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Ibristofilia: l’enigma dell’amore per il reo

27 Giu 26

Una rassegna critica della letteratura sull’attrazione affettiva e sessuale verso gli autori di reati violenti: psicopatologia, neuroscienze, prospettiva evoluzionistica e dimensione culturale

Riassunto

Premesse. L’ibristofilia — l’interesse erotico e l’attrazione affettiva verso individui che hanno commesso reati, in particolare crimini violenti — è un fenomeno noto da decenni alla cronaca e alla letteratura, eppure rimasto ai margini dell’indagine empirica. A oltre trent’anni dalla coniazione del termine, manca in lingua italiana una rassegna sistematica che ne ordini i fondamenti teorici, i dati disponibili e le implicazioni cliniche e forensi.

Obiettivi. Offrire una ricognizione critica della letteratura, ricostruire la genealogia del costrutto, vagliarne i principali modelli esplicativi e valutarne lo statuto nosografico, clinico e culturale.

Metodi. Rassegna narrativa critica, condotta sull’integrazione di fonti primarie (sessuologia, psicologia forense, psicologia evoluzionistica, psicometria) e di casi clinici e culturali documentati, con attenzione alla qualità e alla verificabilità delle evidenze.

Risultati. L’ibristofilia appare come un costrutto a prevalenza femminile, articolabile in una forma passiva e in una aggressiva, sostenuto da una pluralità di meccanismi convergenti — attaccamento insicuro e storia traumatica, attribuzione erronea dell’attivazione fisiologica, tratti di personalità del cluster B e della Triade Oscura, distorsioni cognitive di idealizzazione — e amplificato, nella sua versione contemporanea, dai media e dalle piattaforme digitali. L’assenza di studi epidemiologici robusti e di strumenti psicometrici validati ne limita però la comprensione.

Conclusioni. L’ibristofilia si colloca all’incrocio fra desiderio, psicopatologia e cultura. Più che un’entità nosografica autonoma, sembra un fenomeno dimensionale e multideterminato, la cui patologizzazione va maneggiata con prudenza. Se ne raccomanda lo studio attraverso disegni longitudinali, misure validate e campioni rappresentativi.

Parole chiave: ibristofilia; parafilie; attrazione verso il crimine; psicologia forense; attaccamento; Triade Oscura; criminologia culturale.

 

Abstract

Background. Hybristophilia — the erotic interest in and romantic attraction toward individuals who have committed crimes, especially violent ones — has long been familiar to true-crime reporting and literature, yet it has remained at the margins of empirical inquiry. More than thirty years after the term was coined, no systematic Italian-language review exists that organises its theoretical foundations, the available data, and its clinical and forensic implications.

Objectives. To provide a critical survey of the literature, to reconstruct the genealogy of the construct, to weigh its principal explanatory models, and to assess its nosographic, clinical, and cultural status.

Methods. A critical narrative review integrating primary sources (sexology, forensic psychology, evolutionary psychology, psychometrics) with documented clinical and cultural cases, with attention to the quality and verifiability of the evidence.

Results. Hybristophilia emerges as a predominantly female construct, articulable into a passive and an aggressive form, sustained by a plurality of converging mechanisms — insecure attachment and traumatic history, misattribution of physiological arousal, cluster-B and Dark-Triad personality traits, and cognitive distortions of idealisation — and amplified, in its contemporary version, by media and digital platforms. The lack of robust epidemiological studies and validated psychometric instruments, however, constrains its understanding.

Conclusions. Hybristophilia lies at the intersection of desire, psychopathology, and culture. Rather than an autonomous nosographic entity, it appears to be a dimensional, multiply-determined phenomenon whose pathologisation should be handled with caution. Study through longitudinal designs, validated measures, and representative samples is recommended.

Keywords: hybristophilia; paraphilias; attraction to crime; forensic psychology; attachment; Dark Triad; cultural criminology.

 

1.  Introduzione

Esiste una scena che la cronaca giudiziaria ripropone con la regolarità di un rito. Nell’aula di un tribunale, mentre si elencano i capi d’imputazione per crimini efferati, una donna siede fra il pubblico e guarda l’imputato non con orrore, ma con tenerezza. Talvolta gli scrive; talvolta lo sposa; in qualche caso lo sposa proprio mentre il mondo lo addita come un mostro. Il fenomeno ha attraversato la storia criminale del Novecento — dai seguaci di Charles Manson alle decine di lettere d’amore recapitate a Ted Bundy nel braccio della morte — e oggi rinasce, in forma pubblica e virale, nei commenti adoranti che corredano i montaggi dei serial killer sulle piattaforme digitali. È un fatto tanto ricorrente quanto perturbante, perché contraddice l’intuizione più elementare sul desiderio: che esso fugga il pericolo, anziché cercarlo.

