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L’AULA E IL MANUALE

22 Ago 26

Il 18 agosto, davanti al palazzo federale di Oakland, alcune madri tenevano alzato uno striscione con i nomi dei propri figli. Dentro l’edificio, i legali di quattro Stati americani — capofila di una coalizione di ventinove procuratori generali — aprivano contro Meta il processo più importante che sia stato celebrato finora sul rapporto fra le piattaforme e la salute mentale degli adolescenti. Le cifre in gioco fanno titolo: secondo quanto riferiscono Reuters e Fortune, l’azienda stessa ha calcolato per la corte un tetto teorico di sanzioni prossimo al proprio valore di mercato, mentre gli Stati indicano un ordine di grandezza assai più contenuto. Ma non sono le cifre, la cosa che dovrebbe fermare uno psichiatra.

A fermarlo dovrebbe essere una parola. Dipendenza. In quell’aula circola come se il suo significato fosse pacifico, e non lo è: applicata ai social network, quella parola non figura in alcun manuale diagnostico vigente.

Non è una svista. L’ICD-11 ha compiuto il passo audace di collocare il disturbo da gioco d’azzardo accanto ai disturbi da uso di sostanze e di riconoscere il disturbo da gaming; il DSM-5 ha esaminato la questione e ha scelto di tenere l’internet gaming disorder nella sezione delle condizioni che richiedono ulteriori studi, senza estenderne i criteri all’uso della rete o dei social. Sono decisioni prese, non lacune. Dicono che il consenso necessario a trasformare un comportamento problematico in una categoria clinica, per i social, non è ancora arrivato. Il processo di Oakland ruota, in larga parte, attorno a una parola che i sistemi nosografici hanno guardato in faccia e sulla quale hanno sospeso il giudizio.

Non che manchi il tentativo, e il più serio è europeo: ha un nome collettivo, Problematic Usage of the Internet. Nel 2018, nel quadro di una COST Action, Naomi Fineberg e un ampio gruppo di ricercatori — fra cui gli italiani Bernardo Dell’Osso, Giovanni Martinotti e Stefano Pallanti — hanno pubblicato un manifesto che elenca ciò che ancora manca perché il campo abbia statuto: definizioni consensuali dei fenotipi, strumenti tarati per età e cultura, descrizione del decorso, biomarcatori, interventi validati. Nel gennaio del 2025 lo stesso gruppo ha annunciato sulle pagine di Lancet Psychiatry una Commission internazionale sul tema. Vale la pena soffermarsi sul calendario: mentre la psichiatria si dota di una commissione destinata a lavorare per anni su ciò che ancora non sa, un’aula californiana è chiamata a concludere in sei settimane.

L’occasione di queste righe è un testo pubblicato oggi da Matteo Flora sul suo blog, «Ciao Internet». Flora — amico stimato di questa rivista, e nostro ospite in un webinar del quale conserviamo un ricordo cordiale — ha fatto una cosa che chi scrive di tecnologia fa raramente: ha messo se stesso nel pezzo, e non per civetteria. Racconta quindici anni in cui il bicchiere delle cinque era l’architrave della giornata, quattro anni impiegati a smettere davvero, e la scoperta che la difficoltà non stava nella sostanza ma nel rituale: il gesto del finalmente stacco aveva dentro un bicchiere. Poi la mano che prende il telefono, e il riconoscimento di una continuità. Il suo finale è migliore di molta letteratura specialistica: un giorno guarderemo lo scorrimento infinito come oggi guardiamo un posacenere pieno su una scrivania degli anni Ottanta.

Il pezzo è onesto, documentato e ben scritto. Non merita applausi: merita un seguito. Perché nel punto esatto in cui Flora osserva che il paragone smette di essere una metafora e diventa una diagnosi, tocca a noi alzare la mano. Non per dire che ha torto — fenomenologicamente ha visto qualcosa di vero, e lo ha visto su di sé, che è il modo più costoso di vedere — ma per dire che il vocabolario con cui lo stiamo nominando è molto meno stabilizzato di quanto il racconto lasci credere. E che l’instabilità di quel vocabolario è, in questa storia, il vero oggetto.

