NOTA DELLA REDAZIONE
Per ragioni di completezza storica conviene precisare due circostanze. La prima riguarda l’origine. Il quindici maggio del 1995, Psychiatry on Line Italia non nacque come testata autonoma bensì come sezione italiana di Psychiatry On-Line, rivista britannica fondata e diretta dal collega Ben Green a Liverpool. Fu la cortesia insistente di Green a convincermi ad accettare la proposta, e fu sempre lui che, pochi mesi più tardi, mi consentì di rendermi indipendente costruendo i due domini autonomi che ancora oggi ospitano la rivista, www.pol-it.org e www.psychiatryonline.it. A lui va, dopo trent’anni, il primo riconoscimento dovuto.
La seconda circostanza riguarda le idee. L’editoriale del primo numero, datato maggio 1995, articolava già con sufficiente chiarezza il programma culturale che avrebbe orientato la rivista negli anni a venire. Lo si trova in archivio sul sito, alla voce dell’editoriale del numero uno. Vi si trovano, fra l’altro, due affermazioni che il pezzo che segue richiama esplicitamente, e che misurano meglio di qualunque altra cosa la temperie di quei mesi.

Chi ha imparato a riconoscere quel suono non lo dimentica più. Cominciava con un trillo asciutto, quasi telegrafico, e poi virava in un fischio acuto e sostenuto. Seguiva un brusio bianco, un fruscio acquatico, e infine una raffica di crepitii e bip irregolari, come se due piccole creature elettroniche si stessero parlottando addosso prima di stringere finalmente un patto. Poi, silenzio. E sullo schermo del Macintosh, in alto a destra, una piccola icona si accendeva. Eri in rete.
Era la liturgia quotidiana di chiunque, in Italia, nel gennaio del 1995, avesse deciso di affacciarsi su quella cosa di cui ancora non si sapeva bene il nome. Si chiamava handshake, stretta di mano, e descriveva con esattezza ciò che avveniva: due modem che si presentavano l’uno all’altro, negoziavano la velocità di trasmissione, si accordavano sul protocollo, e infine aprivano un canale. Il rito durava una trentina di secondi, talvolta un minuto, e a volte falliva a metà costringendo a ricominciare. Era irritante, era lento, era costoso (la chiamata urbana scattava al taxi). Non avevo idea, allora, che fosse anche storico. Lo trovavo soltanto strano.
Il sette gennaio del 1995 attivai il mio primo account. Genova era fredda, la psichiatria italiana usciva da un decennio di assestamento post-Basaglia, e io, davanti a un MacBook comprato a rate in una stanza di casa, avevo la sensazione confusa di stare facendo qualcosa che non sapevo definire. Non era ricerca, non era clinica, non era nemmeno hobby: era qualcos’altro, e per qualche mese non sarei riuscito a chiamarlo con un nome qualsiasi.
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Per dare la misura di quei mesi serve qualche dato. Nel maggio del 1995 i siti web esistenti su tutto il pianeta erano circa ventitremila. Oggi se ne contano oltre un miliardo e cento milioni. Allora erano poco più di una piccola città di provincia, e i loro abitanti si conoscevano quasi tutti per nome o per indirizzo. Netscape Navigator, il browser che avrebbe trasformato il web in fenomeno di massa, era stato rilasciato pochi mesi prima, nell’autunno del 1994, e si stava ancora installando nei dischi rigidi degli accademici e dei pochi entusiasti. Microsoft non aveva ancora lanciato Internet Explorer. Yahoo, fondata l’anno prima da due studenti di Stanford in una baracca di rimorchi, era essenzialmente una directory compilata a mano. Google non esisteva. Larry Page e Sergey Brin si sarebbero conosciuti a Stanford soltanto in estate.
L’Italia, in quel maggio, era un Paese che ancora non sapeva di essere connesso. Il primo provider commerciale per il pubblico, Video On Line, era stato avviato da Nicola Grauso a Cagliari nell’estate del 1994: una scommessa visionaria e geograficamente improbabile, che da una palazzina sarda offriva agli italiani la possibilità di abbonarsi alla rete come ci si abbonava al telefono. Italia Online sarebbe nata l’anno dopo. Tin.it, il servizio di Telecom, ancora più tardi. Gli utenti italiani con un account internet personale, alla mia data di attivazione, si stimavano in poche decine di migliaia, quasi tutti raccolti in tre serbatoi: l’università, qualche grande azienda, e la comunità minuta e tribale dei primi smanettoni che avevano scoperto il mondo dei BBS e ne erano emigrati per curiosità verso la frontiera successiva.
