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Ma Ulisse era un uomo…

2 Set 26

Perché la malattia del controllo si incarna soprattutto nel femminile?

Appendice a «Le Sirene e la bilancia»

«Gli uomini agiscono, le donne appaiono.»

Berger, Ways of Seeing (1972)

 

 

Un’obiezione da considerare

Rispetto all’articolo intitolato Le Sirene e la bilancia, anch’esso qui pubblicato, mi sono trovato di fronte a un’obiezione tanto semplice quanto pungente. Se la struttura di soggettivazione che quell’articolo descrive assumendo come riferimento la dialettica dell’Illuminismo di Horkheimer e Adorno – la costituzione soggettiva attraverso la rinuncia e il sacrificio, messi al servizio del controllo nel quadro della ragione strumentale – appare emblematicamente con Ulisse, resta il fatto che Ulisse era un uomo. E i disturbi alimentari propriamente detti – il fenomeno psicopatologico in cui quella struttura, secondo la tesi illustrata, si incarna con la massima evidenza – colpiscono in larga prevalenza le donne. Perché, allora, se l’archetipo è maschile, oggi il carico performativo e auto-sacrificale del controllo sembra collocarsi soprattutto nel mondo femminile?

L’obiezione è seria, e dunque merita di essere affrontata: se la genealogia del controllo-per-rinuncia è universale, la sua distribuzione asimmetrica per genere chiede ragione, pena l’apparire arbitrario dell’emblema considerato.

La risposta che s’intende dare allora è che l’asimmetria, lungi dall’incrinare l’impianto, ne sia la conferma: non perché il femminile vi sia per natura più incline, ma perché una lunga storia culturale ha collocato il corpo della donna esattamente nel punto in cui quella struttura trova il suo terreno più pronto.

Il dato e il suo doppio fondo

Conviene anzitutto maneggiare il dato statistico-epidemiologico con cautela, perché il «soprattutto femminile» è in parte reale e in parte artefatto.

Il rapporto femmine‑maschi nei disturbi alimentari oscilla, a seconda del disturbo e del contesto, da circa due a uno fino a dieci a uno; ma studi di comunità stimano che fino a un quarto dei casi di anoressia e bulimia sia maschile (Hudson et al., 2007; van Eeden, van Hoeken e Hoek, 2021), e che prevalenza e carico stiano crescendo più rapidamente negli uomini che nelle donne.

Parte dell’asimmetria registrata è inoltre prodotta dallo stesso sguardo clinico: i maschi sono storicamente sotto-rappresentati nella ricerca; il DSM ha incluso l’amenorrea tra i criteri fino al 2013 – rendendo di fatto indiagnosticabili fino a quel momento gli uomini – e gli strumenti di screening sono tarati sul versante femminile.

Soprattutto, la forma espressiva del disturbo “fondamentale” cambia con il genere. Dove il femminile tende a declinare la petizione di controllo attraverso la sottrazione di massa, il maschile si orienta più spesso verso la costruzione muscolare: la muscle dysmorphia o vigoressia – oggi ancora classificata come sottotipo del Disturbo da Dismorfismo Corporeo, ma prevista come prossimamente migrante, insieme all’ortoressia patologica, nel capitolo dei Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione –  con le sue restrizioni, i suoi conteggi e le sue iperattività, è la stessa razionalità strumentale sul corpo, ma di segno inverso. È il punto che l’articolo precedente già sfiorava parlando delle patomorfosi iper-costruzioniste registrate negli ultimi due decenni. La conseguenza è decisiva: la struttura del controllo-per-rinuncia non è femminile in sé – è transgenere. Ciò che è genderizzato non è la struttura, ma il segno in cui si esprime: sottrarre o iper-costruire, scarnificare o corazzare.

La domanda va dunque riformulata: perché la declinazione che qui chiamiamo decostruttiva – quella della magrezza-per-rinuncia, che Ulisse emblematizzerebbe – pesa storicamente sul femminile?

