COMPETENZA, ETICA E DEONTOLOGIA PROFESSIONALE DEI “CRIMINOLOGI” IN TV

Non c’è trasmissione televisiva che si occupa di cronaca nera dove non è presente un criminologo che esprime la sua opinione. In realtà si tratta molto spesso di personaggi che si auto-definiscono come criminologi ma che in realtà si limitano a fornire commenti su questioni investigative senza applicare quindi il sapere criminologico ma prevalentemente quello criminalistico, in una versione semplificata e comprensibile dai telespettatori.
La Società Italiana di Criminologia, presieduta da Alfredo Verde, non ha esitato recentemente a definire questo genere di attività mediatica come “fake criminology” sottolineando con un comunicato che “l’unica criminologia è quella scientifica” che si applica nell’ambito del sistema penale e che “i criminologi mediatici” non sono in realtà criminologi ma, di fatto, opinionisti e spesso non molto qualificati. In effetti l’attività primaria di un criminologo, (quella per cui la criminologia moderna è nata intorno alla fine del 1800), è quella di svolgere attività all’interno delle carceri, di fare attività peritale, quindi di interporsi tra il diritto penale e le scienze dell’uomo, non quella di indicare dei colpevoli, tentando di sostituirsi alla Polizia.
Occorre però sottolineare che negli ultimi anni si sono proposte e sviluppate delle figure di “criminologi” atipici che fanno altro, quelli che si occupano prevalentemente di psicologia investigativa e quindi fanno attività di supporto alle forze dell’ordine (come lo scrivente nella Polizia di Stato), ma anche coloro che si occupano, come Francesco Caccetta (Ufficiale dei Carabinieri), di sicurezza urbana e che quindi utilizzano le conoscenze criminologiche per la prevenzione del crimine nel territorio. Ma sono comunque studiosi che si confrontano con la comunità scientifica, hanno una specifica letteratura di riferimento e, tranne alcuni rarissimi casi, sono strutturati all’interno di una Forza di Polizia nel cui ambito offrono le loro competenze. Ma torniamo ai cosiddetti “criminologi mediatici”, alla loro credibilità scientifica e ai danni che possono fare.
Chi va in televisione e comunica con molte persone, dovrebbe avere, oltre che una idonea preparazione, dei principi etici molto forti. Non essendoci un “Albo dei Criminologi” (anche se è in fase di studio da parte della Società Italiana di Criminologia), non c’è neanche un codice etico, un codice deontologico ben definito così come avviene negli ordini professionali. E chi si occupa di comunicare tematiche connesse al crimine e alla devianza ha la responsabilità di trasferire a tante persone dei concetti molto delicati, e dovrebbe quindi avere delle regole etiche e deontologiche ferree perché la responsabilità è enorme. Intanto bisognerebbe evitare in tutti i modi di avere un atteggiamento criminalizzante rispetto a chi è sospettato, imputato, a chi sta subendo un processo per aver commesso un crimine perché non è il ruolo del criminologo quello di soddisfare le istanze giustizialiste delle persone, ma il ruolo del criminologo è quello di comprendere e spiegare il crimine, analizzare perché un crimine è avvenuto. Schierarsi pubblicamente in termini colpevolisti o anche innocentisti rispetto a una specifica persona è invece qualcosa che a mio avviso un criminologo serio non dovrebbe mai fare ma che invece si manifesta regolarmente nei salotti televisivi. Che poi in televisione ci siano invece molti “sedicenti criminologi”, che si sono formati più con le serie poliziesche americane che con le pubblicazioni scientifiche e che effettivamente dicono quasi sempre delle cose banali quanto discutibili, questo è sotto gli occhi di tutti. E nell’ambiente della criminologia e delle scienze forensi si sa benissimo chi sono i professionisti seri, che studiano e che hanno anche un quadro etico forte e quelli che invece sono dei millantatori che soddisfano le esigenze di banalizzazione e di spettacolarizzazione dei media.
