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Marshall McLuhan a centoquindici anni dalla nascita: NARCISO NON SI AMAVA

21 Lug 26

 Il medium come estensione, la narcosi come sintomo, e una rivista che da trent’anni è, alla lettera, il proprio messaggio.

Nel 1967 un refuso arrivò dalla tipografia, e nessuno lo corresse. Il libro doveva intitolarsi The Medium Is the Message; sulla copertina, per una svista del compositore, si lesse invece «Massage». Marshall McLuhan lo vide e — secondo il racconto tramandato dal figlio Eric e dall’estate che ne custodisce le carte — ordinò di lasciarlo stare: «Leave it alone! It’s great, and right on target!». La ragione di quell’entusiasmo sta in un piccolo prodigio linguistico: nella parola sbagliata si annidano quattro parole giuste. «Massage» è il massaggio che i media esercitano sul sensorio; «Mass Age» è l’età delle masse; «Mess Age» è l’età del disordine; e sotto, intatto, resta pur sempre il «Message». Un errore tipografico diventa così il titolo di un libro sui media, e in esso il medium — la macchina che compone e stampa — riscrive il messaggio sotto gli occhi dell’autore. McLuhan riconobbe nell’incidente una dimostrazione della propria tesi, e lo consacrò. Difficile immaginare epigrafe più esatta per l’uomo di cui oggi, ventuno luglio, ricorre l’anniversario della nascita.

Herbert Marshall McLuhan era nato a Edmonton, in Alberta, il 21 luglio 1911 — centoquindici anni or sono — e sarebbe morto a Toronto l’ultimo giorno del 1980. La tradizione italiana lo iscrive tra i sociologi; per formazione era un anglista, un professore di letteratura inglese passato per Cambridge e approdato nel 1946 all’Università di Toronto, dove fondò il Centre for Culture and Technology e dove sarebbe rimasto per la vita. Prima ancora, negli anni d’insegnamento alla Saint Louis University, aveva avuto tra i propri studenti un giovane gesuita, Walter J. Ong, che avrebbe esteso l’intuizione del maestro nello studio dei rapporti tra oralità e scrittura. Da quella cattedra un poco obliqua — la letteratura che si volta a guardare le macchine — nacque, quasi per intero, la disciplina che oggi chiamiamo studio dei media.

La sua tesi si dice in cinque parole, ed è tra le più fraintese del secolo: il medium è il messaggio. La formula, affiorata per la prima volta in un rapporto del 1960 e divenuta il titolo del primo capitolo di Understanding Media (1964), non afferma che i contenuti siano irrilevanti; afferma che ciò che davvero rimodella la percezione e la vita associata non è il contenuto trasportato da un mezzo, ma la forma stessa del mezzo, la nuova scala che esso introduce nei nostri rapporti. La luce elettrica ne è l’esempio più puro: un medium quasi privo di messaggio, che tuttavia trasforma alla radice ciò che di notte diventa possibile fare, dire, essere. E i media, per McLuhan, non sono soltanto i giornali o la televisione: sono estensioni dell’uomo — The Extensions of Man, recita il sottotitolo di quel libro. La ruota estende il piede, il libro estende l’occhio, l’abito estende la pelle; e i media elettrici, infine, estendono all’esterno il sistema nervoso centrale. È una definizione volutamente sterminata, e in questa dismisura stanno insieme la sua fecondità e il suo rischio.

Qui il discorso tocca il nervo che più da vicino riguarda una rivista di psichiatria, e che giustifica la presenza di McLuhan su queste pagine. Il quarto capitolo di Understanding Media s’intitola The Gadget Lover: Narcissus as Narcosis, l’amante del congegno, Narciso come narcosi. Vi si compie un gesto insieme filologico e clinico. McLuhan ricorda che il nome di Narciso deriva dal greco narke, torpore — la stessa radice di narcosi — e su quell’etimologia rovescia la lettura corrente del mito. Narciso, sostiene, non s’innamorò di sé. Il senso della favola non è la vanità, ma il mancato riconoscimento: il giovane non comprese che l’immagine riflessa era un’estensione di se stesso, ne fu anestetizzato, e divenne — la parola è sua — un sistema chiuso, il servomeccanismo della propria immagine ripetuta. La ninfa Eco gli parlò con i frammenti della sua stessa voce, invano: egli era ormai insensibile. Si misuri la distanza da Freud. Dove la psicoanalisi vede nel narcisismo un investimento libidico dell’Io, una quantità d’amore rivolta a sé, McLuhan vede l’esatto contrario: non amore ma anestesia, non pienezza dell’Io ma sua amputazione, il torpore di chi non si riconosce nell’estensione che pure lo assorbe. Non è una glossa erudita. È forse la diagnosi più penetrante che possediamo dell’esperienza contemporanea dello schermo: il selfie, il feed, la vita depositata nel dispositivo e vissuta come altro da sé. Ciò che la letteratura clinica internazionale studia oggi sotto l’etichetta di Problematic Usage of the Internet — la passività iperstimolata, l’io esibito e incapace di riposo — McLuhan lo aveva già nominato nel 1964 con una sola parola, e non era narcisismo: era narcosi.

