Ginevra, un tardo pomeriggio d’autunno del 1960. Il Lago Lemano trattiene ancora l’ultima luce del giorno — un oro vecchio, quasi riluttante a spegnersi — e un vento sottile trascina fin dentro il Café des Philosophes l’odore umido delle foglie e dell’acqua. Il locale è uno di quei luoghi che sembrano esistere apposta per le conversazioni che nessuno trascrive: pareti foderate di volumi ingialliti, tavoli in legno scuro segnati da cerchi di tazzine, grandi vetrate attraverso cui il crepuscolo entra come un ospite silenzioso. A un tavolo d’angolo, Jacques Lacan — sigaro acceso, sguardo di chi non osserva il mondo ma lo interroga — sfoglia un taccuino con la concentrazione assorta di chi annota pensieri che non intende condividere. Di fronte a lui siede Ferdinand de Saussure, o meglio la sua ombra intellettuale, richiamata in vita per un’unica sera: l’espressione pacata, lo sguardo affilato, un bicchiere di Borgogna tra le dita. Attorno, il mormorio dei clienti e il percuotere discreto delle tazzine compongono una specie di basso continuo — il rumore bianco di un mondo che non sa di essere fatto, tutto, di linguaggio.

Lacan: (accende il sigaro, lo contempla un istante, poi alza gli occhi con un sorriso in cui c’è qualcosa di predatorio) Ferdinand, caro maestro del segno — non trovi che ci sia qualcosa di vertiginoso nel fatto che siamo qui, in questo caffè, dove le parole galleggiano nell’aria esattamente come il fumo di questo sigaro? Appaiono, si disperdono, e nel frattempo hanno già cambiato la forma di tutto ciò che toccano. Il linguaggio — il tuo regno, la tua creatura teorica — è anche il mio campo di battaglia quotidiano. Ma ecco la domanda che mi perseguita: come possiamo anche solo tentare di parlare di psicoanalisi senza restare impigliati nella rete dei tuoi significanti e significati?
De Saussure: (porta il bicchiere alle labbra, beve un sorso lento, e quando lo posa ha negli occhi una luce divertita) Jacques, il tuo talento per la messa in scena è formidabile — quasi contagioso. Ma forse non siamo così distanti come il tuo gusto per il dramma vorrebbe suggerire. Il linguaggio è una struttura, un sistema di differenze pure, non una sostanza che si possa afferrare con le mani. I miei significanti e significati non sono mattoni, non sono elementi inerti: sono nodi di una rete, e ogni nodo esiste solo in virtù di tutti gli altri. Eppure — ed è questo che mi incuriosisce — tu questa rete la prendi e la intrecci con l’inconscio. Io parlo di langue, di un’architettura astratta, impersonale. Tu sembri tuffarti a capofitto nel disordine della parole individuale.
Lacan: (un gesto ampio della mano, come a tracciare nell’aria un’equazione invisibile) Il disordine, sì — ma che non è affatto disordine! Ecco il punto che ribalta tutto. L’inconscio, come ho avuto modo di scrivere e di ripetere finché qualcuno non ha cominciato ad ascoltare, è strutturato come un linguaggio. Non è la caverna tenebrosa e pulsionale che Freud stesso, con qualche ragione, temeva. È un sistema — significanti che si concatenano, che scivolano gli uni sugli altri, che si sostituiscono secondo leggi precise. Pensa al sogno, Ferdinand: il sogno è un rebus, un gioco di parole cifrato che l’analista non interpreta ma decifra, come si decifra un crittogramma. Non ti sembra, allora, che il tuo sistema di differenze — dove ogni segno respira solo nella relazione con gli altri — somigli in modo inquietante a questo inconscio che si esprime attraverso lapsus, sogni, sintomi?
