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L’Eclissi dell’Immagine e la Regressione Acustica.

24 Mar 26

La “Radio-Visione” come Mutazione Antropologica del Post-Pensiero 

Abstract.

L’articolo investiga la metamorfosi del panorama mediatico contemporaneo, focalizzandosi sul fenomeno della “radioizzazione” della televisione sul digitale terrestre. Attraverso una rilettura critica delle teorie di Marshall McLuhan, Giovanni Sartori e Neil Postman — integrata con apporti della neuropsicologia cognitiva, della sociologia dei media e della psicopatologia clinica — l’articolo analizza come la migrazione del linguaggio radiofonico nello spazio televisivo non costituisca una semplice convergenza tecnica, ma una regressione verso un’oralità tribale che neutralizza progressivamente la capacità di astrazione simbolica. Si esplorano le ricadute psicopatologiche di un medium che satura il canale uditivo riducendo l’immagine a simulacro, favorendo la frammentazione dell’identità cognitiva, la polarizzazione affettiva e la perdita del “senso del luogo” nella comunicazione sociale. La tesi centrale è che questa mutazione non sia un epifenomeno estetico, ma un evento antropologico di prima grandezza, con implicazioni dirette per la salute mentale collettiva.

 

Abstract (English).

This essay investigates the metamorphosis of the contemporary media landscape, focusing on the “radioization” of television on digital terrestrial platforms. Drawing on a critical re-reading of the theories of Marshall McLuhan, Giovanni Sartori, and Neil Postman — integrated with contributions from cognitive neuropsychology, media sociology, and clinical psychopathology — the article analyzes how the migration of radio language into the television space is not a simple technical convergence, but a regression toward a tribal orality that progressively neutralizes symbolic abstraction. The psychopathological consequences of a medium that saturates the auditory channel while reducing the image to a simulacrum are examined in depth, highlighting the fragmentation of cognitive identity, affective polarization, and the loss of the “sense of place” in social communication. The central thesis holds that this mutation is not an aesthetic epiphenomenon but a first-order anthropological event with direct implications for collective mental health.

 

Premessa metodologica: perché questo saggio.

La presente analisi nasce da un’osservazione empirica difficile da ignorare: nel corso dell’ultimo decennio, le principali emittenti del digitale terrestre italiano hanno progressivamente ceduto le proprie frequenze — e in molti casi l’intero palinsesto diurno — a stazioni radiofoniche che trasmettono in simulcast visivo. Non si tratta di un fenomeno marginale: interessa fasce orarie di grande ascolto e coinvolge emittenti di rilevanza nazionale. La domanda che questo saggio si pone non è di natura tecnica o normativa, ma di ordine antropologico, psicologico e filosofico: cosa accade alla mente umana — individuale e collettiva — quando lo schermo televisivo smette di mostrare e si limita a risuonare?

L’approccio adottato è volutamente interdisciplinare. La media theory di McLuhan, Innis e Meyrowitz fornisce la cornice strutturale; la critica culturale di Postman e Sartori offre gli strumenti per valutare le ricadute epistemiche sul discorso pubblico; la neuropsicologia cognitiva e la psicopatologia clinica permettono di ancorare l’analisi alla concretezza della mente che riceve, elabora o — sempre più spesso — non elabora.

Non si tratta, va chiarito, di una nostalgia per una televisione idealizzata che forse non è mai esistita nella purezza che le si attribuisce retroattivamente. Si tratta, piuttosto, di riconoscere che ogni medium incorpora una grammatica cognitiva, un insieme di aspettative percettive e di abitudini mentali che plasma chi lo utilizza. Quando quella grammatica cambia radicalmente — e il passaggio dalla logica dell’immagine alla logica della voce è un cambiamento radicale — le conseguenze non si esauriscono nell’esperienza estetica. Investono la struttura stessa del pensiero.

