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Sull’intersoggettività: sincronizzazione fisiologica, sintonizzazione e risvolti clinici

22 Apr 26

Abstract

This article explores physiological synchronization as a foundational process in intersubjectivity, emphasizing its clinical relevance from early mother-infant interactions to psychoanalytic settings. Rhythmic coordination in heart rate and vocalization supports affective attunement and self-regulation. Drawing on infant research and psychoanalytic theory, the paper explores how embodied dynamics such as mirroring and “vital forms” shape unconscious relational patterns beyond verbal communication. Therapeutic change arises not only through interpretation but also through embodied presence, where the analyst becomes a resonant container for the patient’s somatic experience. The body becomes a site of meaning-making, calling for integration of psychological and sensorimotor dimensions in clinical practice.

Riassunto

Questo articolo esplora la sincronizzazione fisiologica come processo fondativo dell’intersoggettività, sottolineandone la rilevanza clinica dalle prime interazioni madre-bambino fino al setting psicoanalitico. Il coordinamento ritmico di frequenza cardiaca e vocalizzazioni sostiene la sintonizzazione affettiva e l’autoregolazione. Basandosi sulla ricerca infantile e sulla teoria psicoanalitica, il contributo analizza come dinamiche corporee, quali il rispecchiamento e le “forme vitali”, modellino pattern relazionali inconsci oltre il linguaggio. Il cambiamento terapeutico emerge non solo attraverso l’interpretazione, ma anche mediante la presenza incarnata, in cui l’analista diventa contenitore risonante dell’esperienza somatica del paziente. Il corpo diventa così luogo di costruzione di senso, richiedendo l’integrazione tra dimensioni psicologiche e sensori-motorie nella pratica clinica.

Sincronizzazione fisiologica interpersonale e intersoggettività

Quella che tra due persone viene comunemente definita connessione è, prima di tutto, una questione fisiologica. E, quando percepita emotivamente, la cosiddetta connessione ha spesso un corrispettivo corporeo. Sebbene siano stati concettualizzati successivamente, già Freud (1938/1979) individuò i prodromi dei costrutti di sincronizzazione e sintonizzazione ponendo attenzione ai sottostanti processi di natura somatica.

La sincronizzazione fisiologica interpersonale rappresenta un meccanismo attraverso cui è possibile regolarsi intersoggettivamente (Beebe & Lachmann, 2002/2003). Le connessioni esperienziali sarebbero insite e incarnate nel corpo (Chatel-Goldman, Congedo, Jutten, & Schwartz, 2014; Marci, Ham, Moran, & Orr, 2007). Essa si manifesta in una coordinazione ritmica, transitoria e spontanea a carico di alcuni processi fisiologici o comportamentali/linguistici (Mayo & Gordon, 2020). Nei primi anni di vita la sincronizzazione si verifica proprio attraverso lo sguardo (Feldman, Magori-Cohen, Galili, Singer, & Louzoun, 2011), con le espressioni affettive che risultano essere fondanti rispetto allo sviluppo della successiva capacità di autoregolazione del bambino (Cohn & Tronick, 1987) e con le vocalizzazioni (Jaffe et al., 2001), tipiche proto-conversazioni da baby talk. Si tratta di una vera e propria lingua spontanea e automatica che include la presenza di onomatopee e ripetizioni, una certa musicalità nella ritmica dell’eloquio, un più elevato tono della voce, strutture sintattiche semplici. Condon e Sander (1974) la definiscono sincronia interattiva: il bambino che si muove in modo sincronizzato rispetto alle vocalizzazioni materne. In sintesi, è una comunicazione di co-regolazione.

Per quanto riguarda il fenomeno della sincronizzazione sul piano del visibile, si pensi a quel ritmo sincrono e naturale su cui si assestano due persone che camminano l’una a fianco all’altra (Van Ulzen, Lamoth, Daffertshofer, Semin, & Beek, 2008); oppure alla rassomigliante prosodia che si avverte in tutti quegli individui che, condividendosi a stretto contatto, assumono tonalità simili di voce, inflessioni caratterizzanti (Pickering & Garrod, 2004). Sono tutti processi comportamentali percepibili nel quotidiano. Sul piano dell’interocezione, è possibile riscontrare una sincronia su frequenze cardiache e respiratorie quando si è in prossimità fisica e affettiva con un altro essere umano, pur in assenza di eloquio verbale. Alla base vi è una sincronizzazione a carico del sistema nervoso autonomo (nei termini di un’interdipendenza dell’attività del SNA fra due o più soggetti che interagiscono all’interno di una certa variabile temporale), del sistema ormonale e a livello di attività neurale.

Il fenomeno della sincronizzazione fisiologica: ricerche e risultati

Nel campo della ricerca, la sincronizzazione fisiologica viene individuata, ad esempio, attraverso rilevazioni delle oscillazioni nella respirazione e nelle frequenze del battito cardiaco, tra meccanismi che sottendono l’auto e l’eteroregolazione (Boker & Nesselroade, 2002). Di seguito si riportano alcuni degli studi che ne delineano le più diverse sfaccettature.

Ferrer (2016) ha coinvolto 32 coppie in un esperimento in cui ciascuna di esse viene fatta sedere ad una distanza ravvicinata per un certo periodo di tempo, in rigoroso silenzio, entrambi collegati a dei macchinari che monitorano il ritmo del battito cardiaco e quello respiratorio (nello specifico è stato monitorato il parametro RSA, o aritmia sinusale respiratoria, che consiste in un’assonanza tra ritmo cardiaco e attività respiratoria). È stato riscontrato che le coppie tendono ad armonizzarsi sia nella frequenza cardiaca che in quella respiratoria. Lo stesso risultato di sincronia non si è riprodotto quando le coppie “affettive” sono state disgiunte e i partecipanti sono stati semplicemente incrociati tra loro. Un risultato che suggerisce la seguente ipotesi: la sincronizzazione fisiologica non è il frutto di una mera esigenza di adattamento ambientale, ma è intrinsecamente interpersonale (Ferrer & Helm, 2013).

