Il recente e drammatico caso del bambino napoletano, vittima di un trapianto di cuore fallito a causa di inaccettabili e grotteschi errori logistici nel trasporto dell’organo, riapre una ferita mai del tutto rimarginata nel tessuto mediatico, sociale e psicologico del nostro Paese. È un filo diretto, spietato e continuo, che ci riporta a quel trauma collettivo fondativo che fu la tragedia di Vermicino. Lì, nel giugno del 1981, l’Italia perse la sua innocenza televisiva guardando in diretta un bambino scivolare verso la morte. Da quel momento, e per decenni, si è codificata e perfezionata la “TV del dolore”: una deriva che ha progressivamente abdicato alla propria vocazione informativa e civile per abbracciare la mercificazione sistematica dell’emotività popolare, con il cinico obiettivo di massimizzare l’audience.
Per una testata che indaga la psiche umana e le sue manifestazioni culturali come la nostra, è un imperativo categorico andare oltre la superficie della critica televisiva e interrogarsi sulle radici inconsce di questo fenomeno. Cosa trattiene lo spettatore incollato allo schermo, ipnotizzato e paralizzato dal disastro altrui? Quali meccanismi di difesa vengono attivati, e quali invece brutalmente elusi?
L’Esorcismo della Morte e l’Illusione del Controllo
La fascinazione umana per la sciagura e per l’orrore ha radici antiche, ma la sua trasposizione televisiva ne ha alterato profondamente le dinamiche. Da un punto di vista psicodinamico, assistere al dolore estremo attraverso il filtro protettivo, luminoso e bidimensionale dello schermo risponde a un bisogno primordiale: l’esorcismo dell’angoscia di morte.
Lo schermo funge da barriera impenetrabile, un diaframma che separa il sicuro dall’infausto. La tragedia accade rigorosamente “all’altro”, rassicurando inconsciamente lo spettatore sulla propria incolumità presente. Mantenere lo sguardo fisso sulle inefficienze sanitarie che hanno negato una speranza a un bambino, sui soccorsi mancati o sulle macerie di un disastro offre, inoltre, l’illusione temporanea di poter comprendere e contenere il caos. Si guarda per cercare rassicurazione che il male abbia una causa individuabile – un errore nel trasporto medico, una grave negligenza burocratica, la colpa di un singolo – e che, pertanto, possa essere controllato ed evitato nella propria quotidianità. È la rassicurazione che il mondo sia, dopotutto, un luogo prevedibile, a patto di non compiere gli stessi “errori” della vittima o del sistema che l’ha tradita.
Lo Specchio Oscuro: Identificazione Narcisistica e Falsa Empatia
La TV del dolore costruisce abilmente una narrazione che mima la vicinanza emotiva, ma che in realtà, ad un’analisi clinica e sociologica più attenta, promuove un’identificazione di stampo puramente narcisistico e proiettivo.
L’indignazione urlata, lo sdegno palesato sui social network e le lacrime versate dal divano di casa non scaturiscono, se non in minima parte, da una reale Einfühlung, da un’empatia autentica per la vittima e per la sua irripetibile unicità. L’empatia reale richiede il riconoscimento dell’alterità, il rispetto rigoroso della distanza, e l’accettazione della propria impotenza; si nutre di un silenzio che accoglie.
Al contrario, ciò a cui assistiamo è una proiezione: il telespettatore utilizza la figura della vittima (o dei genitori distrutti dal lutto) come un contenitore vuoto in cui riversare i propri terrori personali. Si piange per l’orrore insopportabile che un evento simile possa capitare a sé stessi o ai propri figli. Il dolore dell’altro viene espropriato, strumentalizzato per vivere una rapida e deresponsabilizzante catarsi emotiva.
Il Cannibalismo Emotivo e la Struttura del “Format”
Questa dinamica genera un vero e proprio cannibalismo emotivo, scientificamente ingegnerizzato dai programmi di infotainment. Queste trasmissioni non si propongono di indagare il dolore per trovarne una risoluzione o per elevare il dibattito pubblico; lo utilizzano come esca per la pulsione scoptofila del pubblico (il voyeurismo).
