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Note sull’agire dello psicoanalista

25 Set 26

Faccio parte di una generazione di analisti educati alla neutralità e all’astinenza. Non che gli analisti non agissero nel corso della loro attività, ma il passaggio all’atto veniva considerato per lo più una fatalità e un errore tecnico. Il mio primo analista, rispettoso del principio dell’astinenza e della neutralità, a distanza di due anni dall’inizio dell’analisi e in una delle sedute poco prima della pausa estiva, intuendo – immagino ora – una qualche mia esigenza di una sua maggiore presenza per via del prossimo distacco, prese prima del termine della seduta dalla sua scrivania un suo biglietto da visita, vi scrisse sul retro le indicazioni per reperire una pubblicazione che non riuscivo a trovare ed a cui ambivo. Quel gesto, che si stagliava su uno sfondo di rigorosa neutralità, mi giunse – a me affamato di riconoscimenti e di presenza concreta – come un lampo nella notte e conservai a lungo quel biglietto come una reliquia, come prova dell’amore del mio analista nei miei confronti. Poiché ricordo ancora con piacere quel piccolo grande gesto, posso a ragione ipotizzare che abbia contribuito non poco ad aumentare la mia fiducia in lui e la costruzione di un mio sé maggiormente solido e flessibile. Negli ultimi anni alcuni psicoanalisti hanno ammesso l’utilità, seppur in circostanze straordinarie, di utilizzare un agire coscientemente deliberato. (Bolognini, 2008, p. 103. 2016, p. 14. Rossi e Ruggiero, 2016, p.285. Badoni, 2023, pp. 128-129.). La Psicoanalisi nel tempo ha subito innumerevoli trasformazioni. Un tempo era definita una talking cure e la neutralità e l’astinenza dell’analista aspetti importanti della tecnica. Ma la psicoanalisi contemporanea è ancora incardinata sulla parola? E la dicotomia parola/azione non costituisce forse un falso problema?

Riprendere il filo della storia

E’ Freud a scoprire il fenomeno del transfert e della sua comprensione per il cambiamento. Attraverso i saggi del 1890, 1903 e 1904 è possibile seguirlo nella rielaborazione della tecnica che passa per l’ipnosi e per le tecniche attive (elettroterapia, massaggio, pressione associativa) ( Etchegoyen, 1990, p. 23). Tecniche non più necessarie dal momento in cui scopre che la resistenza al ricordare si dispiega anche in presenza dell’analista e dei suoi gesti pressori. Meglio lasciare che il paziente parli liberamente. Nasce così la regola fondamentale dell’associazione libera. La rielaborazione dei vissuti nel transfert viene individuata come fattore terapeutico centrale. Come arriva a codificare la neutralità? Freud si accorge che i suoi interventi attivi, ponendo l’analista al centro della scena, stimolano reazioni emotive nel paziente che lo distraggono dal rivivere e ricordare e conclude che sono controindicate. La neutralità e l’astinenza dell’analista invece pongono il paziente in uno stato di privazione che facilita l’insorgere del fenomeno dei transfert. Ed è questo che giustifica la scelta di un setting e di un assetto dell’analista parzialmente frustrante per il paziente. Quando Freud formula i ‘Consigli’, la belle époque della tecnica in cui offriva thè e aringhe all’Uomo dei topi’ è definitivamente chiusa (…) Il setting non definito dell’ ‘uomo dei topi’ (1909a) può includere thè, sandwiches e aringhe perché Freud non sa ancora fin dove arrivano la disobbedienza e la rivalità nel transfert paterno (…)”(Etchegoyen, 1990, p. 27). Perché si crei in seduta una reiterazione di configurazioni relazionali ed emotive arcaiche è necessario che il paziente operi un massiccio investimento emotivo sull’analista, investimento che è ostacolato da situazioni soddisfacenti, sia nella vita di ogni giorno che nella relazione con l’analista. “(…) la grande invenzione di Freud consiste proprio nel fatto che scoprendo determinate situazioni (traumi, ricordi o conflitti) i sintomi della malattia si modificano e la personalità si arricchisce, si amplia e si riorganizza (…) l’analista non può dare al paziente soddisfacimenti diretti, perché appena egli li ottiene il processo si arresta, si svia, si perverte. In altri termini si potrebbe dire che il soddisfacimento diretto toglie al paziente la capacità di simbolizzare” (Etchegoyen, 1990, p. 28-29). “Per quanto crudele possa sembrare, è nostro dovere far si che la sofferenza del malato, quanto meno a un certo livello di intensità e di efficacia, non termini prematuramente. Se l’eliminazione e la svalutazione dei sintomi ha attenuato questa sofferenza, noi dobbiamo ripristinarla altrove, sotto forma di una privazione dolorosa; il rischio che corriamo altrimenti è di non ottenere mai più un miglioramento, se non modesto e transitorio” (Freud, 1918, pp. 22-23). In questo senso il fatto che il paziente riviva proiettata nell’analista l’ostilità che contrassegnava il suo rapporto con uno o entrambi i genitori è un passaggio obbligato ed auspicabile per favorire una alternativa a quel tipo di relazioni originarie. Ma questo impianto ha bisogno che siano presenti due presupposti: che il paziente sia in grado di associare liberamente; che il paziente possa tollerare il grado di deprivazione sensoriale che l’uso del lettino produce. Inoltre la neutralità ha a monte l’idea che sia la conoscenza del rimosso il fattore terapeutico alla base del cambiamento: lo psicoanalista avrebbe il compito di svelare quanto è nascosto e che tiene ipotecate le energie vitali del paziente; lo svelamento, in questa ottica, sarebbe l’elemento liberatore da cui dipende il cambiamento di assetto interno del paziente. E in effetti a volte è così.

Giovanna E’ una giovane paziente in psicoanalisi. Ha avuto a che fare con una madre svalutante e sofferente di depressione; ha un vissuto di figlia indesiderata; lei stessa ha messo in relazione questi fatti con la sensazione di non valere e di non avere diritto alla vita.

Antefatti. Un sogno tipico: “Un mio compagno si sentiva male, aveva crisi convulsive, bava alla bocca, ribaltava gli occhi. Chiamavo il 118 che non rispondeva. Nel palazzo nessuno mi aiutava. C’erano tutt’attorno persone che fumavano attraverso bong di vetro. Intanto il mio compagno aveva il viso cianotico. Ero nel terrore. Una ampolla bong cadeva e andava in mille pezzi e sentivo che ero stata io. Mi svegliavo urlando.” Di questo sogno è significativo, nel clima catastrofico, il riferimento a se stessa come responsabile. La fantasia ricorrente di non valere e di avere qualcosa che non va è a livello cosciente mentre a livello inconscio (delle memorie implicite) si è organizzata una parte di sé per assicurarsi l’affetto ed il consenso altrui attraverso il role reversal (Bowlby, 1969).

Dopo sei mesi. Una persona cara le ha raccontato che deve sottoporsi ad un complicato trattamento medico e le ha trasmesso la sua ansia. In seduta le torna in mente quando da bambina aveva la febbre e ricorda che in quelle circostanze la madre, medico, si trasformava e diventava particolarmente solerte. Dice: “Se mia madre parla a tavola di un qualche dolore lamentato da qualche parente, immediatamente aggiunge:’mi attiverò per assicurargli una visita specialistica’. I momenti di maggiore incontro con mia mamma sono stati quelli in cui stavo male nel corpo; in questi casi mi sentivo coccolata e sapevo che lei avrebbe fatto tutto per me…come se per sperimentare la condizione di essere accudita io debba stare male fisicamente”. Intervengo: “Per incontrare sua mamma ed assicurarsi il suo affetto è in un certo senso costretta ad esporsi alla malattia fisica!”. E lei, stupita: “Non avevo mai considerato la questione da questo punto di vista! In effetti non c’è altro ambito in cui sperimento che sono la figlia e in quel caso ci sto bene e posso permettermi di piangere e vivere la disperazione e permettermi di sentirmi debole senza sensi di colpa. Quando sto male sto proprio bene. Di contro quando sono serena mi sento spaesata e devo trovare il modo di preoccuparmi per gli altri e di soffrire. Quando invece mia madre stava male e si metteva a letto e non cucinava neanche la cena né faceva la spesa, in quei casi dovevo farmi carico e cucinare io per tutti.”