De Saussure: (lo sguardo scivola oltre la finestra, verso il lago dove la luce si sta facendo cinerea) La somiglianza è suggestiva, lo ammetto. Ma il mio sistema ha una caratteristica che il tuo, mi pare, non possiede: è sincronico. Immobile. Una fotografia della lingua in un istante dato — un’istantanea senza passato né futuro. L’inconscio, da come lo descrivi, è invece tutto movimento, diacronia pura, un flusso di slittamenti continui. Il lapsus, per esempio: un significante che scivola al posto di un altro, come un attore che entra in scena al momento sbagliato e recita la battuta giusta. Ma dimmi — e la domanda è tutt’altro che retorica — questo movimento perpetuo obbedisce a regole, come la mia langue, oppure è puro disordine?
Lacan: (gli occhi si accendono — è la domanda che attendeva) Regole, certo. Ma non le tue regole, non quella griglia cristallina. L’inconscio è una langue, sì, ma una langue viva — una lingua che si torce, che si deforma, che geme sotto il peso del desiderio. Considera il tuo segno: il significante, l’immagine acustica, domina il significato. Lo sovrasta. Nel mio lavoro, questa dominazione diventa sovranità assoluta. Il soggetto non sa ciò che dice, perché il significante lo precede, lo attraversa, parla al suo posto. Quando un paziente si distende sul divano e apre la bocca, non è lui a parlare: è l’Altro — il luogo stesso del linguaggio — che si fa sentire attraverso di lui. E allora ti chiedo: la tua idea di arbitrarietà del segno — quell’assenza vertiginosa di ogni legame naturale tra la parola e la cosa — non si sposa forse alla perfezione con questa sovranità del significante?
De Saussure: (inclina la testa di lato, nella postura di chi soppesa un’obiezione prima ancora di formularla) L’arbitrarietà, sì: il segno linguistico non ha alcun legame naturale con il mondo. È convenzione pura, differenza pura. Ma questo tuo «Autre» — quest’Altro con la maiuscola — mi intriga e al tempo stesso mi inquieta. È un sistema, un’architettura impersonale come la mia langue? Oppure è qualcosa di diverso — qualcosa di più personale, più mitico, forse persino teologico? Nella mia linguistica, il sistema appartiene a una comunità di parlanti che condivide un codice. Tu, invece, sembri descrivere un’istanza che abita il soggetto dall’interno — ma che non è il soggetto. Una specie di inquilino abusivo della psiche.
Lacan: (il sorriso si fa tagliente, quasi chirurgico) L’Altro non è una persona, Ferdinand. Non è un dio, non è un fantasma, non è un doppio. È il campo simbolico nella sua interezza: il luogo dove il linguaggio si articola e dove il soggetto, volente o nolente, si costituisce. Pensa alla tua langue, ma incarnata. Non più astratta: vissuta, drammatica, gravida di conseguenze. Quando un bambino comincia a parlare — quando entra nel linguaggio per la prima volta — entra nel tuo sistema di differenze. Ma questo sistema non lo accoglie soltanto: lo taglia, lo divide, lo scinde da sé stesso. Il significante lo rappresenta, certo. Ma nel rappresentarlo lo aliena — lo trasforma in qualcosa che non coinciderà mai più con ciò che è. Ed è per questo che formulo la cosa in un modo che ti sarà familiare: il soggetto è ciò che un significante rappresenta per un altro significante. Non è, questa, un’eco fedele — forse troppo fedele — della tua stessa teoria?
De Saussure: (un lampo di sorpresa gli attraversa il viso, subito ricomposto) Un’eco, sì. Ma un’eco distorta — restituita da una parete che io non avevo costruito. Nella mia teoria il soggetto è fuori dal sistema: è il parlante che utilizza la langue, non un suo effetto. Tu, invece, lo collochi dentro. Lo fai prigioniero della struttura che dovrebbe servirgli. È una visione che possiede un fascino innegabile — ma anche qualcosa di crudele. Dimmi, Jacques: da questa prigione di significanti si esce? Oppure la condanna è definitiva?
