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Intervista Immaginaria a Sigmund Freud. Oggi

8 Lug 25

Ci troviamo nello studio viennese del Prof. Freud, immersi in un’atmosfera densa di storia e riflessione. Le pareti sono tappezzate di libri, il divano invita al racconto, e l’odore di un sigaro aleggia nell’aria. Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi, è tornato per un giorno, nel 2025, per condividere il suo sguardo acuto e provocatorio sugli sviluppi del pensiero psicoanalitico dalla sua morte nel 1939 ad oggi. Con il suo consueto mix di ironia, rigore scientifico e curiosità, Freud accetta di rispondere a un’intervista lunga e approfondita, esplorando le trasformazioni, le controversie e le sfide della psicoanalisi in quasi un secolo di storia.


Intervistatore: Professor Freud, è un privilegio poter dialogare con lei. Cominciamo con una panoramica generale: come valuta l’evoluzione della psicoanalisi dalla sua morte a oggi, nel 2025?

Freud: La ringrazio per l’opportunità. Devo confessare che osservare il destino della psicoanalisi da una prospettiva postuma è un’esperienza tanto affascinante quanto sconcertante. Quando lasciai questo mondo, la psicoanalisi era una disciplina giovane, un’eresia scientifica che scuoteva le fondamenta della psicologia e della medicina. Oggi, nel 2025, la vedo come un albero con molti rami: alcuni rigogliosi, altri avvizziti, altri ancora innestati con specie diverse. La mia idea centrale – che l’uomo non sia padrone in casa propria, ma sia guidato da forze inconsce – sembra aver resistito al tempo, permeando non solo la psicologia, ma anche la filosofia, l’arte, la sociologia e persino la cultura popolare. Tuttavia, mi colpisce la frammentazione del campo psicoanalitico. Scuole diverse, spesso in conflitto tra loro, hanno preso il mio lavoro e lo hanno portato in direzioni che non avrei mai immaginato.Mi preoccupa, però, la tendenza a ridurre la psicoanalisi a una reliquia del passato, un lusso per pochi o un’appendice delle neuroscienze. La psicoanalisi non è una moda, né una terapia tra le tante: è una visione dell’essere umano. Eppure, la sua resilienza mi sorprende. Nonostante l’ascesa delle terapie brevi, della farmacologia e delle neuroscienze, c’è ancora chi cerca nell’inconscio le risposte ai misteri della psiche. Questo mi dà speranza, anche se non mancano le perplessità.

Intervistatore: Parliamo delle prime evoluzioni postume. Negli anni ’40 e ’50, negli Stati Uniti, l’Ego Psychology di Anna Freud, Heinz Hartmann e altri ha spostato l’attenzione dall’Es all’Io, enfatizzando l’adattamento e la funzionalità. Qual è la sua opinione su questa scuola?

Freud: Anna, la mia adorata Anna, ha portato avanti il mio lavoro con una dedizione che mi commuove. L’Ego Psychology rappresenta un tentativo di rendere la psicoanalisi più accettabile in un contesto come quello americano, così pragmatico e orientato al successo. Hartmann, con il suo concetto di un Io autonomo, capace di funzionare senza conflitti, ha ampliato la mia teoria, ma a mio avviso ha rischiato di attenuarne la radicalità. Io vedevo l’Io come un cavaliere in bilico, costretto a domare il cavallo selvaggio dell’Es sotto lo sguardo severo del Super-Io. Dare troppa autonomia all’Io, come propone Hartmann, rischia di far dimenticare che quel cavallo non sarà mai completamente domato.Tuttavia, riconosco il valore di questa scuola. L’attenzione di Anna ai meccanismi di difesa – un concetto che io stesso avevo solo abbozzato – ha arricchito la clinica psicoanalitica, specialmente nel lavoro con i bambini e con pazienti meno gravemente disturbati. L’Ego Psychology ha reso la psicoanalisi più applicabile a contesti pratici, come l’educazione o la psicoterapia breve. Ma mi chiedo: non si è forse persa un po’ della poesia tragica della psiche, quel conflitto ineludibile tra desiderio e civiltà che io consideravo centrale?