Un anno dopo. All’interno della stessa seduta mi descrive in modo accurato le reazioni corporee che accusa quando nota che qualche ragazza si interessa al suo compagno. Dice: “entro in uno stato di terrore, mi viene da vomitare, comincio a tremare e batto i denti”. Capisco che si riferisce al timore di essere abbandonata e le mostro l’analogia tra le sue reazioni attuali e le situazioni della sua infanzia quando sua mamma la abbandonava chiudendosi in camera e non uscendo neanche per preparare la cena. Esclama: “Caspita! E’ proprio così!”. Allora aggiungo: “oggi ho tardato ad aprirle il portoncino in strada e ad aprirle la porta dello studio. Forse questo l’ha allarmata.”. E lei: “razionalmente me ne faccio una ragione, ma di pancia…si. Ci sono stata male. Quasi che me l’aspetto da lei che mi apra immediatamente appena suono il campanello. Altrimenti mi prende il dubbio che non vengo più vista, che vengo ignorata, che non sono più nei suoi pensieri. E questa è proprio una roba brutta”.

Da evidenziare l’aderenza degli scambi paziente-analista all’essenza del metodo introdotto da Freud con i lavori sulla tecnica (1912-1914) e le lezioni introduttive (1916-1917): l’intervento dell’analista avviene in seduta, attraverso interpretazioni verbali che colgono il “punto d’urgenza”, cui la paziente risponde verbalmente in modo sintonico rendendo palese l’insight. All’epoca di Freud i fenomeni clinici erano interpretati tramite un dispositivo metapsicologico che presupponeva una psiche prevalentemente rappresentazionale. Il saggio di Strachey del 1933 (1974, p. 502), ha costituito per decenni un punto fermo delle teorie e della prassi psicoanalitica. Gli scambi analista paziente appena citati sono inquadrabili, a partire dal setting, in un contesto di asimmetria, astinenza e neutralità dell’analista. Ma già lo stesso Freud dichiarava: “Nella misura del possibile, la cura analitica dev’essere effettuata in stato di privazione, di astinenza” (Freud, 1918, p. 22). Una sottolineatura prudenziale e profetica. Infatti l’estensione della psicoanalisi ai bambini, ai gruppi e ai pazienti difficili costringe l’analista a rimodulare e riadattare l’imperativo categorico dell’astinenza, non solo rispetto alla scelta del setting (ad esempio lettino o vìs a vìs), ma anche rispetto ad un agire, più o meno temperato, più o meno straordinario, per venire incontro agli stati d’animo dei pazienti che a volte non possono sopportare una condizione di intransigente astinenza. Si determina così uno spostamento del baricentro del bagaglio tecnico dall’interpretazione verbale ad una copiosa pluralità di modalità di intervento (Bolognini, 2016, p. 16). Anche il concetto di neutralità è oggi soggetto a revisione, poiché è la stessa presenza dell’analista in seduta che impone che lo stesso abbia una qualche inevitabile funzione attiva: per cui la neutralità non dipenderebbe più da ciò che l’analista fa o non fa, ma dal significato che la sua presenza assume per il paziente, e più in particolare dal fatto se l’analista, con il suo modo di stare nella relazione, va incontro al bisogno di cura del paziente. (Gaddini A., Ippedico L., Riefolo G., 2026, p. 1).

Il rigore del metodo

Poiché l’azione dell’analista appare inevitabile a partire dalle scelte operative sul setting, mi prefiggo di verificare se oltre a fenomeni come acting out o enactment, non possano essere ricompresi nella teoria della tecnica le azioni dell’analista intenzionali, cioè coscienti e deliberate e quanto queste azioni possano essere funzionali al processo psicoanalitico ed ai suoi esiti. Riolo richiama gli psicoanalisti al rigore quando ci si occupa di teoria e che è prudente non solo dichiarare a quali principi teorici ci si rifà, ma anche che le proposte di modifica siano coerenti con la teoria generale e che siano con essa verificabili in senso popperiano cioè falsificabili. Occorre pertanto tentare una rigorosa definizione del nome del nuovo dispositivo che lo distingua dall’enactment e dall’acting out e citare la cornice teorica all’interno della quale il nuovo concetto può trovare un posto. Assumo come definizione di acting out quella proposta da Laplanche e Pontalis (1967, p. 5). Le definizioni dell’enactment di Filippini e Ponsi e del Panel dell’APA del 1989 (Panel APA, 1992) restano, nella loro chiarezza, ancora valide. In particolare la prima: “L’enactment è un episodio relazionale, a reciproca induzione, che si evidenzia attraverso il comportamento” (Filippini e Ponsi, 1993, 513). Nella Psicoanalisi contemporanea l’azione dell’analista intesa anche come gesto motorio viene sempre più considerata da alcuni (B.C.P.S.G., 2012). Ma questo agire dell’analista è compreso solo come risultato di processi inconsci dei quali, forse e a posteriori, con l’autoanalisi, si potrà sapere qualcosa. Sia Racamier (1997) che Ogden (1999) nell’ammettere l’azione sembrano alludere più a processi inconsci dell’analista. Arnetoli, con la sua “azione poietica evolutiva” dell’analista, sembra descrivere una variazione di tecnica simile alla “azione intenzionale”; senonché nel suo saggio sfuma i contorni del nuovo concetto: “Sebbene la nozione di azione poietica implichi l’intenzionalità dell’agire in analisi questo non significa che l’analista decida ogni volta in modo riflessivo di comportarsi in un certo modo. La sua intenzione è ‘a monte’, nelle sue scelte teoriche di permettersi certi comportamenti e nella sua formazione a farlo, a utilizzare cioè in modo controllato e creativo la sua free-floating-responsiveness. Questa si concretizza in risposte non prepensate, verbali e non verbali (…)”.(Arnetoli, 2016, p. 612-613). Gli autori che danno molta importanza agli enactment sembrano concordare sul fatto che le ragioni degli “agiti costruttivi, correttivi ed evolutivi” (Meterangelis, 2026, p.11) sono inconsce. In passato avevo chiamato “azioni intenzionali dell’analista” (Benedetti, 2014, pp.23-44) alcuni interventi che mi era capitato di porre in essere e che avevano avuto un impatto forte nel processo terapeutico. Occorre ora definire meglio questo ipotetico elemento aggiuntivo della cassetta degli attrezzi dello psicoanalista. Con “azione intenzionale dell’analista” intendo un intervento comunicativo rivolto al paziente, pensato per il paziente a livello cosciente, che coinvolge la sfera motoria sia in termini di gesti che di linguaggio. “Azione”, nel vocabolario Treccani, è definita come “l’agire, l’operare, in quanto espressione e manifestazione della volontà” (Treccani, 2024); “Intenzionale” è un aggettivo mutuato dal vocabolario della lingua italiana che lo intende come processo legato alla coscienza (Devoto Oli 2007). Per essere una azione efficace (Bion 1970 p. 169) deve presupporre una comprensione dei transfert del paziente da parte dell’analista ed avere come scopo lo sviluppo del processo psicoanalitico. L’azione in questo senso dovrebbe essere intesa come multidimensionale, cioè capace di assumere valenze diverse a seconda dei diversi stati di coscienza o inconsci. Questo non vanifica la verità dell’affermazione “l’agire è alternativo al pensare”, ma lo relativizza. L’agire è sempre alternativo al pensare? Non sempre. Dipende dal transfert e dallo stato della relazione paziente-analista. Rossi e Ruggero hanno mostrato l’utilità di un concetto analogo, “l’azione deliberata”, una comunicazione in azione che ha molte analogie con l’azione intenzionale se non per due differenze: la dipendenza dal preconscio e il fatto che si tratti di azioni poste in essere in circostanze straordinarie (Rossi-Ruggero, 2016, p. 299). Nell’ “azione intenzionale” il pensiero è cosciente, seppur di una coscienza fallace, integra la cassetta degli attrezzi dell’analista, è tutt’altro che straordinaria (cioè è a disposizione dell’analista ogni volta che se ne presenta la necessità o l’occasione), non rappresenta, a differenza dell’acting out, una sorta di cortocircuito del pensiero per l’evacuazione di tensioni insopportabili, ha bisogno di un tempo, nella seduta e fuori delle sedute, per la stima della sua appropriatezza rispetto ai transfert del paziente. L’azione intenzionale ha tra le sue premesse l’autoanalisi (Russo, 2005), intesa come un processo di riflessione dell’analista dentro e fuori la seduta finalizzato alla comprensione dello stato della relazione paziente analista: da questo lavoro di autoanalisi dipende in parte la possibilità dell’analista di proporsi al paziente come oggetto nuovo. L’azione intenzionale dell’analista include l’autoanalisi ma va oltre. Resta il dilemma: l’azione intenzionale è coerente o contraddice il metodo psicoanalitico? Un tempo si riteneva che un paziente che non tollerasse il lettino fosse inanalizzabile. Oggi si riconosce che occorra utilizzare setting flessibili e variazioni di tecnica. Diventa in ogni caso decisiva la condivisione degli stati emotivi del paziente. Anche quando si tratta di stati primitivi inscritti in memorie implicite, stati della mente che non hanno mai avuto accesso alla rappresentazione verbale e quindi non raggiungibili attraverso il discorso. Memorie che trovano espressione nei sogni o nei comportamenti, memorie prelinguistiche, inaccessibili con l’interpretazione verbale (Mancia, 2006, p. 3). “Al transfert e al sogno va aggiunta la riproposizione di questo tipo di memorie sotto forma di azione. Le esperienze traumatiche risalenti ad una fase precoce dello sviluppo, a un’epoca preverbale antecedente lo sviluppo delle capacità simboliche del bambino, rimangono inscritte come tracce non traducibili in rappresentazioni di parola. Forme di memoria non esprimibili simbolicamente, percepite come impressione emotiva, aspettativa, ripetizione che tendono a riattivarsi nelle nuove esperienze, ma il cui nucleo originario sfugge ai processi di rimemorizzazione. Esse trovano una loro via di espressione nel registro della ripetizione in azione (…). (Macchia, 2023, p. 8). Anche Moccia si è interessato all’agire come rappresentazione di relazioni oggettuali la cui iscrizione mnestica è di natura non verbale e del significato semantico dell’agire (Moccia, 2019). Tutti questi autori concordano sul fatto che esistono modi differenti e diversamente organizzati di rappresentare e conoscere gli oggetti (simbolico, simbolico verbale, iconico, sub simbolico). In loro è evidente il debito verso il pensiero di Wilma Bucci (1997).