Lacan: (una risata breve, quasi sussurrata, mentre il fumo del sigaro sale verso il soffitto in volute lente) Non se ne esce, Ferdinand. Si naviga. L’analisi è precisamente questo: una navigazione tra i significanti, senza mappa e senza porto d’arrivo. Il paziente parla, e il suo discorso è pieno di falle, di vuoti, di silenzi che dicono più delle parole. L’analista ascolta — ma non per trovare un senso ultimo, non per approdare a una verità che chiuda il cerchio e restituisca la pace. Ascolta per cogliere la catena significante, per individuare i punti esatti in cui quella catena si inceppa, si aggroviglia, torna su sé stessa. Immagina il tuo sistema linguistico come un mosaico immenso, ma composto di tessere che non combaciano mai del tutto: la verità del soggetto non sta nell’immagine che il mosaico dovrebbe comporre. Sta nelle fessure tra le tessere.
De Saussure: (posa il bicchiere con un gesto meditativo, come chi stia rimettendo in discussione una certezza) Ciò che dici mi costringe a ripensare qualcosa. Anche nella mia linguistica il significato è instabile, fluttuante — perché dipende interamente dalla rete di differenze in cui è inserito. Eppure persiste una certa prevedibilità, una tenuta del sistema: la langue garantisce che i parlanti si comprendano, almeno parzialmente, almeno il tempo necessario a non precipitare nel caos. Nella tua psicoanalisi, invece, il linguaggio sembra tradire chi lo parla. Il lapsus, il sogno, il sintomo: sono tutti momenti in cui la parola si rivolta contro il soggetto. Momenti in cui il linguaggio vacilla — o sbaglio?
Lacan: (si protende in avanti, la voce si abbassa di un tono, come davanti a una rivelazione) Non vacilla — rivela. Ecco la differenza che cambia tutto. Il lapsus non è un guasto, non è un cortocircuito: è la verità che sfugge alla sorveglianza del soggetto cosciente. È l’inconscio che prende la parola, e la prende esattamente nel tuo linguaggio, Ferdinand: significanti che si concatenano, che slittano, che si condensano l’uno nell’altro. Prendi la metafora: un significante ne sostituisce un altro, esattamente come accade nel tuo sistema di opposizioni. Prendi la metonimia: un significante rimanda a un altro, e poi a un altro ancora, in una catena che non si chiude mai — e questa catena infinita è la forma stessa del desiderio. La psicoanalisi non fa che leggere queste catene. Le segue. Le dipana. Non le spezza.
De Saussure: (scuote la testa, ma sorride — il sorriso di chi si vede riflesso in uno specchio deformante) Stai facendo di me uno psicoanalista, Jacques — quasi senza che me ne accorga. Ma resta una differenza che non posso ignorare: io studio il linguaggio come fatto sociale, come sistema condiviso da una comunità. Tu sembri concentrarti sul linguaggio di un singolo soggetto, sulla sua parola irripetibile, sulla sua solitudine dentro la lingua. Come concili l’universale della langue con il particolare, l’irriducibilmente particolare, della parole?
Lacan: (il sigaro traccia nell’aria una spirale, come a mimare il nodo stesso di cui parla) È proprio qui che tutto si annoda, Ferdinand — ed è il cuore di ciò che faccio. La langue è universale, sì, ma si incarna nel particolare. Ogni soggetto pronuncia la propria parole, ma questa parole è sempre, inevitabilmente, attraversata dalla langue — dall’Altro. Il soggetto è diviso, scisso, perché è preso nella rete del linguaggio. Ma è anche irripetibilmente unico, perché la sua catena significante è singolare come un’impronta digitale. In analisi non cerco l’universale: cerco il punto preciso in cui l’universale si annoda al particolare. Il punto in cui il significante tocca il reale del soggetto — e da quel contatto scaturisce qualcosa che non è più né lingua né parola, ma carne.
De Saussure: (il bicchiere è fermo a mezz’aria, dimenticato — tutta l’attenzione converge su una parola sola) Il reale… Ecco una parola che nel mio vocabolario non esiste. Per me il linguaggio è tutto simbolico, tutto convenzione, tutto gioco di specchi tra differenze. Non c’è un fuori. Cos’è questo «reale» di cui parli, Jacques? È davvero fuori dal linguaggio? E se lo è, come puoi parlarne — tu, che fai del linguaggio il tuo strumento?
