Ritmo, durata e temporalità nei trattamenti psicofarmacologici
Abstract
Il tempo è una dimensione strutturale della psicofarmacologia, non un semplice parametro tecnico. Questo articolo propone un’analisi integrata del problema temporale su tre livelli tra loro interdipendenti: il livello biologico (farmacocinetica, cronofarmacologia, farmacogenetica), il livello clinico (latenza terapeutica, finestre di vulnerabilità, tolleranza, sindromi da sospensione) e il livello fenomenologico (alterazioni della temporalità soggettiva indotte dalla patologia e dai farmaci psicotropi). Sul piano teorico viene fatto riferimento ai contributi di Husserl sulla struttura triadica del tempo vissuto (ritenzione, presente vivente, protensione) e di Minkowski sulla compromissione dell’élan vital nella melancolia. Sul piano clinico, si esaminano le trasformazioni dell’esperienza temporale prodotte da antidepressivi, benzodiazepine e antipsicotici, con particolare attenzione al problema dell’aderenza terapeutica come fenomeno essenzialmente temporale. Vengono infine discusse le frontiere emergenti: la compressione della latenza con la ketamina e il ruolo del litio come sincronizzatore dei ritmi circadiani nel disturbo bipolare. Si propone, in conclusione, una prospettiva clinica orientata ad una integrazione tra aspetti biologici, clinici e relazionali. In questo scenario si propone il concetto di psicofarmacologia clinicamente consapevole: un paradigma clinico che integri la precisione biologica del farmaco con la comprensione del tempo vissuto del paziente.
Parole chiave: psicofarmacologia; tempo vissuto; latenza terapeutica; cronofarmacologia; fenomenologia; aderenza;
Abstract (English)
Time is a structural dimension of psychopharmacology, not merely a technical parameter. This article proposes an integrated analysis of the temporal problem at three interdependent levels: the biological level (pharmacokinetics, chronopharmacology, pharmacogenetics), the clinical level (therapeutic latency, vulnerability windows, tolerance, discontinuation syndromes), and the phenomenological level (alterations of subjective temporality induced by psychiatric illness and psychotropic drugs). The theoretical framework draws on Husserl’s triadic structure of lived time (retention, living present, protention) and Minkowski’s account of the impairment of the élan vital in melancholia. Clinically, the paper examines the transformations of temporal experience produced by antidepressants, benzodiazepines, and antipsychotics, with particular attention to therapeutic adherence as an essentially temporal phenomenon. Emerging frontiers are also discussed: the compression of latency with ketamine, and the role of lithium as a circadian rhythm synchroniser in bipolar disorder. The paper offer a clinical perspective oriented towards an integration between biological, clinical and relational aspects. In this scenario, it is proposed the concept of clinical informed psychopharmacology: a clinical paradigm integrating the biological precision of the drug with an understanding of the patient’s lived time.
Keywords: psychopharmacology; lived time; therapeutic latency; chronopharmacology; phenomenology; adherence;
Introduzione: il tempo come problema fondamentale della psicofarmacologia
Il tempo è, nella narrativa letteraria, il tema per eccellenza. La Montagna Incantata di Thomas Mann è, tra le altre cose, un romanzo sul tempo: sulla sua dilatazione nell’esperienza della malattia, sulla sua sospensione nel sanatorio di Davos, sul contrasto tra il tempo quotidiano e lineare della vita sana e il tempo rarefatto della cronicità.1 Questa polarità tra tempo vissuto e tempo biologico — tra la durata soggettiva dell’esperienza e le scansioni oggettive della fisiologia — è al cuore anche di una disciplina apparentemente più tecnica: la psicofarmacologia.
Il tempo, in psicofarmacologia, non è mai un dato neutro. È l’asse su cui si dipanano i meccanismi biologici del farmaco (la curva farmacocinetica, la latenza terapeutica, la cronofarmacologia), ma è anche la dimensione entro cui il paziente vive la malattia e il trattamento — come attesa, come speranza, come sopportazione o come abbandono. Comprendere il tempo del farmaco significa, in ultima analisi, comprendere l’incontro tra la biologia del trattamento e la biografia del paziente.
