Nota dell’autore
Questo contributo prosegue, portandola su un terreno clinico determinato, la linea di riflessione avviata in un precedente lavoro apparso su questa stessa rivista — «La psichiatria come prassi nichilista e tragica. Una lettura severiniana» —, di cui condivide la cornice e il metodo. Là si assumeva l’ontologia di Emanuele Severino non per dimostrarla, ma per abitarla come sviluppo condizionale, e da essa si traeva una tesi sull’agire di cura in quanto tale: che la psichiatria, come ogni prassi, è internamente disposta dalla «fede nel divenire» e dalla Tecnica che ne è il compimento, sicché non esiste una cura «buona» che stia ontologicamente fuori da quell’orizzonte; e che al clinico il quale ne divenga consapevole non è dato un riscatto, ma un mutamento di postura, che là si nominava — con formula che qui ritorna — gnosis senza lytrosis: conoscenza senza redenzione.
Ciò che in quel testo era detto della psichiatria in generale — e del suo essere luogo di particolare trasparenza della Tecnica, per la prossimità inaudita tra chi opera e ciò su cui si opera — qui si concentra in una figura singola: l’anoressia nervosa restrittiva, dove non il solo soggetto, ma il corpo stesso diventa il punto in cui quella struttura si rende leggibile fino all’urgenza clinica. Se la lettura regge, ciò che il corpo negato dell’anoressica mostra non è un’eccezione patologica, ma la grammatica di un’epoca portata al suo massimo di trasparenza; e con essa ritorna, declinato sul corpo, il senso e il limite di una cura che sa di non poter nientificare ciò di cui ha cura.
Abstract.
Il contributo propone una lettura ontologico-fenomenologica dei disturbi alimentari, e in particolare dell’anoressia nervosa restrittiva, come figura icastica di una struttura di civiltà ed epoca: la riduzione del corpo a oggetto disponibile alla volontà tecnica. Assunta come cornice la diagnosi del filosofo Emanuele Severino sulla «fede nel divenire» quale grammatica nichilistica dell’Occidente, e messa a lavoro con la distinzione fenomenologica tra corpo vissuto (Leib) e corpo-oggetto (Körper), si mostra come l’esperienza anoressica porti alla massima leggibilità clinica ciò che la civiltà tecnica compie in forma diffusa. Se ne ricava una distinzione teorica — tra l’essere dell’essente e la sua manifestazione — e una conseguenza sul senso della cura: non un nuovo protocollo, ma un mutamento di postura, che si propone di dire con la formula gnosis senza lytrosis.
Keywords: anoressia nervosa, fenomenologia del corpo, Severino, nichilismo, tecnica, filosofia della cura
Vi sono condizioni cliniche che sembrano parlare solo di chi le porta, e altre che, pur senza cessare di essere private e biografiche, dicono qualcosa dell’epoca e della concezione dell’umano in cui accadono.
L’anoressia nervosa restrittiva appartiene, a mio avviso, al secondo tipo. Non perché la storia individuale, la vulnerabilità biologica, il contesto familiare non contino — contano, e la clinica lo sa —, ma perché in quella condizione una struttura profonda del nostro tempo si rende visibile nella sua nudità.
Propongo qui di leggerla con una lente filosofica precisa, quella di Emanuele Severino, non per applicare una dottrina a un oggetto estraneo, ma per nominare ciò che la pratica quotidiana già incontra: un rapporto con il corpo in cui il corpo è trattato come qualcosa di disponibile, trasformabile, creduto come potenzialmente riducibile al nulla.
L’anoressia nervosa restrittiva, intesa come forma-limite dei disturbi alimentari, a parere di chi scrive costringe la clinica ad affacciare sulla filosofia. E, precisamente, per quanto potrà apparire a rischio di confusione delle rispettive epistemologie, sull’ontologia.