Il corpo che si guarda

La prima risposta è fenomenologica, e adopera strumenti già richiamati nel precedente articolo. La sproporzione ottico-cenestesica descritta da Giovanni Stanghellini – il corpo ridotto a Körper «da vedere», il corpo-per-l’altro – non nasce nel vuoto: trova nel femminile un terreno socialmente pre-arato (Stanghellini, 2019). Il corpo della donna è stato costituito culturalmente, molto prima di ogni sintomo, come oggetto-di-sguardo. È la formula di Berger – gli uomini agiscono, le donne appaiono – e la donna, aggiunge, «sorveglia se stessa mentre viene guardata» (Berger, 1972).

La psicologia ha dato a questa intuizione una forma testabile. La teoria dell’oggettivazione di Fredrickson e Roberts sostiene che ragazze e donne sono indirizzate a interiorizzare la prospettiva di un osservatore esterno come sguardo primario sul proprio corpo: un’auto-sorveglianza (self-surveillance) che prescrive vergogna corporea, ansia e attenua la consapevolezza degli stati interni del corpo – e che gli autori collegano direttamente al rischio, sproporzionatamente femminile, di sviluppare disturbi alimentari (Fredrickson e Roberts, 1997).

È, tradotta in termini clinici, esattamente la riduzione del corpo vissuto a immagine sorvegliata: ciò che nell’anoressia è psicopatologia, nel femminile parte da una condizione di base già sbilanciata verso il polo ottico della percezione/vissuto corporeo. Il disturbo non inventa quella posizione; la radicalizza.

Ulisse e la Sirena nello stesso corpo

La seconda risposta è la più stringente, perché torce l’apparato francofortese su cui il primo articolo si regge. Nella Dialettica dell’Illuminismo, il dominio della ragione strumentale sulla natura – interna ed esterna – è codificato in termini di genere: la natura da soggiogare porta il segno del femminile, e il soggetto che domina è maschile (Horkheimer e Adorno, 1947/1966). Ulisse domina un fuori: le Sirene, il mare, i mostri, gli uomini ai remi. La sua astuzia si esercita su una natura esterna a sé.

Ma la donna, storicamente collocata dal lato della natura-da-controllare, quando entra nella posizione del soggetto-che-controlla non ha, allo stesso modo, un fuori da dominare: volge il dominio sul proprio corpo. Diventa, in un’unica figura, Ulisse e la Sirena – il soggetto strumentale e la natura sacrificata coincidono.

L’auto-decostruzione anoressica è allora la forma che la dialettica del dominio assume quando chi la agisce è stato culturalmente identificato con ciò che va dominato. Non un’eccezione all’impianto, ma la sua espressione più pura: il rovesciamento per cui il controllo si converte in dominio subìto non ha, qui, nemmeno bisogno di un intervallo tra soggetto e oggetto. Il timoniere e la Sirena respirano nello stesso petto.

Le sante del digiuno

La terza risposta è genealogica, e aggancia direttamente la sezione del precedente articolo sull’ascesi immanente.

Il controllo del corpo attraverso il cibo è stato a lungo una delle poche forme di sovranità e di agency concesse – o conquistabili – al femminile in condizioni di subordinazione. Gli studiosi lo hanno mostrato con forza: il digiuno delle mistiche, da Caterina da Siena in avanti, era una pratica di potere spirituale in un mondo che negava alle donne quasi ogni altra forma di autorità (Bynum, 1987; Bell, 1985). La rinuncia alimentare come potenza paradossale ha, insomma, una lunga genealogia femminile: chi non può disporre del mondo dispone di sé, e il rifiuto di alimentarsi diventa l’ultimo territorio sovrano.

È la linea che Susan Bordo ha portato alla contemporaneità, leggendo l’anoressia come cristallizzazione della cultura occidentale – la stessa operazione che abbiamo cercato di condurre nel primo articolo, ma declinata sul corpo femminile e sul dualismo mente/corpo che storicamente vi grava (Bordo, 1993).

A questa eredità si somma il doppio vincolo del presente, che si innesta sul richiamo a Han. La società della prestazione impone a tutti l’autosfruttamento (Han, 2020); ma sul femminile grava il comando aggiuntivo, e più antico, di essere insieme soggetto performante e oggetto estetico impeccabile: controllata e desiderabile, produttiva e bella, potente e magra. Un doppio imperativo contraddittorio, di cui l’anoressia è la risoluzione estrema – la sintesi impossibile ottenuta annullando uno dei due termini.