La sincronizzazione non è un fenomeno riscontrabile solo tra coppie, ma anche in tutti quei rapporti dove vi è necessità di cooperazione e fiducia (Mitkidis, McGraw, Roepstorff, & Wallot, 2015). Ad esempio, è ciò che è emerso dallo studio condotto dalla Aarhus University (McGraw, Wallot, Mitkidis, & Roepstorff, 2014) in cui sono state coinvolte 37 coppie, ripartite in due gruppi. All’interno di un gruppo, le coppie devono adoperarsi nel compito di costruire delle figure di macchine tramite l’ausilio dei Lego. All’interno dell’altro, la diade deve adoperarsi nell’investimento congiunto di soldi finti nell’acquisto di un bene comune. Nello specifico, si è riscontrata una più elevata sincronizzazione cardiaca nelle coppie di partecipanti che si sono dovute necessariamente fidare l’uno dell’altro nella scelta dell’investimento comune. Questo in misura maggiore rispetto a quelle coppie che hanno dovuto semplicemente incrementare il livello di cooperazione nel realizzare le costruzioni Lego. Se i partecipanti appartenenti al gruppo “investimento economico” hanno sperimentato una percezione del rischio più elevata, questo spiegherebbe in maniera quantitativa l’incremento dei battiti al minuto, ma non la sincronizzazione. Altri autori prendono in considerazione la sincronizzazione fisiologica come un meccanismo di co-regolazione che ha luogo solamente nelle relazioni dove è coinvolto l’attaccamento (Sbarra & Hazan, 2008) o dinamiche conflittuali profonde (Levenson & Gottman, 1983).

Nell’ambito dell’attaccamento e della relazione diadica madre-bambino, livelli medi di sincronizzazione ritmica vocale sono correlati ad un attaccamento sicuro, mentre livelli più alti concorrono all’esito di un attaccamento insicuro disorganizzato (Jaffe et al., 2001). I risultati suggeriscono che livelli ottimali di sincronizzazione fisiologica non dovrebbero essere né troppo estremi né deficitari, ipotizzando che un eccessivo grado di sincronizzazione non favorisca l’individuazione e la separazione in termini di acquisizione dei confini Sé/Altro. Allo stesso modo, non poterne fare esperienza non permette l’accesso a quel sentire incarnato di poter “esser con” e quindi, in origine, di non andare in pezzi. Il gradiente ottimale di sincronizzazione sembrerebbe incarnare la rappresentazione della madre “sufficientemente buona” (Winnicott, 1953). Presente ma reale, in tutte le sue mancanze: condizione favorevole affinché si possa dare origine ad una buona relazione interpersonale (Mayo & Gordon, 2020).

Una caratteristica ulteriore della sincronizzazione interpersonale è che, quando implica il contatto fisico, può avere un effetto analgesico (Goldstein, Weissman-Fogel, & Shamay-Tsoory, 2017). È ciò che evidenzia uno studio condotto su 22 coppie dove uno dei due membri, ad un certo punto, ha subito uno stimolo doloroso mediante il contatto con un oggetto caldo (un dolore che, su una scala da 0 a 10, si attesta sulla percezione pari a 6). Al contempo, i partecipanti hanno mantenuto il contatto fisico (tenersi mano nella mano). Ad entrambi, durante il corso dell’intero esperimento, è stata monitorata la respirazione e la frequenza cardiaca. Il senso di comunione sperimentato attraverso la sensorialità del tatto, in aggiunta ai neuroni specchio – precursori dell’empatia -, hanno fatto sì che si riproducessero effetti su più versanti. Il ritmo dei respiri di entrambi è andato incontro a sincronizzazione sia in assenza che in presenza di dolore. Per quanto riguarda il battito, la sincronia si è rivelata esser presente in una fenomenologia ancor più evidente quando i due partner erano nella situazione di contatto fisico e uno dei due stava avvertendo lo stimolo doloroso. Quest’ultimo, nel momento in cui la percezione di contatto fisico veniva a mancare, doveva incanalare maggiore energia nella sopportazione del dolore (in assenza di contatto, si è registrato un aumento nella percezione del dolore allo stimolo, anche se questo non ha mutato d’intensità). Questo rivela una sincronizzazione fisiologica sensibile alla presenza/assenza di contatto.

È ciò che in maniera simile viene definito “contagio emotivo” (Hatfield, Cacioppo, & Rapson, 1993; Prochazkova & Kret, 2017). Si tratta di una forma di sincronizzazione che scaturisce da una tendenza imitatoria inconsapevole a riprodurre gli stati fisiologici, motori ed emotivi dell’altro; in una sorta di corrispondenza speculare interna. In particolare, è la sincronizzazione automatica e della mimica a sostenere il contagio emotivo. Travalica ogni volontà, è inconscia e quindi inconsapevole nell’allinearsi sulle stesse espressioni, vocalizzazioni, posture e movimenti. L’utilizzo della “backward masking technique”, o procedimento del mascheramento rovesciato, ha messo in evidenza che, persino con microesposizioni visive della durata di trenta millisecondi a volti dalle espressioni tristi, felici, arrabbiate, etc., immediatamente susseguite dall’esposizione a volti dall’espressione neutrale, le persone reagiscono in maniera corrispondente e simultanea (Dimberg, Thunberg, & Elmehed, 2000). Gli esseri umani non sono generalmente consapevoli dei cambiamenti sottili che avvengono nelle interazioni. È su un altro livello che registrano e rispondono reattivamente a tutti i micro-mutamenti di mimica. È il versante “caldo” dell’empatia, di cui la sincronizzazione fisiologica si alimenta: la facoltà di riuscire a connettersi intimamente alle emozioni, ai pensieri, alle intenzioni e agli stati mentali dell’altro (Decety & Svetlova, 2012). Diversamente dall’empatia “fredda”, circoscritta all’interno della Teoria della Mente che risponde alla capacità cognitiva di saper riconoscere, attribuire e comprendere gli stati mentali altrui (Premack & Woodruff, 1978).