1. Il Naufragio dell’Evidenza: Dalla “Finestra sul Mondo” allo Specchio Narcisistico.

La televisione ha fondato la propria legittimità ontologica sulla promessa di essere una “finestra sul mondo”. Per decenni, l’immagine televisiva ha svolto la funzione di garante epistemico della realtà: l’evento esiste perché è visibile, e è visibile perché la telecamera ne certifica la presenza. La Guerra del Golfo del 1991 representò l’apogeo — e insieme il crepuscolo — di questa illusione di onnipervasività visiva. La telecamera della CNN che trasmetteva in diretta i lampi di Baghdad diventò l’occhio universale del telespettatore globale. Jean Baudrillard, in quegli stessi anni, scriveva provocatoriamente che quella guerra “non aveva avuto luogo” — intendendo che la sua trasmissione mediatica aveva sostituito l’evento reale con uno spettacolo autoreferenziale. Era una diagnosi prematura, ma profetica.

Oggi assistiamo al crollo definitivo di quella cattedrale visiva. Lo sbarco delle radio sul digitale terrestre segna il passaggio storico dall’era dell’evidenza — il primato dell’oggetto visto, del documento filmato, della testimonianza oculare — all’era della narrazione circolare, in cui domina il soggetto che parla, commenta e riscrive continuamente sé stesso. La TV non guarda più il mondo esterno; inquadra se stessa mentre parla di quel mondo. Questa è una trasformazione di ordine epistemologico prima ancora che mediatico.

Questo svuotamento dell’immagine non è soltanto una scelta estetica o editoriale. È, in primo luogo, una capitolazione economica: l’immagine complessa — l’inchiesta giornalistica, il documentario, il reportage di guerra, il montaggio stratificato che richiede tempo e risorse per essere costruito e tempo e attenzione per essere recepito — non regge alla velocità del consumo digitale contemporaneo. La radio in TV è l’occupazione di un vuoto biologico da parte del chiacchiericcio, ciò che Heidegger in Essere e Tempo (1927) chiama Gerede: il parlare inautentico che circola senza radicamento nell’esperienza diretta del reale, trasformando il medium da testimone della realtà a commentatore perpetuo di una realtà che si presuppone senza mostrarla.

1.1 La funzione epistemica dell’immagine televisiva.

Occorre soffermarsi sulla specificità della funzione epistemica dell’immagine, che non si riduce alla sua dimensione estetica. Nel regime visivo della televisione classica, l’immagine svolgeva una triplice funzione: certificazione (questo è accaduto), ancoraggio (questo è accaduto qui, in questo modo) e distanziamento critico (guardando posso valutare ciò che vedo con una certa autonomia). La voce radiofonica, per quanto potente sul piano emotivo, non può assolvere nessuna di queste tre funzioni nello stesso modo: chiede al ricevente di fidarsi del narrante, non del documentato.

Quando questa distinzione si erode — quando lo schermo televisivo trasmette esclusivamente voci senza immagini informative — la fonte di autorità epistemica si sposta dal documento al parlante. Non è più rilevante ciò che si mostra, ma chi parla e come parla. Questo è il nucleo del problema: non un mero degrado estetico, ma una ristrutturazione del rapporto tra medium, verità e pubblico.

2. Il Fantasma di McLuhan e il “Surriscaldamento” del Medium.

Marshall McLuhan, in Understanding Media: The Extensions of Man (1964), elaborò la celebre distinzione tra media “caldi” e media “freddi”, basata non sul contenuto trasmesso ma sulla densità sensoriale del medium stesso e sul grado di partecipazione che richiede al ricevente.

I media freddi — tra cui McLuhan annoverava la televisione classica, il telefono, la conversazione diretta — sono caratterizzati da una bassa definizione sensoriale e richiedono un alto coinvolgimento interpretativo da parte del fruitore, che è chiamato a “completare” il messaggio con la propria partecipazione cognitiva ed emotiva. I media caldi — la radio, il cinema, la fotografia — saturano invece un singolo canale sensoriale (l’udito, nel caso della radio) con una densità informativa elevata, lasciando pochissimo spazio alla partecipazione creativa del ricevente.

