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NON È UN PAESE PER GIOVANI

26 Set 26

26 settembre 2006 – 26 settembre 2026 · Vent’anni fa Facebook si apriva a chiunque avesse un indirizzo di posta elettronica.

Facebook invecchia con i suoi utenti, i ragazzi si informano altrove. E anche le nostre lezioni invecchiano

Abstract

Il pannello statistico di un contenuto pubblicato su Facebook, con un pubblico in larga parte ultrasessantacinquenne, apre una domanda per chi fa educazione sanitaria: stiamo parlando a chi dovrebbe leggerci domani? I dati del Pew Research Center, del Reuters Institute e del Censis mostrano che Facebook non è una piattaforma di soli anziani, ma che adolescenti e giovani adulti la usano sempre meno, anche per informarsi, mentre per gli adulti italiani resta la prima piattaforma social per le notizie. L’editoriale sostiene che raggiungere i giovani non basta: l’informazione sanitaria deve restare ritrovabile, riconducibile a un autore e a una data, comprensibile e correggibile. E poiché anche le lezioni invecchiano, un archivio responsabile deve rendere chiaro come ciascun documento vada usato oggi.

Parole chiave: Facebook; giovani; educazione sanitaria; WhatsApp; YouTube; archivio digitale; responsabilità editoriale; aggiornamento dei contenuti.

Abstract (English)

The analytics panel of a Facebook post, whose audience was largely over sixty-five, raises a question for anyone engaged in health education: are we speaking to those who should be reading us tomorrow? Data from the Pew Research Center, the Reuters Institute and Censis show that Facebook is not a platform for the elderly alone, but that teenagers and young adults use it less and less, including for news, while for Italian adults it remains the leading social platform for news. The editorial argues that reaching young people is not enough: health information must remain retrievable, attributable to an author and a date, understandable and correctable. And since lessons age too, a responsible archive must make clear how each document should be used today.

Keywords: Facebook; young people; health education; WhatsApp; YouTube; digital archive; editorial responsibility; content updating.

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Oggi il pannello che Facebook riserva a chi pubblica mi ha mostrato chi aveva visualizzato un mio contenuto. Due spettatori su tre avevano più di sessantacinque anni, in larghissima parte uomini; gli altri stavano fra i quarantacinque e i sessantaquattro, con una piccola quota fra i venticinque e i trentaquattro. Nessuno sotto i venticinque. Il pubblico, insomma, mi somigliava. Ma quel pannello descrive soltanto il pubblico raggiunto da un singolo contenuto, e a selezionarlo concorrono l’argomento, la mia rete di contatti e i criteri con cui la piattaforma distribuisce ciò che si pubblica. Non è il ritratto di Facebook. Mi ha lasciato però una domanda che riguarda questa rivista: stiamo parlando anche a chi dovrebbe leggerci domani?

Cercarne la risposta mi ha portato più lontano del previsto. Per chi fa educazione sanitaria raggiungere un pubblico nuovo non basta: una spiegazione sulla salute mentale deve poter essere ritrovata quando serve, ricondotta a chi l’ha scritta e al momento in cui l’ha scritta, corretta o accompagnata da un contesto quando le conoscenze cambiano. Ero partito dall’età del nostro pubblico; sono arrivato all’età di ciò che gli consegniamo.

I dati correggono subito l’impressione del pannello. Facebook non è vuoto di giovani: in una rilevazione del Pew Research Center condotta nel 2025 su oltre cinquemila adulti statunitensi, dichiara di usarlo il 68 per cento di chi ha fra i diciotto e i ventinove anni, contro il 57 per cento degli ultrasessantacinquenni, e l’uso è più diffuso nella fascia intermedia, fra i trenta e i quarantanove anni, all’80 per cento. Il quadro cambia fra gli adolescenti. Fra i ragazzi americani dai tredici ai diciassette anni la quota di chi usa Facebook è scesa dal 71 per cento del 2014-2015 al 31 per cento del 2025. Il Reuters Institute dell’Università di Oxford, che da oltre un decennio segue nove paesi, Italia compresa, registra la stessa traiettoria sul terreno dell’informazione: nel 2014 il 47 per cento dei giovani fra i diciotto e i ventiquattro anni usava Facebook ogni settimana per le notizie, un decennio dopo il 16 per cento, superato da Instagram, YouTube e TikTok. Una ragazza britannica, intervistata in una delle ricerche raccolte dall’istituto, l’ha detto meglio di qualunque tabella: Facebook è «antico», «roba da mamme».

In Italia, secondo il Censis, Facebook è usato dal 66,3 per cento della popolazione ma soltanto dal 55,2 per cento dei giovani fra i quattordici e i ventinove anni, che frequentano assai di più Instagram, YouTube e TikTok. Fra gli italiani che usano Internet, invece, resta la prima piattaforma social utilizzata per informarsi: secondo il Digital News Report Italia 2026 vi si informa il 44 per cento, otto punti più dell’anno precedente. Per gli adulti Facebook conta ancora, e anzi più di ieri; per chi ha meno di trent’anni è una piattaforma fra le tante, e non la più frequentata. Chi vuole parlare ai ragazzi deve mettere in conto che da lì passerà sempre meno.