Tra costoro, gli utenti Macintosh erano una minoranza nella minoranza. Il personal computer dominante era il PC con Windows 3.1, e per fargli vedere internet bisognava installargli sopra uno stack TCP/IP di terze parti chiamato Trumpet Winsock — un’operazione che richiedeva nozioni di indirizzi IP, gateway, server DNS, e una pazienza che alcuni miei colleghi di reparto, abituati a misurare la pazienza dei pazienti, riconoscevano come clinicamente significativa. Sul Mac le cose erano più semplici: MacTCP, sviluppato da Apple, rendeva la configurazione meno crudele. Ma il Mac in Italia aveva una quota di mercato sotto il cinque per cento, ed era percepito come la macchina dei grafici pubblicitari, degli architetti, dei tipografi. Un medico genovese che usava un Macintosh per navigare in rete era, statisticamente, un’anomalia dentro un’anomalia.
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La mia preistoria con la rete era cominciata prima ancora dell’account commerciale. Qualche mese addietro, frugando in chissà quale archivio di shareware, mi era capitato fra le mani un piccolo programma chiamato Samba. Era il primissimo browser web mai sviluppato per Macintosh, prodotto direttamente al CERN da Robert Cailliau, il collaboratore storico di Tim Berners-Lee, e da Nicola Pellow, una stagista matematica. Costava cinquanta ECU, l’unità monetaria europea che avrebbe poi ceduto il passo all’euro, e mostrava soltanto testo: niente immagini, niente colori, ogni link si apriva in una finestra separata dopo un doppio click. Non capivo bene a cosa servisse. Lo aprivo, navigavo qualche pagina ipertestuale al CERN o a Stanford, e lo richiudevo. Mi sembrava un giocattolo intelligente.
Quando provai i suoi successori — MacWeb, Mosaic per Mac — la prima cosa che mi colpì fu un dettaglio tecnico apparentemente trascurabile: una piccola finestrella nel browser mostrava in tempo reale i pacchetti in arrivo dal server, byte dopo byte. Il web non era ancora nato come immagine; era ancora un flusso di dati che si vedeva fluire. Non so se in quel momento abbia capito qualcosa di importante. Probabilmente no. Mi fermavo a guardare quel contatore avanzare e pensavo che fosse, in qualche modo, un oggetto bello.
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La psichiatria italiana, in quel maggio del 1995, parlava a sé stessa attraverso un sistema editoriale che era rimasto sostanzialmente invariato dagli anni Cinquanta. C’erano le riviste storiche, alcune blasonate, alcune con secoli di tradizione alle spalle, custodite da editori specializzati. C’erano i congressi, le società scientifiche, i convegni regionali. C’erano i libri. C’erano i seminari clinici. Tutto si muoveva sul ritmo cadenzato della carta stampata: un articolo proposto a una rivista impiegava mesi a essere accettato, mesi a essere stampato, mesi a essere distribuito e letto. Tra il momento in cui un clinico aveva un’idea e il momento in cui un altro clinico la leggeva potevano passare due anni. La conoscenza psichiatrica si trasmetteva al passo di un treno regionale.
Non era necessariamente un male, e nessuno lo viveva come un’ingiustizia: era semplicemente il tempo proprio di un sapere che si sedimentava, che si decantava, che si correggeva nelle riunioni di redazione e nelle peer review postali. Eppure qualcosa di quel tempo cominciava a stridere. La psichiatria stava attraversando una fase di accelerazione: nuove molecole entravano in commercio ogni semestre, le neuroscienze cambiavano paradigma quasi ogni anno, il DSM-IV era appena stato pubblicato (1994) e già si discuteva di cosa avrebbe dovuto contenere il successore. La velocità del sapere stava superando la velocità della stampa, e nessuno se ne stava ancora accorgendo.
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In quei mesi mi raggiunse, dall’Inghilterra, una proposta cortese e insistente. A formularla era Ben Green, psichiatra a Liverpool, fondatore di Psychiatry On-Line: una rivista britannica nata in rete da pochissimo, fra le primissime esperienze al mondo di periodico scientifico nativamente digitale nell’ambito delle discipline mediche. Green mi chiedeva di costruirne l’edizione italiana. Accettai senza riflettere troppo, francamente, perché la proposta mi lusingava e perché non avevo capito bene cosa stessi accettando. Il quindici maggio del 1995 Psychiatry on Line Italia esordì come sezione italiana di POL-UK. Pochi mesi più tardi, sempre con la generosità di Green, l’esperienza si autonomizzò in due domini propri, www.pol-it.org e www.psychiatryonline.it, che da allora ospitano la rivista.