Ovviamente non bisogna generalizzare perché esistono anche criminologi che sono preparati, che fanno dignitosamente il loro lavoro e che poi ogni tanto divulgano attraverso i media le loro conoscenze con etica, e non è quindi giusto etichettarli negativamente. Questo problema non riguarda però solo la “fake criminology” e il ruolo di controllo ed indirizzo che le varie Società scientifiche di settore dovrebbero avere, ma riguarda anche (e soprattutto) chi, in qualche modo, è un professionista della comunicazione e ha piacere di avere all’interno del proprio “palinsesto” un esperto di crimine che possa dare delle informazioni al pubblico. I professionisti della comunicazione dovrebbero infatti saper distinguere chi sono quelli veramente esperti e quelli che invece millantano di esserlo e, in tal senso, recenti polemiche hanno sottolineato il fatto che non sempre i media hanno la possibilità di accedere a un curriculum “veritiero” del professionista poché talvolta tali curricula sono “gonfiati” e non rispecchiano il reale livello di preparazione di coloro che li presentano.
Un altro aspetto rilevante è che gli operatori della comunicazione, quindi coloro che invitano degli “esperti” a parlare di un crimine, dovrebbero in qualche modo essere garanti della qualità dell’esperto che viene chiamato. Dovrebbero primariamente verificare i curricula e verificare le loro reali esperienze sul campo. Capita infatti sempre più spesso di vedere molte trasmissioni televisive dove c’è il criminologo o la criminologa di turno che esprimono pareri (talvolta assai semplicistici) senza nessuno competente che possa intervenire.
Quindi una larga parte della responsabilità, a mio avviso, è anche degli organi di comunicazione soprattutto dei canali televisivi che dovrebbero in qualche modo intanto selezionare gli esperti e poi intervenire qualora escano fuori durante la trasmissione delle informazioni non corrette o non in linea con la deontologia di chi fa quel lavoro. Ci sono moltissimi esperti che sono grandi professionisti ma, per una serie di motivi, probabilmente anche perché non hanno raccomandazioni, non vanno nel circuito televisivo e quindi in qualche modo di loro, si sa poco.
Come già ho sottolineato, nel nostro ambiente sappiamo benissimo chi sono i professionisti seri e chi sono i millantatori e se capita qualche nuovo soggetto che si presenta come “criminologo” basta che sentiamo proferire da lui qualche concetto e subito ci rendiamo subito conto di chi abbiamo di fronte, del suo reale livello di preparazione. Ma le persone a casa che guardano la televisione, sono in grado di effettuare tale valutazione? Probabilmente no, o, per lo meno, non tutti i telespettatori hanno le competenze sufficienti per distinguere un “imbonitore del crimine” da un professionista preparato.
Nel momento in cui un autore o un conduttore televisivo, seleziona un esperto di criminologia, perché magari ha un aspetto fisico gradevole, perché ha una parlantina efficace, perché, come dicono nel loro ambiente, “buca lo schermo”, o semplicemente, visto che siamo in Italia, perché è raccomandato, ma nel momento in cui sta in trasmissione lo presenta però come “un grande esperto”, può creare un grave danno. Il rischio infatti è che la gente a casa poi vada su internet, trovi i recapiti di quell’esperto, lo contatti e gli affidi magari una consulenza. E non stiamo parlando di un esperto di addobbi floreali per cui al limite se ottieni una prestazione professionale scarsa al massimo hai dei fiori brutti che poi appassiscono e te ne dimentichi. Qui stiamo parlando di un’attività professionale che può rovinare la vita di una persona, stiamo parlando di un’attività dove qualcuno può avere delle conseguenze gravissime.
Quindi, qualora poi questo professionista osannato dalla televisione non dia un risultato professionale soddisfacente e rovini la vita di una persona, io mi chiedo, la responsabilità è solo del professionista che ha millantato delle competenze o è anche (o soprattutto) di quel conduttore televisivo che in qualche modo lo ha dipinto come un esperto, un professionista che in realtà non è? Certo, sarebbe difficile ravvisare nel conduttore televisivo una precisa responsabilità giuridica perché potrebbe sempre dire “me lo hanno presentato così, ho trovato delle interviste su internet, ecc.”, però io credo che una responsabilità morale di quel conduttore televisivo si potrebbe tranquillamente definire. Io sono ancora uno di quelli che crede che sì, la legge è importante, ma l’etica e la morale sono ancora più importanti.
Confidiamo quindi in un futuro migliore.