Una possibile spiegazione è demografica. Vent’anni fa esatti, il 26 settembre 2006, Facebook aprì l’iscrizione a chiunque avesse un indirizzo di posta elettronica: chi vi entrò allora ventenne ne ha oggi quaranta. Una piattaforma invecchia insieme a chi la abita da tempo, mentre chi comincia oggi sceglie altri ingressi. In agosto, su queste pagine, avevo letto questa trasformazione con il modello della gentrificazione; la demografia ne offre una lettura più semplice. Il Reuters Institute aggiunge un’osservazione che dovrebbe togliere ogni illusione a chi fa informazione: c’è poca ragione di aspettarsi che i giovani, invecchiando, acquisiscano abitudini informative in cui non sono mai stati socializzati. Attendere che i ventenni di oggi approdino a Facebook a quarant’anni non è una strategia.

Conta allora il tipo di luogo in cui i ragazzi si informano. Sui social le notizie si incontrano spesso di sbieco, mentre si è lì per altro, e ai giovani accade più che agli adulti. Una ricerca condotta a Oxford da Kalogeropoulos, Fletcher e Nielsen, fondata sul tracciamento effettivo della navigazione, ha mostrato che chi arriva a una notizia attraverso i social o un motore di ricerca sa riconoscere quale testata l’abbia prodotta molto meno spesso di chi la va a cercare direttamente. Molti di questi luoghi, poi, sono costruiti per il flusso. Le storie di Instagram scadono in ventiquattr’ore per scelta di progetto; post e video restano in rete, ma il feed li ordina secondo la novità e un’affinità presunta, non secondo la possibilità di ritrovarli. Il contenuto non sparisce: sparisce la strada per tornarci. Per l’educazione sanitaria è un difetto di struttura, perché l’informazione clinica vive di ritorni: si rivede una lezione prima di un esame, la si manda al familiare che non ha capito, la si cita, la si confronta con ciò che se ne è detto.

Per questo considero una follia affidare a WhatsApp l’unica versione di una spiegazione sanitaria. WhatsApp nasce come servizio di messaggistica privata: il messaggio inoltrato porta con sé un’etichetta e non un autore, e perde per strada la data d’origine e il contesto. I Canali, introdotti nel 2023, hanno aggiunto una dimensione pubblica e un collegamento che riporta alla fonte; ma una rettifica pubblicata alla fonte non raggiunge necessariamente le copie già inoltrate. Il 2020 ha mostrato le due facce del mezzo: in piena pandemia WhatsApp dovette limitare l’inoltro dei messaggi già rilanciati molte volte per frenare la disinformazione, mentre l’Organizzazione mondiale della sanità e oltre venti ministeri della salute lo usavano per rispondere a chi chiedeva informazioni. Un messaggio può fare benissimo da campanello: avvisa e rimanda a una fonte che sta altrove. Io stesso l’ho usato così, nelle liste della psichiatria italiana, per segnalare le iniziative di questa rivista. La follia comincia quando il campanello pretende di bastare a se stesso.

Per i video della rivista ho scelto YouTube. È il luogo in cui le generazioni si sovrappongono: negli Stati Uniti lo usano il 95 per cento degli adulti sotto i trent’anni, il 64 per cento degli ultrasessantacinquenni e circa nove adolescenti su dieci; in Italia, secondo il Censis, il 77,6 per cento dei giovani. Il Digital News Report Italia 2026 rileva inoltre che su YouTube pesano di più i video d’informazione di durata media e lunga, e che l’incontro con le notizie vi è meno affidato al caso che su Facebook o su TikTok. Diffusione e formati sostengono una scelta editoriale; se vi si impari davvero, va verificato sul pubblico che raggiungiamo. Un video su YouTube ha poi un indirizzo stabile: finché nessuno lo rimuove, si può cercare, citare, mandare a un paziente o a un familiare. Ma YouTube resta una piattaforma privata, governata da un algoritmo e da regole che non controlliamo. Per questo ogni video deve avere, nell’archivio della rivista, una scheda datata, con riferimenti e aggiornamenti riconoscibili; e l’archivio stesso, come ho raccontato in «Una rete senza indirizzo», deve ancora rendersi pienamente ritrovabile. Facebook, intanto, resta il mezzo con cui parlare agli adulti, ai genitori, ai colleghi, a molte delle persone che si prendono cura di chi sta male.

Raggiungere i giovani, però, non significa soltanto trovarli. Il Reuters Institute rileva che, fra chi tende a evitare le notizie, il 15 per cento dei giovani fra i diciotto e i ventiquattro anni lo fa perché le trova difficili da capire, contro il 5 per cento degli ultracinquantacinquenni. Il dato riguarda le notizie, non l’educazione sanitaria; ma sarebbe imprudente pensare che le nostre lezioni ne siano esenti. Una spiegazione pensata per i colleghi può essere impeccabile e restare muta per un ventenne. Basterebbe cominciare da un gesto semplice: mostrare una lezione a un gruppo di studenti e farsi dire quali parole li hanno fermati, quali domande sono rimaste senza risposta, quali avrebbero voluto porre loro. Il canale di questa rivista ha oltre cinquantamila iscritti e circa seimila video. Seimila video attestano una produzione; da soli non attestano una relazione educativa.

