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SEDICI SECONDI: metriche di audience, formati brevi e comunicazione psichiatrica

29 Lug 26

Riassunto

Premesse. La comunicazione scientifica in psichiatria si svolge ormai in larga parte su piattaforme il cui funzionamento è governato da metriche di attenzione progettate per finalità pubblicitarie. Che cosa quelle metriche misurino, e che cosa strutturalmente non possano misurare, è una domanda che riguarda da vicino la clinica e non soltanto la comunicazione.

Obiettivi. Sottoporre a lettura critica lo YouTube Study 2026 pubblicato dalla società spagnola Metricool, valutarne la tenuta metodologica, e interrogarne le risultanze alla luce della letteratura sulla qualità dell’informazione psichiatrica in rete e dei dati di un caso italiano.

Metodi. Rassegna narrativa critica. Il rapporto Metricool è stato analizzato come documento e non come fonte di autorità, distinguendo le grandezze utilizzabili da quelle non comparabili, ivi comprese quelle rese tali dalla modifica del conteggio delle visualizzazioni introdotta da YouTube il 31 marzo 2025, che cade fra i due periodi confrontati. La letteratura, selezionata in funzione dell’argomentazione e senza pretesa di esaustività, è stata verificata su fonte primaria. Al confronto è stato aggiunto un caso illustrativo: ventotto giorni di dati di canale di Psychiatry on Line Italia, forniti dalla redazione.

Risultati. Nel campione Metricool, fra il febbraio 2025 e il febbraio 2026, le visualizzazioni del video lungo crescono del 76 per cento mentre la sua durata media di visione cala del 37; sui formati brevi la durata media scende del 67 per cento, fino a circa sedici secondi, mentre i dati di visualizzazione e di coinvolgimento non sono comparabili fra i due anni a causa di una modifica del conteggio. La letteratura mostra che la qualità dell’informazione è superiore nei contenuti prodotti da professionisti, che le aree a più alto rendimento di traffico coincidono con quelle a più alta prevalenza di errore, e che l’engagement non discrimina fra contenuti accurati e inaccurati. Il caso italiano mostra un rapporto invertito fra portata e attenzione: nove contenuti brevi producono circa otto volte le visualizzazioni di un solo video del 2021 e circa un settimo del suo tempo di visione.

Conclusioni. Le metriche native delle piattaforme misurano la propagazione di un segnale, non la sua comprensione; questa è misurabile, ma soltanto con strumenti esterni, su campioni e non su pubblici. Per una disciplina il cui oggetto è la vita interiore di un’altra persona questo non è un inconveniente tecnico ma una condizione permanente, di cui conviene avere coscienza esatta anziché rimuoverla.

Parole chiave: comunicazione scientifica, salute mentale digitale, YouTube, formati brevi, disinformazione, neurodivergenza, metriche di attenzione, reificazione.

Abstract

Background. Scientific communication in psychiatry now takes place largely on platforms governed by attention metrics designed for advertising purposes. What those metrics measure, and what they structurally cannot measure, is a question that bears on clinical practice and not merely on communication.

Objectives. To critically appraise the YouTube Study 2026 published by the Spanish company Metricool, to assess its methodological robustness, and to interrogate its findings in the light of the literature on the quality of psychiatric information online and of data from an Italian case.

Methods. Critical narrative review. The Metricool report was treated as a document rather than as a source of authority, distinguishing usable quantities from non-comparable ones, including those rendered so by YouTube’s 31 March 2025 change to Shorts view counting, which falls between the two periods compared. The literature, selected in relation to the argument and with no claim to exhaustiveness, was verified against primary sources. An illustrative case was added: twenty-eight days of channel data from Psychiatry on Line Italia, supplied by the editorial office.

Results. In the Metricool sample, between February 2025 and February 2026, long-form views rose by 76 per cent while long-form average view duration fell by 37; for short-form, average view duration fell by 67 per cent to roughly sixteen seconds, while view and engagement figures are not comparable across the two years owing to a change in how views are counted. The literature shows that information quality is higher in professionally produced content, that the topics attracting the greatest traffic are also those showing the highest prevalence of inaccurate or overgeneralised information, and that engagement does not discriminate between accurate and inaccurate content. The Italian case shows an inverted relation between reach and attention: nine short items generate roughly eight times the views of a single 2021 video and roughly one seventh of its watch time.

Conclusions. Platform-native metrics measure the propagation of a signal, not its comprehension; comprehension is measurable, but only through external instruments applied to samples, not inferred from platform audiences. For a discipline whose object is the inner life of another person this is not a technical inconvenience but a permanent condition, of which it is better to have exact awareness than to remove it from view.

Keywords: science communication, digital mental health, YouTube, short-form video, misinformation, neurodivergence, attention metrics, reification.

  1. Introduzione

Sedici secondi. È la durata media di visione riportata per i video brevi nel campione analizzato da Metricool nel febbraio 2026; un anno prima erano quarantotto. Si badi alla formulazione, perché è stata scelta apposta e costa qualcosa: si tratta di una media calcolata su contenuti, non dell’osservazione di ciò che una singola persona fa davanti allo schermo. Nessuno ha cronometrato nessuno. Che questa distinzione appaia pedante, e che invece decida quasi tutto, è il primo argomento di queste pagine e non l’ultimo. La cifra proviene da un’analisi condotta su quasi ottocentomila video e andrà maneggiata con una prudenza che occuperà l’intera prossima sezione. Ma si tenga per un momento il numero nudo.

A una velocità di eloquio ordinaria, sedici secondi bastano per una quarantina di parole. Quaranta parole sono sufficienti a pronunciare il nome di un disturbo e a elencarne tre o quattro manifestazioni. Non sono sufficienti a distinguere quelle manifestazioni da quelle di altri quattro disturbi che le condividono, né a spiegare perché la distinzione richieda un colloquio, né a dire che chi ascolta potrebbe avere qualcosa d’altro, o niente. Il formato non è un contenitore neutro nel quale si versa ciò che si vuole: è un filtro che lascia passare certe forme di enunciato e ne trattiene altre. Lascia passare l’etichetta e trattiene il ragionamento che la giustifica.