Era una rivista nel senso pieno del termine. Aveva una direzione, una linea editoriale, articoli scientifici sottoposti a vaglio, una numerazione progressiva, una periodicità. Soltanto, non aveva carta. Non aveva una tipografia, non aveva un magazzino, non aveva un distributore. Aveva un server, un dominio, e una manciata di lettori sparsi nel mondo che erano stati raggiunti dalla notizia attraverso le mailing list e il passaparola accademico. Aveva, fin dall’inizio, una cosa che qualunque rivista scientifica seria deve avere e che non si improvvisa: un comitato di referees autorevoli. Avevano accettato di entrarvi i cattedratici di Pisa (Cassano), di Genova (Giberti e Conforto), di Napoli (Maj), di Roma (Pancheri); più Ferrannini, allora responsabile della psichiatria della USL3 genovese, e Kluzer, vicepresidente in carica della Società Italiana di Psicoanalisi. Che avessero detto di sì a un quarantenne genovese con un’idea tecnologicamente sospetta, oggi mi sembra il vero piccolo miracolo di quella stagione. All’epoca lo presi, con una certa incoscienza, come un fatto normale.
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L’editoriale che apriva quel primo numero, riletto a distanza, contiene tre idee che meritano oggi più attenzione di quanta ne ricevettero allora. Le scrivo qui non per autocelebrazione, ma perché sono il documento più preciso di quale fosse la temperie intellettuale in cui partiva la rivista. La prima era una scommessa storiografica: collocare l’avvento della rete come terza grande fase nella storia della trasmissione del sapere — dopo quella orale, dopo la rivoluzione gutenberghiana — e leggerla quindi come una svolta antropologica, non semplicemente tecnologica. Era una formulazione che la cultura italiana avrebbe fatto propria solo molti anni dopo, attraverso le mediazioni di Pierre Lévy, Derrick de Kerckhove, Manuel Castells. Nel maggio del 1995, in lingua italiana, all’interno di una rivista psichiatrica, era una posizione minoritaria fino al limite dell’isolamento.
La seconda idea era un calco, dichiarato e consapevole, da Nicholas Negroponte, il cui Being Digital era uscito al MIT pochi mesi prima, nel gennaio dello stesso anno. La formula del passaggio dal mondo degli atomi al mondo dei bit veniva ripresa per applicarla al mestiere specifico di chi, come ricercatore o clinico, ha nella diffusione del sapere acquisito uno dei propri compiti istituzionali. Era un trasferimento di concetti dalla letteratura tecnologica alla professione medica che oggi sembra banale ma all’epoca era inaudito: nessuna rivista psichiatrica italiana, nel 1995, ragionava nei termini in cui ragionava il MediaLab di Boston.
La terza idea, infine, era operativa. Sosteneva che gli psichiatri italiani non potessero permettersi di restare semplici fruitori passivi della rete, ma dovessero diventarne membri attivi, capaci di proporre contenuti propri senza delegare ad altri il compito di rappresentarli. Si chiudeva con un’immagine di telegrafica precisione, che ho conservato come un piccolo motto privato: Internet è come il telefono, conta quello che ci metti dentro. Nelle riletture successive ho capito che quella frase non era mia, in senso proprio: era nell’aria del tempo, l’avevo respirata da qualche parte. Ma quando l’ho scritta non sapevo di averla letta da nessuno, e questa è una delle cose che la rete ha fatto a tutti noi, fin dall’inizio: ci ha resi, simultaneamente, autori e involontari plagiari di sé stessi.
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Devo dire una cosa che le versioni mitologiche di queste storie tendono a omettere. Per qualche anno, fra il 1996 e i primi anni Duemila, la rivista non andò da nessuna parte. I lettori restavano pochi, gli articoli arrivavano con il contagocce, e il mondo che avevo annunciato nell’editoriale di apertura — la rete come terza fase dell’enciclopedia umana — non sembrava materializzarsi nei numeri. I miei colleghi continuavano a pubblicare sulle riviste cartacee perché era lì che i concorsi le riconoscevano, e nessuno citava un articolo apparso su un sito web. Nelle bibliografie ufficiali POL Italia non esisteva.
Ci fu un momento, ricordo, in cui pensai seriamente di chiudere. Non per una crisi clamorosa, ma per logoramento: l’impressione di scrivere in una stanza vuota, con la consapevolezza crescente che fuori, oltre la porta, la stanza vuota non interessava a nessuno. Mi ero immaginato una qualche forma di riconoscimento progressivo da parte della comunità scientifica italiana. Per quasi un decennio, quel riconoscimento non arrivò. Continuavo perché era diventata un’abitudine, e perché chiudere mi sembrava più faticoso che proseguire — ragioni piuttosto modeste, se confrontate con la retorica delle rivoluzioni digitali che cominciava in quegli anni a saturare i convegni.