La letteratura ha colto da tempo l’enigma. Quando Emmanuel Carrère, in «L’Adversaire» (2000), si avvicina alla vicenda di Jean-Claude Romand — l’uomo che, dopo diciotto anni di impostura, sterminò moglie, figli e genitori — non è soltanto la mostruosità del delitto ad attrarlo, ma la sua incomprensibilità, e con essa una fascinazione che lo scrittore riconosce in sé e ne fa, onestamente, materia del libro. E quella stessa opera mette in scena, nella figura di Madame Milo — l’insegnante che il pubblico ministero accusò di aver scambiato con Romand baci appassionati nel parlatorio del carcere, e a proposito della quale Carrère riporta perfino una poesia composta dal condannato — la declinazione propriamente erotica del fenomeno: una donna attratta dall’uomo che aveva annientato la propria famiglia. La domanda che muove l’opera — che cosa ci lega a chi ha compiuto l’irreparabile? — è la stessa che, declinata in chiave erotica e affettiva, definisce l’oggetto di questa rassegna.

In psicologia forense quel legame ha un nome: ibristofilia. Eppure, a dispetto della sua persistenza nell’immaginario collettivo, il costrutto rimane uno dei meno indagati per via empirica fra quelli che popolano la nosografia delle preferenze sessuali atipiche. La letteratura disponibile è dispersa fra trattati di sessuologia, capitoli di criminologia, qualche studio psicometrico recente e una vasta aneddotica giornalistica; manca, in lingua italiana, una ricognizione che la ordini criticamente. La presente rassegna intende colmare questa lacuna, proponendosi un triplice obiettivo: ricostruire la genealogia e la definizione del concetto; vagliare in modo sistematico i modelli esplicativi proposti, soppesandone la solidità empirica; discuterne le implicazioni cliniche, forensi e culturali. Si è scelta la forma della rassegna narrativa critica — e non della revisione sistematica secondo protocollo — perché lo stato della letteratura, frammentario e prevalentemente teorico, mal si presta a una sintesi quantitativa, mentre richiede un lavoro di integrazione concettuale e di vaglio critico delle fonti.

2.  Storia del costrutto e definizione

Il termine fu coniato dal sessuologo statunitense John Money nel 1986, nel volume «Lovemaps», dove compare nel quadro di una tassonomia delle parafilie organizzata attorno alla nozione di «mappa amorosa» (lovemap): il modello individuale, in gran parte inconscio, dei desideri e delle pratiche erotiche di ciascuno. Money colloca l’ibristofilia fra le parafilie «predatorie», definendola come la condizione di chi può raggiungere l’eccitazione sessuale soltanto con un partner che abbia alle spalle una storia di violenza o di reati perpetrati contro altri (Money, 1986). Il sapere del crimine altrui — non un suo accessorio, ma il suo nucleo — diventa così la condizione del desiderio.

L’etimologia conserva intatta questa tensione. Il vocabolo deriva dal greco hybrízein, «commettere un oltraggio contro qualcuno», a sua volta da hýbris, la dismisura tracotante che la cultura ellenica poneva agli antipodi della temperanza; al tema verbale Money accosta il suffisso -phília, l’amore o l’attrazione. Letteralmente, dunque, ibristofilia significa amore per chi trasgredisce con violenza. Il sinonimo divulgativo — «sindrome di Bonnie e Clyde», dal nome della celebre coppia di rapinatori — cattura però soltanto una delle due facce del fenomeno, quella complice, lasciando in ombra la forma puramente contemplativa.

La definizione moneyana, pur fondativa, presenta i limiti del proprio tempo e del proprio impianto. Concepita all’interno di un modello clinico delle perversioni, essa qualifica l’ibristofilia come parafilia conclamata, ossia come modalità esclusiva e coatta dell’eccitazione. La letteratura successiva ha progressivamente allargato il campo semantico, impiegando il termine anche per attrazioni meno totalizzanti: dall’infatuazione per un detenuto celebre alla semplice preferenza per partner trasgressivi. Questa oscillazione fra un’accezione ristretta e clinica e una più ampia e dimensionale percorre l’intera bibliografia e ne complica, come si vedrà, sia la misurazione sia l’inquadramento nosografico.

È opportuno distinguere l’ibristofilia da costrutti contigui. Non coincide con la fascinazione diffusa per il true crime, che è curiosità cognitiva e non investimento erotico; non si riduce alla dipendenza affettiva patologica, sebbene possa intrecciarvisi; e va tenuta distinta dall’erotomania, in cui domina la convinzione delirante di essere amati. Ciò che la specifica è il legame elettivo fra il desiderio e la qualità criminale dell’oggetto: non si ama qualcuno nonostante il suo delitto, ma in ragione di esso, o quantomeno in un campo affettivo in cui il delitto opera come catalizzatore.

