal dispositivo. Se la cura fallisce, il senso di colpa non diventa auto-assoluzione, ma cambia natura: non “ho tolto l’essere”, non “ho distrutto il bene”, bensì “qui appare un limite”, “qui si dà un apparire” che non può essere forzato a diventare altro per decreto operativo. 

Beninteso che, anche questa consapevolezza, severinianamente, non è conquista volontaristica: è apparire di un eterno.

  1. Cura nella lucidità

Se nessun essente va nel nulla, allora la stessa sofferenza non è un materiale da eliminare nel vuoto, ma un eterno.

Questo non fonda un’etica prescrittiva, fonda una lucidità: il dolore dell’altro non è estraneo per struttura, perché ogni essente è co-implicato nella totalità del Destino. 

La cura può essere pensata come fedeltà all’essente, non come promessa di redenzione: agire nel sogno inevitabile della Tecnica sapendo che è sogno, senza pretendere di convertirlo in verità ultima.

Conclusione: conoscenza senza redenzione

La domanda che insiste su ogni innesto metafisico in una prassi tecnica è: a che serve.

Cercare una ricaduta funzionale è già conferma dell’orizzonte della terra isolata: la volontà vuole potenza, incremento, protocollo, garanzia. L’ontologia severiniana contraddice questa richiesta nel suo fondamento: nulla è producibile nell’accezione forte che la Tecnica sogna – ovvero ex nihilo.

Il senso di questa lettura non è proporre linee guida, né un’etica normativa alternativa, né immaginare una “psichiatria non nichilista”. 

Il suo statuto è conoscitivo: il mostrarsi della struttura nichilistica e tragica della cura, assumendo la psichiatria come luogo di speciale trasparenza della Tecnica per prossimità tra volente e voluto.

Gli effetti, nel linguaggio inevitabile del “mortale”, possono essere indicati così:

sospensione dell’innocenza ontologica: la psichiatria smette di raccontarsi come pura applicazione neutrale di evidenze;

– fine dell’auto-mistificazione: diagnosi e cura si mostrano come gesti che tagliano, dispongono, producono leggibilità e conseguenze;

– etica non prescrittiva: non “come si deve curare”, ma che cosa significa curare in quanto fare, quando il fare è già Tecnica.

La psichiatria che guarda a questa struttura non produce redenzione. Produce lucidità. È una gnōsis senza lýtrōsis: visione senza salvezza. Continua a sporcarsi le mani con la precisione richiesta dal finito, custodendo però un silenzio centrale: nulla passa nel nulla

Nel cerchio dell’apparire, il dolore appare come se potesse essere cancellato; nella verità dell’essere, il dolore è eterno come ogni essente. Nella luce della Gloria, tuttavia, è eternamente oltrepassato senza essere annullato. 

Perché nessun essente si perde.

Bibliografia essenziale

  • Severino, E. (1982). Essenza del nichilismo. Milano: Adelphi.
  • Severino, E. (2016). Il destino della tecnica. Milano: Adelphi.
  • Severino, E. (1980). Il Destino della Necessità. Milano: Adelphi.
  • Heidegger, M. (1954). La questione della tecnica. In: Saggi e discorsi. Milano: Mursia.
  • Sass, L. (1992). Follia e modernità. Milano: Raffaello Cortina.
  • Foucault, M. (1961). Storia della follia nell’età classica. Milano: Rizzoli.
  • Ricoeur, P. (1969). Il conflitto delle interpretazioni. Milano: Jaca Book.

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