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Trame di Genere. Riflessioni su Identità, Corpo e Narrazioni Fluide

31 Ago 25

Questo articolo esplora il concetto di genere come una narrazione fluida e complessa, lontana dalle rigide norme tradizionali a cui spesso i bambini e gli adolescenti sono invitati a conformarsi. Attraverso un’analisi che intreccia psicoanalisi, antropologia e teorie contemporanee sul genere, si riflette sul ruolo dell’identità di genere come processo di negoziazione continua, modellato da narrazioni sociali, culturali e interpersonali. Il genere viene qui interpretato non come un elemento “obbediente” e stabile, ma come una narrazione in evoluzione, capace di sfidare e sovvertire i confini imposti. L’articolo invita a ripensare le norme binarie, proponendo una visione più ampia e accogliente sul tema, in cui le esperienze non conformi del genere, spesso marginalizzate, trovano espressione e riconoscimento nel mondo esterno così come nel processo psicoanalitico.

Penso al genere come qualcosa che proiettiamo e riassorbiamo, ma mai nello stesso modo; ogni volta in un modo modificato dalle molte sfumature dell’ambiente che ci avvolge, generando così una matrice infinita di possibilità di genere.

Penso al genere come qualcosa che “ci viene proiettato”, un riflesso che si muove dall’esterno verso l’interno, un’onda che giunge da orizzonti infiniti e si insinua, volenti o nolenti, dentro di noi. Lo accogliamo, lo abbracciamo, lo ripudiamo, lo negoziamo e lo mescoliamo consapevolmente ed inconsapevolmente alle componenti di genere che già dimorano in noi, dando luce, ancora una volta, ad una matrice virtualmente infinita di possibilità di genere.

Il genere può allora essere visto come un filo che si intreccia sin dall’inizio della nostra storia, un tessuto che cresce, si evolve, sempre in divenire, mai concluso.

Possiamo addirittura dire che la storia del nostro genere inizia prima di noi ed è un racconto senza confini che non termina con la nostra esistenza. Giunge da terre vicine e lontane, sfiora il battito della cultura, si annida nelle pieghe della famiglia, sussurra dalle radici della nostra eredità sia culturale che biologica e si rinnova attraverso ogni incontro e ogni istante, sempre espandendosi, sempre trascendendo.

Penso al genere come a un soffio che rischia di soffocare se compresso solamente all’interno della biologia del corpo. È un respiro che chiede spazio, un vento che vuole espandersi, attraversare i confini rigidi della carne per trovare aria e libertà. Man mano che il bambino cresce e scopre il mondo, infatti, il genere si distende, prende respiro, si allarga come l’orizzonte. Se costretto, si fa ansioso e trattiene il fiato portando sofferenza alla persona che lo contiene; ma, lasciato libero, si espande senza limiti, respirando in sintonia con l’ambiente, fino a esprimere il proprio potenziale più autentico.

Il nostro genere è al tempo stesso una storia che ci viene raccontata da narratori diversi in momenti diversi della nostra vita ed una storia che noi stessi raccontiamo. D’altronde, siamo tutti narratori di storie. Tra le tante trame che tessiamo, i tanti temi che esploriamo, un tema è sicuramente la nostra esperienza intima di genere.

Il racconto del nostro genere emerge dalla coscienza o si nasconde nelle pieghe dell’inconscio, può essere pronunciato con parole chiare o svelato non verbalmente, con silenzi e gesti. A volte, il nostro racconto è molto simile ad altri, avvicinandosi e conformandosi ai contenuti delle storie della maggioranza. Altre volte si discosta, tracciando un percorso proprio, fluttuante e non conforme. Questi racconti di margine, queste voci di frontiera si inseriscono in maniera meno fluida nel tessuto sociale in quanto storie di minoranza, non conformi, sfuggenti e non facilmente riconoscibili.

Questo tipo di racconto può assumere molteplici forme; può rimanere privato, silente, celato, portando con sé un peso inizialmente sottile ma che poi può crescere fino a diventare gravoso; oppure può trasformarsi in una storia di resistenza, un grido di lotta che esige riconoscimento, visibilità ed affermazione. È un racconto che accogliamo o respingiamo, che plasmiamo e adattiamo a ogni nuova fase del nostro vivere, più o meno in sintonia con l’ambiente e le persone che ci circondano. E ancora, può mutare, trasfigurarsi in innumerevoli altre forme, ciascuna rispecchiando una possibilità irripetibile, un riflesso unico di chi siamo o potremmo essere.

Infine, immagino il processo psicoanalitico come un luogo privilegiato per accogliere queste storie die genere ed ascoltare, sospendendo il giudizio, quelle narrazioni che faticano ad emergere, soprattutto quando chi cerca di raccontarle non possiede o trova le parole adatte o teme di non potersi esprimere liberamente.