Quello che successe poi fu un fenomeno che ho visto succedere anche ad altri pionieri di altri campi, e che ho imparato a riconoscere: in un certo momento, senza che nessun evento singolo lo determinasse, la curva si flette. I lettori cominciano a moltiplicarsi, gli autori a proporre articoli spontaneamente, le citazioni a comparire. Il fenomeno si autosostiene. Quando capitò a POL Italia, fra la fine degli anni Duemila e l’inizio del decennio successivo, io non lo collegai a nessuna mia particolare bravura. Lo collegai al fatto che ero rimasto. Ero rimasto quando non c’era nessuna ragione razionale per restare, e questo mi aveva regalato — gratuitamente, senza merito — una precedenza temporale che chi era arrivato dopo non poteva più colmare.
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Trent’anni dopo, quel piccolo edificio è diventato un quartiere. Psychiatry on Line Italia ospita oltre diecimila articoli, una videoteca su YouTube che è diventata il più grande archivio video di psichiatria al mondo con oltre seimila contributi e cinquantunmila iscritti, una newsletter su LinkedIn che ha raggiunto in poche settimane numeri che la versione cartacea di una rivista impiegherebbe anni a costruire. Tutto questo è stato fatto in solitaria, senza sponsor, senza pubblicità, senza il sostegno di una casa editrice. Lo riferisco non per autocelebrazione ma perché aiuta a misurare la distanza percorsa, e anche, devo dirlo, perché senza i numeri qualunque racconto di questo tipo rischia di essere preso per nostalgia personale di un anziano signore.
La distanza vera, però, non è quella numerica. È quella culturale. Nel 1995, pubblicare in rete era un gesto di pionierismo che richiedeva di spiegare, ogni volta, cosa fosse la rete. Oggi è la pubblicazione cartacea a richiedere di essere giustificata. Le grandi riviste internazionali sono passate al digitale; gli editori scientifici fatturano la maggior parte del loro bilancio in abbonamenti elettronici; i giovani psichiatri leggono PubMed sul telefono prima di leggere qualunque cosa altrove. Il mondo che nel 1995 sembrava impossibile è diventato il mondo, e basta. Il mondo che era inevitabile, la carta, è diventato un’eccezione affettuosa.

L’altro giorno ho aperto il browser sul telefono per controllare le statistiche del sito. Si è caricato in un secondo. Nessun trillo, nessun fischio acuto, nessun fruscio bianco; nessun handshake udibile. La connessione era già stabilita prima ancora che me ne accorgessi, da una rete invisibile che mi accompagna ovunque vada. Per qualche istante mi è mancato quel rumore. Poi mi sono ricordato che, nel 1995, lo trovavo insopportabile, e che ogni volta che fallisce a metà mi maledicevo perché dovevo aspettare un altro minuto. La nostalgia tecnologica, come quasi tutte le nostalgie, è un’invenzione retrospettiva: si rimpiangono fastidi che, all’epoca, si sopportavano soltanto.
Quello che davvero non ho dimenticato non è il suono. È l’attesa. Sapevi di essere in viaggio perché sentivi le ruote sui binari. Oggi siamo arrivati senza accorgerci di essere partiti, e il prezzo, probabilmente equo, della semplicità d’uso è proprio questo: l’invisibilità del medium. Ma chi ha cominciato in quei mesi, chi ha visto i pacchetti arrivare uno alla volta nella finestrella di un browser dimenticato, conserva una piccola consapevolezza tecnica che adesso si insegna soltanto nei corsi di storia di internet: la rete non è mai stata neutra, è un mezzo, e come tutti i mezzi ha cambiato chi lo abita.
Psychiatry on Line Italia compie oggi trentun anni. Quando rifletto su come sia stato possibile farla durare così a lungo, in solitaria, senza struttura imprenditoriale alle spalle, l’unica risposta onesta che riesco a darmi è che non ho mai avuto un buon piano. Ho avuto un’occasione, fornita da Ben Green, una manciata di colleghi che mi hanno dato credito quando non c’era ragione per farlo, e una stanza con un Macintosh in cui passavo più tempo di quanto la mia famiglia approvasse. Negli anni in cui nessuno leggeva mi sono ostinato per ragioni che, a ripensarci, non sapevo nemmeno io. Negli anni in cui hanno cominciato a leggere ho continuato per ragioni più chiare. È così, banalmente, che si fanno le cose che durano: rimanendo dove gli altri non arrivano ancora, e poi, quando gli altri arrivano, restando comunque. Non è una formula commercializzabile, e nessun manuale di management aziendale la racconta in questi termini. Ma è quello che è successo, ed è quello che riferisco — con la prudenza dovuta a chiunque, come me, abbia avuto la fortuna di essere lì un po’ prima degli altri, e con la consapevolezza che la fortuna, in queste storie, conta sempre più di quanto i protagonisti siano disposti ad ammettere.
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