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Il colloquio di Vienna: Giovanni Pascoli e Sigmund Freud, un incontro immaginario

2 Nov 25

Prologo: l’inverno e il viaggio

Vienna, gennaio 1909. La città è immersa in un silenzio ovattato, come se la neve volesse proteggere i suoi abitanti dal rumore del mondo. Giovanni Pascoli arriva in treno, da Firenze. Il viaggio è stato lungo, interrotto da tremori, da pensieri che non si lasciano scrivere. Ha con sé un piccolo taccuino, una bottiglia nascosta, e una lettera di presentazione scritta da Mariù, la sorella che lo veglia come una madre, come una figlia, come un’ombra.

Mariù ha scritto a Freud in francese, con tono rispettoso e accorato. Ha parlato del fratello come di un uomo tormentato, geniale, ma prigioniero di un dolore che non si placa, di un alcolismo che non è vizio ma anestesia, di una solitudine che non è scelta ma condanna. Freud, incuriosito da quel poeta che scrive di morti e di nidi, accetta di riceverlo.

Lo studio: il primo sguardo

Lo studio di Freud in Berggasse 19 è austero, ordinato, pieno di oggetti che parlano. Statue egizie, tappeti orientali, maschere tribali. Pascoli li osserva con una sorta di timore reverenziale.  Siede, rigido, con il cappello tra le mani. Freud lo accoglie con un sorriso appena accennato.

Freud: «Benvenuto, signor Pascoli. Lei è poeta, mi dicono. Ma oggi è qui come uomo.»

Pascoli: «Come uomo, sì. Ma anche come figlio. Come fratello. Come orfano. Come superstite.»

Freud: «Superstite di cosa?»

Pascoli: «Di una famiglia che si è dissolta. Di un padre ucciso, di una madre consumata dal lutto, di fratelli che non hanno retto. Io sono rimasto. Ma non so se sono vivo.»

Freud: «Lei scrive per restare vivo?»

Pascoli: «Scrivo per non impazzire. Per dare forma al dolore. Perché il dolore, se non lo nomini, ti divora. Ma se lo versi sulla carta, diventa canto.»

Freud: «E il canto la salva?»

Pascoli: «Mi tiene in piedi. Ma non mi libera.»

Il nido e il vino

Freud lo osserva con attenzione. Vede in lui un uomo che ha sublimato il trauma in arte, ma che non ha mai affrontato il nucleo pulsionale del suo dolore. Il padre assassinato, la madre idealizzata, la sorella feticizzata. Il poeta è prigioniero di un triangolo edipico irrisolto, di una costellazione familiare che si ripete nei versi come in un sogno.

Freud: «Lei ha costruito un mondo chiuso. Il nido, la sorella, la poesia. Ma il nido è anche una prigione.»

Pascoli: «Il nido è tutto ciò che ho. È l’unico luogo dove i morti non mi fanno paura.»

Freud: «E Mariù?»

Pascoli: «Mariù è la mia infanzia che non muore. È la voce che mi dice che posso ancora scrivere, anche se non riesco più a vivere.»

Freud: «Lei vive per lei, e lei vive per lei. È un legame simbiotico, non libero.»

Pascoli: «Mariù è tutto ciò che resta. Se la perdo, perdo il senso.»

Freud: «E il vino?»

Pascoli abbassa lo sguardo. Le mani tremano.

Pascoli: «Il vino è il mio silenzio. È la mia notte. È il modo in cui parlo con i morti senza gridare.»

Freud: «Lei beve per non sentire. Ma il vino amplifica. Non anestetizza. Lei lo sa.»

Pascoli: «Lo so. Ma non riesco a smettere. Il vino mi consola. Mi illude. Mi distrugge. Ma è l’unico che non mi ha abbandonato.»

La poetica come difesa

La poesia di Pascoli è un dispositivo di contenimento, ma anche di reiterazione. Il fanciullino non è solo figura poetica, ma struttura psichica: una regressione difensiva, una negazione della sessualità, una idealizzazione dell’infanzia come luogo mitico e pre-traumatico.