Il sistema di mirroring come fenotipo di una “sincronia neurale” negli umani e nei primati non umani

Anche da un punto di vista neurofisiologico, è possibile evidenziare il fenomeno della sincronizzazione. Gallese (2007), ad esempio, fa riferimento al concetto di sincronia neurale per descrivere la possibilità insita nell’umano di rendere permeabili i confini del Sé per potersi aprire all’Altro e sentirlo, farsi da quest’ultimo influenzare, ampliare. Si avvale della fenomenologia della sintonizzazione resa possibile dal sistema di mirroring, anche se a questo non si riduce, ma se ne avvale. Vi si sorregge, ma non ne dipende unicamente. È una ricalibrazione coordinata che riguarda direttamente le onde cerebrali, che oscillano e si influenzano in modo reciproco le une con le altre. È alla base di quel che potrebbe essere definito “sesto senso sociale”, o conoscenza intuitiva degli altri. Il fenomeno della sincronia neurale dimostra come il cervello sia un organo cablato ontologicamente per la relazionalità e la connessione. Sincronizzazioni gruppali del battito cardiaco sono state dimostrate anche durante lo svolgersi di eventi a carattere collettivo e pubblico, quali spettacoli.

La capacità di sintonizzarsi su ritmi sincroni non è esclusiva dell’essere umano. Alcuni animali riproducono il fenomeno in comportamenti di gruppo creando movimenti, suoni, luci utili alla sopravvivenza e/o all’approvvigionamento di cibo (alcuni predatori, in gruppo, coordinano i loro movimenti per meglio concludere le battute di caccia). Come sostiene Sheldrake (1994/2013), si tratta di movimenti gruppali sincroni utili a creare effetti acustici collettivi (si pensi ad alcuni animali come i rospi) ed effetti visivi (la generazione d’impulsi luminosi sincronizzati da parte delle lucciole). In conclusione, sincronizzarsi è possibile tra esseri umani e animali, ma non solo: è una componente attiva della materia animata così come di quella inanimata. Anche in fisica i sistemi oscillanti tendono a sincronizzarsi. È alla base del funzionamento dell’orologio a pendolo, su cui lo scienziato Huygens (1673/1963) delineò il fenomeno noto come “osservazione di Huygens”. Se inizialmente i due pendoli tendono a perseguire un moto oscillatorio differente, col tempo, condividendo lo stesso spazio (essere appesi uno vicino all’altro, sulla stessa parete), tendono a muoversi all’unisono. Anche nella materia inanimata avviene uno scambio di forze tra di loro interagenti, tramite le vibrazioni presenti nell’aria.

Intersoggettività e traiettorie evolutive: un percorso

Dagli studi riportati, emerge come il corpo sia intrinsecamente capace di eteroregolazione (Helm, Sbarra, & Ferrer, 2012). Dunque, potersi sincronizzare fisiologicamente costituisce quel primo tassello rispetto alla capacità consequenziale e più raffinata della sintonizzazione. Si evidenzia sin dalla prima infanzia ed è un’abilità fondamentale per lo sviluppo della nostra comunicazione interpersonale e sociale, da quella madre-bambino a quella con l’Altro da noi, in maniera estensiva (Stern, 1985/1987). La sintonizzazione affettiva non è solamente uno specifico aspetto della comunicazione verbale, ma sottintende uno scambio e una condivisione di stati emotivi e quindi corporei, più che di pensieri e parole. Sintonizzarsi affettivamente non significa soltanto imitare, ma corrisponde alla più ampia «esecuzione di comportamenti che esprimono la qualità di un sentimento condiviso di uno stato affettivo senza tuttavia imitarne l’esatta espressione comportamentale» (Stern, 1985/1987, p. 150). La capacità di autoregolazione delle proprie emozioni è un processo che inizia sin dai primi mille giorni proprio perché fondamentalmente, in origine, si dispiega in un processo diadico (Schore, 1994). Questo non significa negare l’esistenza di un Sé individuale. L’unità di misura inizialmente è la diade perché è nell’altro la sede della propria ragione di vita. A seguire (anche se mai in maniera lineare), l’identità si rafforza nella sua solidità di pari passo con la differenziazione, ma tutto a devolvere da una base d’indifferenziazione simbiotica. In questi termini, la sintonizzazione potrebbe essere paragonata alla rappresentazione psichica di un primo cordone ombelicale che perdura e che offre il dono della vita. Allo stesso modo le ricerche condotte all’interno del filone dell’Infant Research mettono in luce una serie di evidenze contrarie all’idea di un Sé primigenio autonomo e autarchico (Seligman, 2017/2018). «Il bambino non esiste» o, ancora, «non esiste il bambino senza la madre» (Winnicott, 1965/1970 p. 39,). La nostra mente prende forma dalla mente dell’Altro, da una presenza di “holding” e di “handling” che fa sì che ci si possa esperire evitando la disintegrazione. Una buona relazione funge da contenitore, da Io ausiliario, conferisce sostegno e contenimento: è all’interno di essa che ci si sorregge e che s’inscrive l’esperienza di esistere (Vallino Macciò & Macciò, 2004). È all’interno di questa dimensione intersoggettiva che si restituisce al lattante, in elementi pensabili, quello che sente[1]. Si tratta di fare esperienza corporea di quell’impensabile somatico che è nella mente dell’Altro che, in origine, può essere elaborato e restituito in una maniera pensabile. L’altro che infine apre al dono della separazione e offre la possibilità di viversi come mente separata in modo non traumatico, progressivamente. In altri termini, da soli non si può cominciare ad esistere: poter fare esperienza di sé, sentirsi vitali e integrati nelle proprie parti è un incarnato che ha sedimento nel corpo e origine in un rapporto significativo. Si tratta di un’origine nel campo di una dipendenza assoluta che talvolta può assumere connotati tanto dolorosi quanto indelebili.