C’è poi l’altra faccia della durata. «Psychiatry on line Italia» produce, e lo rivendico, long seller: lezioni che trovano spettatori anni dopo la pubblicazione. Ma un contenuto sanitario può durare troppo. Una lezione può continuare a essere vista quando alcune delle conoscenze su cui si fondava sono cambiate, con l’autorevolezza intatta di ciò che è stato visto molte volte. Un archivio di trentun anni, del resto, non contiene soltanto lezioni: contiene interviste, testimonianze, saggi storici, dibattiti, e ciascuno di questi documenti invecchia a modo suo. Non serve un timbro che separi il valido dallo scaduto. Serve rendere leggibile come usare oggi ciascun documento: conservarlo nella sua forma originaria, datarlo, affiancargli quando occorre una nota di contesto, una revisione o il rinvio a ciò che si è saputo dopo. Chi arriva molti anni più tardi deve poter capire che cosa sta guardando e quale uso può farne.

In «Sailing to Byzantium», da cui discende il titolo di queste pagine[1], Yeats cercava a Bisanzio i «monuments of unageing intellect», i monumenti dell’intelletto che non invecchia, e chiedeva di essere raccolto «into the artifice of eternity», nell’artificio dell’eternità. Chi custodisce un archivio clinico non può promettere nulla di simile. Può soltanto mostrare, pagina per pagina, come ciò che ha pubblicato è invecchiato.

Il pannello di Facebook mi aveva mostrato un pubblico che mi somigliava e mi aveva lasciato una domanda: stiamo parlando anche a chi dovrebbe leggerci domani? Adesso quella domanda ne contiene un’altra. Se fra cinque anni un ventenne arriverà a una nostra lezione, troverà gli elementi per capirla, per discuterla e per riconoscere ciò che nel frattempo è cambiato? Facebook non è un paese per giovani. Una rivista può diventarlo, a patto di sapere che la sua responsabilità non finisce quando pubblica: ricomincia ogni volta che qualcuno torna a leggerla.

Bibliografia

Bollorino F., «La gentrificazione psicologica di Facebook», Psychiatry on line Italia, rubrica Editoriale, 15 agosto 2026.

Bollorino F., «Una rete senza indirizzo», Psychiatry on line Italia, rubrica Editoriale, 16 settembre 2026.

Censis, 59° Rapporto sulla situazione sociale del Paese/2025, capitolo «Comunicazione e media», Roma, 2025.

Cornia A., Ferrando M., Piacenza P., Satta C., Digital News Report Italia 2026, Torino, Master in Giornalismo «Giorgio Bocca» dell’Università di Torino, Reuters Institute for the Study of Journalism, giugno 2026 (indagine YouGov su un campione di italiani che usano Internet).

Facebook, «Facebook Expansion Enables More People to Connect with Friends in a Trusted Environment», comunicato stampa, 26 settembre 2006.

Kalogeropoulos A., Fletcher R., Nielsen R.K., «News brand attribution in distributed environments: Do people know where they get their news?», New Media & Society, 21(3), 2019, pp. 583-601. DOI 10.1177/1461444818801313.

McCarthy C., No Country for Old Men, New York, Alfred A. Knopf, 2005.

Meta, «WhatsApp Channels: Here’s Everything You Need To Know», Meta Newsroom, settembre 2023.

Pew Research Center, Americans’ Social Media Use 2025, Washington D.C., 20 novembre 2025 (indagine su 5.022 adulti statunitensi, 5 febbraio-18 giugno 2025).

Pew Research Center, Teens, Social Media and AI Chatbots 2025, Washington D.C., 9 dicembre 2025 (indagine su 1.458 adolescenti statunitensi fra 13 e 17 anni).

Robertson C.T., Ross Arguedas A., Mukherjee M., Fletcher R., Understanding Young News Audiences at a Time of Rapid Change, Oxford, Reuters Institute for the Study of Journalism, 24 marzo 2026. DOI 10.60625/risj-r08r-mt26. La testimonianza citata nel testo proviene da Galan L. et al., How Young People Consume News and the Implications for Mainstream Media, Oxford, Reuters Institute for the Study of Journalism, 2019, ripresa nel rapporto.

WhatsApp, «Keeping WhatsApp Personal and Private», WhatsApp Blog, 7 aprile 2020.

Yeats W.B., «Sailing to Byzantium», in The Tower, London, Macmillan, 1928.

Filmografia

Coen J., Coen E., No Country for Old Men, Stati Uniti, 2007.

Veronesi G., Non è un paese per giovani, Italia, 2017.

[1]Il verso d’apertura della poesia, «That is no country for old men», ha dato il titolo al romanzo di Cormac McCarthy (2005) e al film dei fratelli Coen (2007); nel 2017 Giovanni Veronesi lo ha capovolto in Non è un paese per giovani, film nato dalla sua trasmissione su Radio2 e dedicato ai giovani che lasciano l’Italia.

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