Conviene allora chiarire che cosa sia davvero sotto giudizio, perché la vulgata giornalistica lo racconta male. Nell’autunno del 2024, decidendo sulle eccezioni preliminari, la giudice Yvonne Gonzalez Rogers ha operato una selezione delle domande degli Stati: ha riconosciuto che la Section 230 del Communications Decency Act oppone alla tutela del consumatore, testualmente, «una limitazione piuttosto significativa», e su quel fondamento ha sbarrato una parte delle pretese relative al difetto di progettazione, quelle che sotto la veste della responsabilità da prodotto chiedevano di sindacare il ruolo editoriale della piattaforma. Un’altra parte è sopravvissuta, insieme alla contestazione di una campagna pluriennale di inganno sui rischi e alle violazioni della normativa federale sulla privacy dei minori di tredici anni.

La conseguenza è più interessante di quanto sembri. Il tribunale non ha bisogno di dimostrare che esista una malattia chiamata dipendenza da social: gli basta accertare che esistesse un rischio, che l’azienda lo conoscesse e che ne abbia dato al pubblico una rappresentazione ingannevole. È qui che diritto e psichiatria si separano con eleganza. Il primo può pronunciarsi sulla pericolosità di una condotta senza assegnarle un codice. La seconda non può assegnare un codice senza aver prima stabilito che cosa quel codice contenga. Il problema comincia dopo.

C’è infatti, in questo processo, un dettaglio procedurale che quasi nessun resoconto ha messo al centro e che dovrebbe interessarci più di ogni altra cosa. Gli otto cittadini seduti nel banco della giuria, a Oakland, non decidono. La loro non è una giuria in senso proprio: è una giuria consultiva. Poiché il rimedio richiesto è in larga parte equitativo — modifiche ai prodotti, sanzioni di legge, e non risarcimenti a vittime nominate —, le parti non hanno diritto al giudizio dei pari, e la causa è di fatto un processo deciso dal giudice. Il verdetto degli otto orienterà Gonzalez Rogers; non la vincolerà. Sarà lei a stabilire la responsabilità di Meta, e sarà lei, eventualmente, a ordinare che Facebook e Instagram funzionino diversamente.

E allora perché convocarli? La risposta l’ha data la giudice stessa, in un atto del fascicolo, con una formula che varrebbe la pena incorniciare. Le questioni in gioco, ha scritto, toccano la vita quotidiana del pubblico degli Stati coinvolti; per questo la corte ritiene prudente chiamare una giuria consultiva a raccogliere lo «standard della comunità». Si rilegga quella frase con occhio clinico. Un giudice federale ha convocato otto persone non per stabilire un fatto, ma per registrare un sentimento; e lo ha fatto proprio perché la condotta in giudizio riguarda le abitudini di tutti. È, per quanto ne so, la descrizione più esatta che sia mai stata data del modo in cui nasce una categoria diagnostica.

Nasce così, infatti, più spesso di quanto ci piaccia ammettere. Una condotta diventa visibile; produce allarme; l’allarme si condensa in una parola; la parola trova una soglia, la soglia un criterio, e il criterio trova infine, a cose fatte, gli studi che avrebbero dovuto fondarlo. La storia dei nostri manuali è piena di voci nate da un’urgenza sociale prima che da un’osservazione. La differenza, di norma, è che il processo avviene lentamente, in commissione, sotto la sorveglianza reciproca di persone che dovranno rispondere delle proprie firme. A Oakland avviene in sei settimane, davanti alle telecamere, con otto cittadini estratti a sorte a fare da campione della comunità.

Non che manchi il filtro. Dal 1993, con la sentenza Daubert, il giudice federale americano è custode della soglia: spetta a lui decidere se una testimonianza esperta poggi su un fondamento affidabile, valutandone la falsificabilità, il tasso d’errore, la revisione fra pari, l’accettazione nella comunità di riferimento. E in questa causa il filtro è stato azionato sul serio: dal ruolo del tribunale risulta che alla fine di gennaio Meta ha chiesto, ai sensi della regola 702, di escludere le testimonianze esperte di Adam Alter e Ravi Iyer, con udienza fissata in aprile, e secondo la ricostruzione di MLex la corte ha poi respinto la gran parte delle istanze probatorie dell’azienda. Ma si badi alla natura di quel potere: è un potere di ammissione, non di validazione. Daubert stabilisce che cosa si possa ascoltare in aula. Non stabilisce che cosa sia vero.

