C’è un punto, nella clinica dei disturbi gravi di personalità, in cui il terapeuta smette di chiedersi come guarire il paziente e comincia a chiedersi come sopravvivergli senza odiarlo. È in quel punto preciso che la lezione di Otto Kernberg diventa indispensabile.
L’aggressività non nasce distruttiva. Nella sua genesi essenziale è una forza motivazionale primaria che, accanto alla libido, garantisce la sopravvivenza della specie: protegge la prole, difende il territorio, sostiene la competizione sessuale. In condizioni di sviluppo armonico, queste pulsioni intense vengono neutralizzate e integrate dentro la sessualità, dentro l’affermazione di sé, dentro la costruzione di un Super-Io maturo fondato su codici morali interiorizzati. Il problema sorge quando questa stessa energia subisce un’attivazione cronica ed eccessiva: allora perde la propria funzione adattiva e si rovescia in pura distruttività, indirizzata all’esterno o contro il sé.
La domanda che attraversa l’intera opera kernberghiana è precisamente questa: cosa accade in quella torsione? E, soprattutto, cosa può fare un clinico quando si trova davanti il prodotto finale di quel rovesciamento — un paziente la cui struttura psichica è diventata l’aggressività stessa?
Le radici di una pulsione che si volta contro la vita
L’origine della disfunzione è multifattoriale e la genetica, da sola, spiega poco. Il deficit del sistema serotoninergico — che fisiologicamente inibisce l’impulsività aggressiva — o un’iperreattività dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene generano un temperamento ipersensibile, costituzionalmente predisposto alla rabbia incontrollata; ma è il dialogo precoce con l’ambiente a decidere se quella vulnerabilità si tradurrà in psicopatologia conclamata.
L’attaccamento insicuro, prodotto da figure genitoriali incapaci di fungere da contenitore emotivo per gli affetti negativi del bambino, moltiplica le esperienze relazionali angoscianti e persecutorie. A questo si somma, nei casi più gravi, l’esposizione al trauma psicofisico: aver subito o assistito a violenze fisiche e sessuali reiterate nei primissimi anni di vita, l’abbandono cronico, l’immersione in un contesto familiare in cui il caos è la regola. Sono detonatori. La rabbia patologica esplode su questo terreno preparato, non in un vuoto.
Dall’odio all’invidia: la cristallizzazione del peggio
Quando l’attivazione aggressiva diventa costante, lo sviluppo psichico subisce una conseguenza strutturale precisa: la nascita di un odio sistematico. Nel paradigma delle relazioni oggettuali, l’odio non è un’emozione transitoria. È la fissazione cronica e rigida della rabbia all’interno della relazione interiore tra il sé e un “altro” significativo — una cristallizzazione che impedisce la transizione fisiologica verso relazioni oggettuali totali e blocca il paziente in una scissione drammatica fra esperienze interamente idealizzate e vissuti puramente persecutori. È il quadro clinico della diffusione dell’identità.
L’invidia rappresenta un’evoluzione ulteriore, e più sinistra, di questa dinamica. La distinzione è capitale. L’odio mira a distruggere, far soffrire o controllare un nemico esterno: ne riconosce, in qualche modo, l’estraneità. L’invidia no. L’invidia si accanisce contro un oggetto che possiede proprio le qualità desiderate dal soggetto — e non per annientarlo in quanto tale, ma per contaminarne e distruggerne le virtù, il bene, ciò che esso incarna. È l’attacco all’origine stessa del nutrimento affettivo di cui l’invidioso ha disperatamente bisogno. Per questo l’invidia è clinicamente letale: erode la capacità del paziente di amare e di affidarsi, perché distrugge sistematicamente proprio le fonti da cui amore e affidamento potrebbero alimentarsi.
L’invidioso non vuole annientare l’oggetto: vuole contaminarne il bene. Per questo distrugge ciò di cui avrebbe più bisogno.
Lo spettro del narcisismo patologico
Alla radice strutturale dei comportamenti violenti cronici si trova quasi sistematicamente un’organizzazione di personalità di stampo narcisistico. Il “Sé grandioso patologico” funziona come uno scudo difensivo massiccio, eretto per proteggere l’individuo dal proprio caos interno e dalla frammentazione identitaria. Quando questa corazza cede, emerge uno spettro di quadri psicopatologici di severità crescente.