Il paradosso strutturale della radio-visione televisiva risiede esattamente in questo: trasmettendo un flusso radiofonico su uno schermo televisivo, si produce il surriscaldamento della TV. La televisione cessa di essere “fredda” e diventa “calda”, perdendo quella caratteristica fondamentale che McLuhan identificava come la sua virtù principale: la capacità di suscitare partecipazione. Non c’è più nulla da completare mentalmente, perché la parola satura ogni interstizio di significato. L’immagine, ridotta a un primo piano statico di un conduttore seduto davanti a un microfono, diventa un feticcio visivo che non aggiunge informazione ma serve unicamente ad ancorare lo sguardo in uno stato di passività semi-ipnotica.

2.1 La tribalizzazione acustica: McLuhan e il ritorno dell’oralità primaria.

McLuhan avvertiva esplicitamente che la radio avrebbe operato come potente vettore di retribalizzazione: il ritorno a una cultura dell’orecchio che privilegia l’emozione collettiva, il ritmo, l’oralità magica e la sintonia affettiva con il gruppo di appartenenza, a scapito della razionalità lineare, della prospettiva individuale e della visione critica che appartengono alla cultura della scrittura e dell’immagine elaborata. La tribu, avvertiva McLuhan, si riconosce nella voce del capo, non nel documento.

Questo schema si applica con impressionante precisione all’attuale panorama della radio-visione italiana: le voci familiari dei conduttori radiofonici, riprodotte sullo schermo televisivo per ore, svolgono esattamente la funzione di cementare l’identità tribale dell’uditorio. L’ascoltatore/telespettatore non cerca informazione; cerca conferma, appartenenza, rassicurazione. E la voce familiare del leader mediatico di turno gliela offre senza mediazioni critiche.

2.2 Harold Innis e il “bias” della comunicazione orale.

L’analisi di McLuhan trova un significativo antecedente nel lavoro di Harold Adams Innis, storico e teorico dei media canadese che in The Bias of Communication (1951) aveva dimostrato come ogni medium incorpori un “bias” — una tendenza strutturale — che favorisce certi tipi di organizzazione sociale e certi regimi epistemici a scapito di altri. I media basati sull’oralità tendono a favorire civiltà orientate al tempo, alla tradizione e all’autorità sacrale della parola del capo o del sacerdote; i media basati sulla scrittura e sull’immagine tendono a favorire civiltà orientate allo spazio, all’espansione e alla razionalità critica.

La radio-visione del digitale terrestre contemporaneo riconfigura, in termini tecno-culturali, esattamente il “bias” orale di cui Innis parlava: uno spazio comunicativo dominato dalla voce, dall’immediatezza, dalla circolarità — in cui il tempo non produce accumulo critico ma si azzera continuamente nel ciclo del commento al commento. Un medium, dunque, strutturalmente orientato all’obbedienza emotiva più che al giudizio ragionato.

3. Dall’Homo Videns alla “Regressione Acustica”: Prospettiva Psicopatologica.

Giovanni Sartori aveva profetizzato, con lucida preoccupazione, la nascita dell’Homo Videns: un individuo la cui capacità di astrazione è progressivamente atrofizzata dal predominio dell’immagine televisiva sull’elaborazione verbale e concettuale. L’immagine, sosteneva Sartori, impone la concretezza e l’emozione immediata, indebolendo la capacità di pensiero astratto che la scrittura e il ragionamento argomentativo avevano sedimentato nella cultura occidentale nel corso dei secoli.

Paradossalmente, la radioizzazione della televisione suggerisce una mutazione ancora più radicale e, per certi aspetti, più inquietante rispetto a quella descritta da Sartori: non il semplice declino del pensiero astratto per eccesso di immagine, ma il passaggio verso una condizione post-visiva in cui si perdono simultaneamente i vantaggi della cultura visiva (il documento, la testimonianza, il confronto con il reale) e quelli della cultura verbale alta (l’argomentazione strutturata, la distinzione tra premessa e conclusione, la logica del testo scritto). Ciò che rimane è una “parola vista” che nega sia la profondità della lettura sia la forza dell’immagine: un ibrido che prende il peggio di entrambi i mondi.