Sul piano nosografico, l’ibristofilia non figura né nel DSM-5 (American Psychiatric Association, 2013) né nell’ICD-11 (Organizzazione Mondiale della Sanità, 2019). L’esclusione non è casuale: in assenza di criteri operativi condivisi, di dati di prevalenza e di evidenze di disagio clinicamente significativo, il fenomeno non soddisfa le condizioni richieste per il riconoscimento di un disturbo. Ne discende un nodo concettuale rilevante. Da un lato, la mancanza di una categoria diagnostica priva la ricerca di un’infrastruttura comune — strumenti di screening, indagini di popolazione, casistiche standardizzate; dall’altro, essa preserva opportunamente la distinzione fra una preferenza, per quanto socialmente sconcertante, e una patologia. La questione se l’ibristofilia debba essere patologizzata, e a quali condizioni, resta aperta, e attraversa come un basso continuo tutta la trattazione che segue.

3.  Epidemiologia e prevalenza

Qualunque discorso sulla diffusione dell’ibristofilia deve aprirsi con un’ammissione di ignoranza. Non esistono studi epidemiologici robusti, né stime di prevalenza fondate su campioni rappresentativi. La ragione è in parte strutturale: in assenza di una categoria diagnostica codificata, mancano gli strumenti che renderebbero possibile la rilevazione sistematica, e nessuna grande indagine di popolazione ha finora posto la domanda. Ciò che si possiede non sono numeri, ma indizi comportamentali, convergenti e ricorrenti abbastanza da rendere il fenomeno innegabile, troppo eterogenei per quantificarlo.

Gli indizi sono noti. Quasi ogni autore di crimini violenti di grande risonanza mediatica riceve, durante la detenzione, corrispondenza ammirativa o apertamente amorosa; alcuni detenuti contraggono matrimonio in carcere con donne conosciute dopo la condanna; attorno a singoli criminali si costituiscono comunità di sostenitori, un tempo epistolari, oggi telematiche. Il fenomeno attraversa decenni, paesi e tipologie di reato con una costanza che ne attesta la realtà, ma che non si lascia tradurre in tassi. È inoltre verosimile che ciò che osserviamo rappresenti soltanto la frazione visibile e attiva di un campo più vasto e sfumato di attrazioni private mai agite.

Sulla distribuzione per genere la letteratura è concorde: l’ibristofilia, almeno nella sua manifestazione documentata, è nettamente più frequente fra le donne, dirette verso autori di reato di sesso maschile (Vitello, 2006; Treggia et al., 2025). La forma speculare — uomini attratti da donne criminali — esiste, ma è assai meno rappresentata, in parte perché le donne autrici di crimini violenti di grande clamore sono statisticamente più rare, in parte forse per ragioni che attengono alle dinamiche del desiderio sulle quali si tornerà. Questa asimmetria è così marcata da costituire, essa stessa, uno dei principali interrogativi che i modelli esplicativi sono chiamati a rendere ragione.

Quanto alle variabili sociodemografiche, i dati sono frammentari. Le casistiche cliniche e i pochi studi su campioni autoselezionati suggeriscono una possibile sovrarappresentazione di storie personali segnate da avversità — esperienze di abuso, relazioni pregresse disfunzionali, bassa autostima (Vitello, 2006; Shechory-Bitton & Cohen-Louck, 2014) — ma la natura non rappresentativa dei campioni impone la massima cautela: si tratta di tendenze osservate in gruppi particolari, non di profili epidemiologici generalizzabili.

4.  Sottotipi clinici

La distinzione più consolidata, ripresa e affinata dalla ricerca recente, articola l’ibristofilia in due forme. La prima, detta passiva, descrive il soggetto che prova attrazione romantica o sessuale verso il reo senza prendere parte ai suoi atti: è la figura della prison groupie, l’ammiratrice che scrive, visita, talvolta sposa, ma resta estranea al crimine. La seconda, detta aggressiva, descrive invece il soggetto che partecipa attivamente alla pianificazione o all’esecuzione di reati, incoraggia l’autore o gli presta assistenza materiale: è la dinamica che la vulgata chiama «sindrome di Bonnie e Clyde» (Treggia et al., 2025).

La differenza non è di grado, ma di natura, e ha conseguenze cliniche e forensi di primaria importanza. La forma passiva pone soprattutto questioni relative al benessere e alla vulnerabilità del soggetto attratto; la forma aggressiva chiama in causa direttamente la pericolosità sociale e il rischio di recidiva, poiché il legame affettivo si traduce in complicità operativa. Comprendere quali fattori favoriscano il passaggio dall’una all’altra — e se esso avvenga, e in quali condizioni — è fra gli interrogativi che la letteratura indica come prioritari per la ricerca futura.

Resta aperta la questione se questa bipartizione vada intesa come una tipologia categoriale — due popolazioni distinte — oppure come la cristallizzazione di un continuum dimensionale, lungo il quale l’attrazione passiva e la complicità attiva rappresentano poli estremi di un’unica disposizione variamente intensa. La seconda lettura appare la più coerente con l’impianto contemporaneo della psicopatologia, sempre più orientato verso modelli dimensionali; ed è quella implicitamente adottata dai primi tentativi di misurazione, che collocano gli item passivi e aggressivi su una medesima scala graduata (Treggia et al., 2025).

