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L’Anomalia in Tasca: il cambio di paradigma sociale e la mente adolescenziale

25 Mag 26

L’avvento degli smartphone non ha rappresentato una semplice accelerazione tecnologica, ma una mutazione antropologica radicale. A quasi vent’anni dalla rivoluzione mobile, la psichiatria è chiamata a decodificare le conseguenze cliniche di un’anomalia che ha riscritto la neurobiologia e l’affettività di un’intera generazione.

Non è possibile comprendere i profondi mutamenti clinici, relazionali e cognitivi dei giovani d’oggi senza assumere una prospettiva storica e riconoscere la natura intimamente rivoluzionaria dell’ambiente in cui le loro menti si stanno forgiando. Già alla metà degli anni Novanta, in una fase pionieristica in cui la tecnologia digitale era ancora rigidamente ancorata alle scrivanie e ai monitor a tubo catodico, i teorici più attenti avevano compreso che l’umanità si trovava sulla soglia di un cambiamento di fase. L’ingresso nella cosiddetta “società dell’informazione” non era l’ennesima evoluzione cumulativa della società industriale, ma, per usare il concetto elaborato da Thomas S. Kuhn, l’emersione di una formidabile “anomalia”. Una terza ondata che, inevitabilmente, avrebbe imposto un salto di paradigma.

Tuttavia, quell’anomalia è rimasta in una fase incubatoria finché è stata confinata nello spazio fisico e temporale del personal computer tradizionale. È stato nel biennio 2007-2008, con l’irruzione sul mercato dell’iPhone e dei primi dispositivi Android, che la rivoluzione si è compiuta in modo definitivo. Lo strumento tecnologico si è staccato dalla parete, è diventato tascabile, pervasivo, ubiquo. Il resto è storia, ma è una storia che si sta scrivendo oggi, in tempo reale, sui corpi e nelle menti degli adolescenti che popolano i nostri studi clinici.

Dal “Social Computer” all’estensione anatomica

Per afferrare la gravità della ricaduta psichiatrica di questo fenomeno, occorre guardare allo smartphone non come a un telefono evoluto, ma come al compimento definitivo di quel “social computer” teorizzato agli albori della rete. Quando il dispositivo mobile ha fuso in sé la potenza di calcolo, l’ipertestualità continua del Web e l’accesso ininterrotto alle relazioni sociali, ha smesso di essere uno strumento ed è diventato un prolungamento anatomico e cognitivo dell’individuo.

I giovani nati dopo il 1995 non “accedono” alla rete: essi abitano permanentemente un ciberspazio ibridato con la realtà fisica. Le anticipazioni di pensatori come J.C.R. Licklider, che immaginavano un’epoca in cui gli esseri umani avrebbero comunicato più efficacemente attraverso le macchine che non faccia a faccia, si sono materializzate, ma con un esito imprevisto. Questa efficienza comunicativa è stata ottenuta al prezzo di un severo impoverimento della comunicazione analogica, privando un’intera generazione della palestra neurobiologica rappresentata dal linguaggio non verbale, dalla tolleranza dei silenzi e dalla modulazione empatica dello sguardo.

L’economia dell’attenzione e il pruning sinaptico

La clinica odierna ci mette di fronte a una sintomatologia diffusa e trasversale: un drammatico incremento dei disturbi d’ansia generalizzata, delle fobie sociali, delle sindromi depressive e, in modo allarmante, dei disturbi del sonno che sfociano in veri e propri esaurimenti psicofisici. Come possiamo inquadrare questa fenomenologia alla luce del nuovo paradigma?

La chiave di lettura risiede nella transizione verso un’economia dell’attenzione. Lo smartphone ha eliminato l’indispensabile “attrito” che fisiologicamente separa il pensiero dall’azione, il desiderio dalla sua gratificazione, lo spazio pubblico da quello privato. In passato, la socialità, il reperimento delle informazioni e l’intrattenimento richiedevano tempi di latenza; c’era uno scarto temporale che permetteva al cervello di riposare, metabolizzare ed elaborare.

Oggi, l’adolescente è immerso in un flusso rizomatico di notifiche, ricompense variabili e sollecitazioni visive progettate per massimizzare la dipendenza dopaminergica. Il confine tra il tempo del riposo e quello della performatività sociale è collassato. Il sistema nervoso centrale è mantenuto in un perenne stato di arousal, un’allerta continua che non solo altera i ritmi circadiani, ma interferisce pesantemente con una fase neurobiologica cruciale dell’adolescenza: il pruning (potatura) sinaptico[1]. In questa delicata finestra temporale, il cervello elimina le connessioni neurali ridondanti per consolidare quelle più utilizzate, ottimizzando le funzioni esecutive e la regolazione emotiva. Se le reti neurali maggiormente sollecitate e “salvate” dalla potatura sono quelle legate alla reattività immediata, alla ricompensa a breve termine e alla frammentazione dell’attenzione, stiamo letteralmente cablando i cervelli dei nostri ragazzi per l’instabilità e l’ansia.

La solitudine iperconnessa e l’illusione del controllo

Uno dei postulati più affascinanti e ingenui della prima rivoluzione digitale era la promessa di una radicale disintermediazione democratica: le gerarchie sarebbero saltate e il potere sarebbe ridisceso verso gli “utenti finali”, garantendo loro un controllo assoluto sulle proprie vite e reti relazionali.

La realtà che osserviamo sotto la lente clinica è speculare. Il salto di paradigma ha prodotto una generazione che si illude di possedere il mondo nel palmo di una mano, mentre ne è segretamente posseduta. I profili personali si sono tramutati in gabbie algoritmiche; le piazze digitali in arene dove il valore dell’individuo è misurato in metriche implacabili di approvazione pubblica.