La psicoanalisi offre uno “spazio transizionale” (Winnicott, 1971) che può divenire un autentico “spazio di transizione”, dove le persone possano gradualmente affermare chi sono, prima di fronte a sé stesse, poi in presenza dell’analista, e infine di fronte al mondo esterno. Le sedute possano quindi diventare “un luogo di gioco tra realtà e fantasia”, uno spazio sicuro dove i pazienti possano esplorare aspetti diversi del proprio Se’, sperimentando varie coreografie di genere con movimenti che coprono diversi stati dell’essere e oscillano fra polarità opposte: autonomia e dipendenza, attività e passività, desiderio e bisogno (Dimen M., 1991). In quest’area flessibile e dinamica i nostri pazienti possono arrivare a riconoscersi nella coreografia riflessa dallo specchio dall’analista, un’immagine di sé che desiderano vedere riconosciuta prima in analisi e poi anche dal mondo esterno. Per questo, lo psicoanalista deve essere capace di contenere le proprie ansie legate al genere, garantendo una “tensione creativa e piacevole” all’interno dello spazio transizionale, una tensione frutto dell’alternanza di poli opposti che preserva le complessità insite nel concetto di genere. Senza questo delicato equilibrio, risposte troppo rigide e definitive, alimentate dalle proiezioni di ansie reciproche che emergono dalla diade paziente-psicoanalista, rischiano di negare queste complessità, privando il processo terapeutico di un significato realmente utile, validante e trasformativo per il paziente.

Negli ultimi anni, il genere è divenuto fulcro di accesi dibatti attraversando e provocando diversi ambiti sociali, politici, religiosi, clinici e accademici, incluso il mondo della psicoanalisi. In queste discussioni, spesso intense ed estreme, il modo di concepire il genere e il suo sviluppo si è profondamente trasformato, evolvendosi e adattandosi, non senza resistenze, ai tempi. Questa trasformazione riflette l’evoluzione della cultura e della società nonché il tentativo di abbracciare invece di sopprimere o addirittura denegare la comparsa di identità di genere sempre più fluide e diversificate, espresse da un numero crescente di persone.

Sempre più persone, infatti, agevolate da diversi fattori, tra i quali l’influenza dei media, esprimono in modo visibile, udibile e percepibile, la propria “libertà di genere”, sfidandone le tradizionali e rigide categorie esistenti fondate sul binarismo sessuale.

Questa nuova apertura permette a molte di loro di abitare ogni ambito della nostra vita quotidiana, inclusi i servizi sociosanitari, dove sempre più individui intraprendono percorsi di affermazione e conferma del proprio genere.  È qui, infatti, che sempre più persone si recano al fine di intraprendere percorsi di affermazione e conferma del genere in diversi modi che vanno dalla semplice scelta di modificare alcuni aspetti della loro apparenza, a percorsi psicoterapeuti, inclusi psicoanalitici, al ricorso a trattamenti ormonali e/o interventi chirurgici. Questi percorsi, seppur variegati, mirano tutti a riscrivere il proprio genere sia all’interno che all’esterno del proprio corpo, modificando quindi, non solo l’esperienza psicologica ed emotiva del proprio genere, ma anche la carne stessa. È un percorso in cui l’identità prende lentamente forma come frutto dell’incontro tra ciò che cambia dall’interno e ciò che viene plasmato dall’esterno, un continuo divenire che fonde ed allinea corpo e mente. Questa “concretizzazione dell’identità di genere”, l’atto del “portare il proprio corpo a rispecchiare il genere con cui si identifica”, assume un significato profondo che conduce ad un senso di sollievo permettendo alle persone di genere non conforme di riconoscere nel proprio corpo il riflesso del proprio Vero Se’ di Genere (Ehrensaft D., 2014; Pula J., 2015).

È proprio qui, nel desiderio non solo di ripensare il proprio senso di genere nella mente, in maniera simbolica, attraverso l’analisi dei conflitti, ma anche di dare a questo desiderio una direzione precisa attraverso un’azione consapevole e intenzionale, che la psicoanalisi, soprattutto in passato, ha spesso mancato di trovare un modo per accogliere e concettualizzare questi percorsi senza cadere nella stigmatizzazione o nella patologizzazione.

Ciononostante, in tempi recenti, il crescente emergere di identità di genere non binarie ha aperto nuove strade per la psicoanalisi, invitandola a ripensare l’incarnazione del genere (embodiment, Saketopoulou A., 2020), quell’intreccio misterioso e profondo tra mente e corpo, in cui ciascuno abita l’altro. Attraverso voci provenienti da molteplici orizzonti, accademici e non, le narrazioni che tradizionalmente circondavano il genere si sono dilatate, frantumando i rigidi confini delle teorie psicoanalitiche classiche sullo sviluppo psicosessuale infantile. Il genere si è quindi affrancato dai confini rigidi imposti dalla psicoanalisi, che un tempo sosteneva l’idea di un genere autentico da raggiungere, accogliere e tramandare alle generazioni future, perpetuando così un ideale immutabile e intoccabile.