5.  Modelli esplicativi

Nessun fattore singolo rende conto dell’ibristofilia. La letteratura converge piuttosto su un quadro multifattoriale, in cui meccanismi di natura diversa — evolutiva, relazionale, neurofisiologica, caratteriale, cognitiva, simbolica — possono concorrere, con peso variabile nei singoli casi. Si esaminano qui i principali, dal più saldamente ancorato all’evidenza al più speculativo, segnalandone via via la solidità e i limiti.

5.1  Teoria dell’attaccamento e trauma evolutivo

L’ipotesi più frequentemente avanzata radica l’ibristofilia in pattern di attaccamento insicuro e in storie traumatiche precoci. Nella rassegna di Vitello (2006), molte delle donne attratte da criminali condannati risultano insicure, con bassa autostima, e con una frequente storia di abusi fisici e sessuali; interviste con donne innamorate di assassini hanno rivelato in più casi precedenti relazioni segnate dalla violenza. In questa prospettiva, l’attrazione verso il reo non sarebbe un’anomalia improvvisa, ma la replica di un copione relazionale appreso, in cui pericolo e legame si sono saldati precocemente.

Lo studio empirico più pertinente in questa direzione è quello di Shechory-Bitton e Cohen-Louck (2014), che ha esaminato gli stili di attaccamento e i tratti di personalità di donne legate sentimentalmente a uomini detenuti, rilevando configurazioni relazionali peculiari rispetto ai gruppi di confronto. Il dato è prezioso perché sposta il discorso dal piano aneddotico a quello misurato; resta tuttavia circoscritto a una popolazione specifica e non consente inferenze causali. La cornice teorica è nondimeno coerente: un attaccamento ansioso può alimentare l’idealizzazione e la tolleranza verso partner inaffidabili, mentre uno evitante può trovare nel partner incarcerato — strutturalmente a distanza — una forma paradossale di sicurezza, in cui l’intimità è regolata e contenuta dalle sbarre.

5.2  Prospettiva evoluzionistica

Una seconda famiglia di ipotesi guarda alle radici filogenetiche del desiderio. Alcuni studiosi hanno suggerito che l’attrazione per uomini dominanti, audaci e trasgressivi possa rappresentare l’esito, in contesti contemporanei, di disposizioni selezionate in ambienti ancestrali, dove la propensione e la capacità di infrangere le regole erano talora associate a status più elevato e a maggiore successo riproduttivo (Buss, 2015). In questa lettura, il criminale notorio verrebbe percepito, a un livello istintuale, come maschio ad alto rango, portatore di tratti di forza, dominanza e assenza di paura.

L’ipotesi adattiva, per quanto suggestiva, va maneggiata con prudenza, e per più di una ragione. È anzitutto difficilmente falsificabile, esposta com’è al rischio di costruire a posteriori narrazioni plausibili per qualunque osservazione. In secondo luogo, le stesse evidenze sulle preferenze femminili indicano che la preferenza per tratti di dominanza e aggressività si manifesta semmai per partner a breve termine, mentre per i legami stabili tendono a essere privilegiati tratti di affidabilità e cura — il che mal si concilia con la realtà di donne che cercano matrimoni duraturi con uomini incarcerati. Infine, la spiegazione evolutiva, anche dove cogliesse una predisposizione generale, non basterebbe a rendere conto della forma estrema e statisticamente rara dell’ibristofilia, che richiede l’intervento di altri fattori, individuali e culturali.

5.3  Neuropsicologia e attribuzione erronea dell’attivazione

Fra i meccanismi proposti, quello dotato del fondamento sperimentale più solido attiene alla prossimità neurofisiologica fra paura e desiderio. Il classico esperimento di Dutton e Aron (1974) — condotto su un ponte sospeso e instabile, fonte di marcata attivazione fisiologica, e su un ponte stabile di controllo — dimostrò che gli uomini avvicinati da una ricercatrice dopo l’attraversamento del ponte pauroso erano significativamente più inclini a interpretare la propria attivazione come attrazione verso di lei. È il fenomeno noto come attribuzione erronea dell’attivazione (misattribution of arousal): l’organismo registra un’intensa eccitazione — accelerazione cardiaca, iperventilazione, rilascio di catecolamine — e il cervello, nell’assegnarle un’etichetta, talora sbaglia, scambiando la paura per desiderio.

Trasposto all’ibristofilia, il meccanismo suggerisce che l’attivazione suscitata dal contatto con la violenza — fosse pure la sola esposizione mediatica ai dettagli di un delitto — possa essere riletta, in soggetti predisposti, come trasporto erotico. Sul piano neurobiologico, la sovrapposizione è plausibile: le strutture dell’allarme e quelle della ricompensa condividono territori e mediatori, dall’amigdala ai circuiti dopaminergici, fino al ruolo dell’ossitocina nei legami formati in condizioni di forte arousal. Va tuttavia ribadito che, mentre l’effetto di Dutton e Aron è ben documentato, la sua specifica applicazione all’ibristofilia rimane un’estensione teorica, suggestiva ma non direttamente verificata su questa popolazione.