Questo articolo propone un’analisi del problema temporale in psicofarmacologia articolata su tre livelli distinti ma interdipendenti: il livello biologico, che include farmacocinetica, cronofarmacologia e farmacogenetica; il livello clinico, che comprende latenza terapeutica, finestre di vulnerabilità, tolleranza e discontinuazione; e il livello fenomenologico, che riguarda le trasformazioni dell’esperienza soggettiva del tempo indotte dalla patologia psichiatrica e dai farmaci psicotropi. A questi tre livelli si aggiunge una quarta dimensione, quella della relazione terapeutica, intesa come spazio in cui il tempo del farmaco deve essere narrato, negoziato e condiviso con il paziente.
1. Il tempo biologico del farmaco
1.1 La farmacocinetica come narrazione temporale
Ogni farmaco psicotropo racconta una storia nel tempo. L’assorbimento, la distribuzione, il metabolismo e l’eliminazione descrivono una traiettoria biologica precisa, il cui parametro più clinicamente rilevante è l’emivita plasmatica. L’emivita determina non solo la frequenza di somministrazione, ma anche la gestione delle transizioni terapeutiche: il tempo dello switch tra molecole diverse, il tempo della sospensione, la finestra di rischio in caso di interruzione brusca.
La differenza tra fluoxetina e paroxetina esemplifica bene questa problematica. La fluoxetina, con un’emivita di 1-4 giorni e un metabolita attivo (la norfluoxetina) con emivita fino a due settimane, si sospende gradualmente in modo quasi «autoanestesizzante»; la paroxetina, con emivita di sole 21 ore e forte attività anticolinergica, espone il paziente a sindromi da sospensione severe in caso di interruzione improvvisa.2 Questa differenza non è solo farmacologica: è clinica e riguarda direttamente il modo in cui il paziente vive il farmaco nel tempo.
1.2 La cronofarmacologia: il corpo ha un orologio
La cronofarmacologia studia come il momento della somministrazione influenzi l’efficacia e la tollerabilità del farmaco. I ritmi circadiani — governati dall’orologio biologico nel nucleo soprachiasmatico dell’ipotalamo — modulano l’assorbimento intestinale, l’attività enzimatica epatica (sistema CYP450) e la sensibilità recettoriale in modo prevedibile e misurabile.3
La mirtazapina, per esempio, somministrata la sera sfrutta il suo effetto sedativo come risorsa terapeutica per il disturbo del sonno, mentre riduce al minimo la sedazione diurna; gli antidepressivi noradrenergici mattutini si sincronizzano meglio con il picco fisiologico di cortisolo e con la curva dell’arousal circadiano. Queste considerazioni, ancora scarsamente integrate nella pratica clinica quotidiana, rappresentano un’area di sviluppo significativa per l’ottimizzazione dei regimi terapeutici.
1.3 Il tempo del gene: farmacogenetica e variabilità individuale
La farmacogenetica introduce una dimensione temporale di ordine evolutivo: il tempo filogenetico inscritto nel genoma individuale. I polimorfismi dei geni CYP2D6 e CYP2C19 — principali enzimi del metabolismo di antidepressivi e antipsicotici — determinano se un paziente sia un metabolizzatore lento, intermedio, esteso o ultrarapido, con conseguenze dirette sulle concentrazioni plasmatiche, sull’efficacia e sulla tossicità del trattamento.4
Un metabolizzatore ultrarapido del CYP2D6 può non raggiungere mai concentrazioni terapeutiche di nortriptilina alle dosi standard; un metabolizzatore lento può accumulare concentrazioni tossiche di aloperidolo. La farmacogenetica trasforma così il tempo terapeutico — la curva di risposta — in una variabile parzialmente determinata dalla storia biologica individuale del paziente, aprendo la strada a una medicina di precisione in psichiatria.