Una convenzione, prima di procedere, perché senza di essa metà di ciò che segue sarebbe scorretto. Nelle pagine che vengono la parola «attenzione», quando è riferita alle statistiche di una piattaforma, va letta come abbreviazione di «tempo di visione registrato»: non è la misura di uno stato mentale, ma la durata per cui un dispositivo ha riprodotto un file. Che le due cose non coincidano è evidente a chiunque abbia lasciato un video in funzione mentre faceva altro. Che si continui a chiamarle con lo stesso nome, e che l’abbreviazione sia comoda al punto da diventare invisibile, è già il primo esempio del meccanismo di cui questo articolo si occupa: una grandezza che si sa misurare presa per la grandezza che interesserebbe.

Questo articolo prende le mosse da un documento che non appartiene alla letteratura scientifica e che non pretende di appartenervi: il rapporto annuale che una società di software per la gestione dei social media pubblica per farsi conoscere dai propri clienti potenziali. Un caporedattore scrupoloso potrebbe archiviarlo come materiale promozionale e passare ad altro, e avrebbe ottime ragioni. Se non lo si fa qui, è perché quel documento, letto contropelo, dice qualcosa di preciso sull’ambiente in cui la psichiatria e la psicologia hanno cominciato a parlare al pubblico — un ambiente che nessuno di noi ha progettato, che quasi nessuno di noi ha studiato, e le cui regole di selezione agiscono comunque, che le si conosca o no.

Il percorso è in tre movimenti. Prima si stabilisce che cosa quel documento possa e non possa provare, perché senza questa operazione preliminare tutto il resto sarebbe indifendibile. Poi si accostano le sue risultanze alla letteratura sottoposta a revisione fra pari che ha misurato la qualità dell’informazione psichiatrica sulle piattaforme, e si vedrà che i due corpi di dati si illuminano a vicenda in modo sgradevole. Infine si guarda un caso: ventotto giorni di vita di un archivio psichiatrico italiano con oltre seimila video alle spalle, i cui numeri confermano il rapporto commerciale su un punto e lo smentiscono su quello che a una rivista scientifica dovrebbe importare di più.

  1. La fonte e i suoi limiti

Metricool è una società spagnola di software distribuito come servizio, fondata a Madrid nel 2015 da Juan Pablo Tejela e Laura Montells, entrata nel 2024 nel gruppo belga team.blue; offre strumenti di pianificazione, pubblicazione e analisi per le principali piattaforme sociali, dichiara oltre tre milioni di utenti professionali e si presenta come partner ufficiale di YouTube e di Google. Non è un istituto di ricerca e non si spaccia per tale. Lo YouTube Study 2026 è un documento di marketing: quattro delle sue quarantuno pagine sono inviti all’iscrizione al servizio, e una di esse pubblicizza uno strumento accessorio. Riconoscerlo non è un atto di ostilità, è la condizione per poterlo usare.

Il disegno dichiarato è il seguente. Sono stati analizzati 799.718 video pubblicati da 71.177 account, confrontando le prestazioni del mese di febbraio 2025 con quelle del mese di febbraio 2026. I dati sono presentati come medie per post; gli account sono segmentati per numero di iscritti in cinque fasce, dalle più piccole sotto i duemila iscritti alle più grandi oltre il milione; i valori anomali non sono stati rimossi; sono stati esclusi gli account senza pubblicazioni e i singoli contenuti con zero impressioni o zero interazioni.

Da qui discendono quattro riserve, e sono tutte serie. La prima: il campione non è YouTube, è l’insieme degli account collegati al servizio di Metricool, cioè un campione autoselezionato di soggetti professionali che hanno scelto di dotarsi di uno strumento a pagamento per gestire la propria presenza. Chiunque generalizzi da qui alla piattaforma intera commette un errore di inferenza. La seconda: il confronto avviene fra due singoli mesi distanti un anno, disegno esposto alla stagionalità e soprattutto agli effetti di composizione. Se fra il febbraio 2025 e il febbraio 2026 la clientela dell’azienda è cresciuta o è cambiata di natura, una parte non determinabile delle variazioni misura la crescita dell’azienda e non quella della piattaforma. La terza: le distribuzioni di visualizzazioni sui social sono notoriamente asimmetriche, con code lunghissime; la media aritmetica su una distribuzione di questo tipo, per giunta senza rimozione dei valori anomali e senza alcuna misura di dispersione, è una statistica di scarso significato. La quarta: non compaiono nel documento intervalli di confidenza, test di significatività, deviazioni standard, né alcuna indicazione della variabilità dei dati.

A queste riserve, che riguardano tutte il campione, se ne aggiunge una quinta che riguarda la moneta stessa in cui i dati sono espressi, ed è la più grave. Il 26 marzo 2025 YouTube ha annunciato, e il 31 marzo ha reso operativa, una modifica del conteggio delle visualizzazioni sui contenuti brevi: da quella data una visualizzazione viene registrata ogni volta che un contenuto breve si avvia o si ripete, senza alcuna durata minima di riproduzione. La definizione precedente, che richiedeva alcuni secondi di visione effettiva, non è stata abolita ma rinominata «visualizzazioni coinvolte» e spostata nella modalità avanzata delle statistiche; resta quella su cui si fondano la monetizzazione e l’ammissione al programma partner.

La linea di frattura cade esattamente fra i due mesi che il rapporto confronta. Febbraio 2025 sta prima, febbraio 2026 sta dopo. Il documento non dichiara quale campo delle interfacce di programmazione abbia interrogato, né se i valori del primo periodo siano stati ricalcolati a posteriori; e finché non lo dichiara, due delle sue cifre sui contenuti brevi non sono comparabili. L’incremento del centoventisette per cento delle visualizzazioni mette a confronto due definizioni diverse della stessa parola. Il tasso di coinvolgimento, che si ottiene dividendo le interazioni per le visualizzazioni, cala per una ragione in parte aritmetica: il denominatore ha inglobato gli scorrimenti passivi che prima ne restavano fuori.

Sopravvivono invece, e senza ambiguità, le grandezze che quella modifica non ha toccato: il tempo complessivo di visione, le interazioni in valore assoluto, la frequenza di pubblicazione e — questo è il punto che qui conta di più — la durata media di visione, che per i contenuti brevi YouTube calcola sulle visualizzazioni coinvolte e sul tempo di visione a esse corrispondente. I sedici secondi reggono. Non regge la cornice che li presentava come il rovescio di un’esplosione di portata.