Freud: «Lei ha creato un linguaggio che consola, ma che non cura. Il dolore si trasforma, ma non si dissolve. Lei ha bisogno di una parola che non sia solo poesia.»

Pascoli: «La poesia è la mia unica parola. È il mio modo di respirare. Se mi toglie questo, cosa resta?»

Freud: «Resta lei. Resta la possibilità di vivere senza il vino. Di amare Mariù senza possederla. Di scrivere senza essere schiavo del lutto.»

Pascoli: «Lei parla come se la vita fosse una scelta. Ma io non ho scelto nulla. Io sono stato scelto dal dolore.»

Freud: «Il dolore non sceglie. Il dolore accade. Ma lei può decidere cosa farne.»

Pascoli: «Io lo trasformo in versi. È tutto ciò che so fare.»

L’offerta della cura

Freud propone un percorso. Non con lui, ma con un analista italiano, formato a Vienna. «Non sarà facile. Ma potrebbe aiutarla a liberarsi. A vivere senza il vino. A scrivere senza il dolore come unico motore.»

Pascoli tace. Guarda la finestra. La neve cade ancora, silenziosa. Poi si alza.

Pascoli: «La ringrazio, dottore. Ma io non posso. Il mio mondo è fatto di ombre. Se le dissolvo, non resta nulla.»

Freud: «Capisco. Ma sappia che il dolore non è destino. È materia. E la materia si può trasformare.»

Pascoli: «Io sono fatto di quella materia. Se la trasformo, mi perdo.»

Il ritorno al nido

Pascoli torna in Italia. A Castelvecchio, dove il tempo sembra fermo. Riprende a scrivere, a bere, a parlare con i morti. Mariù lo accudisce, lo protegge, lo osserva spegnersi lentamente. Il colloquio di Vienna non lascia tracce ufficiali. Nessuna lettera, nessun diario. Solo un verso, scritto pochi giorni dopo il ritorno:

E la voce che chiama è la voce del vento,
che sa tutto di me, ma non dice mai nulla
.”

Considerazioni cliniche

L’incontro immaginario tra Pascoli e Freud non è solo un esercizio letterario. È una riflessione sul rapporto tra trauma e creazione, tra lutto e linguaggio, tra cura e rifiuto. Pascoli incarna il soggetto che sublima ma non elabora, che trasforma ma non guarisce. La sua poesia è un dispositivo di contenimento, ma anche di reiterazione.

Freud avrebbe potuto offrirgli una via d’uscita. Ma il poeta, come molti pazienti, sceglie la coerenza del proprio mondo interno, anche se doloroso, piuttosto che l’incertezza della trasformazione. Il nido, il vino, Mariù: sono i suoi oggetti transizionali, le sue difese, le sue condanne.

Epilogo: la clinica della poesia

Nel 1912, Pascoli muore. Mariù lo veglia fino all’ultimo. La sua opera resta, come testimonianza di un’anima che ha cantato il dolore senza mai smettere di abitarlo. Freud, nel frattempo, continua a esplorare l’inconscio, a decifrare i sogni, a cercare le chiavi della sofferenza umana.

Il colloquio di Vienna non è mai avvenuto. Ma forse, in qualche angolo della storia, tra le pieghe del possibile, Pascoli ha davvero varcato quella soglia. E ha parlato. E ha ascoltato. E ha scelto di tornare indietro.

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2 Commenti

  1. Chiara

    Buongiorno, il suo articolo mi ha ispirata per fare la mia presentazione di maturità su pascoli e la regressione all’infanzia freudiana. Ha riuscito veramente a catturare l’essenza del disagio psicologico del poeta in modo originalissimo, sottolineando l’ambivalenza del personaggio che si rifugia in modo autodistruttivo nel suo mondo protetto anche se lui stesso sa che la terapia proposta può apportare cambiamenti. Le faccio ancora i complimenti, e la ringrazio per l’ispirazione!

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    • Redazione Psychiatry On Line Italia

      Grazie Chiara spero diventerai supporter convinta del nostro lavoro.. In bocca al lupo per la Maturità!!!!!

      Rispondi

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