Intervistatore: In Europa, nello stesso periodo, Melanie Klein ha sviluppato la teoria delle relazioni oggettuali, ponendo l’accento sulle prime relazioni madre-bambino e introducendo concetti come la posizione schizo-paranoide e depressiva. Come valuta il suo contributo?

Freud: Melanie Klein è una figura che mi affascina e mi inquieta al tempo stesso. La sua audacia nel tuffarsi nelle profondità della psiche infantile è ammirevole, ma il suo approccio mi sembra quasi mitologico. Io vedevo il bambino come un essere dominato dalle pulsioni, organizzate attorno al complesso di Edipo, che emerge intorno ai tre-cinque anni. La Klein sposta il dramma a un’epoca ancora più arcaica, quella del rapporto con la madre, immaginando un neonato immerso in fantasie di amore, odio, distruzione e riparazione. È un’ipotesi potente, ma mi chiedo se non attribuisca al bambino una complessità psichica che forse si sviluppa più tardi.I suoi concetti di “posizione schizo-paranoide” e “posizione depressiva” hanno una certa eleganza. Mi ricordano la mia idea di ambivalenza, il conflitto tra amore e odio che segna la vita psichica. Tuttavia, la Klein sembra trascurare il ruolo centrale della sessualità infantile, che per me era il motore della psiche. La sua enfasi sugli “oggetti interni” – il seno, la madre – rischia di ridurre la psicoanalisi a un dramma relazionale, dimenticando che le pulsioni non sono solo relazioni, ma forze biologiche e istintuali. Detto questo, il suo lavoro ha aperto nuove prospettive, specialmente nella comprensione dei disturbi gravi, come la psicosi, che io avevo solo sfiorato.

Intervistatore: Un altro sviluppo significativo è stato il lavoro di Jacques Lacan in Francia, con il suo “ritorno a Freud” e la riformulazione della psicoanalisi attraverso il linguaggio, il simbolico e il reale. Cosa ne pensa del suo approccio?

Freud: Lacan è un personaggio che mi incuriosisce e mi esaspera allo stesso tempo! Il suo “ritorno a Freud” mi lusinga, ma mi sembra più una reinterpretazione creativa che una fedeltà al mio pensiero. La sua idea che l’inconscio sia strutturato come un linguaggio è affascinante, soprattutto perché io stesso ho sempre considerato il linguaggio – nei sogni, nei lapsus, nelle associazioni libere – come la via regia per accedere all’inconscio. Tuttavia, Lacan sembra trasformare la psicoanalisi in una sorta di algebra filosofica, con i suoi matemi e il suo stile volutamente oscuro.La sua triade Immaginario-Simbolico-Reale è un tentativo interessante di sistematizzare la complessità della psiche, ma mi chiedo quanto sia utile nella pratica clinica. Io cercavo di rendere la psicoanalisi accessibile, anche se non sempre ci riuscivo. Lacan, invece, sembra sfidare i suoi lettori e analizzanti a decifrare un enigma. Il suo concetto di “desiderio” come mancanza perpetua è in linea con la mia visione del desiderio come forza dinamica, ma la sua insistenza sul “Simbolico” e sul “Nome del Padre” mi sembra eccessivamente astratta. Tuttavia, devo ammettere che Lacan ha riportato l’attenzione sulla centralità del linguaggio e del transfert, e questo è un contributo non trascurabile.Mi preoccupa, però, il suo impatto sulla formazione degli analisti. La psicoanalisi non deve diventare un culto esoterico, accessibile solo a pochi iniziati. Deve rimanere una scienza dell’uomo, aperta a tutti coloro che vogliono esplorare la propria interiorità.

Intervistatore: Passiamo alle intersezioni con le neuroscienze, che nel XXI secolo hanno cercato di spiegare i processi psichici attraverso il funzionamento del cervello. Come vede questa convergenza?