Il registro del discorso: comprendere, non spiegare
Conviene dichiarare subito lo statuto di ciò che segue, per non generare equivoci sul suo rapporto con il sapere clinico. Non è un discorso esplicativo nel senso delle scienze empiriche: non propone un meccanismo causale, non compete con la neurobiologia né con i modelli evidence-based, e non pretende di correggerli. Si muove, se vogliamo riferirci a una categoria epistemologica conosciuta alla psicopatologia, sul versante del com-prendere più che dello spiegare, nel senso che la tradizione da Dilthey a Jaspers ha consegnato [1]. La domanda non è «quali fattori producono l’anoressia», ma «dentro quale mondo un corpo può apparire come ciò che va sottratto». È, in termini rigorosi, uno sviluppo condizionale all’interno di un orizzonte assunto — la cornice severiniana —, non una dimostrazione in senso scientifico. Riconoscerlo non è una debolezza: è la sola onestà epistemica che permetta a un discorso filosofico di stare accanto alla clinica senza sostituirvisi, e di interrogarne le condizioni di possibilità senza confondere il posto occupato.
La fede nel divenire e la Tecnica
La tesi severiniana, ridotta all’osso, è questa. L’Occidente è nato da una persuasione creduta impropriamente l’evidenza originaria: che le cose vengano dal nulla e vi ritornino, che nascano e periscano, che siano — nel loro fondo — annientabili e producibili. Severino la chiama «fede nel divenire», e ne fa la radice del nichilismo: non un errore fra gli altri, ma l’Errore che equivale a pensare l’essente come intimamente nulla, poiché dire che una cosa «prima non era» e «poi non sarà» è predicarne, sia pure per lo più inconsapevolmente, l’identità con il proprio non-essere [2]. A questa persuasione egli oppone una tesi che non presenta come opinione ma come incontrovertibile, mostrata attraverso una rivisitazione del principio di non contraddizione / identità e attraverso il procedimento logico-performativo dell’élenchos (confutazione), per il quale la negazione dell’opposizione universale tra positivo e negativo (tra essente e niente) non può porsi senza auto-negarsi: nessun essente può essere il proprio non-essere; ogni cosa, in quanto è, non è il proprio nulla, e in questo senso è eterna — non nel senso di durare indefinitamente, ma nel senso di non poter mai coincidere con quel “assolutamente-altro-da-sé” che è il proprio nulla. Nessuna cosa che è viene dal nulla; alcuna cosa vi ritorna. Su questo sfondo, la Tecnica — nella sua eventificazione apicale, la tecno-scienza — non è un insieme di strumenti, ma il compimento storico-pratico di quella fede: la sua forma più coerente e potente. Se le cose sono annientabili e producibili, allora il mondo è, per principio, disponibile alla volontà, alla pianificazione, all’ottimizzazione. La Tecnica non è ciò che l’uomo usa; è l’orizzonte entro cui l’uomo, nella sua accezione dominante, si trova già collocato, la struttura che pre-orienta l’uso di ogni mezzo. Qui la lettura di Severino incontra le grandi diagnosi novecentesche della Tecnica — quella di Heidegger, che ne fa il destino della metafisica occidentale e il compimento dell’oblio dell’essere; quella di Horkheimer e Adorno (Scuola di Francoforte), che ne rintracciano la matrice in una razionalità strumentale che si rovescia dialetticamente in dominio. Le incontra nel descrivere un orizzonte senza «fuori»; se ne separa nel collocarne la radice non nell’oblio dell’essere né nel capovolgimento dialettico della ragione strumentale, ma nella fede nel divenire che entrambe quelle diagnosi, per Severino, ancora presuppongono [3]. La differenza ha una conseguenza a doppio taglio: Severino dispone di un criterio — l’impossibilità assoluta del nulla — che gli consente di dichiarare falso il contenuto interpretativo della Tecnica senza per questo negarne la realtà. La Tecnica, come ogni cosa che appare, è; ma la fede che la governa è falsa. È eterna come evento; è falsa come interpretazione. È questa scissione a permettere di diagnosticare la struttura senza ricadervi.