Neutralità: transfert, controtransfert e persona dell’analista

Nella Psicoanalisi degli esordi si è ritenuto che il transfert potesse essere la ripetizione pedissequa con l’analista di una storia già vissuta con l’oggetto primario (Anna Freud, 1936, pp. 161-162). Successivamente si sostenne che il transfert non consisteva in una ripetizione di una realtà storica ma che si trattasse di creazione nuova, attuale ed illusoria al contempo, una realtà in continua trasformazione nel presente. Modell ci ha proposto il superamento di questa controversia attraverso l’assunzione di una nuova prospettiva: ogni punto di vista ha la sua ragion d’essere ed è reale in quanto esistono diversi livelli di realtà, tutti veri e compresenti (Modell, 1994, p. 51). Sui sentimenti dell’analista i primi psicoanalisti erano molto diffidenti, poiché vi intravvedevano un ostacolo al dispiegarsi del transfert ed inoltre un rischio di erotizzazione. Con gli anni ’50, a partire dagli studi sul controtransfert, la personalità dell’analista è stata trattata non più come una minaccia alla cura ma come un sensore della relazione, poi come uno strumento di comprensione della relazione e infine come un veicolo comunicativo con il paziente tout court. Dobbiamo agli studi di Heimann (1950) e Racker (1968) una nuova concezione della neutralità. Nelle nuove visioni dello sviluppo della persona, le relazioni oggettuali ed intersoggettive si sono imposte come leve principali per la nascita e lo sviluppo del soggetto; la persona dell’analista si pone come destinataria dei transfert del paziente e nell’incontro si costituiscono nuove opportunità per nuove esperienze di vita; la relazione analitica diventa luogo in cui il soggetto può portare le sue esigenze di base insoddisfatte trovando nell’ambiente analitico (il setting) e nella persona dell’analista una occasione per rimettere in moto un cammino di crescita personale interrotto o intralciato. Inoltre è convinzione diffusa che le possibilità che la coppia viva esperienze di cambiamento sia fortemente correlata alle caratteristiche personali dell’analista, di cui ciò che fa o dice (l’analista) ne è il corollario. L’analista tradisce il suo essere attraverso una gamma di comunicazioni verbali e non verbali che vanno dal modo di accogliere alla postura, al tono di voce, all’assetto della stanza ecc. Si potrebbe dire che gli attrezzi dell’analista sono la persona stessa dell’analista, ed è solo in virtù di un esercizio di logica che poi ci cimentiamo a distinguere e descrivere le singole modalità di intervento chiamandole “tecnica” e “cassetta degli attrezzi”. Si possono identificare in modo meno vago le caratteristiche di chi pratica la Psicoanalisi: il training classico (psicoanalisi personale, quadriennio di scuola e supervisioni) resta una pietra miliare ma non sufficiente. Per poter condividere gli stati d’animo del paziente è più facilitato chi di persona ha vissuto direttamente o per analogia esperienze simili a quelle del paziente (Benedetti, 2022). L’analista si impone all’attenzione del paziente attraverso il suo corpo, a sua volta influenzato dal suo stato d’animo, come descritto nella vignetta proposta da Panizza (2021): una rappresentazione dell’analista a livello sensomotorio cui ha corrisposto una reazione agita del paziente. Se questi scambi nascono a livello inconscio, le azioni del paziente e dell’analista sembrerebbero, sempre, enactment e il contributo dell’analista alle trasformazioni della relazione sembrerebbe vèrtere sui propri cambiamenti in seduta e fuori dalla seduta, “ex post”. Cambiamenti dell’analista in relazione a ciò che lui è, più che a ciò che lui può intelligere. Ne conseguirebbe un ruolo quasi nullo della coscienza. Scrive Ponsi: “Mentre nel modello classico (…) l’obiettivo era di mostrare al paziente il legame fra la situazione attuale nella relazione con l’analista e il rapporto con le figure significative della sua vita attuale e passata (…), nei modelli contemporanei la comprensione del transfert, pur restando di fondamentale importanza per la comprensione del materiale, non si traduce sempre e necessariamente nella sua interpretazione. In altre parole la centralità (della comprensione) del transfert è indiscussa, ma ciò che vi fa seguito è spesso un intervento non interpretativo, o, se vogliamo, un’interpretazione silenziosa (…) il transfert più che interpretato viene elaborato nella mente dell’analista (…) con la reverie e il contenimento delle identificazioni proiettive (…) o con le funzioni di holding e di assunzione delle funzioni dell’oggetto-sé”. (Ponsi, 2006, p. 6). In questa direzione sembrano orientati i concetti di enactment, campo psicoanalitico, neuroni specchio, now moment (Stern).

Agire ed enactment, oltre la talking cure

Mi è capitato di prendere in psicoanalisi un paziente con marcati tratti ossessivi: in un momento di crisi durante il quale stava sperimentando l’abbandono della difesa ossessiva, in un momento di angoscia acuta, in seduta non riusciva più a mantenere la posizione distesa e di scatto si era posto in posizione seduta sul lettino. Ritenni doveroso per fargli sentire vicinanza e rassicurarlo, di pormi anche io in posizione seduta quasi fianco a fianco e dialogare con lui in questa riacquistata posizione eretta fino al termine dell’accesso di angoscia dopodiché il paziente tornava a distendersi pacificato.

Magda è una giovane donna in psicoanalisi. Ha saltato le ultime due sedute e se ne giustifica; teme di avermi offeso. Poi racconta di tre sogni nelle tre notti precedenti: nel primo una sua collega perde il bambino durante il parto, nel secondo un grillo muore schiacciato da una scarpa e nel terzo viene rievocata la morte della nonna materna cui era molto affezionata. Precisa che in queste notti ha dormito male per strani dolori “ai reni”, inspiegabili visto che non era in tempo di mestruazione. Poi mi dice che tra le fantasie comparivo anche io. Con imbarazzo esclama: ‘ho pensato: chissà se dovessi dire al dottore (cioè me) che fatico a pagarlo, se mi lascia oppure no? La vita e la morte. Mi sono chiesta: ‘lei sta qui perché ci sono io? Perché lei è legato a me? Ma non solo a me … io lo so che non ci sono solo io (alludendo agli altri pazienti)’. Ed io, immediatamente, in automatico, senza esitazione, senza un pensare cosciente: “Di sicuro non la mollo! Questo è un fatto ed è proprio scolpito nel marmo!!”. Scoppia a piangere. A dirotto. Singhiozza. Per molti minuti: “Non lo so perché mi fa così. Bo!!”…(continua a piangere per qualche minuto)…”E’ come se ce l’avessi questo pensiero, non lo so perché” (singhiozza a lungo, per più di cinque minuti in modo irrefrenabile). Dico: “Non c’è niente di peggio che restare orfani”. Ora il pianto è più composto. Dice: “ho sempre un dubbio io. Anche quando dovrei essere certa mi rimane il dubbio…”. Ed io: “ che la persona amata le sfugga come il grillo del sogno che mi ha raccontato poco fa”. E lei: “ Si. Scopro ora queste sensazioni che mi fanno stare proprio male. Sono divorata dall’angoscia…(aggiunge poi il racconto di persone care da cui si è sentita abbandonata). Ed esclama: “Quando lei mi dice che non mi lascerà, io provo meraviglia, e poi sento che lei è mia madre, ma non riesco a capacitarmi visto che ho già una madre che è la persona più importante per me … mi rendo conto ora di come funziono: penso che gli altri mi vogliono bene nella misura in cui mi occupo di loro, che se non me ne occupo spariscono tutti”. La sequenza, che ha come esito un cambiamento significativo, si basa su uno scambio comunicativo che ha il carattere dell’immediatezza da inconscio a inconscio – sebbene sia in parte veicolata dal linguaggio verbale – e presuppone una preesistente comprensione del transfert della paziente ed una propensione dell’analista ad entrare in sintonia con le sue esigenze primitive così che si è creato un momento all’unisono (Bion), un now moment (Stern), un flash fusionale (Bonfiglio).