5.4  Psicologia clinica e tratti di personalità

Un filone particolarmente vivace collega l’ibristofilia a tratti e organizzazioni di personalità specifici. Sul versante clinico, l’osservazione ricorrente associa la disposizione a tratti del cluster B — borderline, narcisistico, istrionico — e ai correlati bisogni di intensità emotiva, regolazione dell’autostima e controllo relazionale. Lo studio empirico più recente offre il contributo più netto: nell’indagine di Treggia e collaboratori (2025), i punteggi di machiavellismo e psicopatia — due componenti della cosiddetta Triade Oscura, misurata con la Short Dark Triad di Jones e Paulhus (2014) — risultavano i predittori più robusti delle tendenze ibristofiliche, mentre l’empatia non mostrava potere predittivo.

Il dato è controintuitivo e merita rilievo, perché contraddice la narrazione popolare che dipinge l’ammiratrice del criminale come anima compassionevole mossa dal desiderio di redimere. Se a predire l’attrazione sono tratti di freddezza strumentale e manipolatività anziché di empatia, il fenomeno si rivela, almeno in parte, meno tenero e più inquietante di quanto la vulgata suggerisca. Va peraltro ricordato che si tratta di un singolo studio, condotto su un campione ristretto e non clinico di giovani donne, i cui risultati attendono replica. In una direzione complementare, la ricerca sulle preferenze romantiche per i tratti psicopatici (Watts et al., 2019) ha mostrato che, sebbene l’attrazione media per tali tratti sia bassa, essa risulta comunque superiore a quella per la maggior parte degli altri tratti di personalità patologica, e si concentra elettivamente sulla componente interpersonale-affettiva della psicopatia — il Fattore 1, fatto di fascino superficiale, manipolatività e freddezza — più che su quella impulsivo-antisociale (Fattore 2). Erano inoltre proprio i soggetti con marcati tratti di personalità patologica a esprimere la preferenza più netta per partner psicopatici, in un fenomeno di omofilia che gli autori indicano come una possibile via attraverso cui simili tratti si perpetuano nella popolazione. È una cornice entro cui collocare anche le forme estreme dell’attrazione.

A questi tratti si affianca, nelle descrizioni cliniche, una costellazione motivazionale ricorrente. Vi figura il bisogno paradossale di controllo e di sicurezza: la psicologa forense Katherine Ramsland ha osservato come alcune donne sposate con detenuti descrivano il partner incarcerato come, paradossalmente, il «fidanzato perfetto» — sempre localizzabile, costantemente pensante a loro, sottratto alle tentazioni e alle rivalità del mondo esterno. La distanza forzata, anziché ostacolo, diventa garanzia. Accanto a esso opera la fantasia salvifica — il «posso cambiarlo» — in cui il valore di sé si gioca nella missione di redimere l’irredimibile.

5.5  Letture psicodinamiche

La tradizione psicodinamica legge l’ibristofilia come messa in scena di conflitti più profondi. L’anti-eroe criminale può fungere da oggetto su cui proiettare impulsi rimossi: amarlo significa concedersi, per interposta persona, ciò che la propria coscienza vieta, vivendo per delega la trasgressione che non si oserebbe agire. In questa chiave, la seduzione del reo è anche ribellione contro l’autorità e contro le proprie istanze normative interiorizzate, una via vicaria per l’espressione di pulsioni che la civiltà reprime.

Vi si intreccia il tema, antico, del legame fra desiderio e morte, e della peculiare intensità che il proibito conferisce all’oggetto amato. Il criminale condannato condensa in sé il fascino del limite varcato e l’aura tragica del reietto; amarlo significa abitare una zona di confine in cui l’eros confina con il thanatos. Queste letture, di indubbia suggestione ermeneutica e di lunga tradizione clinica, vanno però riconosciute per ciò che sono: interpretazioni di senso, preziose nella comprensione del singolo caso, ma non sottoponibili a verifica empirica nel modo in cui lo sono le ipotesi precedenti.

5.6  Distorsioni cognitive e attribuzione idealizzante

Un ultimo ordine di meccanismi attiene al funzionamento cognitivo. Chi ama il reo tende a operare una sistematica riformulazione della realtà: minimizza il crimine, ne ridimensiona la responsabilità, ricolloca l’autore nel ruolo di vittima delle circostanze o di anti-eroe incompreso. È all’opera una forma di scissione — nel senso tecnico dello splitting — che separa l’immagine amabile del partner dal fatto criminale, mantenendoli in compartimenti psichici non comunicanti.

A facilitare l’operazione interviene l’effetto alone (halo effect): l’avvenenza fisica o il carisma dell’autore inducono ad attribuirgli, per irradiazione, qualità morali positive, attenuando la percezione della sua pericolosità. L’analisi dei contenuti digitali condotta da Treggia e collaboratori (2025) ha isolato proprio questo meccanismo fra i temi ricorrenti, accanto al transfert attore-reo — per cui l’aspetto di un interprete cinematografico che ha impersonato il criminale si sovrappone all’immagine reale di quest’ultimo — e alla riformulazione romantica della violenza. Tali distorsioni non sono cause prime del fenomeno, ma i dispositivi attraverso cui esso si sostiene e si razionalizza.