Il corpo tra Leib e Körper
La fenomenologia distingue due modi in cui il corpo si dà: come Leib, corpo vissuto, corpo-che-io-sono, suffuso del mio sentire e soggetto a sé trasparente di ogni orientamento nel mondo; e come Körper, corpo-oggetto, corpo-che-ho, corpo che si mostra nella opacità, misurabile e osservabile dall’esterno [4]. Nell’esperienza non alterata i due poli sono inseparabili benché distinti: il mio corpo è insieme il luogo da cui percepisco e la cosa che posso guardare, toccare, valutare. Si può dire che coscienza empirica e corpo vi co-appaiano: si danno insieme, come un’unità vissuta, prima che la volontà che vuole il corpo-come-oggetto-disponibile li separi. La struttura tecnica del mondo tende a offuscare questa co-apparizione, facendo recedere il polo del Leib dietro quello del Körper: il corpo diventa progressivamente un insieme di funzioni ottimizzabili, di parametri migliorabili, di componenti sostituibili — non più il dove del mio esistere, ma un oggetto del mio progetto. La psicopatologia fenomenologica contemporanea ha descritto con precisione questa torsione nella clinica dei disturbi alimentari: il corpo esperito prevalentemente «dall’esterno», attraverso lo sguardo dell’altro, in una sproporzione tra il vissuto propriocettivo-cenestesico e la sua immagine oggettivata [5]. Ciò che qui si aggiunge è la collocazione ontologica di quel dato: lo scivolamento non è un’anomalia recente prodotta dalle pressioni estetiche dei media, ma il compimento di una grammatica antica quanto l’Occidente, che nella tecno-scienza ha trovato la forma apicale e globalizzante. E il punto teorico è che la «disponibilità» del corpo non è un dato neutro che poi si interpreta: è già essa stessa un’interpretazione dell’essere del corpo. Chiamare il corpo «disponibile» è già una tesi ontologica — è la fede nel divenire fattasi carne [6].
L’anoressia come figura icastica
Qui si colloca la proposta centrale. L’anoressia nervosa, in modo più icastico e leggibile la forma restrittiva “pura”, è il luogo in cui la disponibilità tecnica del corpo si radicalizza fino a diventare clinicamente urgente e visibile. Ciò che l’anoressica rifiuta non è, in profondità, il cibo o il peso: è il divenire della forma — l’imprevedibilità di un corpo che cresce, cambia, matura, ha fame, sfugge al controllo. La restrizione è il gesto con cui la volontà cerca di ridurre il corpo a forma pura e immobile, sottratta a ogni potenza di trasformazione che non sia la propria: una forma che si pretende sottratta al divenire perché è stata resa interamente disponibile. Una sorta di ribellione inconsapevole, dunque, proprio a quel divenire sotterraneamente inteso in senso ontologico-nullificante, ribellione che tuttavia basa la sua pretesa di resistenza e di opposizione esattamente sulla stessa fede nel divenire, investita della massima petizione di potenza (opporsi all’apparire di “altri” stati del corpo equivale a credere di poter ridurre al nulla le forme via via apparenti). Attorno a questo nucleo si organizzano tratti che la clinica conosce bene e che qui trovano un’unità di senso: il controllo eretto a valore assoluto; l’onnipotenza cercata paradossalmente nel sottrarsi; l’isolamento come chiusura a tutto ciò — l’altro, l’imprevedibile, la relazione — che potrebbe destabilizzare la presa. Non sintomi giustapposti, ma facce di un’unica istanza: che nessun essente resista al proprio porre.In questa prospettiva anche l’altro diventa la forma da cui difendersi, e l’isolamento si rivela come la figura, sul piano della relazione, dello stesso rifiuto del reale che non si lascia disporre. Va detto con nettezza il senso in cui l’anoressia è qui «figura icastica»: si tratta di un privilegio di leggibilità, non di un primato ontologico. Essa non è «più nichilistica», nel senso detto, della chirurgia estetica, dell’ottimizzazione performativa del sé, dei programmi di potenziamento tecnico del corpo: il nichilismo, nella tesi assunta, non ammette gradi. Ciò che nell’anoressia si radicalizza non è il grado dell’errore, ma la sua trasparenza — essa, nell’attacco frontale al corpo, toglie a quelle pratiche il travestimento del benessere e della fitness e mostra “a nudo” la struttura che tutte condividono. Le parole delle pazienti la dicono meglio di ogni teoria: la testimonianza clinica registra il paradosso per cui è nel farsi minima che il corpo si fa più assordante, e nello scomparire che il soggetto si sente massimamente presente. La sottrazione, cioè, non cerca il nulla per amore del nulla: cerca di afferrare il corpo togliendogli ciò che lo rende ingovernabile — la sua stessa vita.