3.1 Frammentazione dell’attenzione e il cosiddetto “ADHD sociale”.

Dal punto di vista neuropsicologico, il ritmo radiofonico — caratterizzato da sigle di apertura e chiusura, interventi brevi, battute, passaggi rapidi da un interlocutore all’altro, clock sonori — trasportato sullo schermo televisivo produce un ambiente cognitivo che ostacola sistematicamente la formazione del pensiero lungo. La mente del telespettatore è costantemente sollecitata da micro-stimoli che si succedono a una frequenza tale da non consentire la sedimentazione cognitiva: quella fase di elaborazione silenziosa in cui l’informazione ricevuta viene integrata con il patrimonio conoscitivo preesistente, vagliata, contestualizzata, giudicata.

Le ricerche di neuropsicologia dell’attenzione condotte negli ultimi due decenni hanno documentato con crescente precisione i meccanismi con cui la saturazione di stimoli brevi e discontinui interferisce con la memoria di lavoro e con le funzioni esecutive frontali. Ciò che clinicamente osserviamo in alcune forme di Disturbo da Deficit di Attenzione può essere indotto, in forme subcliniche ma socialmente pervasive, da ambienti comunicativi strutturalmente progettati per l’interruzione continua. Il termine “ADHD sociale”, pur non essendo una categoria diagnostica riconosciuta, descrive efficacemente una tendenza culturale: la progressiva intolleranza collettiva verso qualsiasi forma di pensiero che richieda più di novanta secondi di attenzione sostenuta.

3.2 Saturazione uditiva e stati ansiosi.

A differenza dell’immagine, che permette una certa distanza critica — posso distogliere lo sguardo, posso scegliere di non guardare — la voce è intrinsecamente intrusiva. Penetra nello spazio domestico senza chiedere permesso, si installa nell’intimisà dell’ambiente familiare con una pervasività che l’immagine non possiede nella stessa misura. La “TV parlata” crea un rumore di fondo semanticamente denso che alimenta stati di iper-vigilanza: la mente non può ignorare completamente una voce umana, perché la corteccia uditiva e le strutture sottocorticali implicate nell’elaborazione del linguaggio rimangono attive anche in condizioni di attenzione parziale.

Questo stato di semi-attivazione cognitiva prolungata è fisiologicamente costoso. Nei soggetti predisposti, l’esposizione cronica a un ambiente sonoro denso di contenuti emotivamente carichi — quale quello tipico del format radio-televisivo di informazione e commento politico — può contribuire all’amplificazione di stati ansiosi generalizzati e all’incremento del senso soggettivo di minaccia. Non è irrilevante, in questa prospettiva, che la ricerca epidemiologica registri una correlazione tra consumo elevato di media informativi e livelli più elevati di ansia generalizzata: una correlazione che non implica necessariamente causalità diretta, ma che merita attenzione clinica.

3.3 L’eclissi del tempo di latenza e la reattività pre-razionale.

Forse il danno cognitivo più profondo prodotto dalla logica della radio-visione riguarda ciò che gli psicologi cognitivi chiamano tempo di latenza elaborativa: lo spazio mentale tra la ricezione di uno stimolo (la notizia, il fatto, il dato) e la formulazione di una risposta (il giudizio, l’opinione, la decisione). Nella comunicazione radiovisiva, questo spazio non esiste: tra il fatto e il commento non c’è silenzio, non c’è pausa, non c’è tempo per l’elaborazione. Il commento segue il fatto in tempo reale, spesso sovrapponendosi ad esso, colonizzando preventivamente lo spazio interpretativo del ricevente.

La psiche, privata del tempo necessario alla elaborazione riflessiva, è spinta verso una reattività immediata di natura pre-razionale: risposte emotive, viscerali, tribali. I lavori di Daniel Kahneman sul pensiero lento e sul pensiero veloce — sintetizzati nel modello Sistema 1 / Sistema 2 — offrono un framework teorico potente per comprendere questo fenomeno: la radio-visione è strutturalmente un medium del Sistema 1, che bypassa sistematicamente le lente e costose risorse del pensiero analitico.

4. Sociologia della Disputa: Il Talk Show come Dispositivo di Potere.

La trasformazione della televisione in una grande radio visualizzata risponde a una precisa economia della comunicazione: la sostituzione sistematica del fatto con l’opinione. Questa sostituzione non è neutra: è un atto di potere semiotico che ridefinisce le regole del discorso pubblico.