2. Il tempo clinico: latenza, vulnerabilità e discontinuazione
2.1 La latenza terapeutica
La latenza degli antidepressivi costituisce uno dei paradossi più rilevanti della psicofarmacologia contemporanea. Gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina producono il blocco del trasportatore SERT entro ore dalla prima somministrazione; eppure l’effetto antidepressivo clinicamente significativo richiede in media 2-6 settimane. La spiegazione di questa discrepanza ha impegnato la ricerca per decenni, e oggi converge verso un meccanismo di neuroplasticità adattativa mediato dal BDNF (Brain-Derived Neurotrophic Factor) e dalla restituzione della plasticità sinaptica ippocampale.
Castrén e Bhattacharya (2021) hanno proposto un modello elegante: gli antidepressivi non agiscono sull’umore in modo diretto, ma riattivano la plasticità cerebrale — in particolare si legano direttamente ai recettori TrkB — permettendo al cervello di reimparare a rispondere agli stimoli ambientali in modo adattativo.5 La latenza non è quindi un difetto del farmaco, ma il tempo necessario alla neuroplasticità. Questa interpretazione ha implicazioni cliniche dirette: la latenza va comunicata al paziente come tempo di apprendimento cerebrale, non come fallimento del trattamento.
2.2 La finestra di vulnerabilità: il rischio nelle prime settimane
Il paradosso della latenza acquista una dimensione tragica quando si considera il rischio suicidario nelle prime settimane di trattamento antidepressivo. L’ipotesi più accreditata è che gli antidepressivi producano, prima dell’effetto sull’umore, un incremento dell’energia e della progettualità psicomotoria — che in un paziente con ideazione suicidaria preesistente può tradursi in un aumento del rischio di passaggio all’atto.6 Questo fenomeno — la finestra di vulnerabilità — richiede un monitoraggio clinico particolarmente intenso nelle prime 1-2 settimane di trattamento, e una comunicazione esplicita con il paziente e i familiari.
2.3 Tolleranza e dipendenza: il tempo che consuma il farmaco
Le benzodiazepine illustrano un’altra dimensione critica del problema temporale: la tolleranza. L’effetto ansiolitico acuto — rapido, potente, soggettivamente efficace — si riduce progressivamente nel corso di settimane, mentre la dipendenza fisica si installa silenziosamente, attraverso meccanismi di down-regulation recettoriale GABAergica.7 Il farmaco perde il suo «tempo efficace»: il paziente si trova in una condizione in cui la molecola serve a prevenire l’astinenza più che a trattare l’ansia originaria. Il tempo, in questo caso, non è alleato della terapia: è il vettore attraverso cui il rimedio si trasforma in problema.
2.4 La discontinuazione: il tempo del «dopo»
La sospensione degli psicofarmaci introduce un’ulteriore problematica temporale: la sindrome da discontinuazione, clinicamente distinta dalla recidiva di malattia ma spesso confusa con essa. Con gli SSRI e gli SNRI, la sospensione brusca può produrre entro 24-72 ore sintomi neurovegetativi (capogiri, parestesie, nausea), psicologici (irritabilità, labilità affettiva) e percettivi (sensazioni tipo electric shock). La distinzione temporale tra sindrome da sospensione — ad esordio precoce, andamento autolimitante — e recidiva depressiva — ad esordio più lento, andamento progressivo — è un esercizio clinico di fondamentale importanza.8
Inoltre la sospensione del trattamento, anche laddove clinicamente possibile, pone solitamente il problema di scelte cliniche non sostenute da robuste evidenze sperimentali. Infatti la maggior parte degli studi controllati in farmacologia è basato su campioni di soggetti trattati per alcuni mesi, raramente qualche anno, mentre nella normale pratica clinica ci si trova a decidere di sospendere trattamenti in pazienti che hanno assunto terapie per anni quando non per decenni. Questa discrepanza fa si che le decisioni cliniche vengano sostenute da esperienze empiriche e non da dati controllati che supportino l’operatività e diano indicazioni sulla gestione delle modificazioni nella plasticità cerebrale indotte dall’assunzione prolungata della terapia. Si pensi ad esempio alla complicata gestione dei noti fenomeni di ipersensitività del sistema dopaminergico indotti dall’assunzione prolungata di Antipsicotici ad alta affinità D2.