Essere e manifestazione: il senso del titolo
È proprio qui che la cornice ontologica introduce una distinzione decisiva, che ha valore non solo teorico. Il corpo può cessare di apparire come Leib — può ridursi, nell’esperienza, a puro Körper, oggetto alieno —, e tuttavia il suo essere non è per questo annientato. Occorre distinguere l’essere dell’essente dalla sua manifestazione: ciò che nell’esperienza si offusca, recede, «non appare più» è il modo in cui il corpo si manifesta, non il suo essere, che — nella tesi assunta — resta eterno, indipendente dal fatto stesso di apparire o non apparire più [7]. È il senso preciso del titolo: l’apparire del non apparire più del corpo. Ciò che appare è che il corpo-vissuto si ritrae; ciò che non accade — ciò che non può accadere — è che esso divenga nulla. L’errore ontologico dell’anoressica, allora, non è diverso, nella sua struttura, dall’errore fondamentale che secondo Severino percorre e sostanzia tutta la storia occidentale: è la fede che il corpo possa essere ridotto a nulla, posseduto fino all’annullamento. Ma questa fede è impossibile nel suo contenuto — perché nessun essente è il proprio nulla —, per quanto reale e straziante nel suo apparire clinico. La distinzione tra i due piani è ciò che sottrae il discorso a ogni fraintendimento consolatorio: la sofferenza è vera, e il corpo talvolta cessa di apparire come corpo vivo; ciò che è falso è l’interpretazione che quella sofferenza dà di sé, la persuasione che quella sottrazione sia un cammino reale verso il nulla. Riconoscerlo non toglie nulla al dolore: ne muta la collocazione ontologica.
La cura dentro la Tecnica: gnosis senza lytrosis
Da questa lettura discende una conseguenza scomoda per chi cura. Se ogni progetto di trasformare il mondo si fonda sulla fede nel divenire inteso come un emergere degli stati del mondo dal nulla e un farvi ritorno dopo aver sporto per un breve tratto nella presenza, allora anche il progetto terapeutico — voler far cessare uno stato e farne sorgere un altro — è, in senso rigoroso, una forma di volontà tecnica. Non per malevolenza o presunzione del clinico, ma per struttura: curare in senso radicale significa volere che qualcosa sia diverso da come è, credere che lo stato presente possa essere annullato e uno stato diverso prodotto. Ne segue una tesi che è bene enunciare senza attenuazioni, perché è quella che rende il discorso qualcosa di più di una critica esterna: non esiste una cura «buona» che stia ontologicamente fuori dalla Tecnica — né la psichiatria che preferisce il colloquio al farmaco, né l’approccio che si dice «olistico» o «centrato sulla persona». Sono differenze decisive sul piano dell’esperienza vissuta sulla base della fede nel divenire e di ciò che Severino chiama il “sogno della volontà”, in cui comunque siamo gettati; non istituiscono un «fuori» ontologico, e attribuire loro il valore di una redenzione che non possono offrire è a sua volta ancora un atto di fede nel divenire. Che cosa cambia, allora, per il clinico che abbia «prestato orecchio» a questo discorso? Non una tecnica nuova, ma una postura. La formula che si propone è gnosis senza lytrosis: visione senza redenzione [8]. Il sapere ontologico non salva dalla sofferenza, non guarisce il sintomo, non offre una via d’uscita dalla terra del dolore; ma colloca quel dolore in un orizzonte in cui il nulla non è la parola ultima. La differenza si può dire come quella tra un voler-curare-annullando — che identifica il successo della terapia con la nientificazione del sintomo e ripete, sul corpo della paziente, lo stesso gesto di riduzione che la malattia compie — e un aver-cura che accompagna senza la pretesa di annientare, e che tratta il corpo negato non come un guasto da correggere, ma come un essente che nessuna volontà, nemmeno quella della malattia, riesce davvero a ridurre a niente. Il clinico che ha com-preso (abbracciato) questo non smette di curare — non può, perché siamo gettati nell’agire —, ma abita la cura in modo diverso. Lo stesso gesto, compiuto nella consapevolezza di questa struttura, ha una qualità diversa da quello compiuto nel suo travisamento.