Freud: Le neuroscienze rappresentano un’evoluzione che mi affascina profondamente. Ai miei tempi, ero un neurologo, e il mio “Progetto per una psicologia scientifica” del 1895 era un tentativo di collegare la psiche al cervello. Abbandonai quel progetto perché la scienza del tempo non aveva gli strumenti per andare oltre. Oggi, con tecnologie come la risonanza magnetica funzionale, la mappatura cerebrale e gli studi sulla plasticità neuronale, si è aperto un mondo nuovo. Sono lieto di vedere che alcune delle mie intuizioni – come l’esistenza di processi inconsci – sono state confermate dalle neuroscienze. Ad esempio, gli studi sul default mode network mostrano che la mente è attiva anche quando non è coscientemente impegnata, un’idea che richiama il mio concetto di inconscio dinamico.Tuttavia, sono cauto. Le neuroscienze rischiano di cadere nel riduzionismo, riducendo la ricchezza della vita psichica a un insieme di sinapsi e neurotrasmettitori. Un sogno, un lapsus, un sintomo nevrotico non sono solo attivazioni cerebrali: hanno un significato, una storia, un contesto. La psicoanalisi si occupa del “perché” e del “cosa significa”, non solo del “come funziona”. Mi colpisce il lavoro di autori come Mark Solms, che con la neuropsicoanalisi cerca di costruire un ponte tra i due campi. La sua idea che gli affetti siano il motore della coscienza mi sembra in linea con la mia teoria delle pulsioni. Anche Antonio Damasio, con il suo concetto di “marcatori somatici”, sembra avvicinarsi alla mia visione del corpo come sede del desiderio.Detto questo, la psicoanalisi non deve piegarsi alle neuroscienze. Deve dialogare con esse, ma mantenere la sua specificità. La mente non è solo un cervello, e il significato non è riducibile a un circuito neuronale.

Intervistatore: Un’altra sfida per la psicoanalisi è stata l’ascesa delle terapie brevi, come la terapia cognitivo-comportamentale (CBT), che si concentrano sui sintomi e sull’efficacia misurabile. Come risponde a questa concorrenza?

Freud: La CBT, da ciò che ho potuto osservare, è come un medico che cura la febbre senza chiedersi quale infezione l’abbia causata. Non la disprezzo: ha il suo posto, specialmente per chi cerca un sollievo rapido da sintomi specifici. Ma la psicoanalisi non è una terapia sintomatica. È un viaggio nell’inconscio, un’esplorazione delle radici profonde del disagio. I sintomi non sono solo problemi da eliminare, ma messaggi da decifrare. Se si strappa l’erbaccia senza capirne l’origine, essa ricrescerà altrove.Capisco, però, il fascino delle terapie brevi. La società moderna è ossessionata dalla velocità, dall’efficienza, dai risultati misurabili. La psicoanalisi, con i suoi tempi lunghi e il suo rifiuto di promettere soluzioni rapide, può sembrare anacronistica. Ma la psiche non segue il ritmo di un orologio. Un conflitto inconscio può richiedere anni per emergere e sciogliersi. Mi preoccupa che la psicoanalisi sia diventata, in alcuni contesti, un lusso per pochi, accessibile solo a chi può permettersi anni di analisi. Ai miei tempi, sognavo una psicoanalisi per tutti, una scienza democratica. Oggi, vedo il rischio di un’elitizzazione.D’altra parte, la CBT e altre terapie brevi possono essere complementari. Alcuni pazienti hanno bisogno di stabilizzarsi prima di intraprendere il viaggio analitico. Il problema sorge quando si pretende che la CBT sostituisca la psicoanalisi, come se la superficie della mente fosse tutto ciò che conta.

Intervistatore: Parliamo del contesto culturale. La psicoanalisi ha influenzato profondamente il XX secolo, ma oggi sembra meno centrale. Come interpreta questo cambiamento?

Freud: È vero, la psicoanalisi non è più la forza culturale dominante che era ai miei tempi. Negli anni ’40 e ’50, le mie idee erano ovunque: nel cinema di Hitchcock, nei romanzi di Kafka, nelle riflessioni di filosofi come Sartre. Oggi, la cultura sembra frammentata, dominata da narrazioni tecnologiche, da algoritmi, da una ricerca di gratificazione immediata. Eppure, i miei concetti – l’inconscio, la repressione, il transfert – sono ancora presenti, anche se spesso non riconosciuti. Pensa ai social media, dove le persone espongono i loro desideri, le loro paure, i loro conflitti senza rendersene conto. Ogni post, ogni immagine, è un lapsus freudiano in formato digitale.Mi preoccupa, però, la tendenza a patologizzare ogni aspetto della vita. La tristezza diventa “depressione”, l’ansia diventa “disturbo d’ansia generalizzato”. Ai miei tempi, la nevrosi era quasi un segno di civiltà, un conflitto tra desiderio e società. Oggi, ogni sofferenza viene etichettata come un problema da risolvere con una pillola o un’app. La psicoanalisi insegna che la sofferenza è parte dell’essere umano, che il conflitto è inevitabile. Negarlo significa negare la nostra umanità.Mi colpisce anche l’influenza della psicoanalisi sulla cultura pop. Film, serie TV, persino i meme su Internet usano concetti come il complesso di Edipo o il transfert in modo scherzoso, ma questo dimostra che le mie idee sono entrate nel linguaggio comune. Tuttavia, questa popolarizzazione ha un prezzo: la psicoanalisi viene spesso ridotta a caricature, a stereotipi di divani e sigari.