Lacan: (il tono si fa grave — la voce di chi tocca qualcosa che brucia) Il reale è ciò che resiste al simbolico. Ciò che non si lascia catturare dalla rete dei significanti, ciò che non si lascia dire. È il trauma. È il godimento. È il punto in cui il linguaggio inciampa, balbetta e infine tace. Tu hai costruito un sistema di straordinaria eleganza, Ferdinand — ma il reale è la faglia in quel sistema. La crepa che nessuna riparazione può chiudere. In psicoanalisi incontriamo il reale quando il significante non basta più, quando il soggetto si scontra con qualcosa che non riesce a formulare — e che pure lo determina più di qualunque parola. È il limite della tua architettura, sì. Ma è anche — e qui sta il paradosso — ciò che la rende viva. Senza quella faglia, il tuo sistema sarebbe perfetto. E dunque morto.
De Saussure: (un sospiro lungo, lo sguardo che torna al lago come a cercare nella sua superficie immobile una conferma o una smentita) Forse hai ragione — e il fatto che tu abbia ragione mi inquieta. Il mio sistema è un’astrazione: un tentativo, forse disperato, di mettere ordine nel caos inesauribile del linguaggio. Ma tu, Jacques, quel caos sembra abbracciarlo. Non lo temi. Quasi lo corteggi. Mi domando, però: se il linguaggio è così sfuggente, così intrecciato al desiderio e al reale, come può l’analista fidarsi di ciò che ascolta? Non rischia di smarrirsi in un mare di significanti senza approdo?
Lacan: (il sorriso si fa enigmatico — il sorriso di chi conosce la risposta ma sa che la risposta non chiuderà nulla) L’analista non si smarrisce, perché non cerca di afferrare. Non tende la mano verso un significato: ascolta, punteggia, lascia che il significante compia il suo lavoro — che è un lavoro di erosione, di scavo, di lenta messa a nudo. È come un pescatore che getta la rete non per catturare il pesce, ma per sentire come si muovono le correnti sotto la superficie. E poi, Ferdinand, non dimentichiamo una cosa: anche l’analista ha un desiderio. Anche lui è preso nella rete. Ma è precisamente questa posizione — essere nella rete sapendo di esserci — che gli consente di ascoltare l’Altro. Chi si credesse fuori non ascolterebbe nulla.
De Saussure: (una risata sommessa, quasi affettuosa) Sei un poeta, Jacques. Più che uno scienziato, sei un poeta che ha imparato a usare il bisturi. Ma devo ammettere — con una punta di invidia, forse — che mi affascina questo tuo modo di prendere il mio sistema e trasformarlo in un teatro del desiderio. Un teatro dove le quinte sono fatte di significanti e la scena non si chiude mai. Forse, in fondo, la linguistica e la psicoanalisi non sono poi così distanti. Entrambe inseguono la stessa domanda: come gli esseri umani creano senso — e come, inevitabilmente, falliscono nel farlo.
Lacan: (alza il sigaro come fosse una coppa, e c’è nel gesto qualcosa di cerimoniale) Esattamente, Ferdinand. Siamo entrambi cacciatori di senso — con la differenza che tu insegui l’ordine, e io inseguo il disordine che quell’ordine rende possibile. L’ombra che la struttura non può abolire. Brindiamo, allora: al linguaggio. Che ci unisce e ci divide — nello stesso istante, con lo stesso gesto.
De Saussure: (alza il bicchiere, e la luce del tramonto vi accende per un attimo un riflesso color ambra) Al linguaggio, allora. E al suo mistero — che è forse l’unico mistero di cui valga la pena occuparsi.
Restano in silenzio. Il lago, oltre le vetrate, ha assunto il colore delle cose che stanno per scomparire — un arancione cupo, striato di viola, che il vento increspa appena. Il caffè si svuota a poco a poco. Il cameriere raccoglie le tazzine con gesti cauti, come chi tema di interrompere qualcosa. Ma il dialogo tra i due — questo dialogo che non è mai avvenuto, eppure non ha mai smesso di aver luogo — prosegue nel silenzio, come una catena significante che non troverà mai la sua ultima parola.
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