
Si scende dal Getty Center alle cinque del pomeriggio, quando il sole comincia a inclinarsi sulla baia di Santa Monica e il travertino di Tivoli — milleduecento tonnellate di pietra cavata a quindici miglia da Roma, la stessa che fa il Colosseo — assume quella temperatura di miele che gli architetti chiamano warm light. La funicolare riporta giù in cinque minuti. Dentro la cabina ci sono una coppia di giapponesi con la macchina fotografica al collo, un padre americano che spiega Pontormo al figlio adolescente, e io, che sto pensando a niente di preciso.
Sotto, il parcheggio multipiano. Sopra di me, il museo si stacca dalla collina come un transatlantico arenato. Si esce dal complesso seguendo Getty Center Drive verso Sepulveda Pass, e poi, alla prima possibile, si svolta a sinistra in quel reticolo residenziale di Bel Air dove le strade portano nomi italiani — Bellagio, Stradella, Siena, Acanto — che si pronunciano un po’ male e un po’ bene, a seconda di chi guida.
Sono i nomi che Alphonzo Bell scelse negli anni Venti, quando comprò milleseicento ettari di collina e si mise a costruirci sopra il quartiere più caro della California. Bell era un texano figlio di petrolio, un uomo che aveva visitato l’Italia una sola volta, in viaggio di nozze, e ne era tornato con la convinzione che il lusso, in fondo, era una questione di suono. I suoi sviluppatori battezzarono le strade pescando da guide turistiche di seconda mano e da depliant di alberghi sul Lago di Como. Funzionava: i lotti si vendevano meglio se la via si chiamava Bellagio anziché Cypress Lane.
Mi sono fermato a un stop — qui i cul-de-sac sono fitti, si guida piano — e ho alzato gli occhi al cartello.
Ovada Place.
Ho lasciato il piede sul freno qualche secondo più del necessario. Il signore della Tesla dietro di me ha pazientato, poi ha suonato il clacson, e mi sono dovuto muovere.
Ovada è una cittadina di settemila abitanti nell’Alessandrino, all’imbocco dell’Appennino ligure, là dove il Piemonte si sfilaccia verso il mare e comincia il territorio del Dolcetto. Si arriva in macchina da Genova in quarantacinque minuti, da Milano in un’ora e mezza. Non ha una stazione importante, non ha un aeroporto, non ha — al di fuori della provincia — particolare fama. Ha un buon mercato il sabato mattina, una pasticceria storica in piazza, una squadra di calcio in serie D. È una di quelle cittadine italiane che esistono in modo perfettamente assoluto per chi ci è nato e in modo perfettamente invisibile per tutti gli altri.
Eppure era lì, scritta su un cartello stradale di Bel Air, in caratteri bianchi su fondo blu, formato standard del Dipartimento dei Trasporti della Contea di Los Angeles.
A pensarci bene, qualcuno deve averla pronunciata, Ovada, in un ufficio di Wilshire Boulevard nel 1928. Un funzionario, forse un assistente di Bell, forse un copywriter assunto per battezzare le ultime sei stradine del lotto. Avrà tirato fuori una guida del Touring Club Italiano, o un catalogo di vini, o magari soltanto un atlante stradale dell’Italia settentrionale comprato per due dollari da un libraio della 5th Street, e avrà fatto scorrere il dito sull’indice finché non avrà trovato un nome che suonava bene. Due o aperte, una v liquida, una desinenza piana. Ovada. Perfetto. Andava in coppia con Acanto, che era già stata assegnata alla strada accanto.
Non saprà mai, quel funzionario, che cosa fosse Ovada. Non gli serviva saperlo. A lui serviva il suono.
Il signore della Tesla mi aveva superato e si era inserito in Bellagio Road. Io ho seguito Ovada Place per la sua intera estensione, che è di forse duecento metri. Quattro palazzine residenziali, un cul-de-sac, una piccola siepe di bouganville sul fondo. Niente di notevole. Una di quelle strade di Bel Air in cui non succede mai niente di particolare, dove le luci si accendono alle sette di sera e dove la spazzatura passa il mercoledì.
Sono tornato indietro. Ho fotografato il cartello con il telefono. L’autista di una Range Rover nera mi ha guardato perplesso dal vialetto di una villa.
A Ovada — quella vera, quella del Monferrato — non ci vado da forse vent’anni. Ho un vago ricordo della piazza del mercato della mia infanzia, di un bar che faceva un cappuccino decente, di un signore anziano che vendeva il giornale all’angolo della Chiesa. Niente di più. Eppure, lì, su quella stradina alle pendici del Getty, mi è sembrato di averla riconosciuta più nitidamente di quanto avrei potuto fare camminandoci dentro davvero. Come accade con certe parole della propria lingua che si ritrovano, isolate, in un testo straniero: per un istante riacquistano una densità che, dentro la frase italiana, avevano perduto.
Sono risalito verso Sunset Boulevard. Il sole stava calando sul Pacifico, e i giardinieri di Bel Air, messicani per la stragrande maggioranza, stavano caricando i furgoni dopo la giornata. Davanti al numero 750 di Bel Air Road, qualcuno innaffiava un’aiuola di rose. La fontana di una villa vicina mandava un getto regolare contro il cielo color albicocca.
A milleseicento miglia da lì, in linea d’aria oltre l’Atlantico e poi giù verso sud, Ovada — quella vera — stava per chiudere bottega. Era quasi mezzanotte, in Italia. Il signore del giornale, se è ancora vivo, dormiva da un pezzo.
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