Sandro è un paziente di mezza età, libero professionista, in psicoanalisi. All’interno di una seduta in cui era emersa la sua particolare sensibilità ai lutti, frutto di una storia trans generazionale particolarmente segnata da perdite di parenti per malattie, ad un certo punto, dopo una pausa di silenzio, esclama: “Dottore, ricorda la scorsa settimana, che le avevo raccontato che non avevo dormito tutta la notte, disturbato dal fatto che nel pomeriggio ero stato investito dai racconti di una mia parente stretta che era terrorizzata dalla ipotesi, formulata dal medico, che suo figlio potessse avere una brutta malattia. In quella circostanza lei (io) ha usato delle espressioni…come se…come se…fatico a spiegarmi….non trovo le parole….è una sensazione…” – ed io: “come se io non avessi paura della morte!”- E lui: “proprio così. Non per le parole che ha detto, ma per come le ha dette”. Ed io:”già. Con il tono del sopravvissuto che in quanto sopravvissuto non ne ha più paura!”. E lui: “Esatto! Ora mi viene da piangere, mi commuove tutto questo, che lei (io) mi mette in una condizione…ma accade solo qui in seduta…mi mette in uno stato che io non ho da preoccuparmi per lei e posso concentrarmi su me stesso. Mentre con mia madre e con molti altri parenti che mi raccontavano senza pietà i loro guai, ero terrorizzato dal loro stato, e mi trovavo ogni volta costretto a prendere l’iniziativa e ad agire all’impazzata per correre in loro soccorso e tentare di evitare il peggio!”.

Non ho il ricordo di quel che gli ho detto in quella seduta né del tono di voce che ho usato o della postura che ho assunto. Ma il fatto che il paziente abbia registrato lo scambio con questa intensità emotiva, con stupore e notando un proprio cambiamento interno, penso confermi che una leva del cambiamento è costituita dalla personalità stessa dell’analista e che lo scambio comunicativo a monte del cambiamento rientri nel concetto di enactment, laddove terapeuta e paziente reagiscono all’unisono per ragioni del tutto inconsce che solo a posteriori acquistano un senso. Le vignette rientrano tra le esemplificazioni di enactment secondo la definizione di Filippini e Ponsi (1993), con questa differenza; nel caso di Magda la personalità dell’analista è già in un rapporto all’unisono con la paziente, la presa di posizione irruenta dell’analista insorge dal preconscio e gli esiti dell’intervento risultano immediatamente coscienti ad entrambi i membri della coppia; nel caso di Sandro tutto accade, sul momento, al di fuori della coscienza di entrambi e a posteriori solo il paziente serba a livello cosciente il ricordo degli effetti dello scambio di coppia. Solo a posteriori e su segnalazione del paziente si scopre che entrambi hanno vissuto un momento all’unisono con effetti “emozionali correttivo-integrativi” (Meterangelis, 2026, p.9).

L’azione intenzionale dell’analista mina il metodo psicoanalitico?

Molti psicoanalisti si sono interrogati sul dilemma se le variazioni di tecnica nel trattamento degli psicotici, dei bambini e dei gruppi potessero essere considerate Psicoanalisi o non piuttosto applicazioni della psicoanalisi alla psicoterapia; quegli stessi avvertivano il rischio piuttosto che di uno sviluppo della psicoanalisi di una sua “denaturazione” (Sacerdoti, 1988, pp. 848-849). Riolo (2018, p. 73) richiama gli psicoanalisti al senso di responsabilità riproponendo l’esempio metaforico del coltello di Lichtemberg, una esemplificazione per rappresentare il rischio della sparizione della Psicoanalisi per la progressiva sottrazione delle sue parti. Può l’azione intenzionale danneggiare il processo terapeutico, posto che non si tratta di acting out? Scrive Riolo: “Dove porremo allora il ‘cardine’ grazie al quale è possibile, al di là della pluralità delle teorie e delle pratiche cliniche, chiamare quello che facciamo psicoanalisi? L’idea che ho cercato di illustrare è che esso possa essere rappresentato solo dal metodo psicoanalitico; in quanto è dall’esercizio del metodo che procedono la teoria, la tecnica e la clinica; è il metodo che presiede al loro incardinamento. Riassumendo: 1. Teoria, tecnica e clinica costituiscono un unico sistema incardinato dal metodo. 2. Il metodo è sovraordinato alla tecnica. (…), il primo rappresenta il dispositivo osservativo della psicoanalisi, concepito per condurre l’esplorazione dell’inconscio; la seconda rappresenta il dispositivo tecnico-operativo concepito per rendere possibile l’esercizio del metodo. Per questa ragione le libere associazioni, in quanto costituiscono lo strumento osservativo fondamentale della psicoanalisi, contraddistinguono il metodo psicoanalitico; mentre il setting, l’interpretazione, l’analisi del transfert, fanno parte della tecnica. Una differenza che ha implicazioni rilevanti per il nostro discorso poiché ci permette di distinguere tra ciò che, appartenendo al metodo psicoanalitico è da considerare invariante e ciò che, appartenendo alle procedure operative, è suscettibile di variazione. (…): le variazioni devono essere compatibili con la teoria e con il metodo”. E continua Riolo: “(…) quali sono gli elementi che caratterizzano in modo distintivo il metodo psicoanalitico, che ne sono i funtori? (…) due più un terzo (…) il metodo delle libere associazioni è (…) il primo funtore. (…) l’attività decostruttiva è il secondo funtore (…). La personalità dell’analista (…) è il terzo funtore” (Riolo, 2018, pp. 78-79-80). Rivolgo ora l’attenzione principalmente al secondo funtore. Sulla scia di Freud e di Corrao, Riolo intende il metodo analitico come facilitatore di una scomposizione degli elementi che compongono l’attività psichica del soggetto, elementi legati da falsi nessi, per favorire una ricostruzione su nuovi nessi; e cita Freud: “Una volta che siamo riusciti a scomporre un sintomo, a liberare un moto pulsionale da un determinato contesto, esso non resta isolato, ma entra subito in un contesto nuovo” (Freud, 1918). Continua Riolo: “(…) In tal modo Freud sottraeva l’analisi non solo al dominio del pensiero intenzionato, ma anche a quello dell’agire intenzionato, al dominio dell’utile, dell’interesse e del giusto; assegnandole anche come terapia il medesimo obiettivo che le aveva affidato come scienza: il riconoscimento disinteressato della realtà” (Riolo, 2018, p. 81). Ed è qui che può nascere un equivoco: intendere l’azione intenzionale come una manipolazione del paziente, come un orientare il paziente verso valori e scelte operative considerate utili dallo psicoanalista approfittando del rapporto di dipendenza che si crea tra paziente ed analista. Ma non è l’azione dell’analista di per sé che può connotare una manipolazione, bensì lo stato e la qualità della relazione che si è instaurata tra i due.