C’è poi un difetto puntuale che vale la pena segnalare perché insegna a leggere. Nella pagina dedicata alla monetizzazione, il «ricavo pubblicitario stimato» passa da 0,34 a 0,19 dollari mentre il «ricavo Premium stimato» passa da 576,41 a 237,92 dollari: due grandezze presentate affiancate e nella stessa unità, che nella stessa unità non possono essere. La pagina è dunque inutilizzabile come fonte di valori assoluti. Le variazioni percentuali, calcolate all’interno di ciascuna serie, in linea di principio non dovrebbero risentirne; ma poiché non si sa se l’errore riguardi l’unità, l’etichetta, l’aggregazione o il campo estratto, l’incoerenza incrina la fiducia nell’intera pagina, e quelle variazioni sono qui impiegate soltanto come indicazioni orientative.

Va anche riconosciuto al documento un momento di onestà che molti lavori accademici non hanno. Alla pagina in cui si sostiene che i canali che pubblicano contenuti brevi ottengono migliori risultati anche sul video lungo, gli autori si fermano e avvertono esplicitamente che correlazione e causazione non coincidono, che i canali che pubblicano di più potrebbero semplicemente essere più costanti o più in sintonia con il proprio pubblico, e che il dato suggerisce un esperimento, non una legge. È una cautela che si vorrebbe più diffusa.

La regola d’uso adottata in questo articolo discende da tutto ciò ed è severa: le cifre di Metricool entrano nel discorso come oggetto, mai come prova. Sono state considerate utilizzabili soltanto le variazioni interne al campione fra i due periodi — la durata di visione, la provenienza del traffico, la distribuzione temporale delle interazioni — e nemmeno quelle senza riserva. Dire che il campione è confrontato con sé stesso è lecito se si tratta di un panel, cioè degli stessi account osservati due volte; non lo è se si tratta di due fotografie successive di una clientela che può essere mutata di numero, di taglia e di composizione. Il rapporto non lo precisa. Quelle variazioni sono dunque meno vulnerabili del confronto con l’intera piattaforma, non immuni, e nessuna di esse è qui impiegata da sola per sostenere una conclusione. Tutto il resto è indizio.

  1. Portata e attenzione: due grandezze che si sono separate

Il dato centrale del rapporto è una divaricazione. Sul video lungo le visualizzazioni medie per contenuto passano da 3.404,84 a 5.985,23, con un incremento di circa il settantasei per cento, e i minuti stimati di visione crescono dell’undici per cento. Fin qui la storia sembra semplice e lieta. Ma la durata media di visione scende da 3,98 a 2,51 minuti, con una perdita del trentasette per cento; il tasso di interazione scende dal 2,38 all’1,30 per cento, quasi la metà; le interazioni assolute calano del quattro per cento e la frequenza di pubblicazione del sei. Più persone arrivano, ciascuna resta molto meno.

Sui formati brevi la lettura richiede la cautela stabilita nella sezione precedente, e ciò che ne resta è più stretto e più netto. Le due cifre che il rapporto mette in maggiore evidenza — l’incremento delle visualizzazioni oltre il centoventisette per cento e il crollo del tasso di coinvolgimento dal 4,94 all’1,85 per cento — vanno lasciate cadere, perché attraversano il cambio di definizione del marzo 2025. Restano le altre quattro, che non lo attraversano. La durata media di visione scende da 0,79 a 0,26 minuti, cioè da quarantotto a sedici secondi: due terzi dell’attenzione svaniti in dodici mesi. Il tempo complessivo di visione per contenuto cala del ventisei per cento. Le interazioni, contate una per una e non rapportate ad alcun denominatore, calano del quindici. E la frequenza di pubblicazione, nello stesso periodo, cresce del venti.

Si metta insieme. Si pubblica di più e si ottiene, per ciascun contenuto, meno tempo di ascolto e meno risposte. Il centoventisette per cento che è stato scartato era l’unico numero della serie che facesse somigliare tutto questo a una storia di crescita.

Si osservi la struttura di questi numeri, perché è più eloquente dei numeri stessi. Sul video lungo, dove il conteggio non è stato modificato e il confronto è dunque netto, chi produce contenuti ottiene più visualizzazioni e ricava da ciascuna una quantità di attenzione via via minore. È un’inflazione: l’unità di conto si moltiplica mentre il suo potere d’acquisto si riduce. La visualizzazione del 2026 non è la visualizzazione del 2025, esattamente come la lira del 1990 non era la lira del 1970, e ogni confronto anno su anno che ignori questo fatto è privo di senso. Chi si compiace di aver raddoppiato le proprie visualizzazioni sta misurando in una moneta svalutata.

E la moneta non è soltanto una metafora, perché il rapporto la misura anche in denaro. Nei dodici mesi considerati le impressioni pubblicitarie per contenuto calano del cinquantuno per cento, le riproduzioni monetizzate del cinquantacinque, il ricavo pubblicitario stimato del quarantaquattro, quello da abbonamenti del cinquantanove. Fatte salve le riserve già espresse su quella pagina, le quattro serie convergono nell’indicare la stessa direzione, e la causa dichiarata è coerente con tutto il resto: se ciascuna visione dura meno, ci sono meno occasioni di inserire pubblicità. La svalutazione dell’attenzione si traduce in svalutazione del ricavo, e quasi con lo stesso passo.

Che questo spinga chi vive di quei ricavi a compensare aumentando il volume, oppure l’intensità del richiamo, è una congettura ragionevole che nessuno ha misurato, e come congettura va lasciata. Si tenga presente soltanto che in psichiatria la valuta dell’intensità ha un nome noto, e si chiama diagnosi, sofferenza esibita, rivelazione.

Il rapporto aggiunge un’indicazione operativa che merita attenzione perché è controintuitiva rispetto alla retorica corrente. Sul video lungo esiste una frequenza ottimale di pubblicazione fra le due e le quattro uscite settimanali; oltre quella soglia, lo sforzo aggiuntivo di produzione restituisce circa il sei per cento di visualizzazioni mensili in più, e oltre le sette uscite settimanali il totale mensile addirittura diminuisce. Pubblicare di più, oltre un certo punto, produce meno. Sui formati brevi il tetto non si osserva, ma ciò che cresce con la frequenza sono le visualizzazioni, non il tempo di visione — cioè proprio la grandezza che si sta svalutando.

