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Le libere donne di Magliano, Tobino e la complessità del giudizio

29 Dic 25

Introduzione

(di Giacinto Buscaglia)

Ho chiesto a Psychiatry Online Italia di ripubblicare l’articolo di Peppe Dell’Acqua, apparso su “Il Piccolo” di Trieste, insieme alla replica che ho firmato con Paolo Milone, Franca Pezzoni (psichiatri scrittori) e Marina Riccucci (docente Università di Pisa), perché ritengo che questo confronto meriti di essere letto con il tempo e con l’attenzione che una rivista specialistica può offrire.

La figura di Mario Tobino continua infatti a suscitare giudizi fortemente polarizzati, ancora oggi spesso schiacciati su una contrapposizione ideologica che rischia di semplificare una storia di gran lunga più complessa e senz’altro mal interpretata. Riproporre insieme questi due testi non ha lo scopo di stabilire torti o ragioni, ma quello di riaprire uno spazio di riflessione su nodi che attraversano ancora la psichiatria contemporanea.

Rileggere Tobino oggi non significa mettere in discussione la riforma psichiatrica, ma interrogarsi su ciò che è stato compreso, su ciò che è stato rimosso e su ciò che rischia di ripresentarsi sotto nuove forme. Credo che solo un confronto non ideologico, fondato sull’esperienza e sulla memoria, possa aiutare la psichiatria a non ripetere errori già compiuti

ARTICOLO di Peppe Dell’Acqua su “Il Piccolo” di Trieste – 11 settembre 2025

TOBINO E QUELL’AMORE PER IL MANICOMIO

Ricordo di aver letto dopo la maturità, durante l’estate del ’64, nell’edizione tascabile degli Oscar Mondadori, “Le libere donne di Magliano”. Mi appassionò la descrizione della follía, del delirio, della vita di quelle donne nel manicomio. Ritratti, storie, passioni amorose, delicatezza e violenza mi fecero conoscere (mi iniziarono a?) un mondo fantastico, misterioso sorprendente, oscuro e inquietante. Donne innamorate e abbandonate, madri premurose e tradite, figlie devote e sconfitte mi avvicinarono a umane profondità assolutamente sconosciute nella crudezza della mia adolescenza.

Quella lettura, quelle suggestioni lasciarono il segno. Forse per questo, studente nella facoltà di medicina di Napoli, cominciai a frequentare la clinica delle malattie nervose e mentali. E per questo cercai altre letture di Tobino. Lessi così “Il deserto della Libia” che narra, con inarrivabile poesia, l’esperienza della guerra vissuta sul fronte libico e “Il clandestino” che rievoca vent’anni dopo la partecipazione alla Resistenza contro i nazifascisti in Toscana e le vicende drammatiche della lotta partigiana. Ancora l’orrore della guerra. Conoscere gli uomini ele donne, la loro vera e più profonda essenza il valore dell’estenuante lavoro di Tobino. E la verità più intima e indicibile sembra affiorare soltanto in guerra come nella malattia, nell’orrore della lotta fratricida come nella follia.

Ma è il Tobino psichiatra che scrive di manicomi e di psichiatrie che in seguito avrei letto e sentito. Con una certa delusione, devo dire. Mi aveva affascinato quando scriveva «la pazzia è veramente una malattia? Non è soltanto una delle tante misteriose e divine manifestazioni dell’uomo, un’altra realtà dove le emozioni sono più sincere e non meno vive?» Ma mentre diceva e scriveva cresceva il suo infinito amore per il manicomio dove viveva in una stanza tutta sua. Dove poteva esercitare il suo bonario e infinito paternalismo. Nel fascino della bellezza della follia mai pensò che quelle donne, altro che libere, erano diventate povere cose. Senza diritti, senza cittadinanza, senza ormai alcun futuro. E senza desideri se non quello di essere ben volute dal personale. Negli anni Settanta manifestò la sua contrarietà alle prime timide esperienze di apertura dei manicomi.