6.  Il ruolo dei media e delle piattaforme digitali

L’ibristofilia non si dà nel vuoto: ha bisogno di un crimine reso visibile, di un volto reso celebre. La sua storia recente è perciò indissociabile da quella dei media. Già la cultura novecentesca aveva trasformato i grandi criminali in figure pubbliche dotate di un’aura quasi divistica: un processo che la critica culturale ha analizzato come fabbricazione di vere e proprie celebrità a partire dal delitto (Schmid, 2005). Il serial killer mediatizzato non è soltanto oggetto di paura, ma anche di una curiosità fascinata che, in una minoranza, sconfina nell’investimento erotico.

La rivoluzione digitale ha mutato la scala e la forma del fenomeno. Dove un tempo l’ammiratrice scriveva, in privato, una lettera a un detenuto, oggi l’adesione si manifesta in spazi pubblici e semipubblici, dove i contenuti relativi agli autori di reato vengono postati, condivisi e amplificati dagli algoritmi. È questo lo scenario indagato dallo studio più aggiornato e metodologicamente attrezzato sul tema (Treggia et al., 2025), che ha combinato un’analisi dei contenuti di TikTok con un’indagine campionaria su giovani donne, mostrando come l’ingaggio attivo con materiali che romanticizzano i criminali si associ a livelli più elevati di tendenze ibristofiliche. La piattaforma diventa una nuova balconata da cui ammirare il reo, e insieme un dispositivo che normalizza e diffonde l’adesione, sottraendola alla riprovazione che il contesto privato un tempo imponeva.

Il caso più recente e discusso è quello dei sostenitori di Luigi Mangione, accusato nel dicembre 2024 dell’omicidio di un dirigente d’azienda statunitense: attorno alla sua figura si è coagulata, nei mesi successivi, una comunità di ammiratori — presenze in aula, contenuti adoranti in rete, corrispondenza in carcere — in cui osservatori e commentatori hanno riconosciuto dinamiche di tipo ibristofilico, intrecciate però ad altre componenti, dall’avvenenza dell’imputato a un’eco di consenso di tipo sociale e «alla Robin Hood» (cfr. la documentazione raccolta in sede enciclopedica). Il caso illustra bene la difficoltà di isolare l’ibristofilia in purezza: nei fenomeni reali essa si presenta quasi sempre mescolata a fascinazioni d’altra natura, e proprio questa impurità ne complica lo studio.

7.  Casi emblematici nella letteratura clinica e nella cultura

La fenomenologia dell’ibristofilia si lascia illustrare da una serie di casi entrati nell’immaginario collettivo, che vale la pena richiamare con il rigore documentario che il tema esige. Il più noto è quello di Ted Bundy, autore di numerosi omicidi, che durante i processi ricevette decine di lettere e proposte: Carole Ann Boone, conosciuta già negli anni Settanta, lo sposò nel febbraio 1980 nell’aula stessa del tribunale, sfruttando — con Bundy che si difendeva da sé e la chiamò a deporre — una norma della Florida per cui una dichiarazione pubblica resa davanti agli ufficiali di corte costituiva matrimonio valido. Analogo è il caso di Richard Ramirez, il «Night Stalker»: Doreen Lioy se ne dichiarò attratta fin dal momento dell’arresto, gli indirizzò una settantina di lettere nel corso di un lungo corteggiamento e, perdurando l’attrazione ben oltre la condanna del 1989, lo sposò nel 1996 nel penitenziario di San Quentin, continuando a proclamarne l’innocenza.

Attorno a Charles Manson si era costituito, già negli anni Settanta, un nucleo di seguaci e ammiratrici la cui devozione è divenuta paradigma del fenomeno; ancora nel 2014 una giovane sostenitrice, Afton Elaine Burton detta «Star», ottenne una licenza di matrimonio con l’allora ottuagenario detenuto. Fuori dal mondo anglofono, il caso messicano di Diego Santoy — l’«assassino di Cumbres», condannato per l’omicidio dei due fratelli minori della ex fidanzata — mostra come la dinamica non sia un’esclusiva culturale: durante il processo, fortemente mediatizzato e apertamente paragonato dalla stampa a quello di Bundy, si formò attorno a lui un club di ammiratrici (le «santoymaniache»), e in carcere egli sposò la fondatrice di uno di questi gruppi, dalla quale ebbe un figlio. Questi casi, per quanto noti, vanno trattati come illustrazioni e non come prove: ciascuno è irriducibilmente singolare, e la loro accumulazione testimonia la realtà del fenomeno senza per ciò quantificarlo né spiegarlo.