Elettra è una giovane alla ricerca della propria identità. In età precoce si è sentita abbandonata da un padre che ha preferito a sua madre (ed a lei) un’altra donna con cui ha costruito un’altra famiglia in Africa. Elettra fa discendere da questa esperienza il suo vissuto di non valere. E’ in trattamento psicoanalitico ed è un periodo in cui si lamenta di questo padre che dice di venirla a trovare e poi non mantiene la parola; non vuole più sentirlo al telefono perché è molto arrabbiata con lui che l’ha fatta sentire abbandonata e senza valore, ma poi in altri momenti confessa che ha ricevuto una sua telefonata e di essersi sentita infervorata da questo gesto di sua considerazione, ne è sedotta e in maniera sempre più incalzante è presa da una fantasia: andare lei in Africa a scoprire chi è davvero questo suo padre. Questa fantasia tuttavia non riesce a trasformarsi in progetto operativo perché la paziente è convinta che sua madre non sarebbe d’accordo, teme la sua reazione, teme di ferirla. Io assisto per mesi a questo rimuginare, finché arrivo a pensare che il mio silenzio, la mia passività rischiava di assumere il senso di una adesione al sentire della madre, ad un interdetto edipico materno di accesso al padre. Penso anche alla mia esperienza di esperto di adozioni, alla importanza che ha per i bambini adottati entrare in contatto con il mondo e la cultura di provenienza dei genitori per giungere ad una rappresentazione meno idealizzata e più realistica delle prime relazioni oggettuali e decido coscientemente, dopo riflessione distribuita su più giorni, di non colludere con l’interdetto materno e di interpretare un altro ruolo, quello di una madre benevola che autorizza. Non sono necessari grandi discorsi: bastano poche espressioni di rassicurazione, quel tipo di intervento che Arnetoli chiama “partecipazione affettiva e rispecchiante” (Arnetoli, 2016, p. 609) e il progetto di organizzare un viaggio per andare a trovare il padre prende corpo. E si realizza a distanza di sei mesi. E così la paziente trova il coraggio di entrare in contatto con la comunità africana che il padre ha scelto di frequentare in alternativa a quella italiana; nel periodo di permanenza in Africa il rapporto con il padre si consolida ma su basi completamente nuove: ora la ragazza sa che ha un posto nel cuore di suo padre ma in forme diverse da come lei se lo sarebbe aspettato e desiderato. Si permette la critica ed anche la gelosia nei confronti della moglie africana e dei figli che sono nati. Torna pacificata con nuove rappresentazioni di quell’ambiente, ma soprattutto con la coscienza che ce la può fare nella vita anche facendo a meno di lui. Il rancore sfuma.

Nell’esempio qui riportato l’analista non manipola la paziente secondo un indirizzo pedagogico ma in modo più complesso si fa trovare laddove la paziente desiderava o aveva bisogno di trovarlo (winnicott, 1953, pp. 38-39). I nuovi equilibri appena descritti della relazione paziente-analista favoriscono la decostruzione di assetti interni della paziente cristallizzati ed aprono la strada a nuove modalità relazionali più adulte. L’intervento dell’analista potrebbe somigliare a quello di Balint nella vignetta clinica cosiddetta “della capriola” (Meterangelis, 2026, p. 10). Non ritengo che il mio intervento possa essere inquadrato come enactment poiché i movimenti dell’analista, sia verbali che corporei, costituiscono l’esito di processi inconsci ma anche coscienti e di una precisa scelta terapeutica. Come scrive Meterangelis a proposito dell’enactment: “questa influenza (dell’analista verso il paziente ndr) può essere percepita come una esperienza emotiva correttiva che non intacca la fondamentale posizione di neutralità dell’analista. L’analista non suggerisce ‘correzioni’, mette in atto, inconsciamente, una diversa modalità affettiva rispetto alla posizione transferale del paziente sintonizzandosi in modo concordante (Racker, 1968) verso il dolore e il blocco difensivo del trauma”. (Meterangelis, 2026, p. 11). Ben detto! Solo che nel mio caso la mia è stata una scelta meditata nel tempo e progettata, e quindi non può essere classificata come enactment. Ma torniamo ai tre funtori che secondo Riolo contraddistinguono il metodo psicoanalitico. La variante tecnica dell’azione intenzionale contraddice il metodo? non mi sembra contraddire il necessario assetto dell’analista che con le libere associazioni e l’attenzione fluttuante intuisce i contenuti inconsci ed in particolare i transfert del paziente. L’azione intenzionale ha al centro la personalità somatopsichica dell’analista. Dunque l’aspetto più critico resta la capacità decostruttiva dell’azione. In che modo l’azione intenzionale agisce per favorire la decostruzione dei modelli operativi interni del paziente? L’azione è il linguaggio con cui si sono costituite alcune memorie arcaiche. Il linguaggio dell’azione si rivolge a quelle memorie, bypassa le difese e le mobilizza: il sistema operativo interno collassa, i singoli elementi che lo compongono perdono di coesione, si smonta il sistema. I singoli elementi tornano liberi e si apre la strada per una organizzazione diversa del funzionamento dello psiche-soma. Proprio come è accaduto nelle esemplificazioni cliniche presenti in questo scritto. Nell’azione intenzionale la coscienza torna ad avere un ruolo.

Fatti clinici incompresi ovvero non comprensibili con l’enactment

I concetti di “campo psicoanalitico” (Bion), “neuroni specchio” (Sinigaglia-Rizzolatti), now moment (Stern), “enactment” (Filippini e Ponsi, 1993) sembrano inquadrare fenomeni per i quali non ci sarebbe un ruolo per la coscienza ed in particolare per la coscienza dell’analista. Ma esistono fenomeni da essi non spiegati. E’ un fatto che alcune scelte e/o azioni dell’analista che violano il principio della neutralità e dell’astinenza, pensate, deliberate ed attuate dall’analista al di fuori della seduta a partire da una conoscenza dei transfert in gioco, siano correlabili con significativi cambiamenti del paziente. Che cosa rende rilevanti quei fatti clinici? E’ lo stesso paziente che spesso mette in relazione il proprio apprezzato cambiamento personale con una o più iniziative agite dell’analista (Benedetti, 2014, p. 34). Altre volte il cambiamento può essere dedotto dall’osservazione dei mutati comportamenti del paziente.