In questo processo di rielaborazione, infatti, il genere è stato liberato dal contesto familiare tradizionale, oltrepassando la coppia genitoriale eterosessuale e rompendo la fissità del binarismo sessuale. Si dissolve così l’idea dell’esistenza di un “genere autentico” da scoprire, lasciando spazio a un’identità che si costruisce e si riscrive attraverso un continuo processo di embodiment che trasforma e plasma la nostra storia, divenendo essa stessa una narrazione fluida e in costante evoluzione.

Si è così giunti a comprendere quanto sia essenziale ampliare lo sguardo oltre il contesto familiare, includendo spazi come la scuola, la comunità, la storia e la politica, per cogliere appieno “come” ciascun individuo arrivi a vivere e incarnare il proprio genere in modo singolare e irripetibile.

Il genere oggigiorno è “in caduta libera” (Goldner V., 2011). Basti pensare agli anni dell’adolescenza, quando i giovani sono esposti all’influenza crescente dei media e della cultura di massa. Immagini e messaggi culturali provenienti da celebrità, icone pop e social media ampliano e ridefiniscono le nozioni di mascolinità e femminilità, offrendo nuovi spazi di espressione e trasformazione.

In tal senso, la comparsa nella letteratura che si occupa di questioni legate all’identità di “teorie intersezionali” ha sicuramente contribuito all’ampliamento delle narrazioni intorno al genere. Infatti, variabili intersezionali – come razza, classe, disabilità e cultura – giocano un ruolo determinante nella formazione dell’identità e nella percezione del sé. Di conseguenza, ogni luogo, ogni istante della vita e fattori intersezionali quali la classe sociale, l’età, la conformazione corporea, la capacità fisica e cognitiva, la razza e l’etnia, contribuiscono alla narrazione unica del nostro genere, che intreccia corpo, mente e ambiente dando forma a un modo specifico di abitare il proprio sé. Attraverso tali dimensioni, si disegna un percorso intimo e complesso, in cui il genere emerge come frutto di molteplici influenze, un’identità incarnata che si sviluppa e si trasforma, ricca delle storie e dei luoghi da cui prende vita (Thiem Y., 2022).

Poiché il genere nasce da molteplici trame narrative che si intrecciano e si trasformano nel corso della vita, è inevitabile che alcune di queste narrazioni possano entrare in conflitto, generando tensioni interiori. Ciò ricorda il pensiero di Jacques Lacan quando pose la domanda: “Il genere è realmente non conflittuale (…) al punto da essere presupposto acriticamente fin dall’inizio?” (Laplanche J., 2003, 169).

Il genere, dunque, non è mai una questione risolta per nessuno di noi. Come osserva Susan Stryker (2017), esso è un processo creativo di negoziazione che coinvolge tutti, un continuo atto di costruzione e reinterpretazione. Anche se molti lo percepiscono come un aspetto stabile della propria identità, le esperienze di coloro che vivono una realtà di genere non conforme rivelano la natura fluida e in costante divenire di questo sviluppo. Questa verità riguarda ciascuno di noi, pur con intensità e consapevolezze che variano da individuo a individuo.

A tal proposito, Virginia Goldner (2011) pone una domanda cruciale, “[Non] è il genere di ognuno una formazione di compromesso, al servizio di complesse agende intrapsichiche e relazionali? Tutti i generi incanalano sia la trasgressione che il conformismo, la sofferenza e il trionfo. Tutti i generi creano confini psichici, creano connessioni umane, animano o intorpidiscono i corpi, allontanano gli affetti depressivi e aggressivi e così via” (p. 165). Ogni sviluppo sessuale, tipico o atipico, dovrebbe quindi venire considerato come rappresentante al tempo stesso una formazione di compromesso, un sintomo, una difesa, un intreccio di diverse linee evolutive, di compromessi narcisistici, di relazioni oggettuali e di fantasie inconsce (Chodorow NJ, 1992; Saketopoulou A., 2015).

Nelle discussioni su questo tema, emerge spesso una resistenza profonda da parte della società, e anche della psicoanalisi, ad elaborare il lutto e quindi distaccarsi dall’ideale rappresentato dalle cosiddette “narrative cisnormative” che, per lungo tempo, hanno dominato sia lo spazio psichico che quello fisico di molte culture.

La cisnormatività si basa su una concezione stabile e indiscutibile dell’appartenenza a uno dei due sessi, ancorata a un binarismo fisiologico considerato naturale e inalterabile. Secondo questa visione, il corpo, e in particolare l’anatomia genitale, determinerebbero l’identità di genere in modo univoco e definitivo, rafforzando una rappresentazione statica e binaria del genere. Le domande implicite che sostengono tali narrative includono: “Che tipo di donna, uomo o persona voglio essere in rapporto ai modelli di somiglianza e differenza che mi circondano?” Questa domanda, pur sottile e sotterranea, presuppone l’appartenenza esclusiva ad uno dei due sessi, plasmando la percezione del genere come un’adesione a ciò che la cultura definisce appropriato per ciascuna identità di genere così come stabilita a priori. Questa prospettiva ignora la complessità e la fluidità del genere, relegando le esperienze che sfidano questo binarismo ai margini, etichettandole come deviazioni.