Alla stessa famiglia d’intuizioni appartiene la formula che più di ogni altra lo ha reso celebre, e più di ogni altra lo ha tradito: il villaggio globale. Comparve in The Gutenberg Galaxy (1962), dove McLuhan racconta come la stampa a caratteri mobili avesse frantumato l’antico mondo orale e tribale in individui-lettori, isolati e sequenziali, e come i media elettrici, invertendo quel processo, stessero ora ricontraendo il pianeta nelle dimensioni di un villaggio. L’uomo dell’età elettrica, scrive in Understanding Media, «indossa l’intera umanità come una pelle». Ma qui va corretto un equivoco tenace, perché quasi tutti ricordano il villaggio globale come una promessa di armonia planetaria, e McLuhan, in questo, non fu mai un utopista. Il villaggio, per lui, significava anche ritribalizzazione: il ritorno delle passioni tribali, la prossimità senza intimità, l’esposizione totale, l’abolizione della distanza e, con essa, della riservatezza. Un villaggio è il luogo in cui tutti sanno tutto di tutti, e non è, notoriamente, un luogo pacifico. La rete che oggi abitiamo — con la sua simultaneità, la sua sorveglianza reciproca, i suoi conflitti istantanei da villaggio — somiglia alla sua profezia assai più di quanto sappia chi ne cita il nome per dire soltanto che siamo tutti connessi.

Torniamo ora, come promesso, al refuso; perché esiste un secondo errore, e a un caporedattore ostinato tocca il compito, poco cavalleresco ma necessario, di segnalarlo. La frase che quasi chiunque, richiesto di citare McLuhan, offrirebbe come sua — «We shape our tools and thereafter our tools shape us», noi diamo forma ai nostri strumenti e poi i nostri strumenti danno forma a noi — non è di McLuhan. Non compare in alcuna sua opera. La scrisse padre John Culkin, gesuita e amico, in un articolo divulgativo apparso sulla Saturday Review nel 1967; e Culkin, a sua volta, la modellava su una frase che Winston Churchill aveva pronunciato nel 1943 a proposito degli edifici, «We shape our buildings; thereafter they shape us». L’idea, questo è certo, è profondamente McLuhaniana; le parole non sono le sue. E qui l’ironia si fa quasi troppo perfetta perché una rivista che ha fatto della verifica delle fonti un giuramento possa lasciarla passare in silenzio: la massima più celebre sul modo in cui gli strumenti ci rimodellano è stata essa stessa rimodellata dallo strumento della propria trasmissione. Il medium — la citazione orale, l’aforisma memorabile, ciò che oggi chiameremmo un meme — ha riscritto il messaggio, cancellandone l’autore e ridisegnandone le parole, esattamente come la tipografia aveva riscritto il titolo del 1967. Due errori, dunque, un refuso e un’attribuzione sbagliata, che sono diventati «il messaggio»; e ciascuno dei due dimostra, sul corpo stesso dell’opera di McLuhan, che il medium è il messaggio. Onorarlo, per una rivista come questa, significa anche restituirgli le parole che disse e togliergli quelle che non disse: la correzione filologica non è pedanteria, ma la forma più esatta del rispetto.

Non è, del resto, questione d’altri tempi. Il medium più nuovo — la macchina generativa che scrive, oggi, con voce plausibile e senza garanzia di verità — è l’ennesima estensione, e ripropone il medesimo problema con urgenza inedita. Come ho già avuto modo di argomentare su queste pagine, discutendo dell’intelligenza artificiale come del confabulatore perfetto, il pericolo non è tanto che la macchina menta, quanto che produca, senza saperlo, un errore che suona giusto — un «Massage» al posto di un «Message» — e che noi, narcotizzati, lo consacriamo. McLuhan ci ha lasciato l’attrezzo per pensare tutto questo mezzo secolo prima che servisse.