3. Il tempo soggettivo: la prospettiva fenomenologica
3.1 Husserl e la struttura del tempo vissuto
La fenomenologia husserliana offre strumenti concettuali di straordinaria fecondità per comprendere come la patologia psichiatrica — e il farmaco psicotropo — alterino la temporalità soggettiva. Edmund Husserl, nelle Lezioni sulla fenomenologia della coscienza interna del tempo (1905-1917), distingue tre momenti costitutivi dell’esperienza temporale: la ritenzione (il «ancora appena passato», il margine di passato che ancora costituisce il presente), il presente vivente e la protensione (l’«ormai imminente», l’anticipazione del futuro prossimo che struttura l’esperienza presente).9 Questa struttura triadica è il fondamento dell’esperienza temporale normale: la sua alterazione patologica corrisponde a trasformazioni qualitative dell’intera vita psichica.
3.2 Minkowski e il «tempo vissuto» in psicopatologia
Eugène Minkowski, allievo di Bergson e pioniere della psicopatologia fenomenologica, fu il primo a sistematizzare il rapporto tra disturbi mentali e alterazioni della temporalità nel suo Le temps vécu (1933). Minkowski distingueva tra il «élan vital» — la spinta vitale verso il futuro che struttura l’esistenza normale — e la sua compromissione nella melancolia, che definiva come una «perdita del contatto vitale con la realtà».10
«Nel melanconico il futuro non solo è oscuro: è assente. Il paziente non può più anticipare, non può più progettare. È come se il tempo si fosse fermato.» — Minkowski, Le temps vécu, 1933.
Questa analisi ha implicazioni cliniche dirette: la risposta al trattamento antidepressivo non può essere ridotta alla riduzione dei punteggi a una scala di valutazione. Essa implica la restituzione della temporalità: il ritorno della capacità di proiettarsi nel futuro, di desiderare, di pianificare. Un paziente che non «recupera il futuro» non è guarito, anche se i suoi punteggi alla Hamilton Depression Rating Scale sono normalizzati.
3.3 Come il farmaco altera il tempo vissuto
Gli psicofarmaci non agiscono solo sui sintomi biologici: essi modificano la struttura dell’esperienza temporale soggettiva. Questo aspetto, clinicamente centrale, rimane ancora insufficientemente studiato dalla ricerca empirica. Tre paradigmi illustrativi meritano attenzione specifica.
- a) Antidepressivi: dalla stagnazione al flusso. I pazienti che rispondono agli antidepressivi descrivono spesso una trasformazione qualitativa dell’esperienza del tempo: da un prima («i giorni erano tutti uguali, ero intrappolato nel presente») a un dopo («ho cominciato di nuovo a sentire che il futuro esiste, che le cose possono cambiare»). Questa trasformazione è fenomenologicamente centrale: è la restituzione della protensione husserliana, il recupero dell’élan vital minkowskiano. Non è umore: è temporalità.
Un paziente, a sei settimane dall’inizio della terapia antidepressiva, riferiva: «Prima di prendere il farmaco, il tempo era come un muro davanti a me. Ogni mattina mi svegliavo e non riuscivo a vedere oltre quel giorno. Dopo sei settimane, ho avuto per la prima volta il pensiero: ‘tra un mese potrei…’ Quel pensiero, banale per chiunque, per me era una rivoluzione.»
