Percorso: Home 9 Epistemologia e storia 9 La Psichiatria nell’Era Digitale: Dai Libri alla Realtà Aumentata, passando per l’ AI

La Psichiatria nell’Era Digitale: Dai Libri alla Realtà Aumentata, passando per l’ AI

18 Apr 26

Abstract

L’evoluzione della psichiatria procede di pari passo con i mutamenti tecnologici e sociali. Attraverso un’analisi dei cambi di paradigma, l’articolo esplora il passaggio da una disciplina fondata sulla tradizione orale e cartacea a una dimensione immersa nella realtà aumentata e nei Big Data. Vengono affrontate le sfide epistemologiche dell’informazione nell’era dei social network, il rischio clinico posto dai modelli di linguaggio artificiale come “confabulatori perfetti”, il pericolo della disinformazione sanitaria e l’enorme potenziale clinico delle tracce digitali per la prevenzione psichiatrica. Si esplorano inoltre le applicazioni terapeutiche della realtà virtuale e i nuovi quadri psicopatologici da essa indotti. Il percorso si chiude con un richiamo alla necessità di non confondere l’iperconnessione virtuale con l’autenticità e il valore insostituibile delle relazioni umane.

Dal Paradigma Orale alla Rete Universale

I cambi di paradigma sociale, a differenza di quelli prettamente scientifici, non cancellano mai del tutto i modelli precedenti, ma vi coesistono per lungo tempo. La transizione vissuta dalla psichiatria negli ultimi quarant’anni ne è un esempio paradigmatico.

Agli albori, in quella che potremmo definire “Psichiatria 0.0”, la trasmissione del sapere era un fatto puramente analogico. La clinica e la conoscenza si nutrivano di libri e, soprattutto, di una tradizione orale imprescindibile, fatta di passaggi di consegne nei reparti e di insegnamenti diretti tramandati dai maestri.

Tutto muta radicalmente nel 1994, con l’esplosione del World Wide Web. Nasce un nuovo paradigma: l’idea di un sapere medico finalmente senza muri, accessibile ovunque e a chiunque, come una grande agorà della conoscenza aperta ventiquattr’ore su ventiquattro. La “Psichiatria 1.0” fa il suo ingresso in un mondo in cui intere biblioteche cliniche divengono improvvisamente consultabili da qualunque postazione. Emergono tuttavia le prime questioni epistemologiche: le piattaforme universali e collaborative, pur essendo strumenti di formidabile divulgazione, pongono con urgenza il problema del controllo delle fonti e dell’autorità di chi definisce i confini del sapere medico.

L’Era Social e l’Illusione della Conoscenza

Il passaggio alla “Psichiatria 2.0” è segnato dall’avvento di interfacce sempre più user-friendly e dalla portabilità estrema. La tecnologia cessa di essere una postazione fissa e diventa una protesi esistenziale sempre connessa.

Questo salto genera rischi clinici e comunicativi inediti. Sui social network, la strutturazione orizzontale dell’informazione tende ad appiattire il valore della competenza: il contenuto elaborato con rigore da un professionista e validato scientificamente rischia di avere lo stesso peso, agli occhi dell’algoritmo e dell’utente, di una teoria complottista priva di qualsiasi fondamento. Per la psichiatria, disciplina da sempre bersaglio di pregiudizi ideologici, ciò si traduce in un’esposizione pericolosa a movimenti di antipsichiatria digitale, capaci di minare l’alleanza terapeutica e la compliance dei pazienti con una pervasività senza precedenti.

A questo scenario si aggiunge, nell’ultimo biennio, una variabile radicalmente nuova che rischia di rendere obsoleta persino la categoria di “disinformazione” così come l’abbiamo intesa finora: i grandi modelli di linguaggio (Large Language Models, LLM). I pazienti non si limitano più a leggere contenuti sui social network: interrogano sistemi di intelligenza artificiale generativa che restituiscono diagnosi, interpretazioni psicopatologiche e consigli terapeutici formulati in un italiano sintatticamente ineccepibile, con un tono autorevole e rassicurante. Il problema clinico non risiede nella rozzezza di queste risposte — che al contrario risultano spesso elaborate e plausibili — bensì nella loro intrinseca inaffidabilità: i modelli linguistici “confabulano”, ovvero producono affermazioni coerenti sul piano formale ma prive di ancoraggio alla realtà clinica, senza segnalarne l’infondatezza. Un paziente che riceva da una chatbot la conferma di una diagnosi di disturbo bipolare — o, al contrario, la rassicurazione che i suoi sintomi psicotici siano “normali” — può strutturare attorno a questa risposta un sistema di credenze resistente alla correzione clinica. Lo psichiatra si trova così a dover non solo stabilire una diagnosi, ma a smontare preventivamente un’architettura pseudocognitiva già costruita dal paziente in collaborazione con una macchina persuasiva. Il “perfetto confabulatore” digitale non sostituisce la competenza: la mima con abbastanza fedeltà da rendersi pericoloso.