Disposizione intersoggettiva della mente e sintonizzazione: aspetti verbali e non verbali

Declinato all’interno di un percorso terapeutico, l’intersoggettività corrisponde al sapersi sintonizzare anche sul desiderio altrui di essere ascoltati. Una buona relazione è nutrita e sostenuta da un ascolto che sappia accogliere i vissuti detti e non detti, ma anche tutto ciò che si genera e si manifesta all’interno dell’incontro tra i due durante il corso dei colloqui. Ascolto profondo e attivo per una più opportuna lettura delle dinamiche di transfert e controtransfert, per la narrazione di sequenze significative per l’elaborazione e l’espressione emotiva in esse contenute. È necessario, ed è condizione primaria, ma non sufficiente, porre attenzione alle dinamiche inconsce che spingono verso il situazionismo, verso la riedizione di una rappresentazione del Sé radicata, ipotizzando dove e all’interno di quale relazione sia stata forgiata. Eppure, questo può non essere sufficiente. Mettersi in ascolto significa anche «offrire alla psicoterapia un’altra via di accesso all’esperienza non cosciente del passato che include ricordi ed esperienze dissociate che si conoscono implicitamente ma che non sono mai state verbalizzate, in particolare la conoscenza relazionale implicita» (Stern, 2010/2012, p. 12). Lavorare all’interno del “vivo” che si manifesta durante il corso degli incontri è quello che in altri termini Ogden (1994) ha concettualizzato nel “terzo analitico intersoggettivo”: un vero e proprio soggetto terzo rispetto alla relazione composta dal Due, creato dallo scambio di materiale conscio e inconscio tra paziente e terapeuta. Un campo intersoggettivo dove è possibile coltivare assieme il cambiamento come “zona di sviluppo prossimale” (Vygotskij, 1986/1990). Dal primato della consapevolezza nel dover rendere conscio l’inconscio fino alla posizione, per così dire, “winnicottiana” della transizionalità tra me e non-me e le altre formulazioni orientate intersoggettivamente come i Modelli Operativi Interni di Bowlby (1980/1982), l’unità affettiva Sé-Altro di Kernberg (1976/1978), la questione dell’identità come multipla (ma non dissociata), sfaccettata tanto quanto sono le relazioni in cui si è coinvolti (Greenberg & Mitchell, 1983/1986). Ancora, il concetto frommiano di sintonizzazione quale capacità di instaurare un rapporto profondo con l’altro proprio nel poterlo comprendere e nel saperlo “individualizzare”, al contempo conservando la propria individualità e autonomia (Fromm, 1956/2003). Lo stadio dello specchio di Lacan (1966/1974), che fondamentalmente allude alla natura intersoggettiva dell’individualità. Fino ad Ogden che, assieme a Stern e ad altri, conferma l’attualità della disposizione intersoggettiva della mente. Il filo rosso che le collega tutte, l’elemento primo, il più concreto e tangibile, è sapersi disporre all’ascolto.

Sia gli approcci più marcatamente relazionali della psicoanalisi attuale così come le neuroscienze, confermano come il pensiero trasformativo possa essere connesso alla stimolazione (tramite interventi interpretativi, ma non solo) di nuove connessioni sinaptiche date da induzioni analitiche, a carico di un’attivazione corticale. È parimenti opportuno lavorare anche su una dimensione più squisitamente afferente agli aspetti affettivi, incarnati e relazionali della coppia analitica addentrandosi all’interno di un funzionamento protomentale, preverbale, relativo alle esperienze interattive precoci dell’essere umano. Funzionamento simile alle logiche oniriche nella vita dell’adulto, che segue le stesse modalità d’intervento con cui si può portare il paziente a potersi “sognare” in prospettive nuove. Il sogno come metafora per ampliare gli elementi del dicibile rinunciando all’interpretazione come imperativo, in un modello intersoggettivo in cui è sempre più nucleare l’alfabetizzazione e la nominazione, non la sola ricostruzione degli eventi (Curatola & Battipaglia, 2023). Si rendono necessari interventi volti ad ampliare l’insight verso il proprio “statuto” storico-referenziale, ma anche reverie sensoriali, cercando di rendere pensabile l’impensabile all’interno di un processo che vede l’individuo corpo-mente intrinsecamente in relazione.

Come ricorda il caso di N., una paziente di vent’anni che, nel corso di una seduta, ruota tutt’attorno al cercare di mettere in parola un’atmosfera di depersonalizzazione dissociativa tanto intangibile quanto diffusa e costante. “Il momento della doccia. Dovevo pensare ai movimenti da compiere per chiudere il rubinetto e riuscire a trasporli in azione”. Il terapeuta ad un certo punto incide sulla narrativa e la recide con una micro-esperienza. Chiede alla paziente di tendere il braccio verso di lui e di aprire la mano. “Mi avvertivo solcare con un braccio penzoloni lo spazio che da te mi separava, fino al momento in cui allungasti il tuo per poggiarmi la tazzina sul palmo. «Non tenerla stretta. A palmo aperto, resterà comunque in equilibrio» ed è quel che feci. Ti rividi a fuoco, davanti a me che restavo seduta col braccio teso, la tua tazzina sul mio palmo”. La chiave di lettura che se ne fornisce è che la paziente si sorprende nel “toccare con mano” ciò di cui era sicura solamente nel pensiero: “allora non cade, la posso stringere, circondarla con le dita”. È stata l’esperienza di tenere e contenere che ha riaperto alla possibilità di rievocare qualcosa, nel procedurale, delle sensazioni somatiche e primitive di tenere ed essere contenuti nelle braccia dell’altro. “La tua ambivalenza è: madre. A volte sei come una mia madre. Letto di fiume e radice. Tu eri il letto, io il fiume”. Sensazioni che se esperite in maniera non traumatica aprono al sentire incarnato di avere un corpo-confine, rispetto al resto del mondo.