- b) Benzodiazepine: la dilatazione del presente. Le benzodiazepine producono, nelle prime ore dalla somministrazione, una caratteristica alterazione temporale: una dilatazione del presente, in cui l’ansia — che è sempre anticipatoria, proiettata nel futuro minaccioso — perde la sua presa. Nel breve termine, questo è l’effetto terapeutico. Ma con l’uso cronico, il paziente può sviluppare una sorta di presentismo forzato patologico: incapacità di progettare, difficoltà a ricordare, riduzione della capacità di apprendere dall’esperienza. Il rimedio acuto diventa, nel tempo, un ostacolo alla temporalità fisiologica.
- c) Antipsicotici: il rallentamento e la «nebbia». Gli antipsicotici di prima generazione producono spesso un’esperienza soggettiva che i pazienti descrivono come «nebbia», «anestetizzazione dell’anima», «rallentamento del pensiero». Questo corrisponde a una forma di bradipsichismo farmacologico: il tempo soggettivo rallenta, i pensieri arrivano con ritardo, le emozioni sembrano filtrate.11 Gli antipsicotici di seconda generazione hanno migliorato questo profilo, ma la questione del rallentamento cognitivo e della sua percezione soggettiva rimane clinicamente rilevante e — crucialmente — è spesso la ragione principale dell’interruzione non concordata del trattamento.
3.4 Il «tempo sospeso» nella psicosi
Nella schizofrenia, l’alterazione del tempo vissuto assume caratteristiche peculiari. Louis Sass, in Madness and Modernism (1992), descrive come il paziente schizofrenico possa sperimentare una iper-riflessività temporale: ogni momento è scrutinato, decostruito, privato della sua naturalezza automatica.12 Il flusso del tempo — che noi diamo per scontato — si interrompe, e il paziente si trova a dover costruire consapevolmente ciò che per gli altri avviene spontaneamente. Gli antipsicotici possono «richiudere» questa iper-riflessività, ma al prezzo — a volte — di una certa ottusità esperienziale. Il trade-off tra controllo dei sintomi positivi e preservazione della ricchezza soggettiva dell’esperienza è uno dei dilemmi etici più profondi della psicofarmacologia contemporanea.
4. Il tempo della relazione terapeutica
4.1 La psicoeducazione temporale come intervento clinico
I pazienti che ricevono un’informazione chiara e realistica sui tempi di latenza, sui rischi della discontinuazione e sulle aspettative di risposta mostrano tassi di aderenza significativamente superiori rispetto a quelli che non la ricevono.13 Questo dato invita a concettualizzare la psicoeducazione come un vero intervento temporale: un’operazione che traduce il tempo biologico del farmaco nel tempo vissuto del paziente, rendendolo accessibile, tollerabile, e dotato di senso.
Un esempio di comunicazione efficace: «Il farmaco inizia a lavorare subito, ma i suoi effetti sull’umore si vedono come un albero che cresce: le radici si rafforzano prima che le foglie spuntino. Nelle prime settimane, potrebbe non sentire ancora cambiamenti evidenti nell’umore, ma il processo biologico è già in corso. È importante che continui a prenderlo anche se non vede subito i risultati.»
4.2 Il follow-up come calibrazione temporale
La frequenza dei controlli clinici deve essere calibrata sulle diverse finestre temporali critiche del trattamento. Le linee guida dell’American Psychiatric Association raccomandano un contatto entro 1-2 settimane dall’inizio di un nuovo trattamento antidepressivo, poi visite mensili durante la fase di mantenimento.14 Questa cadenza non è arbitraria: riflette la curva biologica del rischio (elevata nelle prime settimane), della risposta e della stabilizzazione. Adattare il ritmo del follow-up al ritmo biologico del farmaco è un atto di precisione clinica.
4.3 L’aderenza come fenomeno temporale
L’aderenza terapeutica è, in ultima analisi, un problema temporale. Il paziente che interrompe precocemente il farmaco «non ha creduto al tempo»: non ha interiorizzato la traiettoria terapeutica, interpretando la latenza come fallimento. Interventi come il Motivational Interviewing e la Cognitive Behavioral Therapy for Adherence agiscono precisamente su questa dimensione: aiutano il paziente a costruire una rappresentazione interna coerente del tempo terapeutico, riducendo la tendenza a interpretare l’assenza di risposta precoce come prova di inefficacia.
