Percorso: Home 9 Epistemologia e storia 9 Trauma delle popolazioni e la trasmissione di uno sguardo

Trauma delle popolazioni e la trasmissione di uno sguardo

9 Ago 26

Le migliaia di persone che a fine luglio hanno attraversato il confine verso Ceuta, e i molti morti in quelle stesse ore, hanno risollevato una domanda che ci riguarda da vicino come psichiatri. Non solo, o non tanto, cosa facciamo con chi traumatizzato accede ai nostri servizi, ma chi, tra noi, saprà ancora vedere ciò che le persone traumatizzate portano. Perché domani sarà di nuovo Lampedusa, oppure un’altra guerra, un altro genocidio, un’altra Gaza e poi un altro sbarco, e poi un altro terremoto, e un’altra popolazione ferita in massa, L’Aquila non è poi così lontana da non ricordarcelo. E la ferita delle popolazioni non si lascia leggere con gli stessi strumenti con cui leggiamo il paziente singolo.

In una recente lettera aperta ai giovani psichiatri, apparsa su queste pagine, Gilberto Di Petta descrive una professione che si esercita ormai in luoghi impoveriti e marginali, spesso lontani dall’attenzione di chi governa la sanità, dove l’accoglienza dei più esperti finisce per affievolirsi e la trasmissione di un sapere si fa rara. È un ritratto amaro e, io temo, non lontano dal vero. A volte, va detto con franchezza, quel venir meno non è solo questione di risorse: c’è anche chi, giunto a dirigere un servizio, sembra vivere il suo ruolo più come una passerella che come un posto di cura, attento alla propria immagine più che ai colleghi da formare e ai pazienti da seguire. E così, alla dispersione dei luoghi se ne accompagna un’altra, più silenziosa, forse più grave: la dispersione di uno sguardo.

C’è un modo di stare davanti al sofferente che non si impara a memoria. I clinici che ci hanno preceduto, formati sulla storia della psichiatria, sulla clinica, sul dubbio prima che sulla classificazione del reduce, del migrante, del superstite di una catastrofe, non leggevano anzitutto un punteggio, ma una vita spezzata: un mondo perduto. Le generazioni cresciute sul DSM-5 e sulle sue edizioni future rischiano di ereditare la griglia senza lo sguardo che la griglia stessa presuppone. Di saper riconoscere l’iperarousal e, non più l’uomo che, tornato a casa, non riconosce più la propria casa.

È il punto su cui mi sono soffermato in un lavoro pubblicato di recente su BMJ Medical Humanities, in cui ho ripercorso quattromila anni di descrizioni del trauma. La storia insegna una cosa che i manuali non dicono: «Ci ricordano che ciò che oggi codifichiamo come “evitamento” o “arousal” fu un tempo narrato come la “perdita di un mondo”, “nostalgia”, come uno “scuotimento corporeo dell’anima” o come un “imperativo culturalmente plasmato»” (Paganin, BMJ Medical Humanities, 2026; trad. dall’originale).

La “perdita di un mondo”: è esattamente ciò che vediamo a Ceuta, e che rivedremo altrove. Chi fugge da una guerra o attraversa una frontiera non porta soltanto un possibile quadro sintomatologico; porta la casa che non c’è più, i legami recisi, un ritorno che non si compirà. Un terremoto non fa cinquecento pazienti con PTSD: sfalda un tessuto di appartenenze, luoghi, riti. Ridurre tutto questo a una scala significa, letteralmente, non vedere le persone che abbiamo davanti. E per vederle serve qualcosa che nessun aggiornamento nosografico fornisce: una cultura, una memoria, un’umanità clinica. Non è nostalgia per un’età dell’oro della psichiatria, né un rimprovero ai più giovani, che ereditano servizi impoveriti e una formazione che li ha addestrati alla checklist più che allo sguardo. È una constatazione sulla trasmissione del saper essere e saper fare. Quando i più esperti se ne vanno portandosi dietro storie, aneddoti, modi di stare accanto al dolore, e nessuno raccoglie quel lascito, non perdiamo un sapere accessorio: perdiamo la capacità di leggere la sofferenza collettiva, che è precisamente ciò di cui avremo più bisogno nei prossimi anni. Nulla di tutto questo è un argomento contro la diagnosi. Il PTSD è reale, è trattabile, e averlo nominato nel 1980 ha tolto ai sofferenti traumatizzati l’accusa di debolezza morale e questo è sottolineato e dichiarato nel mio articolo. Ma una diagnosi è una mappa, non il territorio. E il territorio, le popolazioni sradicate che busseranno ai nostri servizi, ci chiedono di essere clinici capaci di tenere insieme il rigore del manuale e l’umiltà di chi sa che davanti a sé non ha un punteggio, ma un lutto per un mondo.

Forse la “resistenza” nella lettera in cui Gilberto Di Petta invitava i giovani colleghi comincia proprio qui: non nel difendere i non-luoghi in cui siamo confinati, ma nel non lasciare che si spenga, con i più anziani, l’unico strumento che nessuna edizione futura del manuale DSM potrà restituirci, lo sguardo che, nella ferita del singolo come in quella di un popolo, sa ancora riconoscere un essere umano.

Loading

Autore

  • WALTER PAGANIN

    Walter Paganin, è psichiatra e psicoterapeuta, PhD in Neuroscienze, si occupa di psicopatologia, depressione difficile da trattare e integrazione tra scienze cognitive e pratica clinica.

    Visualizza tutti gli articoli

1 commento

  1. Simone P

    Complimenti, un testo intenso e profondamente umano. Mi ha colpito soprattutto l’idea della “perdita di un mondo” e il richiamo a uno sguardo clinico che sappia andare oltre la diagnosi, senza negarne il valore. Un invito prezioso a non dimenticare mai la persona dietro i sintomi.

    Rispondi

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Caffè & Psichiatria

Ogni mattina alle 8 e 30, in collaborazione con la Società Italiana di Psichiatria in diretta sul Canale Tematico YouTube di Psychiatry on line Italia