Tuttavia, le persone con identità di genere non conforme, in particolare coloro che intraprendono percorsi di affermazione di genere, sfidano radicalmente questa presunta stabilità. La loro esperienza li spinge a interrogarsi apertamente su questioni fondamentali come: “Sono una donna? Sono un uomo? Sono una persona di un altro genere o di nessun genere specifico?” Questi interrogativi non solo mettono in discussione le norme tradizionali, ma spingono anche gli individui cisgender, ovvero coloro la cui esperienza psicologica del proprio genere corrisponde al sesso biologico assegnato alla nascita, a riflettere criticamente sulla propria esperienza di genere. Di fronte a tale sfida, anche chi vive il proprio genere come stabile può arrivare a chiedersi: “Come posso conoscere veramente il mio genere, e quali sono le basi di questa conoscenza?”

Questa riflessione mette in luce la complessità che si cela dietro l’apparente immediatezza dell’esperienza di genere. Anche quello che sembra un genere stabile e immediato è, in realtà, costruito attraverso una rete complessa di relazioni e significati culturali che si evolvono nel tempo.

Qui mi vengono in mente le parole di Muriel Dimen (1991) che sottolinea come il genere non vada inteso come una categoria fissa, ma piuttosto come un “campo di forza”, ovvero un insieme di relazioni complesse e dinamiche tra molteplici contrasti o differenze. Per Dimen, quindi, il genere non è un attributo immutabile dell’individuo, ma una rete di relazioni in continuo mutamento. Seguendo la stessa line adi pensiero, Goldner (2011) solleva una provocazione, chiedendosi se la stasi di genere, piuttosto che il genere in transizione, potrebbe essere vista come “una difesa ossessiva, un’operazione di pattugliamento dei confini” (162).

Finché ci ancoriamo a narrazioni dominanti che impongono differenze di genere stabilite a priori dal gruppo di maggioranza e sostenute dalla cisnormatività, rischiamo di perdere di vista le sottili e complesse negoziazioni che attraversano la vita di tutti, indipendentemente dal proprio percorso di genere. Questa miopia limita la nostra capacità di comprendere il genere come una continua costruzione, fluida e ricca di sfumature, una narrazione che può e deve riflettere la diversità dell’esperienza umana.

Questa, a mio avviso, è la stessa miopia che priva i bambini che esprimono il proprio genere in maniera non conforme dell’esperienza di “essere visti”, ossia di essere riconosciuti come presenze visibili e valide. Questo pensiero solleva in me molte domande, tra le quali: perché un bambino che mette in discussione il modo di esprimere il genere è percepito come più problematico di un bambino che assorbe passivamente le norme di genere prevalenti nel suo ambiente circostante? Perché ci sforziamo così tanto di rendere i bambini “obbedienti” alle norme tradizionali di genere, quando il genere stesso non è, e non è mai stato, “obbediente”? Gli studi antropologici, infatti, dimostrano chiaramente che il genere è sempre stato un territorio fluido, soggetto a infinite variazioni e adattamenti culturali. Ed ancora, quanto spazio viene lasciato oggigiorno alla creatività del bambino affinché possa costruire ed esprimere liberamente il proprio senso di genere?

Uso il termine “creatività di genere” (Ehrensaft D., 2014) per descrivere il processo attraverso il quale i bambini, a seconda del contesto di appartenenza, cercano di intrecciare o negoziare in modo creativo fattori interni (corpo, cervello, mente) con quelli esterni (socializzazione, cultura, scuola, famiglia, …). L’obiettivo è dar vita a una rete che rifletta la loro autentica identità di genere, il loro Vero Sé di Genere, permettendo loro di esprimersi nel mondo in modo confortevole e sicuro (Ehrensaft D., 2016).

L’uso del termine “sinthome” da parte di Patricia Gherovici (2010, 2011, 2017 a-b) si armonizza con il processo sopra descritto. Questo termine, di origine lacaniana, viene impiegato per sottolineare la soluzione creativa che questi bambini, e non solo loro, utilizzano per integrare e allineare la propria esperienza corporea e identitaria, senza doverla necessariamente subordinare alle convenzioni binarie di genere. Il sinthome permette di costruire una coerenza psichica rispettosa delle complessità e variabilità del soggetto, offrendo una stabilità interiore anche di fronte all’instabilità e alla fluidità dei significati legati a genere e sessualità. Le identità di genere non conformi, quindi, andrebbero interpretate non come sintomi, ma come soluzioni creative che consentono alle persone di mantenere la propria identità, esprimendo all’esterno la propria esperienza di genere interiore. Di conseguenza, le modificazioni corporee intraprese da alcune persone non rappresentano atti distruttivi, ma costituiscono una parte fondamentale del lavoro psicologico necessario a negoziare tra il mondo interno, il proprio corpo e il mondo esterno, integrando principi psicoanalitici, sociologici, antropologici e biologici.