Quindi, prestare attenzione agli elementi proto-simbolici all’interno di quella terza dimensione, agli “aggregati funzionali”, direbbe Ferro (1992). Aggregati in quanto ricapitolazioni di elementi eterogenei (verbali, emotivi, corporei). Funzionali perché in emersione strettamente correlata al funzionamento mentale della coppia analitica, in relazione alle necessità di quel determinato momento. Si tratta di accompagnare in un percorso che aiuti a compiere quell’integrazione tra le parti rimaste ancorate al corporeo, non ancora o non propriamente esauribili nel linguaggio.

Come analizzato in precedenza, mettersi in ascolto non significa solamente saper ascoltare il contenuto delle parole del paziente senza interrompere, ma anche quello che veicola nelle omissioni, nella forma in cui vengono trasmesse quelle informazioni. In ogni caso richiede una profonda comprensione dell’altro, non solo intellettuale, ma emotiva (Fromm, 1955/1966). In altri termini, significa prestare attenzione alla loro forma vitale. Per Stern la sintonizzazione affettiva è il raggiungimento di una “corrispondenza” tra forme vitali. Il concetto s’intreccia a quello di sintonizzazione, ma va più alla radice. Ovvero, sono le forme vitali che riescono a cogliere il ritmo sinusale di tutti quei “movimenti” che alimentano attunement e misattunement e che ne stanno alla base. Sussistono dei parallelismi tra dinamiche vitali insite nel discorso spontaneo della diade madre-bambino e quelle che prendeno luogo all’interno del setting terapeutico. Nella stanza di analisi, «le vocalizzazioni del terapeuta sono imbevute di dinamiche vitali. Il terapeuta non apre bocca senza usare una forma vitale e attuare una qualche sintonizzazione affettiva nei confronti di quanto ha appena detto o sta per dire il paziente» (Stern, 2010/2012, pp. 116-117).

Le forme vitali caratterizzano le componenti più vive di quel che si è soliti definire struttura psichica. Non sono emozioni[2], ma influenzano e prendono parte al processo di messa al fuoco dell’emozione affinché si possa esprimere nelle sue componenti somatopsichiche e nell’azione che ne cambia la disposizione all’azione. Differiscono non soltanto dalle emozioni, ma anche dalle sensazioni. In questo senso colgono e accolgono l’intera gamma dei cinque sensi, non uno in particolare. Questo ha una sua corrispondenza neurofisiologica. Le forme vitali non si avviano da un organo sensoriale specifico e coinvolgono l’attivazione simultanea di più regioni cerebrali. Se ne deduce che le stesse rappresentazioni mentali delle proprie relazioni oggettuali interiorizzate e dei propri oggetti interni non sono soltanto ricordi, ma tracce ed elaborazioni di che cosa il bambino sentiva nell’essere con. Un intreccio di dati storici, fantasia e “schegge vitali” percettivo-sensoriali. Esempi concreti di queste ultime si ritrovano in tutto quel corredo mnestico procedurale e intriso di affetti in relazione alle proprie esperienze tanto soggettive quanto potenzialmente universali, nelle fasi più primitive dello sviluppo, di: 1) essere rassicurati; 2) che cosa ho provato nell’allontanarmi da qualcuno e che cosa ho letto nelle espressioni dell’altro; 3) essere danneggiati; 4) essere “incorporati”; 5) essere “invasi”; 6) essere “divorati”. In questo senso le forme vitali, secondo Stern: possono rivelare ciò che è nascosto nelle parole e nelle loro pieghe, come il grado di autenticità, esitazione, conflitto, difficoltà o timore presente nel racconto, il livello di eccitazione e coinvolgimento, la distanza fra la posizione narrativa e il qui ed ora, la noia, l’apatia, il diniego, l’entità del blocco difensivo nel passaggio dall’immagine mentale al linguaggio (Stern, 2010/2012, p. 107).

Quando viene evocato il ricordo di una in particolare, si attiva simultaneamente la forma vitale associata: il suono in dissolvenza delle campane di una chiesa a rintoccare l’ora, può evocare quella volta in cui qualcuno se ne andò uscendo dalla porta di casa, etc. Un altro esempio: un adolescente subisce, improvvisamente, un crollo. Si ritira in un completo mutismo che non lascia trasparire alcuna emozione (…). Si sa solo che la notte precedente al crollo si trovava sul sedile posteriore dell’auto di un amico con una ragazza, che gli piaceva, seduta sulle sue ginocchia. Gli vengono rivolte molte domande per chiarire l’accaduto (…). Ha forse rifiutato le sue avance? Si sente ferito, triste, arrabbiato o umiliato? E così via. Nessuna di queste domande riesce a farlo parlare. Va notato che tutte sono rivolte a qualcosa di statico, che potrebbe essere ricondotto a un momento preciso della serata. D’altra parte, tutto ciò che sappiamo è che si trovava sul sedile posteriore di un’auto con una ragazza seduta sulle ginocchia. Da questa realtà fisica, da questa situazione particolare, è affiorata la seguente domanda: mentre sedeva sulle tue ginocchia e spostava il suo peso, che effetto faceva la sua presenza sulle tue gambe? Dopo qualche attimo, il ragazzo alza lo sguardo e le lacrime gli riempiono lentamente gli occhi. Ecco che ascolto profondo è ascolto della forma vitale e della “carne psichica” che la abita. Nella sua declinazione clinica, ricorda Seligman: usando una metafora si può dire che è simile alla differenza che esiste tra vedere un balletto o ascoltare un quartetto d’archi focalizzandosi sulle singole parti di ciascun ballerino o musicista, invece di concentrarsi sui flussi interconnessi dei vari suoni, armonie, ritmi (Seligman, 2017/2018, p. 3).