Il talk show, che è l’habitat naturale della radio e il format dominante della radio-visione televisiva, non è uno spazio di discussione democratica. È, sociologicamente, un dispositivo di potere che opera attraverso alcune strategie fondamentali: la selezione degli ospiti (che determina chi ha diritto di parola e su quali argomenti), la gestione dei tempi (che impedisce qualunque argomentazione che richied a più di sessanta secondi), la drammatizzazione del conflitto (che privilegia il battibecco rispetto alla costruzione condivisa del significato) e la reiterazione dello stesso format giorno dopo giorno (che normalizza questa modalità come unica forma legittima di dibattito pubblico).

La dimensione di potere risiede nel fatto che questo dispositivo non appare come tale: sembra discussione libera, sembra pluralismo. In realtà, seleziona, semplifica e polarizza. Come aveva magistralmente analizzato Neil Postman in Amusing Ourselves to Death (1985), ciò che si presenta come dibattito pubblico è, in realtà, intrattenimento che adotta la forma del dibattito. La differenza non è estetica: è politica.

4.1 La polarizzazione delle bolle e la fine dello spazio pubblico habermasiano.

Sociologicamente, il dominio del format radio-visivo favorisce un fenomeno ben documentato dalla ricerca contemporanea: la polarizzazione delle bolle cognitive e affettive. L’ascoltatore/telespettatore non si rivolge al medium per acquisire informazioni nuove o per mettere alla prova le proprie convinzioni. Si rivolge ad esso per ricevere conferma della propria appartenenza tribale attraverso la voce del leader mediatico preferito.

Jürgen Habermas aveva teorizzato l’esistenza di uno spazio pubblico — la sfera pubblica borghese — in cui i cittadini si confrontano razionalmente su questioni di interesse comune, con l’obiettivo di raggiungere un accordo fondato sull’argomentazione. La radio-visione del digitale terrestre è l’esatto opposto di quello spazio: non mira al confronto razionale ma alla solidarietà emotiva del gruppo, non produce accordo ma consolida divisioni, non crea cittadini informati ma fedeli di una voce familiare.

Le ricerche di Eli Pariser sulla “filter bubble” — elaborate originariamente per descrivere il fenomeno degli algoritmi dei social media che mostrano agli utenti solo ciò che già amano — si applicano con una precisione sorprendente anche alla radio-visione televisiva, dove è la scelta del canale, e non l’algoritmo, a costruire la bolla. Il risultato è identico: un’informazione autoreferenziale che rafforza ciò che il fruitore già pensa, senza mai mettere in discussione le sue premesse.

4.2 Post-verità e format radiofonico: un’affinità strutturale.

Non è casuale che l’era della post-verità — ufficializzata dall’Oxford Dictionary come parola dell’anno 2016 — coincida con la proliferazione dei format radio-televisivi di commento. La post-verità non è soltanto una categoria epistemologica: è la conseguenza naturale di un sistema mediale in cui l’opinione ha strutturalmente più spazio del fatto verificato. Quando il medium privilegia la velocità del commento alla lentezza della verifica, quando la voce del conduttore ha più autorità del documento filmato, quando la plausibilità emotiva è più persuasiva della correttezza fattuale, la post-verità diventa il regime epistemico normale e non l’eccezione.

La “fake news” non è dunque soltanto un prodotto della cattiva fede di alcuni attori comunicativi: è il prodotto fisiologico di un sistema mediale che ha progressivamente eroso gli standard epistemici che rendevano possibile la distinzione tra vero e falso, tra verificato e presunto, tra testimonianza e speculazione. La radio-visione televisiva è la matrice strutturale di questo processo.

5. La Fine del “Senso del Luogo” e l’All-News come Resistenza Assediata.

Joshua Meyrowitz, in No Sense of Place (1985), aveva argomentato che i media elettronici — in particolare la televisione — avevano prodotto una radicale trasformazione dei confini sociali, annullando la distinzione tra situazioni comunicative diverse e creando un senso di ubiquità che modificava profondamente i ruoli sociali, le gerarchie e i rituali dell’interazione. La televisione, secondo Meyrowitz, ci aveva fatto entrare negli spazi privati dei potenti, aveva reso visibile ciò che era nascosto, aveva ridefinito le frontiere tra pubblico e privato, tra l’esperienza locale e quella globale.

