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Intervista immaginaria: Spinoza e la Psicoanalisi

11 Lug 25

Amsterdam, inverno del 1670. Il cielo è basso, l’aria pungente. I canali scorrono silenziosi tra le case inclinate. In una stanza modesta, al secondo piano di una casa nel quartiere ebraico, un uomo magro, con occhi profondi e gesti misurati, attende in silenzio. È Baruch Spinoza. Un visitatore giunge da un tempo lontano, il 2025. Non porta con sé strumenti, solo domande. È lì per porre al filosofo una questione che attraversa i secoli: cosa pensa Spinoza dell’inconscio, della psicoanalisi, e del tormento moderno dell’anima?

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Intervistatore: Maestro Spinoza, grazie per avermi accolto. Vengo da un’epoca in cui la mente è esplorata non solo con la ragione, ma anche attraverso sogni, sintomi, lapsus. Sigmund Freud ha chiamato tutto questo “inconscio”. Lei cosa ne pensa?

Spinoza: Benvenuto. Se per “inconscio” intendete ciò che l’uomo ignora di sé, allora sì, ne parlo anch’io. Ma non come un abisso oscuro da interpretare, bensì come effetto della sua ignoranza delle cause. L’uomo crede di essere libero perché è consapevole delle sue azioni, ma ignora le cause che lo determinano. Questo è il suo errore fondamentale.

Intervistatore: Freud direbbe che quelle cause sono desideri repressi, traumi infantili, conflitti interiori. Lei invece parla di “affetti passivi”. Sono la stessa cosa?

Spinoza: Non sono la stessa cosa, ma si sfiorano. Gli affetti passivi sono emozioni che ci dominano quando non comprendiamo le cause che li generano. Non sono demoni interiori, né fantasmi del passato. Sono variazioni del nostro potere di agire. La tristezza, la paura, la rabbia… sono segnali di una mente che non ha ancora compreso se stessa. Freud cerca di dare un nome al dolore. Io cerco di dissolverlo nella comprensione.

Intervistatore: Ma l’uomo moderno è tormentato. Si sente diviso, frammentato. La psicoanalisi gli offre una narrazione. Lei gli offre… la geometria?

Spinoza (sorridendo): Offro la possibilità di vedere se stesso come parte di un tutto. Non c’è consolazione più grande. La sofferenza nasce dalla separazione, dal sentirsi “altro”. La beatitudine nasce dalla comprensione. L’“amor Dei intellectualis” non è una fuga, ma una riconciliazione. La geometria non è fredda. È limpida.

Intervistatore: Freud parla di Es, Io e Super-Io. Lei sembra negare l’Io.

Spinoza: L’Io è una costruzione linguistica. Nell’Etica non c’è un “Io” separato dal mondo. C’è la mente come idea del corpo, e il corpo come espressione della sostanza. Parlare di “Io” è come parlare di un’onda separata dal mare. È utile per comunicare, ma fuorviante per comprendere.

Intervistatore: E il desiderio? Freud lo pone al centro. Lei lo definisce “l’essenza dell’uomo”. Ma non lo vede come mancanza, bensì come potenza.

Spinoza: Esatto. Il desiderio non nasce da una carenza, ma da una tendenza all’autoconservazione e all’espansione. Ogni essere tende a perseverare nel suo essere. Questo è il desiderio. Non è un vuoto da colmare, ma una forza da comprendere.

Intervistatore: Freud direbbe che il desiderio è spesso inconciliabile con la realtà, e per questo genera nevrosi. Lei sembra più fiducioso.

Spinoza: Non è fiducia. È necessità. La realtà non è nemica del desiderio. È il campo in cui esso si manifesta. Se il desiderio è in contrasto con la realtà, è perché è mal compreso. La nevrosi è il segno di una mente che non ha ancora visto la rete delle cause. Non va interpretata, va dissolta nella conoscenza.

Intervistatore: Ma la psicoanalisi ha aiutato milioni di persone. Ha dato voce al dolore, ha permesso di raccontarlo. Lei sembra volerlo silenziare con la ragione.

Spinoza: Non voglio silenziare nulla. Voglio che il dolore parli la lingua della causa, non del mito. Il racconto è utile, ma non basta. Se non conduce alla comprensione, resta una prigione dorata. La ragione non è un tiranno. È una guida.

Intervistatore: E il sogno? Freud lo chiama “via regia” all’inconscio. Lei lo considera solo una variazione dell’immaginazione?

Spinoza: Il sogno è una forma di pensiero confuso. Non è una rivelazione, ma un segnale. Può essere utile, se ci interroga sulle cause. Ma non va idolatrato. L’immaginazione è potente, ma instabile. Solo la conoscenza adeguata ci libera.

Intervistatore: Lei parla di “conatus”, di “potenza di esistere”. Freud parla di pulsione di morte. Come si conciliano?

Spinoza: Non si conciliano. La pulsione di morte è una contraddizione. Nessun essere tende alla propria distruzione. Se lo fa, è perché è dominato da affetti passivi. La morte non è un desiderio. È una fine. Il conatus è la vita che si afferma. Sempre.

Intervistatore: E la libertà? Freud la vede come conquista faticosa, sempre minacciata. Lei la definisce “conoscenza della necessità”. Non è una visione troppo rigida?

Spinoza: È la più grande delle libertà. Sapere che tutto accade secondo necessità non ci rende schiavi, ma ci libera dall’illusione. Non possiamo cambiare il corso del fiume, ma possiamo imparare a nuotarvi. La libertà non è fare ciò che si vuole. È volere ciò che si comprende.

Intervistatore: Se Freud fosse qui, cosa gli direbbe?

Spinoza: Gli direi: “Hai dato voce al dolore. Ora dai forma alla comprensione. Non cercare il senso nei sogni, ma nelle cause. Non interpretare l’uomo come un enigma, ma come un’espressione della sostanza. E soprattutto, non temere la chiarezza. Essa non distrugge il mistero, lo trasforma in comprensione.”


L’intervistatore si congeda. Fuori, la nebbia si è diradata. Le acque dei canali riflettono una luce nuova. Forse, anche l’inconscio può essere illuminato, non da un’interpretazione, ma da una comprensione più profonda della nostra natura. Spinoza resta nella sua stanza, intento a lucidare una lente. Ma forse, quella lente è già rivolta verso di noi.

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