I dettagli clinici del trasporto fallito, le interviste forzate a parenti ancora in fase di acuto shock post-traumatico, gli zoom inopportuni sui volti segnati dalle lacrime: tutto concorre a trasformare il lutto – il processo più intimo, sacro e lacerante della psiche umana – in un “format”. Un bene di consumo rapido, decontestualizzato e anestetizzato, pronto per essere digerito dal pubblico tra uno stacco pubblicitario e un’opinione superficiale del tuttologo di turno. Si crea così un’emotività “a perdere”, utile unicamente per prolungare la permanenza del telespettatore sul canale.
Dall’Informazione allo Spettacolo: La Regressione Etica e la Desensibilizzazione
Il passaggio dal sacro diritto-dovere di cronaca alla spettacolarizzazione morbosa del dramma segna una gravissima regressione etica collettiva. Sottoporre la società a una sovraesposizione prolungata e sistematica al trauma non favorisce, come i media amano ipocritamente sostenere, una maggiore consapevolezza o una spinta al miglioramento dei sistemi (come quello sanitario e dei trasporti d’urgenza).
Al contrario, genera assuefazione e desensibilizzazione. La compassione si atrofizza. Quando il dolore viene somministrato quotidianamente a dosi massicce come intrattenimento, il pubblico perde la capacità di indignarsi in modo costruttivo e politico. La rabbia per l’ingiustizia subita dal povero bambino napoletano viene incanalata in uno sdegno sterile, performativo e momentaneo, che si esaurisce nell’arco della diretta televisiva, lasciando le cose esattamente come stanno nella realtà strutturale del Paese.
Riaffermare il Limite e il Diritto al Silenzio
Comprendere e denunciare le dinamiche inconsce che spingono il pubblico a consumare il dolore altrui, e la televisione a venderlo, è il primo passo per disinnescare questo meccanismo perverso. La clinica psichiatrica e psicoterapica ci insegna ogni giorno che il trauma esige uno spazio di elaborazione protetto, un contenimento forte, un uso parsimonioso e misurato delle parole.
Restituire dignità al dolore, oggi, significa compiere un atto profondamente sovversivo: saper spegnere la telecamera quando l’informazione esaurisce il suo mandato civile e cede il passo all’intrattenimento macabro. Significa riaffermare, contro il rumore assordante dei salotti televisivi, il valore terapeutico, clinico e profondamente umano del silenzio di fronte all’indicibile.
Bibliografia Essenziale
- Bacci, A. (2003). Alfredino nel pozzo. Tutta la storia della tragedia di Vermicino e la nascita della Tv del dolore. Bradipolibri.
- Bisogno, A. (2015). La tv invadente. Il reality del dolore da Vermicino ad Avetrana. Carocci.
- Castoro, C. (2017). Il sangue e lo schermo. Lo spettacolo dei delitti e del terrore. Da Barbara D’Urso all’ISIS. Mimesis Edizioni.
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Pepe, F. (2019). La spettacolarizzazione del dolore nei telegiornali e nei programmi d’infotainment: da Vermicino al delitto di Avetrana. Antipodes.
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Caro inarrestabile Francesco, hai fatto il punto su un sistema di comunicazione mediatico del dolore, rilevando giustamente alcuni aspetti perversi del nostro sentire. Mi sento comunque di aggiungere alcune note: la prima è che l”attrazione per il dolore altrui in fondo non è dissimile dall’attrazione per tutto ciò che si pone in evidenza rispetto a ciò che è consueto e ordinario, come può essere il gossip o i vari scoop mediatici. Non è il dolore in sé che attrae, ma il nuovo o il diverso che stimola l’attenzione. La seconda nota riguarda l’empatia: nella gran parte di coloro che non ha tratti sociopatici o rigidamente narcisistici l’empatia è un sentimento vivo e sincero, forse talvolta accompagnato dalla ‘falsa empatia’ che tu rilevi. Osserverei pure che la forza dirompente del sentimento dell’empatia ci spinge proprio a evitare di leggere gli articoli sul dolore o guardare la TV del dolore. La tragedia di Vermicino è stata seguita da milioni di italiani per un sentimento partecipe e sincero, immedesimandoci nel bimbo, nei genitori o nei soccorritori. Non per difesa (“per fortuna non è capitato a me”) ma per dolorosa empatia. E c’è stato anche chi ha cercato di difendersi dalla propria empatia evitando la TV del dolore. In sintesi, come sempre l’argomento è complesso e non riducibile ad una sola spiegazione. Tu hai esplorato “the dark side of the moon” ma dobbiamo rivolgere sempre il nostro sguardo riconoscente alla bella faccia splendente della nostra luna. Un abbraccio.