Questi interrogativi relativi allo sviluppo psicosessuale infantile non sono nuovi in psicoanalisi e sono stati sollevati in varie forme da diversi autori. Penso a coloro che hanno evidenziato l’importanza del modo in cui l’oggetto primario e successivamente l’ambiente alloggiano (Winnicott), metabolizzano e contengono (Bion), mentalizzano (Fonagy e Target) o rispecchiano (Kohut) le prime esperienze di incongruenza – quel divario tra il corpo biologico, visibile all’esterno, e l’esperienza soggettiva di genere, quel corpo parallelo e immaginato che diviene la vera dimora interiore del bambino che presenta varianza di genere.  Questa incongruità che il bambino fatica a comunicare per mancanza di un linguaggio adeguato, se non viene compresa a fondo dall’oggetto primario, può compromettere il processo di coesione del Sé, privando l’individuo della sensazione di “essere riconosciuto” e, dunque, dell’esperienza di percepirsi come un soggetto visibile (Lemma, 2012; 2013; 2021). 

Da ciò risulta evidente come, soprattutto inizialmente, la famiglia – o il sistema di caregiving che circonda il bambino – ricopra un ruolo fondamentale in quanto può agire come un fattore protettivo o come un fattore di rischio per il processo stesso. Infatti, le prime esperienze di attaccamento del bambino con i caregiver influiscono in modo positivo o negativo sullo sviluppo della consapevolezza della propria identità di genere (McKenzie 2006). 

Ispirandosi a Donald Winnicott, Oren Gozlan (2018) suggerisce di interpretare il genere, così come esperito da un bambino, come un “punto di partenza provvisorio sufficientemente buono” per negoziare e incarnare nel corso dello sviluppo una molteplicità di altri fattori che ne cambieranno l’essenza. Virginia Goldner (2003) suggerisce di adottare una visione “ironica” del genere, di viverlo “tra virgolette,” riconoscendo che non è un’essenza fissa ma un atto interpretativo, plasmato da forze sociali e storiche. Questa prospettiva consente di concepire il genere come qualcosa di leggero e fluido, una interpretazione corporea di copioni culturali in cui “recitiamo” attivamente ciò che significa per noi essere maschile o femminile. Attraverso questa visione ironica, il genere diventa uno spazio con maggiore flessibilità e libertà, permettendo agli individui di incarnarlo a modo proprio, anziché conformarsi a ruoli tradizionali e rigidi.

Nel caso di bambini di genere non conforme, uno dei fattori che influisce maggiormente sul loro sviluppo psicosessuale è rappresentato dalle ansie degli adulti che li circondano. Queste ansie, cariche di fantasie ed aspettative di genere, formano un sistema di significati transgenerazionali, trasformando il corpo del bambino in qualcosa di ben più complesso di una realtà puramente “naturale” e “scontata”. Fin dalla nascita, infatti, il corpo di una persona viene immediatamente plasmato dall’ambiente circostante, attraverso il contatto fisico, le voci, gli odori e le proiezioni delle persone che lo circondano. Con il tempo, man mano che il bambino cresce e attraversa diverse fasi di sviluppo, l’ambiente stesso si espande, offrendo nuove opportunità per l’intreccio continuo di proiezioni e introiezioni (Lemma, 2021).

Il genere, dunque, non è semplicemente un dato biologico, ma un’esperienza profondamente radicata in un contesto di significati affettivi, relazionali, storici e culturali che attraversano le generazioni.

Secondo Sullivan (1956), “il bambino deve essere educato a un ordine sociale molto complesso, molto prima che la ragione e il buon senso dell’intera faccenda possano essere digeriti, molto prima che diventi comprensibile, se mai lo sarà” (4). I lavori di Jean Laplanche (1999) relativi al concetto di “messaggi enigmatici” illuminano questo processo: gli adulti che si prendono cura del bambino trasmettono involontariamente una serie di messaggi inconsci intrisi di desideri, che il neonato non può ancora comprendere pienamente. Questi messaggi, spesso sia stimolanti che travolgenti, devono essere “tradotti” dal bambino, il quale interiorizza ciò che riesce a decifrare e reprime il resto. Col tempo, queste traduzioni influenzano profondamente il suo sviluppo psichico e corporeo, modellando profondamente il senso del proprio Sé e del proprio corpo.

Nelle parole di Laplanche: “La comunicazione non passa solo attraverso il linguaggio del corpo, della cura corporea; c’è anche il codice sociale, il linguaggio sociale; c’è anche il messaggio del ‘socius’; questi messaggi sono soprattutto messaggi di attribuzione di genere. Ma sono anche portatori di molti ‘rumori’, tutti quelli portati dagli adulti che sono vicini al bambino: genitori, nonni, fratelli e sorelle. Le loro fantasie, le loro aspettative inconsce o preconsce” (Laplanche J., 2007, 215).