E opera secondo un metro che non è il nostro. In sede civile si decide sulla prevalenza delle prove, cioè sul più probabile che no. Un comitato nosografico, per iscrivere una voce in un manuale, pretende assai di più: validità convergente e discriminante, decorso longitudinale, risposta differenziale al trattamento, riproducibilità fra culture. Sono due epistemologie, e non c’è ragione di scandalizzarsene: fanno mestieri diversi, e li fanno entrambe bene. Il guaio è che la distinzione, il giorno dopo, evapora.

Perché una decisione che accertasse condotte progettuali o commerciali idonee a produrre uso compulsivo verrebbe tradotta nello spazio pubblico in quattro parole: i social creano dipendenza. Il diritto non avrà scritto una diagnosi; le avrà però conferito una realtà sociale prima che la psichiatria le abbia conferito una realtà nosografica. E la realtà sociale, nel nostro mestiere, non è un’ombra: arriva in ambulatorio. Arriva sotto forma di genitori che si presentano con la diagnosi già fatta, e di ragazzi che se la sono sentita attribuire prima ancora di essere ascoltati. Le categorie che entrano nella clinica dalla porta di servizio hanno una notevole capacità di sopravvivere alle prove che avrebbero dovuto fondarle.

Vale la pena, a questo punto, guardare da vicino il meccanismo attorno al quale ruota tutto, perché anche lì la fretta produce imprecisioni. La citazione corrente attribuisce il rinforzo a rapporto variabile a The Behavior of Organisms del 1938: quel libro fonda l’analisi sperimentale del comportamento operante, ma la mappatura sistematica dei programmi di rinforzo arriva nel 1957, con il volume che Skinner firma insieme a Charles Ferster. È lì che si stabilisce ciò che oggi tutti ripetono: la ricompensa che giunge dopo un numero imprevedibile di risposte produce la frequenza più alta e più regolare, e la maggiore resistenza all’estinzione.

È la meccanica classica della slot machine, e nei social qualcosa di analogo può innestarsi quando segnali socialmente salienti — un cuore, un commento, un messaggio — compaiono nel flusso in modo imprevedibile. Ma lo scorrimento infinito, di per sé, fa un’altra cosa, e non minore: toglie il punto in cui l’azione si fermerebbe da sola. Il fondo pagina, la fine del rullino, l’ultima notizia del telegiornale erano, senza volerlo, dispositivi di arresto. La distinzione merita di essere tenuta ferma, perché le due operazioni non coincidono: la ricompensa variabile fornisce una ragione per continuare, lo scorrimento infinito sopprime il momento in cui ci si chiederebbe se continuare. Che l’industria abbia trasformato entrambe le proprietà in metodo di progettazione non è una congettura: Nir Eyal l’ha codificato in Hooked nel 2014, e per una volta si può dire che l’imputato aveva pubblicato in anticipo il proprio movente.

Quanto alla dopamina, il racconto pubblico va corretto. Si parla di carico dopaminico e di scariche somministrate a dosi, come se fosse la molecola del piacere. Non lo è, e non lo è da almeno trent’anni. Kent Berridge e Terry Robinson hanno dissociato due processi che il senso comune tiene saldati: il liking, cioè l’impatto edonico effettivo della ricompensa, e il wanting, cioè la salienza incentivante che ci spinge verso di essa. La dopamina mesolimbica media il secondo, non il primo: sopprimerla riduce il volere e lascia intatto il piacere. Si può desiderare intensamente ciò che non piace più.

La storia che Flora racconta somiglia in modo sorprendente a quella dissociazione. Sapere da cinque anni che si starebbe meglio senza qualcosa e continuare comunque a cercarla non dimostra un meccanismo dopaminergico — chi lo sostenesse commetterebbe esattamente l’errore che qui si sta contestando — ma descrive con precisione la distanza possibile fra volere e piacere. Resta il fatto, un po’ ironico, che nel punto in cui il linguaggio giornalistico è più impreciso la testimonianza personale è più esatta. Il rituale è il livello giusto di descrizione. La dopamina, così come viene evocata nei titoli, è una decorazione biologica su un’intuizione che si reggeva benissimo da sola.

Resta la domanda che nessuna neurobiologia può sostituire: quanto danno fanno, e a chi. Nel 2019 Amy Orben e Andrew Przybylski hanno pubblicato su Nature Human Behaviour un lavoro che andrebbe letto prima di ogni dibattito sul tema. Applicando la specification curve analysis a tre grandi banche dati, per oltre trecentocinquantamila casi, hanno mostrato che dalle stesse identiche fonti si ricavano decine di migliaia di analisi tutte difendibili: alcune migliaia darebbero un effetto negativo, altre nessun effetto, altre ancora un effetto positivo. Considerate insieme, l’associazione fra uso di tecnologia digitale e benessere adolescenziale risulta negativa ma minuscola, e spiega al massimo lo 0,4 per cento della varianza. Nello stesso ordine di grandezza, nei loro dati, stanno il mangiare patate e il portare gli occhiali.