Mirco è un paziente di mezza età in psicoanalisi da 5 anni, sé grandioso e crolli depressivi nei 15 anni precedenti l’analisi, stile compiacente risalente probabilmente alle originarie vicissitudini con una madre depressa. Il paziente assume nei miei confronti, al termine di una seduta, un inusuale atteggiamento oppositivo; è in un periodo della sua vita in cui è oberato di impegni ma soprattutto si è assunto la responsabilità di accompagnare la sua anziana mamma durante il primo giorno di inserimento in casa di riposo. Aveva già concordato con fratelli e sorelle che nessuno di loro l’avrebbe tenuta in casa con sé. Sono giorni di grande tensione in famiglia e di senso di colpa; noto che è molto irascibile e che la sua pazienza è arrivata al limite: ogni contatto frustrante gli diventa insopportabile. Antefatto: all’inizio del mese si era concesso una gita all’estero e aveva saltato tre sedute. L’ultimo giorno del mese, ricevuta la fattura, impalato davanti la porta la alza mostrandomela, la ripiega in due e con gesto esibito me la riconsegna esclamando: “Io l’avevo avvertita per tempo che sarei mancato una settimana. Io questa stavolta non la pago; o lei la riscrive o non la pago!”. Il tono è perentorio in netto contrasto con il sorriso compiacente delle labbra. Resto di stucco. Non era mai accaduto. Riprendo la fattura, taccio e ci salutiamo. Avverto l’irritazione per questa presa di posizione del paziente, di prepotenza visto che conosceva ed aveva accettato le regole del setting e negli anni precedenti non le aveva mai contestate. Immagino cosa avrebbe potuto essere un mio acting out: una risposta a caldo, stizzita, sulla porta, di contrapposizione al comportamento del paziente dal sapore aggressivo e svalutante. Invece, non avendo chiaro il tipo di transfert che il paziente stava presentificando, mi è venuto spontaneo di prendere tempo, con benevolenza verso un paziente cui ero affezionato. Ed ecco entrare in scena la coscienza e la memoria predittiva. Il paziente mi ha posto di fronte al dilemma: subire o oppormi a mia volta. Ho adottato allora la procedura dell’azione intenzionale: riflettere ma soprattutto dormirci sopra. Che transfert si sta manifestando? Mi torna alla mente una scena che il paziente mi ha raccontato molte volte, una scena che potrebbe essere il rappresentante di un aspetto basilare della sua relazione con l’oggetto primario e che chiamerò “no calcio”. Da bambino il paziente, cui hanno raccontato che dopo il suo parto la mamma ha rischiato la vita, ha cominciato ad organizzarsi con uno stile “role reversal”; nel clima di casa è cresciuto all’insegna del rigore etico e di una marcata dipendenza da una madre ansiosa ed autoritaria. Durante le Scuole Medie Inferiori era stato indotto a dedicarsi al calcio, ma non ci si sentiva a suo agio, pressato da un gruppo di pari molto competitivo. Dopo due anni di sofferta attività, essendo arrivato al colmo della sopportazione di una pratica a lui estranea e spiacevole, trovava la forza di esternare una timida protesta: “mamma io non voglio più andare a calcio!”. La mamma con tono secco e perentorio aveva risposto: “tu ci andrai!”. Ed è così che in pochi secondi, in un dialogo muto con la mamma e non osando mettersi in contrasto, aveva rinunciato ad ogni sua istanza e si era rapidamente accodato continuando a frequentare un ambiente sentito come ostile. La scenetta sembra aver assunto negli anni un significato iconico visto che periodicamente viene riesumata e raccontata daccapo. Torno alla situazione presente, e, al di fuori della seduta, penso: se gli ricordo le regole del setting che lui all’inizio ha accettato e interpreto la sua aggressività repressa che ora si rivolge contro di me, rischio di diventare per lui la mamma che bruscamente lo richiama all’ordine, un ordine cui lui si è inchinato per una vita rinunciando ai propri desideri. Se lascio correre, semplicemente, facendo finta di niente, divento lui che per evitare lo scontro ha sempre chinato la testa. Presa in considerazione la cronicità del suo atteggiamento passivo di fronte alla vita e la rinuncia ai suoi desideri, mi sembra più produttivo, in questa fase, per il processo di soggettivazione, tollerare la sua aggressività senza interpretarla ripromettendomi di tornarci sopra più avanti. La seduta successiva gli faccio trovare una fattura riscritta come lui ha preteso e gli dico: “non erano questi gli accordi, ma per ora va bene così!”. La settimana seguente continua a lamentarsi che non ce la fa più, che ha molto lavoro arretrato, che oltre alle ore lavorative gli stanno pesando le ore aggiuntive di un master di specializzazione cui si è iscritto, ma soprattutto la mattina dopo dovrà accompagnare la mamma che farà il suo ingresso in casa di riposo. E aggiunge: “E’ strano. Mia moglie questa mattina mi ha detto: ‘ma sei arrabbiato con me?’. Ed io: ‘E’ curioso quel che sta dicendo; anche io nei giorni scorsi mi sono sentito strapazzato da lei!”. Ride ed ammette che è un periodo che si sente molto arrabbiato per quelle che vive come richieste eccessive da parte dell’ambiente. L’inserimento dell’anziana madre in casa di riposo andrà a buon fine e l’analisi proseguirà. Dopo altri tre mesi si ripresenta una situazione simile a quella precedente in cui lui, per una gita, si assenta una settimana saltando le sedute. Ho occasione di tornare su quanto accaduto precedentemente mostrandogli la somiglianza tra la situazione presente e quella di pochi mesi prima e ricordandogli le regole del setting; ammette che era in uno stato di particolare intolleranza e che in verità non ha mai pensato di contestare il pagamento delle sedute saltate. Intuisce ora che qualcosa di significativo deve essergli accaduto in quei mesi perché ora si può permettere di pensare con spirito critico e con un ridotto senso di colpa ad una mamma che in passato l’ha sacrificato e che lui aveva idealizzato. Il cambiamento è evidente: è in atto una rimodulazione degli investimenti verso l’oggetto primario; si nota un cedimento degli originari modelli operativi interni e una decostruzione (Riolo) che apre la strada a nuovi equilibri. Ma che cosa ha favorito tale decostruzione? La mia interpretazione verbale è successiva al cambiamento strutturale, per cui penso che ci siano altri fattori in gioco. Certamente la situazione di stress complessiva ha favorito la crisi, ma tale crisi poteva anche esitare in una rottura del nostro rapporto e in una interruzione dell’analisi. Penso che la mia iniziativa di riscrivere la fattura, frutto della riflessione al di fuori della seduta, abbia avuto un ruolo. Aver ceduto con paziente benevolenza al suo gesto prepotente e aver sopportato la sua aggressività senza abbattermi e senza reagire a mia volta con aggressività mi ha posto nei suoi confronti come una madre nuova e diversa e questa esperienza relazionale può aver favorito non solo il mantenimento in vita del nostro rapporto ma anche una esperienza nuova del paziente con i suoi oggetti interni.

Ancora Giovanna. Il mio studio professionale ha un ingresso su un pianerottolo al piano terra di un condominio. Per arrivare alla mia porta i pazienti devono aprire il portone che dà in strada e percorrere un androne. Risale all’inizio dell’analisi l’intuizione che questa paziente avesse un grande bisogno di essere riconosciuta e rispecchiata; in passato mi era capitato, con un paziente restio a separarsi, di accompagnarlo, in enactment, fin sul portoncino della strada e riscontrare nei mesi successivi che quel gesto, oltre che gradito, aveva facilitato l’avvio dell’analisi. Memore di quella esperienza produttiva decidevo coscientemente – come parte integrante del setting – di salutarla, al termine di ogni seduta, sulla porta e poi soffermarmi sulla soglia e accompagnarla con lo sguardo mentre percorreva il corridoio che separa la porta del mio studio dal portone che dà sulla strada … fino a che non era completamente uscita e scomparsa alla vista. Un prolungamento di seduta. Una decisione pensata e una gestalt progettata. Dopo due anni di analisi la paziente racconta un sogno: “Dottore questa notte l’ho sognata. Ero in seduta, parlavo e mi sono girata verso di lei e mi sono seduta con i piedi sopra il lettino a gambe incrociate. Lei mi ha guardato in questa nuova posizione ma ha mantenuto la sua, seduto in poltrona senza commentare”. Penso tra me e me che è un sogno in cui accorcia la distanza tra noi ma non lo dico. Continua: “La scorsa seduta, nell’alzarmi dal lettino, ho guardato la parte della stanza che di solito sfugge alla mia vista…che roba!! C’è una parte della stanza che dopo tutto questo tempo ancora non ho conosciuto!”. A questo punto commento che pare che abbia l’esigenza oggi di accorciare le distanze tra noi. E lei: “A volte qui in seduta mi sembra tutto così strano!!…”. Silenzio… Io chiudo gli occhi e mi compare nella mente l’immagine di un lattante che si aggrappa alla mamma e le dico: “Ha mai visto un lattante cui fanno il bagnetto in una vaschetta? A volte man mano che viene immerso nell’acqua si aggrappa con la manina alla maglia della mamma che lo sostiene tra le braccia. Seguendo questo tipo di fantasie direi che lei poco fa possa aver vissuto un momento di spaesamento, di qui l’esigenza di aggrapparsi con gli occhi alle pareti e agli oggetti di questa stanza”. A questo punto, improvvisamente scoppia in lacrime dicendo “non so perché sto piangendo!”. Le dico che al racconto del lattante pare si sia commossa. Mi racconta di una bambina di 9 anni, figlia del fratello: “che mi ricorda me da piccola: la bimba, quando esce da casa mia, prima di chiudere la porta sulla strada si volta verso di me per un ultimo saluto…ed io mi faccio trovare, e questo l’ho imparato da lei (da me)…è una roba grossa…che io questo con mia mamma non l’ho mai avuto. Io la cercavo a mia mamma e non la trovavo. Questa che sto facendo ora con lei (con me) è una esperienza nuova e sperimento una sensazione strana…perché lei (io) mi accompagna alla porta quando esco nel pianerottolo e sento che lei mi sostiene alle spalle con lo sguardo; non si ritrae chiudendo la porta ma resta sulla soglia e mi accompagna fino alla porta sulla strada. E’ così che io mi sento avvolta in un involucro protettivo…e questo non coincide con quello che ho sperimentato nella mia vita fino a qualche anno fa…Dottore, questa sensazione è di una potenza enorme ed ora sono in condizione di sentire. Quando ho iniziato l’analisi mai avrei pensato che fosse possibile arrivare a provare qualcosa di questo tipo!”.

In questo esempio il cambiamento è stato preceduto da azioni dell’analista pensate coscientemente, deliberate al di fuori della seduta ed attuate. Sono enactment? Io credo sia da considerare una tipologia nuova per la quale la coscienza dello psicoanalista viene a giocare un ruolo importante. In questa ultima vignetta, la mia previsione che la variazione di setting in deroga a neutralità e astinenza poteva costituire una risposta efficace alle esigenze fusionali della paziente, a distanza di anni si è confermata. La mia comunicazione tramite l’azione è stata vissuta dalla paziente in sintonia con la mia intenzione originaria ed è questa sintonia–io credo–che ha facilitato una parziale decostruzione del sistema interno di diffidenza che costituiva tanta parte della sua organizzazione psichica. Quella decostruzione e la fiducia che si è creata nel rapporto con un oggetto nuovo hanno contribuito ad una nuova costruzione psichica.