- Disturbo Antisociale di Personalità. Il vertice di maggiore severità clinica. La devastazione di ogni relazione empatica interiorizzata è radicale: questi pazienti non hanno senso di colpa né interesse umano genuino. Agiscono per parassitismo predatorio o attraverso aggressione diretta e criminale. Allo stato attuale, la prognosi psicoterapeutica della psicopatia pura è assente.
- Narcisismo maligno. Combinazione tempestosa di tratti narcisistici, comportamenti antisociali ricorrenti, ideazione paranoidea e aggressività egosintonica diretta contro il sé o gli altri. A differenza dell’antisociale puro, questi pazienti conservano una sottile capacità di idealizzazione e di lealtà — ed è precisamente in quella sottigliezza che si gioca lo spiraglio, faticosamente aperto, di un trattamento possibile.
- Perversioni sadiche sessuali. Quadri di natura borderline in cui la sessualità è interamente inglobata dall’aggressività primitiva, e la distruttività si traduce in agito pericoloso ai danni dell’altro.
- Sindrome dell’arroganza. Descritta da W. R. Bion. Si manifesta come un’arroganza insostenibile combinata a una “pseudo-stupidità” cognitiva — barriera attiva contro l’introspezione e l’accesso ai contenuti emotivi — affiancata da una curiosità invadente sulla persona del terapeuta, finalizzata al controllo preventivo del curante.
- Automutilazione cronica severa e sindrome della “madre morta”. Due quadri distinti accomunati dallo svuotamento. Da un lato le automutilazioni gravissime, slegate dai comuni moti impulsivi, configurabili come trionfi sadici occulti sulle cure mediche. Dall’altro la sindrome descritta da André Green: l’identificazione inconscia con una figura materna cronicamente depressa induce uno svuotamento radicale delle pulsioni vitali e del senso stesso di esistere. Il paziente può apparire intellettualmente sano e adattato, ma cova un imponente vuoto interiore con altissimo rischio suicidario.
Cinque imperativi per chi cura
Su questo terreno clinico, ogni trionfalismo terapeutico è da respingere. Kernberg fissa cinque imperativi categorici che non sono raccomandazioni di buona pratica: sono condizioni di possibilità del trattamento stesso. Senza di essi, la cura non fallisce — semplicemente non esiste.
Primo: leggere la doppia identificazione. Il paziente si identifica inconsciamente, a fasi alterne, sia con l’aggressore sia con la vittima del trauma infantile vissuto. Compito del terapeuta è interpretare lucidamente questa giostra sadomasochistica. Il rischio specifico, e frequentissimo, è idealizzare il paziente come esclusiva “vittima”, restando ciechi di fronte al ruolo persecutorio che lo stesso soggetto incarna attivamente nel setting.
Secondo: tollerare il controtransfert aggressivo. Nel pieno della proiezione, il paziente metterà in atto manovre esasperanti volte a estorcere e suscitare un reale sentimento di odio nel curante. Il professionista deve accettare ed esplorare l’odio suscitato in sé, senza mai agirne la ritorsione. È solo dentro questa sospensione attiva che si garantisce la “neutralità tecnica” necessaria a interpretare i vissuti ostili indotti.
Terzo: l’inviolabilità del setting. Limiti e confini terapeutici devono resistere a ogni pressione distruttiva. I tentativi di mandare in frantumi le regole vanno bloccati tempestivamente e rimandati al mittente, chiarendo con fermezza che la prosecuzione della cura è responsabilità del paziente, e che essa è appesa alla sua disponibilità a non annientarne la cornice.
Quarto: la sicurezza personale del clinico. Nessun atto medico-psichiatrico può fondarsi sul timore o sull’intimidazione. È irrinunciabile che il curante si senta protetto sul piano fisico e legale — fino a convocare i familiari del paziente e avvertirli delle concrete possibilità autolesive, sollevandosi così dal ricatto del fantasma della colpa persecutoria. L’archetipo del “medico eroe” va congedato senza esitazioni: non si opera nella paura.
Quinto: contattare il piacere sadico. Per condurre l’analizzando verso l’integrazione delle componenti benevole e distruttive, il clinico deve sviluppare una predisposizione d’ascolto inconsueta: una permeabilità psichica capace di sondare lucidamente le fantasie crudeli e gli eccitamenti aggressivi del paziente, tentando di comprenderli senza reagire né con moralismo né con sacro terrore terapeutico.