Laplanche, quindi, rivede la tradizionale concettualizzazione psicoanalitica della formazione del genere, sfumando il primato attribuito a una singola figura genitoriale, come la madre o il padre. Per Laplanche, invece, il genere si trasmette attraverso una rete complessa di forze multiple che rispecchiamo la ricchezza culturale e intergenerazionale delle reti di cura e delle comunità in cui il bambino cresce. Il percorso di sviluppo che egli traccia è articolato e aperto a diverse costellazioni possibili, in cui le dimensioni culturali, sociali e intergenerazionali si intrecciano profondamente con i messaggi affettivi trasmessi al neonato. Nel prendersi cura di un neonato, infatti, si riattivano in modo inevitabile i residui delle elaborazioni inconsce degli adulti legate alla loro stessa sessualità infantile. Così, i messaggi affettivamente carichi che giungono dagli altri e le molteplici traiettorie di sviluppo finiscono per condizionare il modo in cui l’individuo e gli altri mappano, simbolizzano e danno significato al proprio corpo ed al proprio genere (Laplanche J., 2007).

Le riflessioni fin qui svolte rappresentano solo una piccola parte della vasta letteratura psicoanalitica sul genere, emersa negli ultimi anni in molte parti del mondo. Tuttavia, questa conoscenza fatica a penetrare il sistema sanitario, inclusi gli studi psicoanalitici. Tale resistenza è dovuta a una serie di fattori: nei programmi di laurea in salute mentale e sanità raramente si trattano argomenti rilevanti per il lavoro con persone Transgender e di Genere Non Conforme, e le principali riviste psicologiche e mediche dedicano poca o nessuna attenzione al tema. Le risorse educative su questo argomento sono scarse, e la formazione formale è rara; quando presente, è spesso superata o imprecisa, a volte persino pericolosa, promuovendo pratiche che non sostengono realmente la salute. Inoltre, gran parte della ricerca si è focalizzata sull’eziologia dell’essere transgender o sugli adulti transgender, trascurando i minori con varianza di genere. Infatti, anche se sono disponibili protocolli di pratiche affermative per il lavoro con pazienti adulti, mancano quasi del tutto linee guida per i terapeuti che si occupano di bambini con varianza di genere e delle loro famiglie. Di conseguenza, i professionisti della salute mentale si trovano ad affrontare sfide sempre più impegnative nel diagnosticare e trattare questi bambini, il cui numero cresce ogni anno, esponendosi al rischio di offrire cure meno adeguate per mancanza di formazione appropriata (Keo-Meier, C. E., & Ehrensaft, D. E., 2018).

Queste considerazioni si applicano anche agli istituti psicoanalitici. Infatti, sebbene la psicoanalisi sia ben dotata di strumenti teorici e gli analisti siano ben preparati nella pratica clinica, nell’etica, nella tecnica e così via, sono curiosamente impreparati ad affrontare la “transsoggettività” (Cavanagh S., 2018).

Una delle tematiche ricorrenti nelle esperienze delle persone Transgender e di Genere Non Conforme è il rifiuto da parte di alcuni clinici di affermare ed esplorare traiettorie di genere non binarie nel corso dell’analisi. Questo rifiuto si manifesta spesso nella resistenza incontrata dai pazienti quando richiedono l’uso di pronomi e nomi che riflettano la loro identità di genere.

A tal proposito, Ann Pellegrini e Avgi Saketopoulou (2019) riflettono sulle sfide che le identità non binarie pongono agli analisti, poiché “[un] corpo non organizzato attorno alla mascolinità o alla femminilità può essere percepito come una manifestazione di frammentazione psichica”. Gli autori osservano che l’analista potrebbe percepire il paziente come “troppo concreto,” interpretando la fluidità di genere come qualcosa che dovrebbe rimanere confinato nella fantasia.  Tuttavia, cosa succede se è proprio l’analista a essere eccessivamente concreto, rifiutandosi di unirsi al paziente nell’esplorazione del proprio genere?

Le persone con identità di genere non conforme trovano spesso piacere e affermazione nell’indeterminatezza del loro genere e nella simbolizzazione del proprio sesso, entrambi vissuti come processi relazionali in continua evoluzione. Con il loro percorso, invitano i propri analisti a esplorare questi territori, sollevando una domanda centrale: cosa viene minacciato nell’accettare e abbracciare l’indeterminatezza del genere e del sesso?