Mi amareggiò la sua difesa strenua non più della follia ma delle istituzioni che la contengono e la riducono. E annientano gli uomini, le donne e la loro innegabile umanità. Svelava, questa sua posizione, una sorta di irrinunciabile affezione al manicomio. Nel suo quasi ultimo “Per le antiche scale” sostenne l’irreversibile destino del “malato di mente”, l’inguaribilità, l’incomprensibilità, la sua inarrivabile disuguaglianza. Si avventurò in una insostenibile, anche per lui, difesa degli psicofarmaci in ragione della oggettiva consistenza della malattia. E chiamò con ironia “innovatori” quelli che allora si dedicavano alla folle impresa di aprire le porte dei manicomi. Di restituire faticosamente un nome, un cognome, una carta di identità, un libretto di pensione. Compresi allora che quella narrazione così straordinaria, fantastica, stupita riguarda l’oggetto follia, misterioso, oscuro, affascinante. E aveva seminato luoghi comuni difficili da estirpare. Saprò dire solo dopo che quelle narrazioni hanno fatto più danni e creato più pregiudizi del manicomio stesso.

Peppe Dell’Acqua

 

 

ARTICOLO di risposta di Giacinto Buscaglia, Paolo Milone, Francesca Pezzoni (psichiatri e scrittori) e Marina Riccucci (docente Università di Pisa) –

“Il Piccolo” di Trieste – mercoledì 8 ottobre 2025

Caro Direttore, abbiamo letto l’articolo di Peppe Dell’Acqua su Mario Tobino. Ci sembra che, a distanza di quarant’anni, sia arrivato il momento di valutare la sua figura e gli argomenti da lui portati con uno sguardo più equilibrato. Rappresentarlo ancora soltanto come lo psichiatra conservatore legato al manicomio non rende giustizia alla complessità della sua figura.

Tobino vedeva l’altra faccia della luna stando quotidianamente a contatto con i pazienti e con le loro sofferenze. Sapeva per conoscenza diretta che molte persone, dopo decenni di istituzionalizzazione, non potevano essere restituite al mondo esterno da un giorno all’altro.  Non erano resistenze reazionarie, ma verità scomode che aveva intuito: i suicidi, le strutture private fiorite nel vuoto legislativo, il peso enorme scaricato sulle famiglie prive di sostegni, l’uso eccessivo di psicofarmaci come nuove camicie di forza. Gli ultimi giorni di Magliano, che Tobino pubblicò nel 1982 – ‘cronaca’ appassionata e dolente del ‘prima’ e del ‘dopo’ la legge 180 – sono le sillabe concatenate di quelle verità.

La legge 180 è stata una conquista storica, ma arrivò prima dei servizi territoriali, lasciando nodi irrisolti. È a questo punto anacronistico minimizzare o negare problemi reali per portare avanti uno scopo ideale se non ideologico. Così rischiamo di ripetere quegli errori. Lo dimostra la chiusura degli OPG senza alternative sufficienti, con le REMS poche, sovraccariche e appaltate ai privati. Il recente omicidio di Caprarola, compiuto da un paziente che avrebbe dovuto trovarsi in una REMS ma era in lista d’attesa, ci ricorda che la realtà non si cancella con i principi astratti.

Tobino vedeva ciò che altri non volevano vedere, e questo avrebbe potuto servire alla psichiatria, se non fosse rimasto schiacciato da un’ostilità ideologica che ha impedito di cogliere i suoi contributi più importanti. Per questo crediamo che la sua figura vada riletta senza pregiudizi, accanto a quella di Basaglia. Solo così la psichiatria può evitare di cadere in nuovi riduzionismi e in nuove forme di disumanità.

La psichiatria non ha bisogno di eroi e di nemici, ma di tutte le voci che hanno saputo raccontare la follia. Anche di quella di Tobino, che seppe dare voce alle tante creature degne d’amore alle quali aveva dedicato non solo il tempo della cura, da psichiatra, ma anche quello, tutto letterario, della scrittura.

 

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