  1. Che cosa entra in sedici secondi

Qui il discorso lascia il terreno delle metriche e passa a quello che ci riguarda. La domanda non è se sedici secondi siano pochi — è ovvio che lo siano — ma quale tipo di enunciato psichiatrico sopravviva a quella compressione e quale no.

Sopravvive il nome del disturbo. Sopravvive l’elenco di manifestazioni, purché breve e riconoscibile. Sopravvive, soprattutto, la struttura del riconoscimento: se ti capita questo, allora sei quello. È una forma logica antichissima, la più economica di cui la mente disponga, e ha il pregio di produrre nell’ascoltatore una sensazione immediata di chiarimento. Non sopravvive nulla di ciò che rende quella struttura clinicamente lecita: la soglia di gravità, la durata, la pervasività, il funzionamento, la diagnosi differenziale, il contesto di vita, l’idea stessa che un tratto e un disturbo siano cose diverse e che la differenza non stia nel sintomo ma nella sua misura.

Che questa non sia una preoccupazione teorica lo mostra il lavoro di Anthony Yeung, Enoch Ng ed Elia Abi-Jaoude, pubblicato nel 2022 sul Canadian Journal of Psychiatry. Analizzando i cento video più popolari dedicati al disturbo da deficit di attenzione e iperattività su una piattaforma di formati brevi, due clinici indipendenti hanno classificato il cinquantadue per cento dei contenuti come fuorviante, il ventisette per cento come racconto di esperienza personale e soltanto il ventuno per cento come utile. Ma il dato che conta davvero è più fine, ed è il seguente: fra i cinquantadue video fuorvianti, il settantuno per cento attribuiva al disturbo sintomi transdiagnostici — ansia, umore instabile, irritabilità, difficoltà relazionali, esperienze dissociative — come se fossero specifici di quel disturbo e soltanto di quello. Nessuno dei video fuorvianti suggeriva allo spettatore di sottoporsi a una valutazione clinica prima di attribuire a quella diagnosi ciò che stava provando.

Si guardi bene che cosa è successo lì dentro. Non è stata detta, in generale, una falsità: l’ansia esiste, la distraibilità esiste, l’irritabilità esiste, e possono accompagnarsi a quel quadro. È stata soppressa la clausola di esclusività. Il formato ha eliminato la sola parte dell’enunciato che ne stabiliva i limiti, e quella parte è precisamente la diagnosi differenziale, cioè la componente più esigente del giudizio clinico. Ciò che resta non è un’informazione imprecisa: è un dispositivo di riconoscimento a maglie larghissime, in cui quasi chiunque può riconoscersi.

Vale la pena nominare l’operazione per quello che è. Un concetto clinico nasce come strumento provvisorio: una convenzione operativa, mobile, sensibile al contesto, adottata perché utile e destinata a essere rivista. Diventa una cosa quando quella provvisorietà si perde e resta l’etichetta. È il meccanismo che la storia della psichiatria conosce da quando esiste una nosografia, e che ha già prodotto i suoi guasti nel passaggio dalle grandi dinamiche esplicative agli inventari di tratti spuntabili. La novità non è il meccanismo: è la scala e la velocità con cui oggi opera, e il fatto che a governarlo non sia una commissione di esperti riunita per qualche anno, ma una funzione di ottimizzazione che nessuno ha discusso e che si aggiorna ogni giorno.

  1. L’autorità dell’esperienza

Fra i casi di successo che il rapporto Metricool propone ai propri lettori come modelli da imitare ce n’è uno che riguarda direttamente il nostro campo. È il canale di un padre statunitense che racconta senza filtri la vita quotidiana con tre figli autistici, senza cura formale della produzione: un milione e mezzo di visualizzazioni medie per contenuto, oltre novanta volte la media della sua fascia, e un volume di interazioni quasi cento volte superiore. Il rapporto ne trae tre indicazioni pratiche, e la terza recita, testualmente, che l’esperienza di chi parla è la sua autorità.

È una frase da tenere ferma e da guardare a lungo, perché è insieme vera e catastrofica.

È vera nel senso che l’esperienza vissuta costituisce una forma di autorità epistemica genuina. Chi ha attraversato un disturbo, o ha accompagnato per anni chi lo attraversa, sa cose che nessun manuale contiene: la trama delle giornate, la fatica dei servizi, il modo in cui una parola detta in ambulatorio arriva a casa e vi si deposita. La psichiatria italiana, per ragioni storiche che non occorre riassumere qui, ha meno diritto di altre a liquidare quel sapere come aneddotico. Un pubblico che ascolta un genitore che racconta non sta commettendo un errore: sta cercando qualcosa che la letteratura non gli offre e che ha diritto di cercare.

È catastrofica per una ragione diversa, e la letteratura la documenta con precisione. La rassegna sistematica di Alice Carter e colleghi, pubblicata nel 2026 sul Journal of Social Media Research, ha esaminato ventisette studi per un totale di 5.057 contenuti valutati e ha trovato una prevalenza di disinformazione compresa fra lo zero e il 56,9 per cento a seconda dell’ambito, più elevata sulle piattaforme di formato breve che su YouTube, e più elevata nei contenuti relativi alla neurodivergenza che in quelli relativi ai disturbi mentali in senso stretto. Il risultato trasversale è che qualità e affidabilità dell’informazione risultano generalmente superiori nei contenuti prodotti da professionisti.

Si sovrappongano le due immagini. Il punto di massimo rendimento del mercato dell’attenzione — la testimonianza in prima persona sulla neurodivergenza — coincide con l’area di massima fragilità epistemica documentata dalla letteratura. Non è un paradosso: ciò che rende un contenuto irresistibile è la stessa proprietà che ne rende problematica la generalizzazione, cioè il fatto che chi parla parli di sé.

Si guardi però da vicino che cosa si è appena fatto. Il caso di successo viene da un rapporto commerciale; le stime di qualità da studi condotti su piattaforme e campioni diversi; nessuno ha mai misurato le due cose insieme. È una figura, non un risultato: un’ipotesi che rende conto dei dati disponibili e che attende ancora chi la metta alla prova.