Saketopoulou (2015) introduce il concetto di “terrore primitivo di genere” per descrivere il turbamento che alcuni analisti provano di fronte a pazienti Transgender e di Genere Non Conforme. Questo terrore può sorgere quando l’incontro con generi e corpi percepiti come “strani” o “insoliti” risveglia l’estraneità interiore dell’analista e le sue angosce inconsce e arcaiche legate al proprio genere, alla propria integrità corporea e salute mentale, minando l’equilibrio della propria auto-organizzazione (Hansbury, 2017).  Sebbene il terrore primitivo di genere non sia di per sé transfobico, può diventarlo quando l’analista, messo di fronte a qualcosa di alieno dentro di sé, rimane inconsapevole della fonte del proprio disagio. Se non analizzato, questo terrore può infiltrarsi nel controtransfert, traumatizzando il paziente e conducendo il trattamento a uno stallo o persino a una prematura interruzione (Saketopoulou, 2015). In maniera simile, Oren Gozlan (2008) e Griffin Hansbury (2017) osservano che l’allarme suscitato negli analisti da parte di questi pazienti riflette spesso più le loro stesse ansie e preoccupazioni, legate alla complessa negoziazione di sesso e genere, piuttosto che autentici dilemmi vissuti dalle persone Transgender e di Genere Non Conforme.

Inoltre, si assiste ancora al tentativo forzato, talvolta ossessivo, da parte dell’analista di incorniciare le esperienze non conformi di genere all’interno di narrazioni focalizzate sul trauma.

Hannah Wallerstein (2017) suggerisce di spostare l’attenzione sulla creatività e sui processi di traduzione del genere nell’esperienza di queste popolazioni, allontanandosi dalla concezione che la transizione debba necessariamente essere associata al trauma. Questo, naturalmente, non esclude che possano emergere aspetti legati a traumi o perdite. Infatti, molto spesso l’ambiente circostante reagisce in maniera non accogliente, spesso aggressiva o addirittura violenta, nei confronti delle minoranze sessuali causando veri e propri traumi. Sfortunatamente, queste reazioni poco accoglienti e validanti emergono anche da parte degli stessi analisti, non sempre disposti ad accogliere ciò che viene percepito come diverso.

Jack Drescher (2015) osserva che, per gli analisti, è spesso più facile provare empatia per un paziente percepito come vittima di un genitore problematico, piuttosto che entrare nello stato soggettivo disturbante della disforia di genere, dell’autodisprezzo e della vergogna che il paziente porta in terapia.

In questo contesto, la gestione del controtransfert diventa cruciale fin dalle prime sedute. È fondamentale, infatti, che l’analista riconosca il prima possibile il bisogno del paziente di essere accolto e compreso nella propria mente in un contesto di incongruità di genere. Spesso, infatti, queste persone hanno vissuto carenze nei processi di mentalizzazione e rispecchiamento durante l’infanzia, rendendo la relazione analitica una potenziale esperienza riparativa e positiva.

Questa funzione riparativa è centrale nelle psicoterapie psicoanalitiche, frequentemente condotte faccia a faccia, in cui la relazione visiva tra analista e paziente gioca un ruolo profondo nel processo di transfert. In questi modelli, l’analista è esposto fin da subito alla presentazione fisica del paziente, entrando in contatto con ciò che il paziente vive come un Sé estraneo, frammentato o incongruente. L’analista deve quindi accogliere e rappresentare questa esperienza nella propria mente, integrando la divisione tra corpo fisico ed esperienza psicologica, per poter esplorare insieme al paziente ulteriori conflitti inconsci o traumi infantili, se presenti (Lemma A., 2013).

Un altro tema ricorrente è l’accento che alcuni analisti pongono sulle presunte fantasie di onnipotenza e di negazione delle differenze da parte delle persone Transgender e di Genere Non Conforme. Le accuse e le preoccupazioni riguardo al desiderio di queste persone di “avere tutto” o di “evitare la differenza” diventano particolarmente interessanti se lette come espressione di ansie o invidie più profonde da parte dell’analista stesso. Melanie Suchet (2011) affronta con sincerità i propri limiti incontrati nel lavorare con un paziente transmascolino, chiedendosi se la transizione del paziente possa destabilizzare la sua stessa identità di genere. Suchet si domanda se questa transizione possa aprire possibilità mai esplorate e riflette su un barlume di invidia, domandandosi: “Forse invidio il fatto che possa essere di entrambi i sessi?”.

Peraltro, questi stereotipi interpretativi del “voler avere tutto” o “non accettare la differenza” evocano il desiderio immaginato di completezza che si associa solitamente agli investimenti psichici della cisnormatività, la quale promette una forma di realizzazione identitaria totale. In questo contesto, l’accusa rivolta alle persone transgender di “voler avere tutto” sembra sottintendere un desiderio minaccioso di appropriazione di ciò che la cisnormatività riserva ed ha sempre riservato per sé.

Queste riflessioni non pretendono di essere né esaustive né conclusive. Al contrario, sono solo passi iniziali di un cammino che continuerà a snodarsi in direzioni ancora sconosciute, attraverso situazioni più intricate che richiederanno nuove letture e ulteriori percorsi teorici. Mi incuriosisce, ad esempio, la letteratura emergente in cui le narrazioni di genere si intersecano con altre narrazioni legate all’etnia, alla razza, alla religione e altre dimensioni identitarie. Queste intersezioni trasformano inevitabilmente il modo in cui genere, sesso e corpo vengono vissuti sia dall’interno dell’esperienza soggettiva che dallo sguardo esterno.