Nel concreto, essere animati dalle proprie forme vitali si esprime nelle azioni di spingere, afferrare, tirare, raggiungere, cedere. Movimento, tempo, forma, intensità e intenzione; sono le cinque componenti delle forme vitali che fungono da collante rispetto agli altri elementi che, come tasselli di un mosaico, riordinano e circoscrivono l’esperienza. Questo significa che sono gli elementi che compongono il vitale, per come è così inteso, a far sì che una persona si possa percepire viva, vista e riconosciuta come entità tangibile. Ovvero, si esiste se ci si può muovere, nel fluire del tempo e nel corso dello spazio, con una certa forza, nella forma che appartiene e in maniera direzionata, motivata. Il movimento intrinseco in ogni forma vitale non è soltanto fisico, ma anche pensato, mentale. Si può “tendere verso” anche nel protendersi, nella tensione verso la rappresentazione di un oggetto, la sua immagine. «Quando qualcuno ci chiede di pensare alla luna, è come se la nostra mente cercasse di protendersi soggettivamente verso quell’immagine» (Stern, 2010/2012, p. 19). E ancora: «la vista di un cadavere è tanto sconvolgente perché esso non si muove, nulla si muove, ogni minimo segno di vita cessa (…). In maniera simile, quando una madre non lascia trasparire alcuna emozione di fronte al suo bambino di pochi mesi, il bambino in pochi secondi diventerà inquieto». Le osservazioni videoregistrate di bambini di qualche mese con le loro madri attraverso gli esperimenti della Still Face, o volto immobile (Tronick et al., 1978), attestano come la disposizione alla comunicazione nell’umano sia innata e come si sostenga all’interno di una regolazione reciproca.

Il movimento nelle sue componenti fondamentali di cui sopra è il testimone primo rispetto a un corpo che può compiere delle azioni fisiche ed essere indispensabile in tal senso, nel concorrere alla formazione delle nostre esperienze cognitive, emotive e sensoriali. È il movimento corporeo ad influenzare la percezione, la memoria e le emozioni. Nelle neuroscienze, l’embodiment (Damasio, 1994/1995) è tutta quella esperienza di conoscenza che passa attraverso il corpo, ma anche uno stare al mondo abitando con il proprio corpo. Vivere l’esperienza del corpo nel mondo. In altri termini è tendere verso quello slancio che parte dal Korper, o corpo che ho, al Leib, o corpo che sono. Nella PNEI (psiconeuroendocrinoimmunologia) l’embodiment indica l’integrazione dei processi psicologici, neurologici, endocrini e immunitari all’interno dell’organismo, riconoscendo che gli aspetti psicologici, così come lo stress e le emozioni, possono influenzare il funzionamento del sistema nervoso, del sistema endocrino e immunitario. Se per ogni essere umano è il corpo ad essere la conferma prima di ciò che si è, è l’organismo nella sua fisicità a divenire specchio di sé (Le Breton, 2003/2005). In sintesi, il corpo come sede dell’individuo che non è divisibile per etimologia. In questo senso, non sono così poco frequenti i casi in cui è il disembodiment a far da colonna portante rispetto a quello che sarà un funzionamento psichico vulnerabile all’esperienza della depersonalizzazione (Poletti, 2021). Il fallimento nell’interiorizzazione di una sintonizzazione implicita e preriflessiva con l’Altro e con se stessi – con il primo Altro più intimo ed estraneo che è il corpo -, è qualcosa che si manifesta in una sensorialità disincarnata e disorientante. L’atmosfera è intrisa di un lutto più complesso da elaborare, che è quello cosiddetto “bianco” (Green, 1983/1992). Bianco, oggetto non perduto per sempre, ma da sempre.

È nella perturbante fenomenologia dei disturbi del Sé che dominano le esperienze prodromiche che talvolta dischiudono a una traiettoria evolutiva psicotica. È il territorio della perdita dell’esame di realtà che più di altri apre all’ontologico fondamentale dell’essere umano: l’esperienza somatica dell’Altro che assembla, stabilizza e coagula rispetto alla propria singolare esistenza. È quel che in altri termini si costituisce con l’emergere del funzionamento del Sé minimo (David, Newen, & Vogeley, 2008), «il sentimento automatico e preriflessivo che sia io il proprietario o il titolare delle esperienze soggettive in cui sono immerso nel mio continuo fluire di coscienza» (Poletti, 2021, p. 141). In ogni soggettività che si è strutturata a partire da un’alterata integrazione delle prime esperienze somatopercettive e sensoriali (Rochat & Hespos, 1997), percezioni derivanti da un’azione motoria propria o altrui concorrono a strutturare la stessa rappresentazione dell’esperienza come reale. Esiste una correlazione fondamentale tra coordinazione deficitaria del sistema motorio e rischio di successivo esordio psicotico. È l’esplorazione sensomotoria che si pone alle origini di un senso preriflessivo di proprietà. Il processo neurofisiologico di base di alterata scarica corollaria, dimostra come è l’azione motoria connessa ad un movimento a produrre quell’attivazione neuronale che predice la sensazione cinestetica che ne deriva: quell’azione viene riconosciuta come propria soltanto se accompagnata da un’adeguata scarica corollaria. È nel corpo che avviene la prima differenziazione dei confini Sé-Altro: le proprie azioni motorie si accompagnano a questa specifica attivazione neuronale che completa il circuito di “autoriconoscimento”, le azioni motorie compiute dagli altri si discriminano come esterne proprio per l’assenza di scarica corollaria.