Il punto va formulato con esattezza, perché formulato male diventa un pregiudizio di casta. L’errore non è che la testimonianza parli. L’errore è il passaggio di categoria: quando l’enunciato «a mio figlio succede questo» diventa, senza che nessuno se ne accorga e spesso senza che chi parla lo voglia, l’enunciato «ai bambini autistici succede questo». È uno scivolamento minuscolo, di una preposizione e di un articolo, e produce tutta la differenza fra una testimonianza e una falsa generalizzazione. Chi ha misurato queste cose gli ha dato un nome tecnico — sovrageneralizzazione — e lo tratta come categoria a sé, distinta tanto dall’accuratezza quanto dall’errore. Vedremo fra poco quanto pesi.

C’è infine un dato che chiude la questione e che andrebbe scritto sopra la scrivania di chiunque si occupi di divulgazione. Nello studio di Diego Aragon-Guevara, Grace Castle, Elisabeth Sheridan e Giacomo Vivanti, pubblicato sul Journal of Autism and Developmental Disorders, l’esame dei 133 video informativi più visti sotto l’etichetta dell’autismo — quasi duecento milioni di visualizzazioni complessive e oltre venticinque milioni di apprezzamenti — ha rilevato il ventisette per cento di contenuti accurati, il quarantuno per cento di contenuti inaccurati e il trentadue per cento di sovrageneralizzazioni. Gli autori hanno poi confrontato le prestazioni di traffico dei tre gruppi e non hanno trovato differenze significative. Nelle metriche di coinvolgimento che questi studi hanno potuto osservare non emerge alcun segnale capace di discriminare l’accurato dall’inaccurato. Che cosa faccia il sistema di raccomandazione nel suo complesso resta ignoto a chi non lo ha costruito, e le piattaforme dichiarano di applicare politiche sulla disinformazione sanitaria e di dare risalto a fonti mediche considerate autorevoli: se ne può discutere la portata e l’efficacia, non si può sostenere che l’accuratezza non intervenga in alcun punto. Ma ciò che è osservabile dall’esterno dice questo: sulla grandezza che governa la circolazione ordinaria di un contenuto, il vero e il falso rendono uguale.

  1. L’unità di analisi, ovvero: anche l’allarme è una misura

C’è poi una seconda obiezione, e conviene sollevarla da soli. Le cifre sull’inaccuratezza citate fin qui sono state scelte fra quelle disponibili, e quelle disponibili non concordano affatto. Il contraddittorio esiste, ed è recente e italiano.

Nel febbraio 2026 Alessandro Carollo, Seraphina Fong, Giovanni Belardinelli, Silvia Perzolli e colleghi dell’Università di Trento, con Giacomo Vivanti e altri, hanno pubblicato sulla stessa rivista un lavoro sui contenuti in lingua italiana. Hanno raccolto 148 video pubblicati sotto l’etichetta italiana dell’autismo, ne hanno estratto 408 affermazioni informative distinte, e hanno fatto valutare ciascuna affermazione da tre clinici esperti in modo indipendente e cieco. Il risultato: il 69,85 per cento delle affermazioni accurate, il 20,83 per cento sovrageneralizzate, il 9,32 per cento inaccurate.

Si confrontino le due fotografie. Ventisette per cento di accuratezza nel materiale in inglese; quasi settanta per cento in quello in italiano. Una differenza di oltre quaranta punti, sullo stesso tema, sulla stessa piattaforma, a distanza di pochi anni. Gli autori italiani non attribuiscono il divario alla superiorità morale del pubblico italiano, e fanno bene: lo attribuiscono in primo luogo a una scelta metodologica. Nel lavoro precedente l’unità di analisi era il video; nel loro è la singola affermazione. Un video che contiene sei affermazioni corrette e una sbagliata è, per il primo metodo, un video sbagliato, e per il secondo è sei settimi di informazione corretta.

Questa è la lezione più utile dell’intero articolo, e taglia in entrambe le direzioni. Lo stesso difetto che gonfia le metriche di audience — la scelta di un’unità di misura che nasconde ciò che dovrebbe mostrare — gonfia anche il nostro allarme professionale sulla disinformazione. Non è che l’allarme sia infondato: la sovrageneralizzazione resta al venti per cento anche nel campione più favorevole, e il venti per cento di affermazioni che estendono a un’intera popolazione l’esperienza di uno solo non è poco, soprattutto quando quella popolazione è fatta di bambini le cui famiglie stanno decidendo cosa fare. Ma la cifra che si cita dipende dallo strumento che si è scelto, e chi denuncia la cattiva misurazione altrui ha l’obbligo di dichiarare la propria.

E l’unità di analisi non è il solo modo in cui una misura può mentire. Il secondo si è già incontrato, nella sezione dedicata alla fonte: una serie storica interrotta da un cambio di definizione, e un aggregato che ha continuato a presentarsi come una serie continua. Chi legge quella tabella non vede alcuna discontinuità — vede due colonne affiancate e un segno di percentuale. Fra i due difetti corre però una differenza che conviene fissare: l’unità di analisi la si sceglie, e volendo la si dichiara; la definizione invece cambia sotto i piedi di chi misura, e di norma senza che chi misura se ne accorga.

Lo stesso lavoro italiano contiene un secondo risultato che riguarda tutti noi da vicino. Gli autori hanno sottoposto le medesime 408 affermazioni a due modelli linguistici di larga diffusione, quelli che un genitore in cerca di risposte userebbe realmente, per verificare se una macchina possa svolgere il ruolo di filtro. L’accordo fra i tre valutatori umani, misurato con il coefficiente kappa pesato, si è attestato a 0,52, cioè moderato; il modello più prudente ha raggiunto 0,58, il meno prudente 0,29. Entrambi i modelli riconoscevano bene le affermazioni corrette e male quelle scorrette, e lo stesso, va detto, valeva per gli esseri umani: l’accordo fra clinici era alto sull’accurato e basso sull’inaccurato. Riconoscere ciò che è giusto è relativamente facile; stabilire dove finisca l’imprecisione e cominci l’errore è difficile per una macchina e non è affatto facile per un esperto.

  1. Il canale al tre per cento e la coda lunga

Torniamo al rapporto commerciale, perché contiene due pagine che a una rivista scientifica dovrebbero interessare più di tutte le altre.