Una postura, non un protocollo
Non c’è, in tutto questo, alcuna indicazione operativa, e sarebbe un tradimento presentarne una. C’è, semmai, l’ipotesi — verificabile solo nella qualità della relazione, non in un esito misurabile — che il modo in cui il clinico sta di fronte al corpo negato della paziente non sia clinicamente indifferente, anche quando non modifica la forma esteriore degli atti. Riconosco che è il punto più esposto del discorso: la trasmissione di un simile mutamento non passa per un argomento da esibire — sarebbe di nuovo un uso tecnico della verità —, ma per un contegno, e resta perciò affidata a ciò che di quel contegno appare nella relazione. È il limite che il discorso porta con sé dichiarandolo. Resta, se proprio si vuol permanere nella logica del “guadagno”, una funzione che vorrei chiamare, senza enfasi, critica e insieme terapeutica: in un’epoca in cui la cura è sempre più attraversata dalla logica della prestazione, della misurazione, dell’ottimizzazione, restituire alla presenza il suo peso ontologico — là dove la Tecnica lo sottrae — non è poco. La lettura qui proposta non promette una guarigione diversa; propone di riconoscere, in ciò che la clinica dei disturbi alimentari porta alla luce ogni giorno, qualcosa che riguarda tutti: la struttura profonda di una civiltà ormai globalizzata nell’orizzonte tecnologico e di un’epoca che la porta a massima trasparenza, e il modo in cui essa si inscrive nel corpo di ciascuno. È da questo riconoscimento, e non da una tecnica ulteriore, che può apparire una diversa qualità dello stare accanto.
Note
[1] Sulla distinzione tra spiegazione causale e comprensione del senso resta fondamentale K. Jaspers, Psicopatologia generale, che la eredita da W. Dilthey e la applica al metodo psicopatologico.
[2] La tesi è argomentata nei suoi passi logici in E. Severino, La struttura originaria (1958), e nella sua portata storico-teoretica in Essenza del nichilismo. «Eterno» va inteso in senso rigoroso — non-coincidenza dell’essente con il proprio nulla — e non come durata indefinita.
[3] Per il confronto con Heidegger, cfr. E. Severino, Heidegger e la metafisica. L’obiezione severiniana è che la «storia dell’essere» heideggeriana (l’essere che si dona e si sottrae) presuppone ancora un essere che può non essere, cioè un essere pensato secondo il divenire. L’estensione alla Scuola di Francoforte proposta qui non si trova in Severino ed è responsabilità di chi scrive: essa raggiunge la teoria critica in quanto erede della dialettica hegeliana, il cui Resultat è l’apparire di una forma prima inesistente.
[4] La distinzione Leib/Körper è tematizzata da E. Husserl in Idee II e sviluppata da M. Merleau-Ponty in Fenomenologia della percezione.
[5] Cfr. i lavori di T. Fuchs sulla corporeità e la memoria corporea, e di G. Stanghellini sull’incarnazione e l’esperienza del corpo nei disturbi alimentari; sul piano dei modelli cognitivi, l’ipotesi del «blocco allocentrico» di G. Riva.
[6] È il punto in cui la posizione qui difesa si oppone a una lettura deflazionista, per cui la disponibilità del corpo sarebbe un dato pre-teorico e neutro: non esiste un grado zero descrittivo: la presunta neutralità è già una fondazione implicita.
[7] La distinzione è cruciale: inseparabile dall’apparire è la manifestazione dell’essente, non il suo essere. Far dipendere l’essere dal manifestarsi sarebbe la posizione che Severino combatte.
[8] La formula riprende, rovesciandone il senso salvifico, la coppia gnosi/redenzione della tradizione: qui la conoscenza non redime, ma disloca il senso della sofferenza.
Bibliografia
Fuchs, T. (2005). Corporealized and disembodied minds. A phenomenological view of the body in melancholia and schizophrenia. Philosophy, Psychiatry & Psychology.
Husserl, E. (1952). Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica, vol. II. Trad. it. Torino: Einaudi.
Jaspers, K. (1913). Psicopatologia generale. Trad. it. Roma: Il Pensiero Scientifico.
Merleau-Ponty, M. (1945). Fenomenologia della percezione. Trad. it. Milano: Bompiani.
Riva, G. (2012). Neuroscience and eating disorders: The allocentric lock hypothesis. Medical Hypotheses.
Severino, E. (1958). La struttura originaria. Milano: Adelphi.
Severino, E. (1972). Essenza del nichilismo. Milano: Adelphi.
Severino, E. (1994). Heidegger e la metafisica. Milano: Adelphi.
Severino, E. (1998). Il destino della tecnica. Milano: Rizzoli.
Stanghellini, G. (2004). Disembodied Spirits and Deanimated Bodies. The Psychopathology of Common Sense. Oxford: Oxford University Press.
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