La radioizzazione della televisione porta questo processo all’estremo e ne inverte il segno: non più la trasparenza del luogo reale, ma la supremazia del non-luogo per eccellenza. Lo studio radiofonico è uno spazio radicalmente astratto: pannelli fonoassorbenti, microfoni, luci artificiali, e nessun riferimento al territorio circostante. Non ha finestre, non ha paesaggio, non ha località. Quando questo spazio occupa lo schermo televisivo per ore, la connessione del pubblico con il territorio e con la realtà fisica si interrompe.

Marc Augé ha teorizzato il concetto di non-luogo per descrivere gli spazi dell’ipermoderità — aeroporti, autostrade, centri commerciali — caratterizzati dall’assenza di storia, di identità e di relazione. Lo studio radiofonico trasmesso in televisione è un non-luogo mediale: uno spazio senza storia, senza territorio, senza corpo. La voce che vi risuona non appartiene a nessun luogo e non parla da nessun luogo. È voce pura, disincarnata, autoreferenziale.

5.1 Il giornalismo d’immagine e la democrazia della testimonianza.

L’unico baluardo rimasto contro questa dissoluzione del reale nel commento è il giornalismo d’immagine: il reportage televisivo, l’inchiesta documentata, il servizio girato sul campo, la testimonianza visiva dell’evento. Ma questo baluardo è sotto assedio. L’economia della radio-visione è infinitamente più conveniente dell’economia del reportage: mandare in onda quattro persone che commentano in studio costa una frazione di ciò che costerebbe spedire un giornalista con una troupe a documentare ciò di cui quelle quattro persone discutono.

Quando il giornalismo d’immagine cede il passo al panel di commentatori in studio, il canale all-news tradisce la propria missione fondativa e diventa un’altra stazione radiofonica con le immagini di repertorio sullo sfondo. La perdita della capacità di testimoniare attraverso l’immagine è una delle ferite più profonde della democrazia contemporanea, perché la democrazia ha bisogno di cittadini capaci di vedere ciò che accade, non solo di ascoltare ciò che qualcuno dice che è accaduto.

Hannah Arendt, in La vita della mente (1978), distingueva tra la fatica del pensiero — che richiede ritiro, silenzio e confronto con la complessità — e la banalità di un’esistenza che rinuncia al pensiero sostituendolo con la chiacchiera. La radio-visione televisiva è, in questa prospettiva, un potente meccanismo di istituzionalizzazione della banalità: non nel senso morale del termine, ma in quello preciso che Arendt le attribuiva — l’assenza strutturale di riflessione.

6. Implicazioni per la Salute Mentale Collettiva: Verso una Psichiatria dei Media.

Per una testata come Psychiatry on Line Italia, il tema della radio-visione non è marginale rispetto alla missione clinica e culturale della rivista. La salute mentale di una società dipende, tra le molte cose, dalla qualità della sua dieta mediale: dal tipo di stimoli cognitivi ed emotivi che il sistema comunicativo offre quotidianamente ai propri membri, dalla struttura delle opportunità di riflessione e di elaborazione che quel sistema consente o, al contrario, preclude.

Una televisione che rinuncia all’immagine per diventare un coro di opinioni sovrapposte non è soltanto un declino tecnologico o estetico. È un attacco sistematico — non necessariamente consapevole o intenzionale, ma non per questo meno reale — alla capacità umana di riflettere, di stare nel silenzio, di guardare l’altro nella sua integrità e complessità, piuttosto che come una voce che polemizza da un pannello fonoassorbente. È un attacco alla capacità di tollerare l’ambiguità, la sfumatura, la contraddizione, il non-ancora-risolto.

6.1 La psichiatria culturale e il concetto di idioma del disagio.

La psichiatria culturale ha elaborato il concetto di idioma del disagio per descrivere i modi in cui le forme culturali — inclusi i media — strutturano l’espressione e la percezione della sofferenza psicologica. In una cultura mediale dominata dal format radiofonico, l’idioma del disagio tende a diventare sempre più reattivo, polarizzato e privo di sfumature: il disagio si esprime come indignazione o come apatia, raramente come riflessione elaborata.