Nel marzo del 2024 Candice Odgers ha applicato quel medesimo metro, sulle pagine di Nature, a The Anxious Generation di Jonathan Haidt: la tesi del ricablaggio non è sostenuta dalla scienza, le prove addotte sono in larghissima parte correlazionali, e le poche evidenze sperimentali riguardano studenti universitari e adulti, non i bambini cui i divieti sono rivolti. Ma Odgers ha aggiunto ciò che i suoi sostenitori citano meno volentieri: due cose possono essere vere insieme, e cioè che non esistano prove del ricablaggio e che riforme sostanziali delle piattaforme siano comunque ragionevoli, dato il tempo che i ragazzi vi trascorrono. È una posizione più scomoda di entrambi i partiti che se ne contendono la firma.

L’onestà impone di riferire anche il risultato che va nella direzione opposta. Nel 2022, sull’American Economic Review, Luca Braghieri, Ro’ee Levy e Alexey Makarin hanno sfruttato un esperimento naturale quasi perfetto: l’introduzione scaglionata di Facebook nei campus americani fra il 2004 e il 2006. Con un disegno a differenze-nelle-differenze hanno trovato che l’arrivo della piattaforma peggiorava la salute mentale degli studenti, in particolare su depressione e ansia, per una via coerente con il confronto sociale sfavorevole. È una delle migliori evidenze causali di cui disponiamo. Ed è anche, letta con cura, una prova che non riguarda il processo di Oakland: concerne studenti universitari e non preadolescenti, e concerne un Facebook fatto di profili e di bacheche cronologiche, senza feed algoritmico, senza scorrimento infinito, senza notifiche push. Una delle migliori evidenze causali che possediamo riguarda una piattaforma che non esiste più e una popolazione che non è quella in giudizio.

È qui che l’analogia con il tabacco, tanto suggestiva quanto ormai obbligatoria, comincia a scricchiolare — e va detto, perché è con quell’analogia che la causa verrà spiegata al pubblico. Con il fumo esisteva una relazione dose-risposta ordinabile in pacchetti-anno; esisteva un meccanismo biologico identificato; esisteva un esito non ambiguo, definito istologicamente e contabile nei registri di mortalità. Nel nostro caso sono contestati entrambi i termini della relazione. Che cos’è l’esposizione: i minuti? Quali minuti, su quale piattaforma, spesi a fare che cosa, e misurati come, dato che la stima soggettiva del tempo di schermo è notoriamente inattendibile? E l’esito: scale di benessere auto-riferite, che registrano insieme il malessere e la disposizione a dichiararlo. Non abbiamo l’equivalente del pacchetto-anno, e non abbiamo l’equivalente della lastra.

Da questo scarto discende un rischio che tocca da vicino la nostra funzione. Il modello che tutti stanno applicando alla vicenda è quello ricostruito da Naomi Oreskes ed Erik Conway in Mercanti di dubbi: all’industria non serve vincere il dibattito scientifico, le basta tenerlo artificialmente aperto. Il modello è vero e va conosciuto. Ma contiene, applicato qui, un’insidia simmetrica, perché una parte del dubbio in questo campo non è fabbricata: è reale, è metodologica, ed è esattamente ciò che ricercatori come Orben, Przybylski e Odgers hanno prodotto lavorando contro l’onda dell’opinione pubblica anziché a favore. Se ogni cautela statistica viene letta come lobbying, la psichiatria perde l’unica funzione che la rende utile in questa storia. Si noti, del resto, che il criterio dirimente di Oreskes e Conway non riguardava la causalità: chiedeva se esistesse una distanza fra ciò che l’azienda sapeva al proprio interno e ciò che dichiarava fuori. Quella distanza è una delle questioni centrali di Oakland — non l’unica, ma quella che rende l’analogia col tabacco davvero istruttiva.