L’illusorietà della coscienza

Nel mio scritto del 2014 sull’azione intenzionale dell’analista riportavo due episodi all’interno del trattamento con una paziente in psicoanalisi, mi discostavo dal concetto di enactment e avanzavo l’ipotesi di un nuovo concetto, quello dell’azione intenzionale dell’analista, intendendo per intenzionale “intenzionale cosciente”. Scrivevo: “Alcune acquisizioni provenienti dagli studi delle neuroscienze sembrerebbero accreditare la tesi che il cervello decide una azione motoria attraverso una attività neuronale preconscia che precede di alcuni secondi la sensazione di aver preso una decisione intenzionale e cosciente (De Caro-Lavazza-Sartori, 2010). Tuttavia l’esistenza di un tempo e di un luogo per un pensiero intermedio tra l’input percettivo e l’output motorio aumenta le probabilità che l’analista sottoponga a critica i propri sistemi di regolazione emotiva prima dell’azione e scelga risposte funzionali ad un migliore adattamento ad istanze irrinunciabili della paziente. Nella fattispecie si è trattato di un processo decisionale sviluppatosi attraverso una oscillazione – nell’arco di 4 settimane – tra ascolto sognante della paziente/irruzione della teoria e messa a fuoco poetica delle azioni nella posteriorità/decisione/realizzazione. All’interno del campo bipersonale non è certo di chi siano i pensieri, se dell’analista o del paziente. Si può tentare di astrarre dal campo ciò che sembra appartenere maggiormente all’analista, in seduta ma soprattutto al di fuori delle sedute. Le azioni intenzionali, in questo caso, non potrebbero non essere condizionate da processi coscienti. Schematizzando il processo di pensiero dell’analista si possono individuare i seguenti movimenti” (Benedetti, 2014, p. 41):

  • L’analista intuisce nei transfert del paziente alcune esigenze primitive e irrinunciabili che non trovano negli interventi verbali dell’analista un riscontro soddisfacente.
  • Autoanalisi nella posteriorità: l’analista fa i conti con le proprie rigidità e le proprie difese (Russo, 2005).
  • E’ da prevedere un tempo di sospensione nell’incertezza (Bion, 1970, p. 59).
  • Nella posteriorità e in dimensione sognante appaiono all’analista possibili interventi anche agiti, che vanno incontro alle esigenze del paziente (Bion, 1959, 57).
  • L’analista “ci dorme sopra”.
  • Si dà un tempo per il confronto tra le ipotesi di efficacia degli interventi agiti ed i rischi per la violazione dei principi di neutralità e astinenza.
  • L’innovazione resiste alla critica.
  • Decisione e attuazione della decisione.

Ma restava il dubbio: quanto davvero le azioni intenzionali dell’analista potevano dirsi coscienti di una coscienza autoriflessiva? Oggi la Psicoanalisi riconosce alla coscienza un ruolo marginale nei processi decisionali. Semi scrive di “inaffidabilità” di quello che definisce un “effetto di coscienza” (Semi, 2003, p. 7 e p. 39). Anche in ambito neuroscientifico autori autorevoli hanno continuato a sostenere l’illusorietà del protagonismo della coscienza autoriflessiva (Edelman, 1987. Imbasciati, 2014. Vermote, 2015. Bruni, 2021). Per essi la coscienza è considerata “(…) una grande illusione che nasce dal formulare domande del tipo ‘in questo momento io sono cosciente?’, oppure ‘di che cosa sono cosciente in questo momento?’. Insieme alla domanda fabbrichiamo la risposta: c’è un istante nel tempo, un flusso di esperienze e un sé che osserva l’andare e venire di queste esperienze. La prossima volta che ci porremo la stessa domanda, fabbricheremo un nuovo sé e un nuovo mondo ripescandoli dalla memoria.” (Blackmore, p. 141). In questa ottica “non c’è nessun flusso di esperienze ma solo un evento transitorio da cui nasce una illusione” (Blackmore, p. 141). In questa ottica, della coscienza come illusione, ogni azione ivi compresi i pronunciamenti verbali, ogni scelta dell’analista andrebbe inquadrata come enactment.

Quale ruolo per la coscienza?

A ben vedere Freud non sembra minimizzare il ruolo della coscienza quando ne “Il Disagio della Civiltà” riconosce nell’intelletto (la coscienza) l’elemento che ha fatto progredire la civiltà padroneggiando sempre più “i turbamenti della vita collettiva provocati dalle pulsioni aggressive” (OSF, 1929, p. 630). Come inquadrare alcuni degli esempi riportati nelle precedenti pagine, a mio avviso non spiegati dal concetto di enactment? E quale è allora la responsabilità dell’analista cui è affidata la conduzione del trattamento? Quando il paziente può tollerare disteso sul lettino di pensare liberamente, la frequenza, la certezza e il ritmo delle sedute costituiscono un decisivo fattore terapeutico, non solo perché assieme con la deprivazione sensoriale che ne deriva favoriscono lo sviluppo del transfert, ma soprattutto perché la presenza ripetitiva dell’analista fa da contenitore delle angosce primitive (Bleger, 1967). Ma quando il paziente è impaziente, può capitare che il trattamento si interrompa, oppure che ci si trovi costretti ad adattarsi alle sue esigenze operando dei ritocchi al nostro setting ideale. Questo tipo di decisioni viene ponderata dopo una azione riflessiva di autoanalisi anche al di fuori della seduta: non implica questo fatto un ruolo della coscienza? Poiché i riscontri clinici validano l’esistenza di cambiamenti del paziente correlati con azioni o prese di posizione dell’analista non classificabili come enactment, viene da pensare che un qualche ruolo la coscienza debba pur averlo. Ma quale? Per Freud la coscienza è il sensore delle qualità percettive ed è senza memoria: “nei sistemi Psy la memoria e le qualità (sensoriali della coscienza ndr) si escludono a vicenda per la coscienza” (OSF, Vol. 3, p. 493). La memoria sembra essere altra cosa rispetto alla coscienza, considerata quest’ultima come un attimo fuggente di luce discontinua. La scoperta dei processi inconsci ha obnubilato il ruolo della coscienza. Scrive Falci a proposito del pensiero freudiano nel Compendio (2020, p. 1004): “ (è nel Compendio, n.d.r.) L’affermazione freudiana del 1938 (…) che l’inconscio ha una base neurofisiologica, quindi somatica, quindi inconoscibile. L’inconscio (e non la coscienza) proprio per la concomitanza con il somatico è il vero psichico. La conoscenza del vero psichismo coincide quindi con la scienza dell’inconscio, alla quale, proprio per i (suoi) processi concomitanti di natura somatica, spetta lo statuto epistemico di ‘scienza naturale come tutte le altre’. (…) Nell’arco di 40 anni non solo è avvenuto un progressivo abbandono dell’interesse ai correlati neuro funzionali dei processi inconsci e consci, che fino al 1895 erano ancora oggetto di speculazioni, ma si è compiuto anche un radicale declassamento dello statuto psicologico della coscienza. (Falci, 2020, p. 1005) (…) Che cosa dunque manca o appare tardivo nella riflessione filosofica del Compendio di Freud? Manca il riconoscimento della qualità soggettiva e riflessiva della coscienza umana. (…) Freud confina la coscienza alla estremità percettiva dell’apparato psichico; invece (…) rispetto alla concezione psicoanalitica della coscienza come un lampo percettivo istantaneo, fugace e senza memoria, la modernità scientifica e filosofica ci restituisce piuttosto l’immagine di una vivida luce, che forse è una successione di istanti, che forse è un costrutto illusorio della mente, ma è pur sempre una luce continua, calda ed emozionalmente carica, dell’esserci e del poterlo pensare.” (Falci, 2020, p.1014).