La prima riguarda la provenienza del traffico. Oltre il sessantuno per cento delle visualizzazioni organiche del campione proviene dal flusso a scorrimento dei contenuti brevi. Gli iscritti al canale valgono poco più dell’undici per cento, la ricerca interna alla piattaforma quasi il nove, i video correlati il sei, le raccolte tematiche il cinque. E poi c’è la cifra che merita di essere fissata: soltanto il tre per cento delle visualizzazioni proviene da qualcuno che si sia recato deliberatamente su un canale per vedere che cosa vi fosse.

Tre per cento. Vale la pena tradurlo. La testata, la firma, la collana, il corpus, la continuità di una linea editoriale nel tempo — tutto ciò che una rivista è, e che ha impiegato secoli a diventare — è precisamente ciò che questo ambiente non premia. L’unità di circolazione non è più la pubblicazione: è il frammento, incontrato per caso, senza cornice, senza provenienza percepibile, in una successione di altri frammenti che non hanno alcun rapporto fra loro. Un lettore che scorra un flusso non sta leggendo una rivista; sta ricevendo materiali il cui autore, per lui, è la piattaforma.

Il resto però va distinto meglio di quanto il rapporto faccia, perché non è tutto della stessa natura. C’è un traffico ad alta intenzionalità, ed è quello della ricerca interna e della visita deliberata al canale: dodici per cento in tutto, in cui qualcuno ha formulato una domanda o è andato a cercare qualcosa che sapeva di volere. C’è poi un traffico relazionale — iscritti, video correlati, raccolte — che vale circa un quinto, e in cui l’atto deliberato sta a monte, nell’iscrizione o nella scelta di seguire un filo, mentre la singola visualizzazione resta comunque suggerita da un sistema. E c’è lo scorrimento, che è tutto il resto. Una rivista che voglia esistere in questo ambiente non deve inseguire il sessantuno per cento, che non è suo e non lo sarà mai. Deve capire chi siano quel dodici e quel venti per cento, e che cosa stiano cercando.

La seconda pagina riguarda il tempo. Il rapporto mostra che un contenuto conosce il proprio massimo nei primi tre giorni, che l’ottantatré per cento delle interazioni si concentra nei primi dieci, e che poi la curva non precipita ma si distende: a differenza di quanto accade sulle altre piattaforme, dove un contenuto muore in pochi giorni, su YouTube esso continua a essere trovato e visto per mesi e talvolta per anni, a ritmo più lento.

Qui il documento dice, senza accorgersene, una cosa che rovescia tutto il resto di sé. Se la vita utile di un contenuto si misura in anni, allora la variabile decisiva non è la cadenza di pubblicazione, che è l’unica leva su cui il rapporto insiste, ma l’accumulo. E si noti l’ironia metodologica: uno studio che confronta un mese con un altro mese a un anno di distanza è per costruzione cieco proprio alla proprietà — la durata — che per un archivio scientifico è la sola davvero importante.

  1. Ventotto giorni di un archivio psichiatrico italiano

Quanto segue è un caso, non una prova. Riguarda un canale solo, in un periodo di ventotto giorni, e vale come illustrazione di una dinamica, non come evidenza della sua generalità. Con questa avvertenza, i numeri che seguono sono istruttivi.

Il canale è quello di Psychiatry on Line Italia: 51.846 iscritti al momento della rilevazione, il che lo colloca nella fascia intermedia della segmentazione adottata da Metricool, e un archivio dichiarato di oltre seimila video accumulati in trent’anni di attività della rivista. Nel periodo compreso fra il 30 giugno e il 27 luglio 2026 il canale ha totalizzato circa 49.000 visualizzazioni e circa 4.200 ore di visione, con 158 nuovi iscritti. La piattaforma segnala che l’intervallo abituale per il canale è compreso fra 49.100 e 64.000 visualizzazioni per ventotto giorni: il mese osservato è dunque leggermente al di sotto della norma, e questo va detto perché altrimenti si starebbe scegliendo il periodo favorevole.

Prima osservazione. Dividendo il tempo complessivo di visione per il numero di visualizzazioni si ottiene una durata media di poco superiore ai cinque minuti — fra i cinque e i cinque minuti e venti secondi, tenendo conto degli arrotondamenti con cui la piattaforma presenta i totali. Il valore di riferimento di Metricool per il video lungo nel 2026 è di 2,51 minuti. Il confronto diretto non è però lecito, e per due ragioni di cui la seconda è la più seria. La prima è che il dato del canale è un valore misto, che comprende anche i contenuti brevi. La seconda è che le due medie non sono costruite allo stesso modo: quella del canale è ponderata per visualizzazione, essendo il rapporto fra due totali, mentre quella di Metricool è una media fra le medie dei singoli contenuti. Su distribuzioni asimmetriche i due stimatori possono divergere sensibilmente, e nulla autorizza a trattarli come omogenei. Ciò che resta dicibile è dunque più cauto, e resta interessante: il dato è compatibile con una capacità di trattenimento superiore a quella del campione commerciale, e la componente lunga del canale, che la media mista abbassa, deve necessariamente collocarsi più in alto della media stessa. Di quanto più in alto, questi numeri non lo dicono. Che un archivio specialistico si comporti diversamente da un campione commerciale non stupisce; quanto diversamente, resta da misurare.

Seconda osservazione, ed è quella che vale l’intero articolo. Nella graduatoria dei dieci contenuti più visti del periodo, nove sono formati brevi con durata media di visione compresa fra i sei secondi e il minuto e diciannove. Il decimo — terzo per numero di visualizzazioni — è un’intervista pubblicata l’11 settembre 2021, la cui durata media di visione è di 19 minuti e 22 secondi, pari al 27,5 per cento del video: da cui si ricava una lunghezza complessiva di circa settanta minuti.

Si moltiplichi ciascun contenuto per la propria durata media. I nove contenuti brevi sommano 5.694 visualizzazioni e restituiscono, in tempo di attenzione, poco più di trenta ore complessive. Il solo video del 2021 somma 716 visualizzazioni e restituisce circa duecentotrenta ore. I contenuti brevi vincono di otto a uno sulle visualizzazioni e perdono di sette a uno sull’attenzione. Nello stesso canale, nello stesso mese, sulla stessa graduatoria, con lo stesso pubblico. Chiunque avesse governato quel canale guardando la sola colonna delle visualizzazioni avrebbe concluso di dover produrre più contenuti brevi. Che cosa sarebbe accaduto se lo avesse fatto, questi dati non lo dicono: mostrano una differenza fra contenuti esistenti, non l’esito di una sostituzione. Dicono però che la colonna su cui quella decisione si sarebbe fondata è esattamente quella che ignora la grandezza in gioco.