I Big Data: Tra Sorveglianza Commerciale e Prevenzione Clinica

Se da un lato la pervasività della rete alimenta la disinformazione, dall’altro genera un’opportunità di studio clinico senza precedenti nella storia della medicina. L’attività digitale quotidiana non è una dimensione fittizia: è una componente pienamente reale — e straordinariamente documentata — della vita psichica e relazionale dei pazienti.

I Big Data — le tracce comportamentali, le ricerche online, i ritmi di connessione, i pattern linguistici sui social network — non dovrebbero essere relegati al mero utilizzo per il marketing profilato o la sorveglianza commerciale. Essi rappresentano, se opportunamente trattati nel rispetto della privacy e con adeguate garanzie etiche, uno strumento di indagine clinica di straordinaria potenza. La letteratura scientifica degli ultimi anni ha cominciato a esplorarne le applicazioni in psichiatria con risultati incoraggianti. Studi pubblicati su Frontiers in Psychiatry e su European Psychiatry hanno dimostrato che algoritmi di machine learning applicati a dati amministrativi sanitari, cartelle cliniche elettroniche e contenuti prodotti sui social network sono in grado di costruire modelli predittivi per l’identificazione precoce del rischio suicidario, intercettando segnali di allarme — variazioni nel linguaggio, isolamento digitale progressivo, alterazioni nei ritmi di attività online — prima che tali pattern si traducano nell’atto acuto. Una revisione sistematica condotta da Bernert et al. (2020) su International Journal of Environmental Research and Public Health ha documentato l’elevato potenziale predittivo di questi strumenti, evidenziando al contempo la necessità di integrarli con il giudizio clinico e non di sostituirsi ad esso. L’obiettivo non è automatizzare la valutazione del rischio, bensì potenziare la capacità del clinico di individuare i pazienti in crisi prima che raggiungano il pronto soccorso. Si tratta di una frontiera preventiva che richiede una sinergia profonda e regolamentata tra i grandi attori tecnologici, la sanità pubblica e il mondo della ricerca psichiatrica, affrontando con rigore le implicazioni etiche — consenso informato, proprietà del dato, rischio di stigmatizzazione — che tale convergenza inevitabilmente porta con sé.

Verso la Psichiatria 3.0: Realtà Aumentata e Ritorno al Reale

Il futuro immediato ci pone dinanzi a un ulteriore salto: la “Psichiatria 3.0” (e tendente al 4.0), caratterizzata dall’integrazione tra realtà virtuale e realtà aumentata. Se in passato la psicopatologia si interrogava sulle allucinazioni sovrapposte alla realtà naturale del paziente, oggi la tecnologia consente di innestare costrutti digitali nello spazio visivo condiviso, inaugurando una zona di confine inedita tra percezione, simulazione e delirio.

Le applicazioni cliniche di questa frontiera sono già realtà. La Virtual Reality Exposure Therapy (VRET) ha dimostrato un’efficacia clinicamente significativa nel trattamento dei disturbi d’ansia e delle fobie specifiche: ambienti virtuali controllati consentono al paziente di affrontare progressivamente lo stimolo fobico — l’altezza, gli spazi aperti, la folla — in un contesto sicuro e modulabile dal terapeuta in tempo reale, con risultati comparabili e in alcuni casi superiori alla classica desensibilizzazione sistematica. Revisioni sistematiche recenti, tra cui quella di Botella et al., confermano l’efficacia della VRET per agorafobia, fobia sociale e disturbo da stress post-traumatico, aprendo scenari promettenti anche per la psicosi e i disturbi dell’umore.

