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Il Camice e la Cella

27 Apr 26

L’SPDC non è l’ammortizzatore penale dello Stato

C’è un confine sottile ma invalicabile che separa il mandato terapeutico da quello detentivo, il camice del medico dalla divisa del secondino. Quando questo confine viene forzato, o anche solo sfumato per mere esigenze amministrative, non è soltanto la psichiatria a uscirne sconfitta: è l’intera civiltà giuridica e sanitaria di un Paese.

La vicenda recentemente vissuta da un collega toscano – e fortunatamente conclusasi con un’assoluzione con formula piena – è in questo senso un paradigma inquietante e, al tempo stesso, una lezione necessaria. I fatti, nella loro cruda nudità, raccontano di un cortocircuito istituzionale che non possiamo più permetterci di ignorare. Un paziente affetto da psicosi cronica giunge al termine della sua pena carceraria pluriennale. La misura di sicurezza prevede l’ingresso in una REMS ma, come accade con drammatica e colpevole consuetudine, non vi sono posti disponibili. A quel punto un magistrato di sorveglianza decide di risolvere il problema burocratico scaricandolo sul sistema sanitario: contatta il direttore del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (SPDC) competente per territorio e ne pretende il ricovero.

Di fronte al fermo, lucido e motivato rifiuto del clinico – fondato sull’assoluta mancanza di acuzie e sull’inappropriatezza del setting, e accompagnato peraltro dalla disponibilità a farsi carico del paziente sul territorio nonché dall’impegno già profuso per individuare una struttura residenziale adeguata – la risposta non è stata il confronto istituzionale, ma la coercizione. Un avviso di garanzia per omissione di atti d’ufficio e due anni di calvario giudiziario, terminati soltanto pochi giorni fa con la sacrosanta constatazione, da parte del giudice, che «il fatto non sussiste».

Questa vicenda impone una riflessione ferma e non più rimandabile. Gli SPDC sono, per definizione clinica e per mandato istituzionale, luoghi di cura. Sono presidi sanitari deputati alla gestione dell’emergenza e dell’acuzie psichiatrica: spazi fragili e complessi, dove si tenta di contenere la sofferenza acuta e di ricostruire un equilibrio frantumato. Non sono, e non devono mai diventare, le celle di riserva di uno Stato incapace di gestire le proprie mancanze organizzative e le croniche carenze del sistema REMS.

Trasformare un reparto ospedaliero in un luogo di mera custodia sociale o di detenzione vicariante significa commettere un doppio crimine: contro il paziente cronico, al quale viene negato il corretto percorso riabilitativo; e contro i cittadini in reale stato di acuzie, che vedono compromesse la sicurezza, la disponibilità di posti letto e l’essenza stessa di un ambiente terapeutico.

Il pronunciamento che ha assolto il collega ristabilisce un principio clinico prima ancora che giuridico. E tuttavia lascia aperta una ferita profonda nel nostro sistema: lo squilibrio di potere tra la magistratura e la classe medica. È innegabile che esista, nel nostro quotidiano operare, una zona grigia legislativa – più volte segnalata persino dalla Corte Costituzionale – nella quale le contraddizioni del sistema e l’irrisolto nodo della pericolosità sociale si scaricano per intero sulle spalle, e sulle responsabilità penali, degli psichiatri. E se gran parte della magistratura agisce con equilibrio e con piena consapevolezza di questo delicato disallineamento, l’uso della leva giudiziaria come strumento di pressione produce un inevitabile, e inaccettabile, effetto intimidatorio.

Quanti clinici, di fronte alla minaccia tangibile di un’indagine penale, avrebbero chinato il capo, avallando un ricovero incongruo pur di sottrarsi al tritacarne giudiziario? La perversione della psichiatria difensiva nasce esattamente dentro queste crepe.

La resistenza civile, professionale ed etica del collega, che ha pagato un prezzo personale altissimo per difendere l’integrità del suo SPDC e del suo mandato medico, costituisce oggi un precedente fondamentale. Ci ricorda, con la forza incontestabile della giurisprudenza, che la cura non si subordina mai alla custodia. La salvaguardia degli spazi terapeutici è un dovere al quale nessun operatore della salute mentale deve abdicare, opponendosi con fermezza a un apparato che troppo spesso preferisce nascondere i propri fallimenti sistemici dietro le porte chiuse dei nostri reparti.

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