Il versante letterario aggiunge una sfumatura preziosa e, in un caso, un’illustrazione pienamente pertinente. «L’Adversaire» di Carrère opera infatti su due registri. Vi è la fascinazione dello scrittore stesso per Romand — intellettuale e morale, non erotica — che illumina il meccanismo a monte: la potenza di attrazione che il colpevole esercita sull’immaginazione, la difficoltà di tenerlo a distanza una volta varcata la soglia. Ma vi è anche, narrata all’interno del resoconto del processo, la figura di Madame Milo: un’insegnante che, durante la detenzione di Romand, si legò affettivamente a lui, al punto che il pubblico ministero le contestò baci appassionati scambiati nel parlatorio, mentre Carrère riporta una poesia composta dal condannato (Carrère, 2000, ed. it., pp. 142–143). È questa, in piena forma passiva, un’istanza ibristofilica documentata da una delle opere più rigorose della non-fiction contemporanea, e tanto più eloquente in quanto colta non in un mostro mediatico, ma in un assassino domestico privo d’aura. La gravitazione che la letteratura fa da secoli propria materia si rivela così, qui, il medesimo campo di forze che la clinica chiama ibristofilia — a patto di non confondere i due piani.

Sul versante italiano la documentazione scientifica è più esile. Il contributo specialistico di riferimento in lingua italiana è il lavoro di Pasquarelli, Mastronardi e Calderaro (2021), che ha avuto il merito di introdurre sistematicamente il costrutto nel dibattito nazionale. Mancano, però, casistiche cliniche italiane consolidate, e i casi di cronaca talora evocati come esempi vanno vagliati con cautela, perché spesso non soddisfano la definizione: un’unione contratta prima della condanna definitiva, o riferita a una vicenda giudiziaria controversa, non integra l’ibristofilia in senso proprio, che richiede l’attrazione verso un reo già riconosciuto tale e conosciuto in tale veste. La relativa povertà di documentazione italiana è essa stessa un dato, e indica una direzione di lavoro per la ricerca nazionale.

8.  Implicazioni cliniche e forensi

Pur non costituendo, allo stato, una categoria diagnostica, l’ibristofilia solleva questioni cliniche e forensi concrete. Sul piano clinico, la prima riguarda la vulnerabilità del soggetto attratto. Quando l’attrazione affonda le radici in storie di abuso, attaccamento insicuro e bassa autostima, il legame con un partner detenuto può riattualizzare e perpetuare dinamiche di sofferenza, esponendo la persona a sfruttamento emotivo ed economico. L’intervento, ove richiesto, non può assumere la forma del giudizio o della patologizzazione coatta, ma quella di un accompagnamento che aiuti a riconoscere il copione relazionale sottostante.

Sul piano forense, è soprattutto la forma aggressiva a destare preoccupazione. Quando il legame affettivo si traduce in complicità — dalla pianificazione di reati al sostegno logistico — esso incide direttamente sulla valutazione del rischio di recidiva, configurando un fattore dinamico di cui le procedure di assessment dovrebbero tenere conto. Anche nella forma passiva, peraltro, il partner esterno può svolgere una funzione operativa non trascurabile, fungendo da canale di informazioni, risorse e contatti fra il detenuto e il mondo esterno: una circostanza di rilievo per la gestione penitenziaria e per la sicurezza.

Ne discendono ricadute organizzative ed etiche. Le istituzioni penitenziarie si trovano a regolare corrispondenza, visite e matrimoni in un equilibrio delicato fra diritti della persona detenuta, tutela dei soggetti coinvolti ed esigenze di sicurezza. La consulenza psicologica, dal canto suo, è chiamata a un difficile esercizio di rispetto: riconoscere l’autonomia decisionale dell’individuo — che ha diritto alle proprie scelte affettive, per quanto sconcertanti — senza per questo abdicare alla responsabilità di segnalare i rischi, e senza scivolare nella stigmatizzazione di un desiderio che, di per sé, non costituisce reato né, necessariamente, malattia.

9.  Limiti della ricerca e direzioni future

Il bilancio critico della letteratura restituisce un quadro di sproporzione fra la rilevanza culturale del fenomeno e la consistenza delle evidenze che lo riguardano. Il limite più grave è l’assenza di studi epidemiologici: non sappiamo quanto l’ibristofilia sia diffusa, e ogni affermazione sulla sua prevalenza resta congetturale. A ciò si aggiunge la predominanza, nella bibliografia, di case report e di elaborazioni teoriche rispetto alla ricerca empirica controllata; gran parte di ciò che crediamo di sapere poggia su descrizioni cliniche aneddotiche e su teorie raramente sottoposte a verifica.

Un secondo ordine di limiti è metodologico. Fino a tempi recentissimi sono mancati strumenti psicometrici validati: la Hybristophilia Scale proposta da Treggia e collaboratori (2025), pur con una promettente coerenza interna, è ancora in fase esplorativa e attende validazione su campioni ampi e clinici. I campioni finora studiati sono inoltre quasi sempre autoselezionati e poco rappresentativi — ammiratrici già dichiarate, utenti di particolari piattaforme, donne già coinvolte in relazioni con detenuti — con un evidente rischio di distorsione da selezione. La concentrazione sulle popolazioni anglofone, infine, lascia in ombra interi contesti culturali, fra cui quello italiano ed europeo.