Terza osservazione. I dieci contenuti in graduatoria valgono complessivamente 6.410 visualizzazioni su circa 49.000: l’ottantasette per cento del traffico del mese proviene da video che in graduatoria non compaiono affatto, cioè dal resto del catalogo. Quanta parte di quel resto sia materiale d’archivio e quanta siano uscite recenti rimaste fuori dai primi dieci, i dati disponibili non lo dicono, e sarebbe scorretto attribuirlo per intero all’accumulo storico. Resta però il rapporto, e non è piccolo: qualunque cosa sostenga quel canale, non sono i dieci contenuti su cui si concentra lo sguardo di chi lo governa.

Quarta osservazione, la più scomoda, e la si riporta perché sarebbe disonesto tacerla. Il contenuto più visto del mese sul canale di una rivista scientifica di psichiatria — ottocentonovantadue visualizzazioni, quindici secondi di durata guardati mediamente al 206 per cento, cioè riprodotti due volte di seguito — è un video il cui contenuto è un invito a iscriversi al canale. Al settimo, all’ottavo e al nono posto si trovano altri tre annunci: uno sulla webradio della rivista, uno sull’ampiezza dell’archivio, uno sul cambio del carattere tipografico adottato dalla testata. Quattro dei dieci contenuti di maggior successo di una rivista di psichiatria parlano della rivista, non di psichiatria.

Non è un rimprovero a chi ha fatto quelle scelte, ed è anzi il contrario. È la dimostrazione, condotta sui propri dati e a proprie spese, di ciò che il formato seleziona quando lo si lascia lavorare. Il flusso premia l’annuncio, non l’enunciato. La ragione è comprensibile: un annuncio è autoconcluso in quindici secondi, non chiede nulla, non richiede di sapere niente in anticipo e non lascia sospesa alcuna domanda. Un ragionamento clinico è il contrario di tutte e quattro queste cose.

Quinta e ultima osservazione, che nasce dall’accostamento di due numeri già comparsi. Nei ventotto giorni considerati il canale ha prodotto un ricavo stimato di 303,35 euro a fronte di circa quattromiladuecento ore di visione: sette centesimi per ogni ora che qualcuno ha passato ad ascoltare parlare di psichiatria. Ragguagliato alle visualizzazioni fa circa sei euro e venti ogni mille, e proiettato su un anno a ritmo costante — proiezione lecita soltanto come ordine di grandezza — collocherebbe il rendimento annuo dell’intero archivio attorno ai quattromila euro. Questo è ciò che il mercato pubblicitario riconosce a trent’anni di lavoro editoriale digitalizzati e resi accessibili gratuitamente a chiunque. La cifra non richiede commento.

  1. Una domanda non posta

Un’ultima constatazione, e riguarda noi. Lo studio multicentrico DIGIT-PSY, condotto da Laura Orsolini, Umberto Volpe, Andrea Fiorillo e ventisette centri universitari italiani su un campione di 1.389 professionisti della salute mentale, ha rilevato che soltanto il 6,5 per cento dei partecipanti aveva ricevuto una formazione formale in salute mentale digitale, e che soltanto il 16,4 per cento dichiarava un’esperienza clinica buona o ottima in quell’ambito. Il risultato più contro-intuitivo è che i professionisti più giovani, quelli anagraficamente nativi digitali, risultavano fra i meno formati e i meno esperti di tutti, per assenza di percorsi formali e di supervisione.

Va detto subito che quello studio misura una cosa diversa dalla nostra, e ometterlo sarebbe scorretto. Indaga la capacità di erogare interventi clinici attraverso uno schermo — telepsichiatria, piattaforme dedicate, applicazioni, videoconferenza — non la capacità di parlare in pubblico su una piattaforma. Le due competenze si toccano e non coincidono; nel questionario i social compaiono una sola volta, come canale di somministrazione di un intervento, e li dichiara il 3,9 per cento del campione. È dunque un indicatore per approssimazione, e come tale va preso.

Ma è l’unico disponibile, ed è precisamente questo il punto. La psichiatria italiana ha prodotto uno studio nazionale multicentrico, con ventisette centri universitari e quasi millequattrocento professionisti, su come somministrare una terapia attraverso uno schermo. Non ha prodotto alcuno studio su come si parli nell’ambiente in cui i suoi pazienti si formano un’idea di ciò che hanno. Non è che i risultati siano scoraggianti: è che la domanda non è stata posta.

Lo spazio, intanto, non resta vuoto. Da un lato un ambiente che seleziona la testimonianza sopra la competenza e l’annuncio sopra l’argomentazione, e nel quale, per quanto è osservabile dall’esterno, l’accuratezza non produce alcun vantaggio di circolazione. Dall’altro una professione che quell’ambiente non ha mai studiato, e i cui membri più giovani lo abitano da privati cittadini senza averne discusso una sola volta in aula. La questione non è se i clinici debbano entrarvi, perché il pubblico vi è già; è se vi entreranno sapendo che cosa stanno facendo.

  1. Limiti dell’analisi e direzioni di ricerca

I limiti di questo lavoro sono quelli delle sue fonti, e vanno dichiarati apertamente.

La fonte principale è un documento commerciale privo di revisione fra pari, costruito su un campione autoselezionato e su un confronto fra due sole mensilità: nulla di ciò che se ne è tratto ha valore probatorio, e in queste pagine è stato usato come indizio e come oggetto di lettura, mai come dimostrazione. Le disaggregazioni del rapporto per fascia di iscritti non sono state utilizzate nei loro valori puntuali, perché la resa grafica del documento non ne consente una lettura sufficientemente affidabile; se ne è impiegato soltanto il testo discorsivo, che per la fascia intermedia — quella del caso italiano qui discusso — segnala un aumento del volume di pubblicazione e delle visualizzazioni accompagnato da un calo tanto della durata di visione quanto del coinvolgimento.