5. Frontiere: il tempo compresso e le nuove prospettive terapeutiche
5.1 La ketamina e l’annullamento della latenza
La somministrazione endovenosa di ketamina — e del suo enantiomero esketamina per via intranasale, approvata da FDA ed EMA a partire dal 2019 — ha rivoluzionato il problema della latenza terapeutica nella depressione resistente. L’effetto antidepressivo si manifesta entro 2-4 ore dalla somministrazione, attraverso un meccanismo di potenziamento sinaptico rapido mediato principalmente dai recettori AMPA e dall’incremento di BDNF.15
Questo ha implicazioni fenomenologiche profonde: per la prima volta, il paziente sperimenta una trasformazione soggettiva acuta, una restituzione quasi immediata della protensione e della speranza. Ma questa «compressione del tempo terapeutico» solleva interrogativi nuovi: il paziente è psicologicamente pronto a gestire un cambiamento così rapido? Una paziente con depressione resistente, dopo la prima infusione di ketamina, riferiva: «Mi sento leggera. È strano. Non mi sento così da anni. Ma ho anche un po’ paura: è reale, o è solo il farmaco?». Questa domanda — è reale, o è il farmaco? — è una delle più importanti che la psicofarmacologia ponga alla fenomenologia.
5.2 Il litio come sincronizzatore biologico nel disturbo bipolare
Nel disturbo bipolare, il tempo è letteralmente la malattia: le fasi maniacali e depressive hanno cadenze cronobiologiche riconoscibili, con frequenti pattern stagionali (depressioni in autunno-inverno, fasi espansive in primavera-estate) e stretta correlazione con i disturbi del ritmo sonno-veglia.17
Il litio — il più antico tra i farmaci stabilizzatori dell’umore ancora in uso — esercita parte della sua azione attraverso l’inibizione della glicogeno-sintasi-chinasi 3β (GSK-3β), un enzima chiave nella regolazione dei ritmi circadiani. Questo non è accessorio: significa che il meccanismo d’azione del litio è, in parte, un meccanismo di sincronizzazione temporale del cervello. Il litio non solo stabilizza l’umore: stabilizza il tempo biologico del paziente. Questa prospettiva apre una lettura profondamente nuova di uno dei farmaci più antichi della psichiatria.
Conclusioni: verso una psicofarmacologia clinicamente consapevole
Il problema del tempo in psicofarmacologia non è riducibile ai parametri della farmacocinetica. È, nella sua profondità, una questione di incontro tra il tempo del farmaco e il tempo vissuto del paziente: un incontro che può essere armonioso — quando la traiettoria biologica del trattamento coincide con le aspettative soggettive — o dissonante, generando abbandono, sfiducia e cronicizzazione.
Una psicofarmacologia clinica consapevole richiede che il clinico si interroghi non solo sull’efficacia del farmaco, ma sulle domande: Come cambia il tempo vissuto di questo paziente? Quale esperienza soggettiva della temporalità è associata a questo trattamento? Il paziente vive il tempo terapeutico come un’attesa sopportabile o come una condanna? Queste domande non sono alternative alla precisione biologica: ne sono il complemento indispensabile.
Viktor Frankl scriveva: «Tra lo stimolo e la risposta c’è uno spazio. In quello spazio sta il nostro potere di scegliere la nostra risposta».18 In psicofarmacologia, quello spazio è il tempo: il tempo biologico del farmaco, il tempo clinico della cura, il tempo soggettivo del paziente. Comprendere questo spazio, e abitarlo consapevolmente insieme al paziente, è il compito più alto del clinico che prescrive.
Nota: Il presente articolo è sviluppato da una relazione presentata nell’ambito di eventi formativi per psichiatri del Servizio Sanitario Nazionale.
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