Le direzioni per la ricerca futura discendono, in negativo, da questi limiti. Servirebbero studi su campioni rappresentativi, capaci di stimare la reale diffusione del fenomeno e di descriverne i correlati nella popolazione generale; disegni longitudinali, in grado di distinguere i fattori predisponenti dagli effetti, e di cogliere l’eventuale transizione dalla forma passiva a quella aggressiva; strumenti di misura validati e condivisi; e indagini di neuroimmagine che mettano alla prova, su questa specifica popolazione, le ipotesi sulla sovrapposizione fra circuiti dell’allarme e della ricompensa. Un programma ambizioso, che presuppone però una decisione preliminare: stabilire se, e a quali condizioni, l’ibristofilia meriti d’essere costituita in oggetto autonomo di studio clinico, anziché dissolta nel più ampio campo delle preferenze relazionali atipiche.

10.  Conclusioni

Al termine di questa ricognizione, l’ibristofilia si lascia descrivere meno come una sindrome che come un crocevia. In essa convergono il desiderio e la sua deriva, la storia personale e i suoi traumi, la fisiologia dell’attivazione e la sua possibile riconversione, i tratti del carattere e le distorsioni del giudizio, e infine la cultura, che fabbrica i suoi mostri celebri e ne fa oggetto, per pochi, d’amore. Nessuno di questi piani, da solo, esaurisce il fenomeno; ed è nella loro composizione variabile che ciascun caso trova la propria fisionomia.

La lettura più difendibile, alla luce delle evidenze disponibili, è dimensionale e multideterminata. L’ibristofilia non sembra una categoria discreta che separi nettamente chi ne è affetto da chi non lo è, ma il polo estremo di disposizioni — verso la dominanza, verso l’intensità, verso il proibito — distribuite con continuità nella popolazione, e che soltanto in concomitanza con specifiche vulnerabilità e specifici inneschi culturali assumono la forma conclamata che la cronaca esibisce. Da ciò discende una raccomandazione di prudenza nei confronti della patologizzazione: trasformare in disturbo ogni desiderio sconcertante sarebbe un’operazione tanto scientificamente fragile quanto eticamente discutibile.

Resta, sullo sfondo, l’interrogativo da cui questa rassegna ha preso le mosse: che cosa ci lega a chi ha compiuto l’irreparabile? L’ibristofilia ne rappresenta la versione più estrema e perturbante, ma forse anche più rivelatrice. Studiarla con rigore — sottraendola tanto alla curiosità morbosa quanto alla rimozione imbarazzata — significa illuminare una zona d’ombra del desiderio umano, dove l’attrazione e l’orrore, che vorremmo opposti, si scoprono talvolta confinanti. È una frontiera che merita la ricerca, ed è esattamente il genere di frontiera di cui una psichiatria che si voglia colta, e non meramente tecnica, non può disinteressarsi.

 

Riferimenti bibliografici

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1 commento

  1. Stefano Alice

    Caro Francesco, il tuo articolo affronta un enigma che mette a nudo il fallimento di ogni determinismo sociologico e di quell’ambientalismo radicale che pretende di ridurre la devianza e le sue risonanze a un mero difetto di socializzazione o a un vuoto educativo. L’ibristofilia è la prova empirica di come la mente umana non sia una tabula rasa malleabile dall’onnipotenza pedagogica. Se l’essere umano rispondesse solo a una reattività protettiva rispetto al dolore o al trauma, la psiche fuggirebbe istintivamente dall’orrore. Il fatto che la ferocia strumentale, il sadismo e la premeditazione fredda esercitino, al contrario, una forza di attrazione erotica e cognitiva stabile dimostra l’esistenza di strutture interne complesse che la macro-sociologia dei fatti sociali non può decifrare. L’ibristofilo non è attratto dal “ragazzo fragile che non è stato contenuto”, ma investe su un archetipo di narcisismo distruttivo e di dominanza predatrice. Spiegare questa parafilia forense con le crepe del contesto familiare o con la povertà urbana è un vicolo cieco metodologico: la cronaca peritale ci mostra soggetti ibristofili cresciuti in contesti borghesi, istruiti e integrati. Non siamo di fronte a una ferita da curare con i richiami all’alfabetizzazione emotiva, ma a traiettorie evolutive rigide e a funzionamenti di personalità stabili.Confondere la comprensione clinica con il pietismo sociologico fa un disservizio alla scienza. L’ibristofilia ci costringe a guardare il male per ciò che è: una struttura dotata di una propria, autonoma e perversa forza attrattiva, che richiede il rigore della diagnosi clinico-forense e non le preghiere laiche del sociologismo consolatorio. Grazie per aver aperto questa fondamentale finestra di riflessione.

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