Il quadro italiano, intanto, non è tranquillizzante, e ha il pregio di venire da una rilevazione seria e continuativa. Secondo i dati ESPAD Italia 2025 dell’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche, l’uso a rischio di Internet riguarda il 14,9 per cento degli studenti fra i quindici e i diciannove anni, con un divario di genere marcato — 17,4 per cento fra le ragazze —, mentre nel 2011 la stessa condizione toccava meno di un adolescente su dieci. Le vittime di cyberbullismo sono passate dal 31,1 per cento del 2018 al 45,2; gli autori dal 16,6 al 29,9; e il 22 per cento dei ragazzi occupa contemporaneamente entrambe le posizioni, dato che dovrebbe far riflettere chiunque immagini il fenomeno come uno scontro fra buoni e cattivi. Oltre cinquantamila giovani, stimano i ricercatori, si trovano in condizione di ritiro sociale.

Su questi numeri la clinica italiana ha da dire qualcosa che nasce da un errore riconosciuto. Nel 2009 Federico Tonioni ha aperto al Policlinico Gemelli il primo ambulatorio italiano per la dipendenza da Internet, aspettandosi di trovare una dipendenza. Ha raccontato più volte di essersi accorto quasi subito che non era quello: che aveva davanti, piuttosto, un modo nuovo di pensare e di comunicare, e che con gli adolescenti preferisce non fare diagnosi, inquadrando i comportamenti compulsivi come fasi di abuso anziché come dipendenze costituite. È un capovolgimento notevole, perché viene da chi aveva il massimo interesse professionale a confermare la propria ipotesi di partenza. Sulla stessa linea, da Milano, Matteo Lancini e la scuola del Minotauro insistono da anni su una tesi che il dibattito internazionale sta oggi faticosamente riscoprendo: il ritiro sociale è la manifestazione più significativa del disagio adolescenziale contemporaneo, e lo schermo ne è la scena, non la causa.

Fra queste due sponde il clinico è esposto a errori simmetrici, e nessuno dei due è innocuo. Il primo è patologizzare l’adolescenza normale: trasformare in sintomo la salienza, l’uso intenso, la vita sociale che passa per lo schermo, e consegnare a una generazione un’etichetta al posto di una biografia. Il secondo, oggi più frequente negli ambienti scientificamente avvertiti, è liquidare la sofferenza perché il costrutto non è nel manuale. L’assenza di una voce diagnostica non è l’assenza del paziente. Cinquantamila ragazzi chiusi in casa esistono anche se non hanno un codice.

Che cosa si fa, dunque, il lunedì mattina. Una cosa poco spettacolare, e che Flora suggerisce ai suoi lettori con più precisione di quanta ne mostri gran parte della letteratura divulgativa: si lavora sul rituale, non sulla sostanza. Si chiede a che cosa serva quel momento, che cosa venga interrotto e che cosa venga protetto; si osserva in quale punto della giornata lo schermo si insedia e quale gesto abbia sostituito. Si evita, come Tonioni ripete da quindici anni, di togliere il dispositivo, perché sottrarre la scena non restituisce l’attore. E si tiene ferma una distinzione che i manuali per ora non ci danno e che la clinica invece possiede: quella fra l’abuso, che è una fase, e la dipendenza, che è una struttura.

La decisione di Gonzalez Rogers è attesa per l’autunno, e arriverà quasi certamente prima della diagnosi. Dovrebbe metterci a disagio più di quanto non faccia, perché il silenzio nosografico della psichiatria non è neutralità: è una scelta che produce effetti in entrambe le direzioni. Se non diciamo nulla, la voce la scriverà qualcun altro, con gli standard probatori del contenzioso civile e i tempi del ciclo mediatico. Se diciamo troppo, presteremo la nostra autorità a un costrutto che non abbiamo validato, e ce lo ritroveremo addosso per decenni. In questa faccenda non esiste una posizione comoda, e chi ne offre una sta vendendo qualcosa.

Resta la domanda che un genitore ci porrà, e che non è quella di Oakland: mio figlio è dipendente? Per anni ancora la risposta onesta sarà che non sappiamo se il suo comportamento appartenga a una malattia autonoma, ma che sappiamo riconoscere quando produce sofferenza, perdita di controllo e compromissione della vita — e che sono queste tre cose, non una parola, a dirci se ci sia da lavorare. Nel frattempo il testimone più utile di questa storia non è un manuale e non è un perito: è un uomo che ha impiegato quattro anni a smettere di bere e che un giorno, guardandosi la mano nell’istante esatto in cui pensava di staccare, vi ha trovato un telefono.

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