C’è un ricordo che in questi giorni di febbraio, a distanza di quindici anni esatti, torna a bussare con la prepotenza delle occasioni mancate. Non mancate da noi, ma da un’intera cultura.
Era il febbraio 2011. Eravamo a Roma, al congresso della SOPSI. Psychiatry on line Italia aveva da poco aperto il suo canale YouTube; eravamo dei pionieri, armati di videocamere che oggi farebbero sorridere, ma con una “fame” di contenuti che l’alta definizione odierna non sa replicare.
In un corridoio, improvvisai un’intervista a Giovanni Stanghellini. Non c’erano luci studiate, non c’erano microfoni a giraffa. C’eravamo io, lui e un tema che ci esplose tra le mani: la Fenomenologia dell’Istantaneità.
Giovanni, con quella sua capacità unica di trasformare la filosofia in carne viva, parlò a braccio. E fu magia.
In quel video, che potete (e dovreste) rivedere qui sotto, Stanghellini non parlava solo di psichiatria. Stava profetizzando il nostro presente. Ci parlò di un tempo che ha perso il futuro, di un’identità “liquida” che oscilla tra l’orgia carnevalesca dell’attimo e il vuoto della noia. Ci disse che la “gioia” (la jouissance) dell’istante manca di profondità perché manca dell’Altro, manca di quella responsabilità verso il domani che dà spessore all’essere.
Guarda il video storico: Giovanni Stanghellini e la fenomenologia dell’istantaneità
L’Illusione Televisiva
Quello che accadde dopo è la cifra del degrado che voglio raccontarvi. Quel video, girato “alla buona” ma denso di pensiero, fu notato dalla redazione di un programma di punta di La7, Exit – Uscita di sicurezza, condotto all’epoca da Ilaria D’Amico.
Ci contattarono. Volevano Stanghellini. Subito.

Sembrava il trionfo della competenza: la TV generalista che si accorgeva della qualità che nasceva sul web. Giovanni andò. Noi, da casa, accendemmo la TV con il cuore in gola, aspettando che quella profondità bucasse lo schermo.
Ma la televisione, già allora, era una macchina che macinava il pensiero per farne coriandoli. L’emozione, i tempi stretti, la dittatura del “ritmo” televisivo soffocarono il discorso. Giovanni, che nel nostro corridoio era stato un gigante, lì apparve imbrigliato. Fu più bravo nel nostro video “grezzo” che nello studio patinato.
Perché? Perché il pensiero ha bisogno di tempo. La competenza ha bisogno di pause, di respiro, di quell’indugio che la TV odia.
2011-2026: La caduta nel baratro
Rileggendo quell’episodio oggi, nel 2026, mi assale una vertigine.
Nel 2011, la TV cercava ancora di “cooptare” gli intellettuali. C’era ancora l’idea – forse ingenua – che per parlare di un fenomeno sociale servisse un esperto, uno psichiatra, un fenomenologo.
Oggi, quella tensione si è spezzata. Il baratro si è chiuso sopra le nostre teste.
Oggi in TV non ci vanno più i Giovanni Stanghellini. O se ci vanno, sono relegati a comparse in un circo gestito dagli influencer, dai polemisti di professione, da chi ha fatto dell’assenza di vergogna il proprio brand.
Nel video del 2011, Giovanni citava la “svergognatezza” come patologia del nostro tempo, dicendo che “bisognerebbe reimparare a vergognarsi”. Quindici anni dopo, la svergognatezza è diventata un modello di business.

L’algoritmo ha sostituito l’autorevolezza. Non vince chi ha studiato la “disperata vitalità” di Pasolini (che Stanghellini citava magnificamente), ma chi urla più forte la propria banalità in un video di 15 secondi. Abbiamo barattato la profondità con la visibilità.
La “patologia dell’istantaneità” di cui parlava Giovanni è diventata la norma fisiologica: viviamo in un eterno presente, senza memoria e senza progetto, dove l’altro non è più un interlocutore necessario per costruire la mia identità, ma solo un numero, un follower, un pubblico muto per la mia performance narcisistica.
Eppure, quel video è ancora lì. A dimostrare che Psychiatry on line Italia aveva visto giusto. Che la qualità non invecchia, mentre le mode televisive evaporano.
Resta l’amarezza di vedere quanto avessimo ragione, e quanto poco il mondo abbia voluto ascoltare. Ma resta anche la fierezza di averlo documentato, di essere stati – e di essere ancora – custodi di quella complessità che oggi sembra non interessare a nessuno, ma che è l’unica cosa che può salvarci dalla noia mortale di un mondo tutto superficie.
Riguardatelo. E provate, se ci riuscite, a non provare nostalgia per quando il futuro era ancora una promessa e non solo una scadenza.
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