Intervistatore: Negli ultimi decenni, la psicoanalisi si è confrontata con nuove questioni, come il genere, la diversità culturale e le identità non binarie. Come vede queste evoluzioni?

Freud: Questa è una domanda delicata. Ai miei tempi, la mia teoria della sessualità era rivoluzionaria, ma anche limitata dal contesto culturale. Vedevo la sessualità come un’energia fondamentale, strutturata attorno alla differenza tra maschile e femminile. Oggi, il concetto di genere si è espanso, e la psicoanalisi deve confrontarsi con identità fluide, non binarie, e con una maggiore attenzione alla diversità culturale.Devo ammettere che alcune delle mie idee, come la teoria della “invidia del pene” o il ruolo centrale del complesso di Edipo, sono state criticate per il loro carattere normativo. Oggi, autori come Judith Butler o psicoanalisti contemporanei come Jessica Benjamin hanno messo in discussione queste categorie, proponendo una visione più relazionale e meno rigida del genere e dell’identità. Non posso che accogliere questo dibattito: la psicoanalisi deve evolversi con la società.Tuttavia, mi preoccupa il rischio di perdere di vista la dimensione universale della psiche. Le pulsioni, il conflitto, il desiderio sono comuni a tutti gli esseri umani, al di là del genere o della cultura. La psicoanalisi deve trovare un equilibrio tra il rispetto delle differenze e la ricerca di ciò che ci unisce.

Intervistatore: Un ultimo tema: la psicoanalisi nel 2025 è spesso praticata in contesti diversi, come la telemedicina o le sessioni online. Come vede questa trasformazione?

Freud: La telemedicina… un concetto che mi sarebbe sembrato fantascienza! Ai miei tempi, l’analisi avveniva in uno spazio fisico, con il paziente sdraiato sul divano e l’analista alle sue spalle. Quel setting non era solo un capriccio: creava un’atmosfera di intimità, di sospensione dal mondo esterno, che favoriva l’emergere dell’inconscio. Le sessioni online, con schermi e connessioni instabili, mi sembrano una sfida. Come si può mantenere il transfert, quel legame emotivo così centrale, attraverso un monitor?Tuttavia, riconosco il potenziale. La telemedicina rende la psicoanalisi più accessibile, specialmente in un mondo in cui le distanze fisiche sono meno rilevanti. Ma gli analisti devono essere cauti: la tecnologia non deve diventare un ostacolo al lavoro sull’inconscio. Mi chiedo, ad esempio, come si possa interpretare il linguaggio del corpo o i silenzi attraverso una webcam. Eppure, la psicoanalisi ha sempre saputo adattarsi. Se può raggiungere più persone, ben venga, purché non perda la sua essenza.

Intervistatore: Per concludere, professor Freud, che consiglio darebbe agli psicoanalisti di oggi?

Freud: Siate coraggiosi e curiosi. La psicoanalisi è un viaggio nell’ignoto, un’esplorazione dell’abisso che è la psiche umana. Non cedete alla tentazione di semplificare o di conformarvi alle mode del momento. L’inconscio è complesso, contraddittorio, eterno. Continuate a studiare i miei testi, ma non come dogma: interrogateli, criticateli, superateli. E ricordate che l’analista non è un tecnico, ma un compagno di viaggio, un archeologo della mente che scava con pazienza per scoprire tesori nascosti. Non smettete mai di scavare, e non abbiate paura di ciò che troverete.

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