Sarebbe disonesto, però, incoronarlo senza dar voce a chi lo contestò; e furono in molti, e non i meno acuti. Per una parte cospicua dell’accademia McLuhan fu un istrione, un oracolo d’aforismi privo di metodo, un poeta travestito da scienziato. La requisitoria più fine, in Italia, la firmò Umberto Eco. Nel 1967, in un saggio dal titolo folgorante, Il cogito interruptus, il semiologo lo accusava di confondere il canale con il codice, il mezzo con quel messaggio che pure aveva dichiarato di voler abolire: non si può, obiettava Eco, dissolvere nel medium i contenuti e le regole che li rendono significanti, poiché un’immagine e un suono esigono anch’essi codici per essere compresi. E il titolo stesso della stroncatura coglieva il bersaglio: un pensiero che procede per illuminazioni e analogie, interrompendosi di continuo, un cogito che non giunge mai a concludere. L’obiezione ha il suo peso, e McLuhan, va detto, non la eludeva: rivendicava di non possedere una teoria, di lavorare per «sonde» gettate a vedere che cosa illuminassero, e riassumeva la propria posizione in una battuta che è anche la sua migliore difesa: «I don’t explain — I explore», non spiego, esploro. Le sue sonde erano deliberatamente non falsificabili, aforismi da meditare come si medita un verso; e se questo lo squalifica come scienziato in senso stretto, lo qualifica come qualcosa che alla psichiatria non dovrebbe risultare estraneo: un clinico dell’immaginario, che preferiva la percezione esatta alla dimostrazione rigorosa. Che poi la rete lo abbia riabilitato — Wired, esordendo nel 1993, lo proclamò suo «santo patrono», e la scelta calzava a un cattolico convertito che leggeva i media quasi come sacramenti — è a sua volta un dato da maneggiare con cautela: la profezia retrospettiva è un genere sospetto, e attribuire a un morto la previsione esatta del web è spesso un modo di leggere all’indietro ciò che già sappiamo. McLuhan intuì delle direzioni, non dei dettagli; e le intuì, questo sì, con un anticipo che ancora impressiona.

Resta la ragione per cui queste righe compaiono qui, e non altrove. Psychiatry on Line Italia nacque nel 1995, quando open access non era ancora una parola, come una scommessa su un medium nuovo: una rivista di psichiatria che sceglieva la rete aperta, senza paywall, senza pubblicità farmaceutica, senza dazio all’ingresso. Trent’anni e diecimila articoli più tardi, quella scelta rivela la propria natura McLuhaniana. Perché il medium che questa rivista si è data non è il contenitore neutro dei suoi contenuti: è, alla lettera, il suo messaggio. Aver scelto la piazza aperta invece del recinto significava scegliere una certa idea di psichiatria — conversevole, civile, tribale nel senso buono del villaggio, esposta alla correzione di chiunque — e quella forma ha plasmato la sostanza esattamente come McLuhan avrebbe predetto. Per trent’anni la rivista ha vissuto dentro il medium che egli c’insegnò a leggere, e ha cercato di non lasciarsene narcotizzare: di continuare a riconoscere il proprio riflesso come un’estensione di sé, e non come un altro di cui innamorarsi. È questa, in fondo, la disciplina della verifica delle fonti, della caccia all’attribuzione sbagliata, del rifiuto della confabulazione: il contrario preciso della narcosi di Narciso.

Non trarremo da tutto ciò una morale, perché McLuhan stesso — che non spiegava, esplorava — se ne guarderebbe, e perché il pendolo tra il profeta e il mistificatore non si è fermato, e non si fermerà per noi. Nel giorno del suo compleanno non lo incoroniamo: lo leggiamo, che è l’unico omaggio sensato al pensatore il quale ci ha insegnato che la forma di ciò che facciamo dice, spesso, più del suo contenuto. E se dovessimo scegliere una sola parola per congedarlo, sceglieremmo la sua, quella che non volle correggere: il refuso che era già, per intero, il messaggio. Leave it alone.

Riferimenti bibliografici

Culkin, J. M. (1967, 18 marzo). A schoolman’s guide to Marshall McLuhan. Saturday Review, 50, 51–53, 71–72.

Eco, U. (1967). Il cogito interruptus. Quindici, 5, 2–3.

McLuhan, M. (1962). The Gutenberg galaxy: The making of typographic man. University of Toronto Press.

McLuhan, M. (1964). Understanding media: The extensions of man. McGraw-Hill.

McLuhan, M., & Fiore, Q. (1967). The medium is the massage: An inventory of effects. Bantam Books.

Stearn, G. E. (a cura di). (1967). McLuhan: Hot & cool. Dial Press.

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1 commento

  1. Maria Noemi Sanna

    A parte il contenuto, molto ricco ed istruttivo, mi complimento per la prosa usata. Leggera, dinamica e avvincente.

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