Se ne deduce come l’acquisizione di controllo rispetto al proprio sistema motorio nei primi mesi di vita sia una funzione che si acquisisce in una matrice intersoggettiva (Ammaniti & Gallese, 2014). È l’ambiente circostante, ovvero il caregiver, che permette al bambino di fare esperienza di essere implicitamente in grado attrarre lo sguardo dell’Altro su di sé (Monroy, Chen, Houston, & Yu, 2021). Di essere agente e di essere esistente, parte di una parte di quel mondo a cui non solo appartiene, ma di cui è componente. Se ne deduce che una predominanza di esperienze di desintonizzazione invece che di attenzione condivisa contribuiscono ad un ridotto senso di agentività strutturatosi a causa del precoce vincolo legato ad un’alterata scarica corollaria (Gallagher, 2000; Haggard, 2017). Uno dei possibili esempi rispetto a quando non avviene questo “incistamento” preriflessivo è il caso di L., un paziente schizofrenico che resta apparentemente seduto a non far niente, ma che se interpellato riferisce che “sta contando il tempo, deve continuare a farlo ad ogni minuto che passa”. Non lo aggiunge, ma lo si può inferire: è perché non può fare altrimenti. Senza, non vi aderisce. Si tratta, quindi, di rinforzare i confini e, al contempo, di accorciare le distanze, in un equilibrio delicato.

Il corpo nella stanza d’analisi: mente incarnata e “forme vitali”

La sintonizzazione è l’esito psicologico di una sincronizzazione che è, prima di tutto, fisiologica proprio perché qui intesa come intrisa di forme vitali. Ecco che adoperarsi in una buona pratica di ascolto significa concedersi di potersi sintonizzare anche “attraverso e con il corpo”. È un approccio insito all’interno di quel metodo terapeutico introdotto da Stephen Elliott presso l’HeartMath Institute negli anni ’90, sulla base degli studi di Damasio, Goleman, LeDoux (McCraty, 2019).

Come poter adoperare tali teorizzazioni nella pratica clinica? Come renderle spendibili? Quali intrecci le coinvolgono rispetto alle più ampie dinamiche di transfert e di controtransfert, nel favorire o meno un’esperienza emozionale correttiva (Alexander, 1946/1993)? È la cosiddetta concezione di “mente incarnata” (Varela et al., 1991/1992) declinata nella concretezza clinica che esplora il “perché” tanto quanto il “come”. In questo senso, le forme vitali costituiscono un’altra via con cui affiancare la narrativa. È permettersi di lavorare in un “processo di espressione dell’intenzione”, ovvero proporsi di portare alla luce un’intenzione inconscia, ma potenzialmente molto vicina alla possibilità di emergere proprio attraverso la messa a fuoco e la verbalizzazione delle peculiarità di forma che caratterizzano il discorso spontaneo. Nel concreto, lo si potrebbe rappresentare in un intervento simile: «l’ha detto con un tale slancio, come se si fosse improvvisamente liberato di qualcosa che la imprigionava» (Stern, 2010/2012, p. 104). È soltanto quando le esperienze vengono ripercorse sia nel loro decorrere dichiarativo sia nelle tracce procedurali, implicite e/o frammentate, che si dispiegano nella loro totalità. Con tracce ci si riferisce non a stati mentali statici, ma ai dettagli sensoriali ed emotivi associati alla sintesi del contenuto a cui appartengono. Nel permettere di rievocare le storie che ci abitano, si recuperano quei precisi movimenti fisici e di pensiero che le accompagnano e che molto probabilmente le accompagnavano anche allora. Questo perché è proprio nel territorio del “come” che la difesa dell’intellettualizzazione risulta difficile da compiersi. A tal proposito, è sempre in termini di utilità clinica che interviene la tecnica denominata “intervista microanalitica” (Stern, 2010/2012). Si rivolge tanto al livello macroanalitico (il narrato) quanto al microanalitico (gesti, azioni, parole specifiche, dettagli del contesto ambientale presenti all’interno della scena narrativa).

All’interno di un’attenzione al “micro”, si aggiunge l’importanza di prestare attenzione alle metafore insite nel discorso del paziente. Se la narrativa contiene in sé una prima interpretazione verbale degli eventi, è nei dettagli apparentemente più superficiali che si potrebbero manifestare le motivazioni soggiacenti, in latenza e in possibilità di emersione. La stessa interiorità in quanto spazio fisico non esiste. È essa stessa metafora di qualcosa che ha a che fare con l’interno. Nel binomio dentro/fuori di uno spazio chiuso, ma permeabile, vi è un luogo di pensabilità che si fa tangibile proprio attraverso la metafora: “è quello che sento dentro”. Le metafore primarie (Lakoff, 1999; Lakoff & Johnson, 1980/2022) rappresentano uno dei vari modelli psicocorporei che ravvedono in questa figura retorica la traducibilità più alta di un pensiero che resta per lo più inconscio, irriducibile. Per lungo tempo la metafora è stata relegata al campo della linguistica: un ornamento arricchente e appartenente alla sfera del bello, ma non necessariamente utile. Oltre al buon senso, è la stessa neurofisiologia a evidenziare che le cose stanno diversamente. È l’emisfero destro a detenere un ruolo centrale sia nella capacità di creatività verbale che nell’elaborazione semantica e nella comprensione di metafore (Gold et al., 2012). Inoltre, la comprensione di metafore è associata ad una forte attivazione della corteccia somatosensoriale (Lacey et al., 2012). Concepire la metafora come concettuale e quindi come qualcosa che vada oltre la figura retorica, significa rendersi conto che la conoscenza si organizza attorno a mappature metaforiche. Esse si fondano sull’esperienza percettiva come prima sede di apprendimento esperienziale. Di conseguenza, la comprensione delle metafore è basata sulla percezione del corpo (Gordon, 1978/1992). La teoria neurale della metafora (Grady, 1997) evidenzia “metafore primarie” insite in processi cognitivi primitivi, universali e quindi, radicati nel corpo. Sono processi che si dispiegano sin dai primi mesi di vita e che si apprendono sulla base di un’iniziale fusione tra diversi domini concettuali. Ci si riferisce a: “l’affetto è calore”, perché in origine le prime esperienze relazionali/affettive corrispondono a tracce mnestiche nelle quali concretamente si è fatta esperienza di essere tenuti e contenuti nelle braccia dell’altro. Un’altra metafora primitiva è: “conoscere è vedere”; soltanto successivamente emergono delle differenziazioni metaforiche (es: see what i mean; “lo vedi che cosa intendo?). Altre ancora: “le difficoltà sono pesi”, “l’intimità è vicinanza”, “le categorie sono contenitori”, “gli scopi sono destinazioni”, “le cause sono forze fisiche”.