Memorie e attività predittiva

In alcuni modelli neuroscientifici la coscienza sembra ritrovare un suo posto; la sua funzione è intrecciata alle modalità di funzionamento dei vari tipi di memorie; non c’è una visione unanime sui meccanismi di consolidamento e riconsolidamento delle memorie a breve e lungo termine ma i ricercatori sembrano convergere su principi di carattere generale: “(…) le memorie ricordate vengono poi aggiornate con ciò che di nuovo si impara; se così non fosse, tutti i nostri apprendimenti sarebbero selettivi e rigidi, mentre il nostro cervello funziona apprendendo informazioni per poi metterle insieme a ciò che si è appreso in precedenza, in modo da anticipare le azioni e risposte in modo vantaggioso (Alberini, 2012 p. 11). Sembrerebbe dunque che, senza necessità di confutare la non identità tra le nostre percezioni, le ritraduzioni che il nostro psiche-soma opera costantemente e l’alterità della realtà in cui viviamo, la nostra soggettività ha la possibilità di orientarsi nella vita attraverso una attività predittiva che può fare tesoro dell’esperienza come preannunciato dai filosofi empiristi del ‘700 britannico. In tal senso contribuirebbero sia le memorie dichiarative che le memorie procedurali. “Alcuni neuroscienziati spiegano il funzionamento del cervello in termini di codifica predittiva: la percezione può essere pensata come una ‘allucinazione controllata’. Questa teoria enfatizza le aspettative del cervello e le previsioni della realtà, piuttosto che le prove sensoriali dirette ricevute dal cervello” (lescienze.it, 28 luglio 2018). Anche Mark Solms si unisce ai neuro scienziati che parlano di attività predittiva. Mentre la memoria procedurale fornisce predizioni automatiche e inconsce che hanno riflessi automatici nella induzione dei comportamenti, le memorie dichiarative, frutto di esperienze riconsolidate, permettono al soggetto di riflettere sul da farsi e di prendere decisioni su base non automatica. Sebbene trattasi di processi di adattamento alla realtà autocentrati e quindi esposti alla sfera dell’illusione, ciononostante, per approssimazione, l’esperienza di vita può favorire decisioni maggiormente adattive rispetto a chi non ha esperienza. Solms dice: “Nel tentativo di risolvere i problemi della vita e ridurre la tensione che tali problemi generano, l’Io aggiorna costantemente i modelli predittivi a sua disposizione per orientarsi nel mondo imparando dall’esperienza.(…) Le azioni volontarie sono guidate dai pensieri predittivi basati sull’esperienza (…) Tutto questo accade quando l’Io vive una situazione di incertezza; l’obiettivo dell’Io è ridurre il senso di incertezza (…) la coscienza nasce da uno stato dell’Io problematico e l’Io tenta di risolvere i problemi attraverso la coscienza. Ogni volta che l’azione predittiva ha successo, vengono alimentate le memorie capaci di nuove predizioni. Le memorie in questo caso hanno a che fare con il passato ma in realtà servono per il futuro. L’obiettivo della memoria predittiva è quello di predire il futuro, non semplicemente quello di immagazzinare il ricordo di un evento passato. Le tracce mnestiche sono nella loro essenza predizioni. Quando la memoria procedurale permette di affrontare situazioni in automatico non c’è bisogno della coscienza. La quale invece insorge quando i processi automatici non sono sufficienti per abbassare la tensione. E’ allora che si innescano le emozioni e si attiva la coscienza” (Solms M., 2021).

L’azione motoria: un falso problema

Freud ha introdotto il lettino come parte fondamentale del dispositivo analitico nel tentativo di marginalizzare l’azione motoria considerata come antitetica allo sviluppo del pensiero. Gli sviluppi della psicoanalisi hanno indotto ad un ripensamento e ad una rivalutazione di tutto ciò che accade prima, attorno e dopo il lettino. Spesso l’azione intenzionale dell’analista (e l’enactment) è stata intesa prevalentemente come motoria, ma nella clinica la questione si presenta complessa poiché gli interventi dell’analista non astinenti comprendono situazioni in cui l’analista ha comunicato attraverso dei gesti, dei movimenti del corpo, altre volte attraverso parole/azione, visto che anche il linguaggio implica una azione motoria dell’apparato fonatorio. Se intendiamo l’essere umano come fondamentalmente sociale, la relazione a due assume un valore imprescindibile per l’equilibrio e la vita stessa della persona. In questo senso tutte le forme di comunicazione, sia verbali che non verbali, tutte giocoforza corporee, diventano importanti per veicolare quella relazione da cui dipende l’esistenza stessa del soggetto. E’ possibile constatare che la relazione antitetica azione/pensiero così come posta da Freud ci induce a concepire l’azione come strettamente gestuale. Come scrive Guerrini Degl’Innocenti: “L’azione è dappertutto, sebbene possano variare le forme in cui si manifesta: muscolare, quando l’agire è rivolto all’esterno; neuroendocrina quando l’agire avviene nel corpo; virtuale e sperimentale quando si esprime attraverso i pensieri e le parole” (p. 64. 2021). Di conseguenza il baricentro di questa riflessione si sposta dall’azione in sé, via di scarico adoperata dal processo primario, alla valenza comunicativa di un agire drammatizzato, volto alla rappresentazione, in uno spazio scenico che è quello della relazione psicoanalista-paziente. Inoltre, il singolo gesto motorio appare immerso in una costellazione di altri elementi che compongono l’intervento intenzionale dell’analista: una attività di pensiero che ricomprende l’esame della situazione, la confrontazione con il bagaglio di esperienza personale, la previsione, la decisione e la messa in atto di un agire sia verbale che gestuale. Scrive Macchia: “In certi momenti la situazione analitica diventa come una macchina del tempo in cui si realizza nel qui ed ora il lì e allora del primo coup dell’evento primigenio; la dimensione del ‘come se’ temporaneamente collassa per lasciare il posto alla realizzazione di un frammento del passato nel presente.” (Macchia, 2021, P. 90). Arnetoli concorda sull’importanza della comprensione emotiva del paziente da parte dell’analista e si interroga: “In quale modo il soggetto si accorge di essere stato compreso? Affinché ciò accada le risposte ricevute devono essere consonanti non solo sul piano simbolico ma anche sul piano pragmatico. Ad esempio, a un bambino che piange perché ha fame, non basta rispondere:’Ho capito, hai fame’ ma è necessario anche dare da mangiare. Il ricevente deve comprendere il significato del messaggio anche nei suoi aspetti pragmatici e anche a questi deve rispondere a tono (…). In molti casi la sola interpretazione, può non bastare ad innescare un processo di trasformazione simbolica e della conoscenza relazionale implicita, a fronte di nuovi bisogni emergenti e di nuovi modelli che andrebbero rispecchiati anche attraverso una validazione pragmatica”. (Arnetoli, 2016, p. 609). Nel dialogo trasformativo tra lo psicoanalista e le parti psicotiche del paziente assume particolare rilievo l’agire drammatizzato ad alta valenza comunicativa, il “linguaggio dell’effettività” (Bion, 1970, p. 169) di cui l’azione intenzionale può fare parte, nel momento in cui l’analista, riconoscendo i transfert del paziente, gli va incontro con una propria iniziativa cosciente, che non si limita a mostrare comprensione e solidarietà (trasformazione in K) ma che si fa interprete tout court delle esigenze originarie del paziente rimaste ignorate o insoddisfatte nel corso della primissima infanzia, proponendosi nella relazione a due come un oggetto nuovo. Quello che Bion (1966) chiama “diventare la O del paziente”, e Ogden “Psicoanalisi ontologica”, può essere rappresentato anche con la metafora teatrale dell’interpretazione nel senso di Stanislavskij (1938), cioè di diventare–l’analista–l’interprete di un personaggio che, interfacciandosi con il paziente, realizza una sua esigenza primaria. E se questo accade nel momento in cui il paziente ne ha bisogno o lo desidera, ecco che si crea quello stato di “unisono” che è l’origine della fiducia nella vita e nelle relazioni umane e la base della felicità.

Tutto ciò premesso

Si tratta di non escludere a priori l’azione intenzionale dell’analista dalla cassetta degli attrezzi con cui opera. Esistono azioni dell’analista che contribuiscono a cambiamenti significativi del paziente in senso evolutivo; non sempre questi agiti sono classificabili come enactment; vi sono interventi agiti dell’analista caratterizzati dall’intenzionalità, cioè all’origine dei quali ha un ruolo la coscienza. Posto che l’azione intenzionale non è un acting out ma una forma di comunicazione analista paziente sulla base di registri non verbali e presupposto che un setting rigoroso e frustrante costituisce una invariante del dispositivo indispensabile per ottenere dei risultati psicoanalitici, si tratterebbe di discriminare con maggiore precisione quando l’azione intenzionale dell’analista può portare un contributo efficace al processo terapeutico. Occorre inoltre verificare se quello che ho distinto come un dispositivo tecnico si caratterizza per una sua specificità e per una sua autonomia concettuale, sufficiente a giustificare una integrazione della teoria della tecnica.

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Autore

  • Ferdinando Benedetti

    Psicologo Clinico. Psicoterapeuta. Psicoanalista Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana.
    Già Responsabile dell’Ufficio Formazione della ASL7 di Ancona in staff alla Direzione Generale.
    Già dipendente di ASL del Veneto nei Servizi per le Tossicodipendenze
    Già Coordinatore del Consultorio Familiare di Osimo-Offagna .
    Già Coordinatore dell’Unità Multidisciplinare per l’Età Evolutiva di Osimo-Offagna.
    Esperto di sistemi organizzativi e istituzionali con collaborazioni presso la Regione Veneto e la Regione Marche.
    Già docente di psicologia dell’età evolutiva e tecnica del colloquio presso le Scuole di Servizio Sociale di Venezia, Ancona e Urbino.

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