Interazioni

Resta un’avvertenza necessaria, perché la spiegazione culturale non scivoli nel suo rovescio ideologico. Nulla di quanto detto autorizza a naturalizzare «il femminile» come essenzialmente più fragile: la genealogia è storico-culturale, non biologica. Ma vale anche il contrario: sarebbe altrettanto ideologico ridurre tutto a costruzione sociale, ignorando che esiste una componente biologica sesso-differenziata reale. Gli effetti genetici sul rischio di patologia alimentare emergono con la pubertà, e gli ormoni steroidei – estradiolo, progesterone, testosterone – figurano tra i contribuenti principali al rischio differenziale tra i sessi, al punto che la letteratura riconosce una base biologica al maggior rischio femminile, accanto a influenze specifiche entro ciascun sesso (Culbert, Sisk e Klump, 2021). È il segno che, accanto alla costruzione culturale, opera una vulnerabilità biologica che non va né negata né assolutizzata.

La posizione maggiormente fondabile è dunque interazionista: non natura contro cultura, ma il loro embricarsi. Che il divario tra i sessi si stia inoltre progressivamente riducendo – con l’emergere delle forme maschili iper-costruzioniste – è esso stesso la prova più forte del peso della cultura: se la distribuzione fosse puramente biologica, non muterebbe così in fretta al mutare dei modelli sociali del corpo.

Conclusione: l’asimmetria come conferma

Ulisse era un uomo, e la struttura che egli inaugura – farsi soggetto sacrificando parti di sé per dominare il mondo – non ha sesso. Ma la sua declinazione clinica ne ha uno prevalente, e non per caso.

Il femminile eredita insieme due posizioni che il controllo-per-rinuncia richiede: quella del corpo-da-vedere, già spostato verso il polo ottico e lo sguardo dell’altro, e quella della natura-da-dominare, che la modernità invita ora a padroneggiare in prima persona. Chi è stato a lungo l’oggetto del dominio, fatto soggetto, non ha altro campo su cui esercitarlo che il proprio corpo. L’anoressica restrittiva è allora, ancora una volta, l’erede estrema di Ulisse – ma di un Ulisse che non ha più un mare da attraversare, e ha fatto del proprio corpo insieme la nave, il timoniere e la Sirena.

Se la malattia del controllo è la forma secolarizzata di un’antica esigenza sacrificale, la sua prevalenza femminile ne è la memoria più lunga: ricorda che, per molti secoli, alle donne in particolare è stato concesso di regnare soltanto su un territorio – il proprio corpo – e che imparare a governarlo affamandolo è stata, a volte, l’unica sovranità disponibile

 

Riferimenti bibliografici

 

Bell, R. M. (1985). Holy anorexia. University of Chicago Press.

Berger, J. (1972). Ways of seeing. Penguin/BBC.

Bordo, S. (1993). Unbearable weight. Feminism, Western culture, and the body. University of California Press.

Bynum, C. W. (1987). Holy feast and holy fast. The religious significance of food to medieval women. University of California Press.

Culbert, K. M., Sisk, C. L., e Klump, K. L. (2021). A narrative review of sex differences in eating disorders. Is there a biological basis? Clinical Therapeutics, 43(1), 95-111.

Fredrickson, B. L., e Roberts, T.-A. (1997). Objectification theory: Toward understanding women’s lived experiences and mental health risks. Psychology of Women Quarterly, 21(2), 173–206.

Han, B.-C. (2020). La società della stanchezza. Nottetempo (ed. orig. Müdigkeitsgesellschaft, 2010).

Horkheimer, M., e Adorno, T. W. (1966). Dialettica dell’illuminismo (trad. it. R. Solmi). Einaudi (ed. orig. Dialektik der Aufklärung, 1947).

Hudson, J. I., Hiripi, E., Pope, H. G., e Kessler, R. C. (2007). The prevalence and correlates of eating disorders in the National Comorbidity Survey Replication. Biological Psychiatry, 61(3), 348–358.

Stanghellini, G. (2019). The optical-coenaesthetic disproportion in feeding and eating disorders. European Psychiatry, 58, 70–71.

van Eeden, A. E., van Hoeken, D., e Hoek, H. W. (2021). Incidence, prevalence and mortality of anorexia nervosa and bulimia nervosa. Current Opinion in Psychiatry, 34(6), 515–524.

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