Non è irrilevante, in questa prospettiva, che le ricerche epidemiologiche degli ultimi anni registrino un incremento dei disturbi d’ansia e dei disturbi dell’umore nelle fasce di popolazione con più elevata esposizione ai media informativi. La correlazione non implica causalità univoca, e la direzione causale è certamente complessa e bidirezionale; ma l’ipotesi che la struttura stessa del consumo mediale contribuisca a modellare il profilo del disagio psicologico merita una seria attenzione da parte della comunità clinica e scientifica.

6.2 Il silenzio come categoria clinica e culturale.

La proposta che emerge da questa analisi non è romantica né nostalgica. Non si tratta di invocare un impossibile ritorno a un’età dell’oro mediale che probabilmente non è mai esistita nella purezza che gli si attribuisce. Si tratta, piuttosto, di riaffermare il valore del silenzio — non come assenza, ma come spazio cognitivo necessario all’elaborazione, alla riflessione e alla costruzione del significato.

In ambito clinico, il silenzio è da sempre riconosciuto come componente essenziale del processo terapeutico: lo spazio in cui il paziente può elaborare ciò che ha detto, in cui il terapeuta può osservare ciò che non viene detto, in cui la relazione può sedimentarsi al di là delle parole. Una società che ha eliminato strutturalmente il silenzio dal proprio ambiente comunicativo è una società che ha rinunciato a una risorsa psicologica fondamentale.

La riscoperta del valore della visione critica — non come nostalgia per l’immagine televisiva in sé, ma come affermazione della necessità di un medium che mostri, documenti, testimoni, invece di limitarsi a commentare — è dunque, al tempo stesso, una proposta culturale e una proposta clinica. È la proposta di restituire alla psiche il tempo e lo spazio che il chiacchiericcio continuo le ha sottratto.

7. Conclusioni: Per una Nuova Ecologia della Mente Mediale.

La radio-visione televisiva non è un fenomeno tecnico minore. È il sintomo più visibile di una trasformazione profonda del sistema mediale occidentale, e italiano in particolare: la progressiva sostituzione della cultura dell’immagine e del documento con la cultura della voce e dell’opinione. Questa trasformazione ha conseguenze che investono simultaneamente la qualità del discorso pubblico, la capacità epistemica collettiva e la salute mentale della popolazione.

Le teorie di McLuhan ci insegnano che i media non sono strumenti neutri: ogni medium incorpora una grammatica cognitiva che modella chi lo usa. La grammatica della radio-visione è una grammatica dell’immediatezza, della reattività, della polarizzazione e della disincarnazione dal reale. È una grammatica che privilegia il commento sul fatto, l’emozione sul ragionamento, la voce familiare sulla testimonianza scomoda.

La risposta a questa sfida non può essere soltanto tecnica o normativa, sebbene anche le politiche regolatorie abbiano la loro parte. La risposta è prima di tutto culturale ed educativa: si tratta di sviluppare, nelle nuove generazioni e nella cittadinanza adulta, quella che oggi viene chiamata media literacy — la capacità di leggere criticamente i media, di riconoscere la differenza tra un formato che mostra e uno che commenta, tra una fonte primaria e una voce che la interpreta, tra informazione verificata e opinione presentata come tale.

Dobbiamo chiederci, con serietà intellettuale e urgenza clinica: che fine fa la nostra capacità di astrazione, di empatia riflessiva, di giudizio autonomo, se il nostro intero ambiente informativo viene progressivamente ridotto a un battibecco radiofonico trasmesso su schermo? La risposta non è scontata, e questa incertezza è già, di per sé, motivo sufficiente per prendere il problema sul serio.

La riscoperta del valore della visione critica — di un’immagine che non sia soltanto sfondo decorativo ma strumento di conoscenza profonda — e la difesa degli spazi di silenzio elaborativo, sono al tempo stesso una proposta mediatica, una proposta politica e una proposta clinica. Sono, in definitiva, la proposta di restituire alla mente umana le condizioni minime per essere, ancora, se stessa.