Il caso italiano è un caso singolo su un arco di ventotto giorni, in un mese che la piattaforma stessa segnala come inferiore alla media del canale; le ore di attenzione ivi riportate sono grandezze derivate, ottenute moltiplicando le visualizzazioni per la durata media di visione dichiarata, e vanno lette come approssimazioni e non come totali. La lunghezza del video del 2021 è a sua volta ricavata dal rapporto fra durata media di visione e percentuale media vista. I valori per singolo contenuto — data, formato, visualizzazioni, durata media, percentuale media vista e ore ricostruite — sono riportati nella figura che accompagna quella sezione, perché chi legge possa rifare i conti. Il ricavo indicato è una stima della piattaforma, precedente alle rettifiche.

Un limite riguarda infine l’impianto argomentativo più che i dati. Il meccanismo descritto nella quarta sezione — la soppressione della clausola di esclusività e la conseguente scomparsa della diagnosi differenziale — poggia su un unico studio, condotto quattro anni fa e su una piattaforma diversa da quelle qui in esame. È la parte di questo lavoro con il sostegno empirico più esile, e va letta come descrizione plausibile di un processo, non come regolarità stabilita.

La letteratura utilizzata presenta a sua volta un limite strutturale che è emerso come tema di questo articolo: le stime di prevalenza dell’errore variano di decine di punti a seconda dell’unità di analisi adottata, e mancano definizioni condivise di ciò che costituisce disinformazione in salute mentale. La rassegna di Carter e colleghi lo segnala come priorità. Va inoltre osservato che quasi tutta questa letteratura riguarda piattaforme di formato breve diverse da YouTube, che la ricerca sulla qualità dei contenuti psichiatrici su YouTube è comparativamente scarsa, e che nulla di quanto qui discusso autorizza a trasferire meccanicamente le stime da una piattaforma all’altra.

Ne discendono almeno tre direzioni. Servirebbe una misurazione della qualità dei contenuti psichiatrici in lingua italiana su YouTube, condotta all’unità dell’affermazione e non del video, sul modello del lavoro di Trento. Servirebbero studi longitudinali che seguano lo stesso corpus di contenuti nel tempo, per verificare se la coda lunga selezioni contenuti diversi dal picco iniziale — ipotesi che il caso qui presentato rende plausibile e che sarebbe di grande interesse. E servirebbe, soprattutto, che qualcuno provasse a misurare ciò che nessuno misura: non quanti hanno visto, ma che cosa hanno capito.

  1. Conclusioni

Le metriche di cui disponiamo misurano la propagazione di un segnale. Non misurano la sua comprensione, e non è un difetto contingente degli strumenti attuali: è una proprietà della loro costruzione. Il tasso di coinvolgimento registra movimenti di un dito. La durata media di visione registra per quanto tempo un dispositivo ha riprodotto un file. La percentuale media vista registra il rapporto fra due durate. Nessuna di queste grandezze misura la comprensione, né permette di distinguerla in modo affidabile dalla semplice esposizione; e nessuna metrica passiva e nativa della piattaforma, costruita su questi presupposti, potrebbe farlo.

Non si sta dicendo che la comprensione sia immisurabile. Si misura, e da molto tempo: con prove somministrate prima e dopo l’esposizione, con compiti di richiamo e di trasferimento, con la verifica di quante false credenze siano state corrette, con interviste e con disegni sperimentali. Ma tutti questi strumenti sono esterni alla piattaforma, si applicano a un campione e non a un pubblico, richiedono tempo, denaro e il consenso di chi vi partecipa, e nessuno di essi comparirà mai nel pannello che si apre premendo il pulsante delle statistiche. La distanza che conta non è fra il misurabile e l’immisurabile: è fra ciò che arriva gratis ogni mattina e ciò che bisogna andarsi a prendere.

Per la maggior parte delle attività umane che si svolgono su queste piattaforme la cosa è irrilevante. Chi vende scarpe non ha bisogno di sapere che cosa il cliente abbia capito, ha bisogno di sapere se ha comprato. Ma una disciplina il cui oggetto è la vita interiore di un’altra persona si trova nella posizione singolare di dover valutare la propria efficacia con strumenti costitutivamente incapaci di vedere interni. È come giudicare la qualità di un colloquio clinico contando i minuti.

Da ciò non discende affatto che si debbano ignorare i numeri, e chi lo concludesse avrebbe letto male. I sedici secondi esistono. Sono, di tutte le cifre sui formati brevi, l’unica che il cambio di definizione non abbia toccata, e dentro quei sedici secondi c’è qualcuno che sta decidendo come chiamare ciò che gli succede. Ignorare quel fatto non è un atto di resistenza culturale: è una forma di ritiro che lascia il campo a chi quel fatto lo conosce benissimo e lo sfrutta.

Né discende, all’estremo opposto, una ricetta strategica. Il caso italiano qui esaminato mostra un rapporto invertito fra portata e attenzione, ma non consente di concludere che i contenuti brevi vadano abbandonati: l’ottantasette per cento di traffico che proviene dal resto del catalogo è alimentato anche dalla scoperta, e nessuno può separare la quota di scoperta prodotta dai frammenti da quella prodotta da altro. Non esiste, in questa faccenda, un ottimo. Esistono due grandezze che si muovono in direzioni opposte e un’unica colonna di numeri che le somma, cancellando la differenza che sarebbe l’unica cosa da conoscere.

Resta allora una sola distinzione praticabile, e non è fra chi misura e chi rifiuta di misurare. È fra chi sa che cosa i propri strumenti non vedono e chi se lo dimentica. La seconda condizione è più comoda, produce riunioni più brevi e relazioni annuali più soddisfacenti. La prima costa qualcosa e non promette nulla: soltanto che, aprendo il pannello delle statistiche, si continui a sapere che quella colonna di cifre non parla di ciò che si voleva sapere. Il video del 2021 continuerà a essere guardato per venti minuti da qualche centinaio di persone al mese, e nessuno di quei numeri dirà mai se una di loro, per venti minuti, ha pensato diversamente.

Dichiarazioni

Conflitto di interessi. L’autore è direttore di Psychiatry on Line Italia, la rivista che pubblica questo articolo e il cui canale costituisce il caso illustrativo dell’ottava sezione. Nessun altro conflitto di interessi è dichiarato.

Finanziamento. Il lavoro non ha ricevuto alcun finanziamento.

Dati. Sono stati impiegati esclusivamente dati aggregati di canale, forniti dalla redazione ed estratti dal pannello statistiche della piattaforma; non è stato trattato alcun dato personale di singoli utenti. I dati del rapporto Metricool sono di pubblico accesso.

Riferimenti bibliografici

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