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ma come ragionano in termini pratici i giornalisti nel mondo reale? spesso hanno “bisogno” di un commento “subito”. In genere si rivolgono a persone che conoscono per abitudine e pure per stima. Chaimano e chiedono e si aspettano un sì spesso chiedono un “parere telefonico” che poi virgolettano nel pezzo. La richiesta è “psichiatrizzare” un fatto se la risposta è correttamente no ne prendono atto ma al secondo no corretto non ti chaimano più. Lo stesso vale per la richiesta di un commento scritto o per una comparsata in TV
L’articolo ha l’indubbio merito di sollevare una questione deontologica reale, ma forse lo fa con un’indulgenza formale che rischia di lasciare il problema in superficie. La critica alla “criminologia da salotto” non può esaurirsi nella pur giusta constatazione del costume televisivo; richiede semmai un recupero del rigore metodologico.. Chi si è formato alla Scuola genovese – fondata da Aldo Franchini, consolidata da Giacomo Canepa e strutturata da Tullio Bandini nel fecondo e storico dialogo con la clinica psichiatrica di Romolo Rossi – sa che l’ecologia del linguaggio forense non ammette semplificazioni. Tullio Bandini insegna a noi allievi una massima che oggi suona quanto mai attuale: “Il nostro compito non è dare risposte facili per rassicurare l’opinione pubblica, ma porre le domande corrette per comprendere la complessità dell’uomo”. Quando la disciplina viene piegata alle esigenze dell’infotainment, assistiamo a quello che Alfredo Verde ha lucidamente catalogato come lo slittamento nella “criminologia folk”: un sapere ingenuo, di senso comune, speculare a quel voyeurismo che trasforma il processo penale in spettacolo. Come ricordato anche dal position paper della Società Italiana di Criminologia, chi non sottopone il proprio lavoro al vaglio della comunità scientifica semplicemente non vi appartiene, indipendentemente dai minuti di presenza televisiva. Da medico cresciuto in questa tradizione, impegnato nella formazione istituzionale e con un passato nell’Arma che mi ha insegnato il valore del rigore procedimentale, ritengo che il modo migliore per contrastare la banalizzazione della nostra professione sia applicare il principio della sobria misura. Il confine tra il commento di cronaca e la reale scienza politico-forense si traccia elevando il livello del dibattito, non limitandosi a descriverne il declino.
Concordo con te, ma abbiamo constatato amaramente che gli pseudo-criminologi da salotto vengono anche tutelati dai media che evitano accuratamente di invitare nei salotti televisivi (contemporaneamente) degli studiosi che possano evidenziare le carenze dei loro “beniamini”. Pertanto ogni discussione su questo argomento, molto presenti nella nostra comunità scientifica, rimane poi e al di fuori dei canali divulgativi.
Ottimo articolo Marco. Purtroppo è un fenomeno che si è consolidato da molti anni, da quando le varie discipline scientifiche, applicate al mondo giudiziario, sono diventate motivo di audience, oggetto di gossip e, soprattutto, un gran bel business.
Il problema di base, secondo me, è la totale assenza di ordini o collegi che tutelino e garantiscano, da un lato i professionisti e dall’altro gli assistiti.
Purtroppo è un ambito non normato formativamente e deontologicamente (a parte la Legge 4/2013 e la UNI 11783). Di conseguenza, un settore lavorativo senza una chiara regolamentazione, nel quale, nei canali giusti, circolano parecchi soldi, diventa una grande attrattiva per gente di tutti i tipi. É ovvio che in un ambito con parecchi lati bui, chi è abituato a muoversi nel torbido è avvantaggiato e di solito un eloquente imbonitore ha la meglio su un uomo di scienza, di poche parole e tanti concetti.
Inoltre, (ma è solo una mia idea) i conduttori, per certe parti, tendono a preferire competenze mediocri, più influenzabili e gestibili. “Professionisti” disposti a “tirar quattro paghe per il lesso” e a dire delle banalità (se non idiozie) pur di avere e mantenere un po’ di visibilità. Quando in gioco c’è la vita delle persone la riservatezza e il “segreto professionale” dovrebbero essere d’obbligo.
Vedremo se nei prossimi anni si riuscirà a creare un ordine nazionale per gli addetti ai lavori… Intanto tengo spenta la TV e continuo a studiare e a lavorare…
“Intanto tengo spenta la TV e continuo a studiare e a lavorare…”Complimenti Andrea Nava, è quello che sto facendo anch’io ed è la scelta migliore. Grazie per l’intelligente e acuta risposta all’articolo di Marco Strano. Renata Franzolini
Demandare al singolo autore/giornalista il compito di selezionare il criminologo da interpellare non può funzionare, per ovvi motivi di “amichettismo”
Devono essere le reti a disporre di una lista accreditata da un ente autorevole.