 

Bibliografia.

Arendt, H. (1978). The Life of the Mind. Harcourt. (Ed. it. La vita della mente, Il Mulino, 1987).

Fondamentale per il concetto di “banalità” come assenza strutturale di riflessione, applicato qui alla grammatica cognitiva dei media oralizzati.

Augé, M. (1992). Non-lieux: Introduction à une anthropologie de la surmodernité. Seuil. (Ed. it. Nonluoghi, Eleuthera, 1993).

Per il concetto di non-luogo come spazio privo di storia, identità e relazione, applicato qui allo studio radiofonico trasmesso in televisione.

Baudrillard, J. (1991). La Guerre du Golfe n’a pas eu lieu. Galilée. (Ed. it. La guerra del Golfo non ha avuto luogo, Costa & Nolan, 1991).

Per la tesi della sostituzione dell’evento reale con il suo simulacro mediale; precorre il tema dell’eclissi dell’evidenza documentaria.

Debord, G. (1967). La Société du Spectacle. Buchet-Chastel. (Ed. it. La società dello spettacolo, Baldini+Castoldi).

Sull’organizzazione dei rapporti sociali attraverso la mediazione dell’immagine-merce e della parola-merce; fondamentale per la critica del dispositivo spettacolare.

Habermas, J. (1962). Strukturwandel der Öffentlichkeit. Luchterhand. (Ed. it. Storia e critica dell’opinione pubblica, Laterza, 1971).

Per il concetto di sfera pubblica come spazio razionale di confronto tra cittadini; essenziale come termine di paragone critico rispetto al format radio-televisivo.

Heidegger, M. (1927). Sein und Zeit. (Ed. it. Essere e tempo, Mondadori, 2006).

Per il concetto di Gerede (chiacchiera) come modo d’essere della quotidianità inautentica, in cui il parlare circola senza radicamento nell’esperienza diretta.

Innis, H. A. (1951). The Bias of Communication. University of Toronto Press.

Sull’influenza strutturale dei supporti comunicativi sulla stabilità delle civiltà e sulla tendenza (bias) dei media orali verso l’autorità sacrale e la chiusura critica.

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Per il modello Sistema 1 / Sistema 2; la radio-visione è strutturalmente un medium del Sistema 1, che bypassa le risorse del pensiero analitico lento.

McLuhan, M. (1964). Understanding Media: The Extensions of Man. McGraw-Hill. (Ed. it. Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore, 1967).

Opera fondamentale per comprendere come i media estendano i sensi umani e modifichino la struttura cognitiva e sociale; la distinzione caldo/freddo è centrale per l’analisi del surriscaldamento televisivo.

Meyrowitz, J. (1985). No Sense of Place: The Impact of Electronic Media on Social Behavior. Oxford University Press.

Come i media elettronici annullano i confini tra contesti sociali diversi e producono la perdita del senso del luogo nella comunicazione contemporanea.

Pariser, E. (2011). The Filter Bubble: What the Internet Is Hiding from You. Penguin Press. (Ed. it. Il filtro. Quello che Internet ci nasconde, Il Saggiatore, 2012).

Per il concetto di bolla filtrante; applicato qui non all’algoritmo digitale ma alla struttura comunicativa del format radio-televisivo.

Postman, N. (1985). Amusing Ourselves to Death: Public Discourse in the Age of Show Business. Viking. (Ed. it. Divertirsi da morire. Il discorso pubblico nell’era dello spettacolo, Marsilio, 2002).

Analisi magistrale sulla trasformazione del discorso pubblico in intrattenimento e sulla dittatura del format televisivo come categoria epistemica.

Sartori, G. (1997). Homo Videns: Televisione e post-pensiero. Laterza.

Testo profetico sulla perdita della capacità di astrazione simbolica causata dal primato dell’immagine televisiva; qui riletto alla luce della successiva regressione verso la post-visività radiofonica.

Wolf, M. (1985). Teorie delle comunicazioni di massa. Bompiani.

Per l’inquadramento sistematico delle principali teorie sugli effetti dei media a lungo termine; essenziale per la cornice metodologica.

 

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