I concetti qui tracciati sono semplicemente degli appoggi temporanei, tracce provvisorie per un lavoro generativo che deve ancora compiersi, un lavoro che cerchi di rielaborare e ampliare le narrazioni sul genere, sul corpo, sull’intimità, e su ciò che significa abitare un’esistenza Transgender o di Genere Non Conforme. In questo modo, i vissuti di genitorialità, i desideri, le perdite, i sogni e i piaceri di queste popolazioni troveranno nuovi linguaggi e luoghi d’espressione.

La psicoanalisi, con la sua epistemologia fluida e capace di apprendere in prossimità dell’altro, è particolarmente adatta a supportare questo lavoro. Essa invita a un processo di disimparare, di lasciar andare le certezze che abbiamo su noi stessi e sulle strutture a cui ci aggrappiamo. Così, il “non sapere” diventa un atto radicale, un’apertura alle incertezze e alla vera intimità, da cui la cisnormatività spesso ci tiene al riparo. Nel lavoro psicoanalitico con queste comunità, dentro e fuori dalla clinica, emerge allora un obiettivo: creare spazi di vicinanza, di trasformazione e di solidarietà generativa, dove teorie e domande si incontrano e si lasciano interrogare.

Griffin Hansbury (2017a) utilizza il concetto di “transgender edge” (margine, confine, soglia, limite) per riferirsi a quel punto di confine psicologico ed emotivo che emerge nelle esperienze di queste persone. È un’area liminale, un “margine” in cui convivono e si scontrano desideri, paure, ansie e resistenze, sia del paziente sia del terapeuta, riguardo alla fluidità e all’indeterminatezza dell’identità di genere.

Questo confine è caratterizzato da tensioni profonde, dove si manifesta la complessa interazione tra il Sé autentico e le aspettative sociali e culturali. Nel contesto psicoanalitico, il “transgender edge” diventa un terreno delicato e spesso instabile, in cui l’analista deve confrontarsi con le proprie reazioni e controtransfert, mantenendo al contempo uno spazio sicuro e accogliente per il paziente. Rappresenta anche un’opportunità per esplorare i confini del genere e la sua natura mutevole, promuovendo una comprensione più ampia e fluida dell’identità e del corpo.

Allontanandoci dalla vecchia idea piuttosto riduttiva e semplicistica secondo cui queste persone sarebbero nate all’interno di un “corpo sbagliato,” e abbracciando il genere come un continuo divenire relazionale, ci troviamo di fronte a un’opportunità senza precedenti: quella di liberare altre eredità e slegare antichi legami che credevamo scolpiti nella nostra storia. Le vite trans, con la loro capacità di sovvertire sesso e genere, ci aprono la strada per smantellare le strutture imposte dalla maggioranza, portando alla luce quanto profondamente sesso e genere siano strumenti che intrecciano invisibili “narrazioni di potere e controllo”. Questo cammino ci offre molto da guadagnare e, inevitabilmente, ci cambierà in modo profondo.

Concludo con una riflessione sulla limitata presenza, nella letteratura psicoanalitica, di descrizioni di esperienze analitiche in cui sia il paziente che l’analista si identificano come persone Transgender o di Genere Non Conforme (Hansbury G., 2011). Mentre molti analisti hanno approfondito le dinamiche cross-gender, dove analista e paziente sono di genere opposto, e alcuni hanno esplorato cosa significhi essere un analista eterosessuale con pazienti omosessuali, molto meno spazio è stato dedicato a riflessioni sull’esperienza di analisti cisgender con pazienti transgender.

Inoltre, affrontare questo tema senza considerare le esperienze degli analisti Transgender o di Genere Non Conforme significa privarci di un’importante fonte di conoscenza. Questi analisti, grazie alla loro formazione e vissuto, apportano contributi unici alla costruzione di una base conoscitiva che differisce inevitabilmente da quella degli analisti cisgender. Nessuno, tuttavia, possiede un’autorità assoluta su queste questioni: gli analisti trans non hanno l’ultima parola su tutte le questioni trans, ma le loro osservazioni rappresentano una prospettiva preziosa e arricchente. Vivendo quotidianamente le realtà psichiche e sociali dell’essere trans, questi colleghi offrono insegnamenti profondi, e dovremmo essere grati per l’opportunità di imparare da loro, consapevoli però del costo emotivo che questa condivisione può avere per chi la offre.

Al contrario, ciò che dovrebbe destare preoccupazione è l’accusa che i resoconti in prima persona siano pretenziosi di verità, un’accusa rivolta proprio a chi, storicamente, è stato privato della parola, trasformato in oggetto di studio piuttosto che riconosciuto come soggetto parlante (Foucault, 1978). Questa reazione può rivelare, infatti, una certa difensività da parte dell’ascoltatore, sollevando una questione cruciale: quanto sono disposti gli analisti cisgender a rinunciare al privilegio di far apparire la propria politica come “realtà” o “dato di fatto”? (Saketopoulou, 2020).

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