È il paradosso della “solitudine iperconnessa”, una dinamica che prende corpo, dolorosamente, nei nostri ambulatori. Pensiamo alla figura, purtroppo paradigmatica, del quindicenne che si siede oggi di fronte a noi: lo sguardo sfuggente, le occhiaie marcate da un’insonnia cronica, la postura di chi è costantemente in difesa. Racconta di avere centinaia di contatti, chatta ininterrottamente fino a notte fonda, eppure, non appena si scava sotto la superficie, emerge un senso di isolamento abissale. Si sente invisibile se non pubblica, costantemente sotto esame e terrorizzato dalla prospettiva di un’estromissione, anche solo momentanea, dal flusso vitale della Rete (la cosiddetta FOMO, Fear of Missing Out). Questo adolescente non sta cavalcando la terza ondata: ne è sommerso. La sua identità non si costruisce più per introiezione e consolidamento interno, ma per esibizione e frammentazione su molteplici piattaforme.

Conclusioni: la sfida per la psichiatria contemporanea

Ci troviamo nel mezzo di una turbolenta fase di riassestamento in cui i manuali diagnostici tradizionali, forgiati sui paradigmi del Novecento, faticano a decodificare interamente un disagio che è, prima di tutto, sistemico e ambientale. Continuare ad applicare vecchie etichette a nuove sofferenze senza considerare il collante tecnologico che le plasma rischia di trasformarci in osservatori miopi.

La psichiatria non può permettersi derive neo-luddiste o sterili nostalgie analogiche. La sfida non è la demonizzazione dello strumento tecnologico, ma l’educazione a un suo uso che non sia patogeno. È necessario che la clinica, affiancata dalla riflessione sociologica, aiuti a ricostruire recinti protettivi, a restituire alle nuove generazioni il diritto alla lentezza, al silenzio e all’attrito vitale delle relazioni umane incarnate. Solo prendendo pienamente atto dell’irreversibilità di questo cambio di paradigma potremo smettere di subire l’anomalia e iniziare a curarne le ferite.

Bibliografia essenziale

  • Haidt, J. (2024). La generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli. Milano, Rizzoli.
  • Twenge, J. M. (2018). Perché i ragazzi oggi crescono meno ribelli, più tolleranti, meno felici e del tutto impreparati alla maturità. Torino, Einaudi.
  • Turkle, S. (2012). Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri. Torino, Codice Edizioni.
  • Spitzer, M. (2013). Demenza digitale. Come la nuova tecnologia ci rende stupidi. Milano, Corbaccio.
  • Bollorino, F., Rubini, A. (2000). Ascesa e caduta del Terzo Stato digitale. Milano, Apogeo Editore.
  • Kuhn, T. S. (1969). La struttura delle rivoluzioni scientifiche. Torino, Einaudi.

[1] Il termine pruning (dall’inglese to prune, potare) indica l’azione di tagliare o eliminare parti in eccesso per migliorare la struttura, l’efficienza o la salute di un sistema.

A seconda dell’ambito in cui viene applicato, assume significati specifici molto rilevanti:

  1. Intelligenza Artificiale e Machine Learning

Nel campo dell’intelligenza artificiale, il pruning è una tecnica fondamentale di ottimizzazione dei modelli. Consiste nell’eliminare da una rete neurale i parametri (i “pesi” o i collegamenti tra i neuroni artificiali) che risultano ridondanti o prossimi allo zero e che non contribuiscono significativamente al risultato finale.

  • Scopo: Ridurre la dimensione del modello (in termini di spazio su disco) e abbassare drasticamente le risorse hardware necessarie (RAM e potenza di calcolo della GPU) per farlo funzionare.
  • Risultato: Un modello “prunato” mantiene una precisione quasi identica alla sua versione originale, ma diventa molto più rapido, agile ed efficiente nella fase di inferenza (la generazione effettiva delle risposte).
  1. Neuroscienze (Pruning Sinaptico)

È il processo biologico naturale a cui si ispirano i modelli informatici citati sopra. Durante lo sviluppo del cervello umano, specialmente nell’infanzia e nell’adolescenza, avviene una vera e propria “potatura sinaptica”.

  • Scopo: Il cervello elimina le sinapsi (le connessioni tra neuroni) deboli, inattive o meno utilizzate dall’individuo, mentre rafforza quelle più attive e rilevanti per l’esperienza.
  • Risultato: Un sistema nervoso ottimizzato, in cui le informazioni viaggiano in modo più diretto e mirato. È un meccanismo cruciale per l’apprendimento e per la maturazione cognitiva.
  1. Informatica e Data Science (Alberi Decisionali)

Negli algoritmi di Machine Learning basati su alberi decisionali, il pruning consiste nel tagliare le sezioni o i rami dell’albero che classificano i dati basandosi su rumore statistico o dettagli irrilevanti.

  • Scopo: Prevenire l’overfitting, ovvero evitare che l’algoritmo impari a memoria i dati di addestramento perdendo la capacità vitale di generalizzare in modo corretto quando gli vengono forniti dati nuovi e mai visti prima.
  1. Botanica e Agricoltura

È il significato originario della parola: la potatura fisica delle piante.

  • Scopo: Rimuovere rami morti, malati o in sovrannumero da un albero per direzionare l’energia vitale della pianta verso i rami sani e fruttiferi, o per darle una forma strutturale in grado di resistere alle intemperie.

In tutti questi ambiti, il principio filosofico e pratico alla base del pruning è sempre identico: eliminare il superfluo per permettere all’essenziale di funzionare al massimo delle sue capacità.

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1 commento

  1. Luisa Bucella

    Un ottimo articolo su riscontri che tutti vediamo e non consideriamo come gravi, per le conseguenze che comportano e dubito riusciremo a risolvere.

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