Anche l’ascolto può essere rappresentato con una metafora, in questo caso con una metafora di presenza. Si riporta la frase di una paziente di 15 anni, qui denominata Chiara: “lei è come l’azzurro. È come il cielo, se guardi in alto c’è sempre”. La stessa che all’interno di un altro colloquio si presentò con delle domande scritte da porre, richieste-inchieste in cui il desiderio neanche troppo implicito era di ricevere delle risposte da parte mia. Domande che avrebbero voluto aprire un varco su che cosa ne pensavo io, non lei, sulle più disparate e generali questioni di vita (es: “si può perdonare un tradimento?”, etc). Rispondere avrebbe significato “chiudere” e quindi optai per il tentare di “aprire” alle motivazioni che potevano essere sottese dietro quelle specifiche curiosità, di fatto non rispondendole direttamente. Solo al colloquio successivo, in una maniera apparentemente sganciata rispetto alla tematica in oggetto, aggiunse: “alcuni ascoltano per poi rispondere per come avrebbero agito loro e non per aiutarti meglio a capire come ti senti tu. Non ascoltano veramente. Si dovrebbe essere come i poeti, devi entrare dentro quello che ti dicono”. Dimostrazione del fatto che rispondere senza permetterle di rispondersi avrebbe significato fallire nel test inconscio sul fatto che anch’io avrei potuto “non ascoltare veramente”.

Una relazione terapeutica è realmente trasformativa quando prevede la capacità di sintonizzarsi e sincronizzarsi col paziente, all’interno di un rapporto paziente-terapeuta in cui si riveste una necessaria posizione di asimmetria e di presenza attiva, ricettiva e non giudicante. Un’asimmetria necessaria per compiere quel passaggio dall’etero all’autoregolazione emotiva e per assolvere all’acquisizione di una funzione di alterità. È qui intesa come lo sviluppo di quella capacità di saper vedere l’Altro da Sé, mantenendosi in connessione sia con i propri bisogni che con quelli altrui. In ogni caso, si tratta di sapersi ritrarre, contrarsi e diventare interamente orecchio, mettersi da parte, svuotarsi di sé per amplificare il proprio divenire spazio di risonanza dell’altro (Han, 2016/2017). Accade quando “una passione e un desiderio dell’Altro prendono il posto dell’ego narcisistico” (Han, 2016/2017 p. 102). Del resto, esistono «quelli che si stabiliscono nelle ferite e quelli che si stabiliscono nelle case» (Canetti, 1978, p. 351). Ovvero, la ferita è la feritoia, l’apertura attraverso cui si scongiura la perfezione di un equilibrio autarchico dal cedere, dal concedere all’altro la possibilità di mandarlo in frantumi. Esserci è la chiave che apre l’altrui, tanto quanto la propria serratura.

 

Jessica Servidio – jessica.servidio6@gmail.com

Marco Boni – marco.boni@uniurb.it

 

 

 

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[1] Accanto alla paura di andare in pezzi, vi è l’angoscia psicotica di “cadere per sempre” (Winnicott, 1965/1970) ed essere completamente sganciati dal corpo. Andare in pezzi o cadere per sempre ha un’origine inestricabilmente reale, che spesso coincide con una difettualità nell’holding. Essere immersi in un ambiente che interrompe la continuità dell’esistenza a più riprese, può spingere verso una posizione esistenziale di sopraffazione nell’adattamento (Winnicott, 1958/1975).

Se decifrate in quest’ottica, le angosce primitive assumono connotati ben reali e divengono comprensibilissime. Sono angosce impensabili perché ontologicamente costituenti: è la con-fusione delle origini, il velo sottile a dividerla dall’agonia della disintegrazione. Essere lasciati andare, cadere: in altre parole è nei casi di neglect più intenso che il velo si straccia e il reale si rivela nella sua più radicale traumaticità. Ci si deve ricostruire, fatti di pezzi, in una riorganizzazione di difese che mantengono un legame privilegiato con la scissione (Winnicott, 1969/1989). A tal proposito, Laing (1959/2010) individua la pietrificazione (il potere percepito nell’altro di uccidere la vita che è in noi, di renderci un oggetto morto, una cosa, un’assenza di riconoscimento che riproduce il baratro di uno specchio senza riflesso), il risucchio e l’implosione. Sono paure primitive fondanti che ben si relazionano con l’esperienza di un corpo che non corrisponde alla sua epidermide e che non si è costituito come sede del proprio Sé. Se nel risucchio il persecutore è l’altro, nell’implosione è il reale. È l’ambiente vissuto come destabilizzante rispetto ad un’omeostasi interna, dove gli stimoli giungono come incessanti e con la forza di un urto, di uno schianto.

[2] Le forme vitali si diversificano altresì dalle emozioni che solitamente le accompagnano, ma che non vi si sovrappongono. Se è vero che qualsiasi emozione non prescinde da una certa quota di attivazione neurofisiologica, è altresì vero che la rabbia può essere percepita come prorompente, ma può anche passare inizialmente in sordina ed essere “avvertita” in emersione lenta. Queste caratteristiche di intensità, forza, direzionalità sono le caratteristiche di forma che la accompagnano, non specifiche di un qualche tipo di emozione particolare, ma di cui pure se ne fa esperienza fenomenologica unitaria. In sintesi, non è possibile provare l’una senza l’altra e viceversa. Sebbene siano sempre il risultano di una commistione.  

 

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