Accanto alle opportunità terapeutiche, tuttavia, emergono rischi psicopatologici di natura inedita. L’esposizione prolungata ai visori di realtà virtuale — fenomeno in rapida diffusione tra gli adolescenti, accelerata dalla disponibilità di dispositivi consumer a basso costo — sta producendo quadri di derealizzazione e depersonalizzazione che i clinici descrivono con crescente frequenza nelle consultazioni con pazienti giovani. Il cervello adolescente, ancora in piena maturazione prefrontale, mostra una vulnerabilità particolare alla plasticizzazione dell’esperienza percettiva: l’immersione ripetuta in ambienti virtuali può alterare il senso di corporeità, sfumare i confini tra memoria reale e memoria simulata, e nei soggetti predisposti precipitare episodi dissociativi. Lo psichiatra contemporaneo è chiamato dunque a padroneggiare non solo la nosografia classica, ma anche la fenomenologia di esperienze che non hanno precedenti nella storia della psicopatologia umana.

Lo psichiatra contemporaneo non può prescindere dalla comprensione di questi mondi, poiché è al loro interno che si muovono le ansie, i deliri e le identità dei pazienti. Ignorare il contesto tecnologico significherebbe operare in una condizione di cecità clinica imperdonabile.

Conclusione

Il rischio più grande del nostro tempo è confondere l’iperconnessione con la relazione terapeutica. Sherry Turkle, psicologa clinica del MIT e acuta studiosa dei rapporti tra tecnologia e identità, ha descritto con precisione questa trappola: siamo sempre più alone together, connessi a tutto e presenti a nulla, sedotti dall’illusione di una compagnia che non richiede il peso dell’autenticità. Dal versante psicoanalitico, la fuga nel virtuale ha a che fare con ciò che Freud ha descritto come pulsione di evitamento del dispiacere: l’intolleranza alla presenza, al conflitto, al peso emotivo del reale. I modelli di linguaggio che confabulano diagnosi, i visori che dissolvono i confini della percezione, gli algoritmi che profilano il dolore: sono tutti strumenti che la psichiatria deve saper leggere, governare e — quando necessario — contrastare, senza cedere né alla fascinazione acritica né al rifiuto reazionario. Il compito della psichiatria moderna è governare questi formidabili strumenti tecnologici senza mai dimenticare che la cura, la guarigione e la strutturazione del sé avvengono soltanto attraverso relazioni umane autentiche. È tempo, in definitiva, di riportare il baricentro clinico nel mondo reale, abitandolo con rinnovata consapevolezza.

Bibliografia essenziale

Bender EM, Gebru T, McMillan-Major A, Shmitchell S. On the dangers of stochastic parrots: can language models be too big? FAccT ’21: Proceedings of the 2021 ACM Conference on Fairness, Accountability, and Transparency. 2021:610–623.

Bernert RA, Hilberg AM, Melia R, Kim JP, Shah NH, Abnousi F. Artificial intelligence and suicide prevention: a systematic review of machine learning investigations. Int J Environ Res Public Health. 2020;17(16):5929.

Berrouiguet S, et al. Artificial intelligence and suicide prevention: a systematic review. European Psychiatry. 2021;64(1):e10.

Botella C, Fernàndez-Àlvarez J, Guillén V, García-Palacios A, Baños R. Recent progress in virtual reality exposure therapy for phobias: a systematic review. Curr Psychiatry Rep. 2017;19(7):42.

Freud S. Opere complete. Torino: Boringhieri, 1967–1980.

Pigoni A, Delvecchio G, et al. Machine learning and the prediction of suicide in psychiatric populations: a systematic review. Translational Psychiatry. 2024;14:130.

Somé NH, Noormohammadpour P, Lange S. The use of machine learning on administrative and survey data to predict suicidal thoughts and behaviors: a systematic review. Front Psychiatry. 2024;15:1291362.

Turkle S. Alone Together: Why We Expect More from Technology and Less from Each Other. New York: Basic Books, 2011.

Turkle S. Reclaiming Conversation: The Power of Talk in a Digital Age. New York: Penguin Press, 2015.

ARTICOLI CORRELATI

Parabole degenerate: linee virtuali e spazi psicotici

EDUCAZIONE DIGITALE?

Tu mi perturbi Considerazioni sulle resistenze a fare i conti con il digitale

NATURA DELLA REALTA’, REALTA’ DELLA NATURA

 

Loading

Autore

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Caffè & Psichiatria

Ogni mattina alle 8 e 30, in collaborazione con la Società Italiana di Psichiatria in diretta sul Canale Tematico YouTube di Psychiatry on line Italia