L’archetipo del “medico eroe” va congedato senza esitazioni: non si opera nella paura.
La grammatica della pazienza estrema
Il lavoro analitico ai confini estremi dei disturbi narcisistici della personalità rimane una delle scalate più impervie a disposizione della scienza psichiatrica odierna. La prospettiva che Kernberg restituisce è amara, lucida e profondamente realistica: vi sono scenari esistenziali davanti ai quali ogni intervento clinico è semplicemente disarmato, e in cui si esige che il terapeuta sappia accettare — senza collassi narcisistici propri — l’intervento risolutivo dei confini legali della società o l’inevitabilità dell’incurabilità.
Tuttavia, laddove permanga una breccia di speranza, la sola grammatica curativa è duplice: l’estrema sopportazione del tormento affettivo, affiancata a un rigore clinico granitico. Pazienza infinita sui tempi lunghi della cura; intolleranza esigente nel “qui e ora” della seduta, a impedire ogni elusione del dolore autentico. Il monito di Kernberg è tutto qui, e non concede sconti: la cura, quando è possibile, lo è solo a queste condizioni.
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Ottimo articolo che rivela molta competenza ed esperienza clinica
Leggendo l’articolo di Francesco Bollorino su Psychiatry on line Italia, non ho potuto fare a meno di ritrovare una straordinaria sintonia con le riflessioni cliniche e forensi che porto avanti da tempo. La sintesi che Bollorino fa del pensiero di Otto Kernberg colpisce al cuore un nervo scoperto della nostra disciplina: la necessità del rigore prognostico e l’onestà intellettuale nell’ammettere i limiti della nostra capacità di cura.Come psichiatra forense e criminologo, mi scontro quotidianamente con il feticcio del “disagio sociale” e con il “buonismo diagnostico”. Esiste una diffusa resistenza culturale nell’accettare che l’aggressività possa deragliare fino a diventare un’organizzazione di personalità rigida, un “odio sistematico” o un’antisocialità pura. Troppo spesso il sistema giuridico e quello terapeutico preferiscono rifugiarsi in un’anestesia normativa — come gli automatismi della messa alla prova o i percorsi rieducativi standard applicati a tappeto — sperando che il tempo curi ciò che la struttura psichica ha ormai blindato.Bollorino ci ricorda l’ammonimento più prezioso di Kernberg: congedare l’archetipo del “medico eroe”. Non operare nella paura, blindare il setting e, soprattutto, avere il coraggio di dire che davanti alla “psicopatia pura” la prognosi psicoterapeutica è semplicemente assente. È esattamente questo il punto. Ammettere l’incurabilità e riconoscere i limiti clinici alla trattabilità di certi nuclei antisociali non è cinismo: è l’unico vero atto di garantismo scientifico che dobbiamo alle vittime e alla società. Significa smettere di confondere la sociologia con un’attenuante automatica e fare diagnosi prognostiche basate su dati oggettivi.Tuttavia, proprio come emerge dalla lezione di Kernberg, riconoscere il limite non significa affatto arrendersi a un cieco determinismo biologico. Ed è qui che la mia anima clinica e neuroscientifica trova il suo spazio. Sappiamo che un’iperreattività dell’asse HPA o un deficit serotoninergico predispongono alla rabbia; ma sappiamo anche che la biologia non è un destino.Laddove la struttura non sia definitivamente compromessa nell’antisocialità predatoria, la neuroplasticità ci dice che l’erosione dell’empatia può essere contrastata se guidiamo l’esperienza relazionale e clinica del paziente. Pratiche come la Self-Compassion o la sintonizzazione affettiva non sono astrazioni, ma strumenti in grado di spegnere i circuiti della paura dell’amigdala e riattivare i canali sociali.In conclusione, la bellezza di questo articolo sta nel ricordarci la complessità del nostro ruolo. Dobbiamo saper essere inflessibili nel mappare e contenere la ferocia nei contesti forensi quando la prognosi è infausta, ma contemporaneamente conservare tutta la nostra energia terapeutica per scommettere sulla neuroplasticità laddove esista ancora una breccia di speranza.Grazie a Francesco Bollorino per aver riacceso i riflettori su questo pilastro imprescindibile della psicopatologia.
in coerenza con la psicologia del persecutore e quello della psicologia della vittima, da “un salvatore tra vittima e persecutore” di Antonio galeotti