
«Sono di nuovo in minoranza di uno, perché tutti gli altri, a quanto pare, la credono pazza. Molto spesso si comporta da sciocca, ma la sua mente è chiara e spietata come il lampo.»
James Joyce a Harriet Shaw Weaver, a proposito della figlia Lucia
Il 28 settembre 1934 Lucia Joyce, ventisette anni, entra nel sanatorio di Küsnacht, sulla riva del lago di Zurigo. È stata una danzatrice — a Parigi, sul finire degli anni Venti, era parsa a un passo dal diventarlo per intero — e adesso è una paziente, all’ultima tappa di un itinerario di cliniche francesi e svizzere che le ha cucito addosso un piccolo catalogo dell’incertezza psichiatrica del secolo: nevrosi, schizofrenia, sifilide, abuso di sonniferi, semplice stravaganza d’umore. Suo padre, James Joyce, ha cinquantadue anni, una fama planetaria, gli occhi rovinati da una lunga serie di operazioni e un pensiero solo. Il medico a cui la affida abita a pochi minuti di strada, in una grande casa affacciata sull’acqua: Carl Gustav Jung, cinquantanove anni, l’uomo più celebre della psichiatria di lingua tedesca dopo il divorzio da Freud.
I due si conoscono da quindici anni senza essersi quasi mai incontrati; più esattamente, si detestano da quindici anni, con la costanza che si riserva alle cose importanti. Nel 1919, a Zurigo, la mecenate che manteneva Joyce — Edith Rockefeller McCormick, figlia di John D. Rockefeller, paziente, allieva e finanziatrice di Jung — aveva insistito perché lo scrittore si facesse analizzare, a spese sue; Joyce rifiutò, e poco dopo il vitalizio di mille franchi al mese cessò senza spiegazioni. Joyce si convinse per sempre che dietro la mano che aveva chiuso il rubinetto ci fosse quella del dottore; Ellmann, che ricostruì l’episodio, lasciò la questione in sospeso, e Jung, interrogato vent’anni dopo, negò di averne mai saputo nulla. Ma il rancore, come accade ai rancori migliori, non aveva bisogno di prove. Nel 1921 Joyce liquidò l’intera Zurigo psicologica in una lettera: c’era chi aveva cercato di convincerlo a entrare in un sanatorio «dove un certo dottor Jung (il Tweedledum svizzero, da non confondersi col Tweedledee viennese, il dottor Freud) si diverte a spese — in ogni senso della parola — di dame e gentiluomini afflitti da grilli per la testa». Undici anni dopo toccò a Jung restituire il colpo, con il saggio scritto per accompagnare l’edizione tedesca di Ulisse: un testo rimasto celebre per la sua ambivalenza, nel quale confessava di essere arrivato a pagina 135 «con la disperazione nel cuore», addormentandosi due volte per strada, e descriveva il romanzo come il nastro di una coscienza che percepisce tutto e non partecipa a nulla. Joyce si lamentò con l’editore: il professore aveva letto il libro senza un solo sorriso. Eppure, nello stesso 1932, Jung gli aveva indirizzato una lettera che pochi romanzieri possono vantare: nelle ultime quaranta pagine, il monologo senza punteggiatura di Molly Bloom, il vecchio clinico aveva trovato una collana di autentiche perle psicologiche, e confessava che soltanto la nonna del diavolo, forse, ne sapeva altrettanto sulla vera psicologia di una donna; lui, di sicuro, no.
L’autunno del 1934 dispone dunque le pedine con l’ironia geometrica che la vita riserva ai suoi drammi migliori: esauriti i medici d’Europa, il padre consegna la figlia proprio al Tweedledum svizzero. Che i due uomini si siano parlati, in quelle settimane, è certo: Jung ricordò più tardi un colloquio di circa un’ora, «senza esito e senza frutto», attraversato da cima a fondo dalle resistenze del suo ospite. Di quell’ora non esiste verbale. Quello che segue è dunque un dialogo immaginario: le battute, in quanto battute, sono inventate. Ma tutto ciò che le sorregge — i fatti, le posizioni intellettuali, le frasi racchiuse tra caporali e alcune repliche che i protagonisti pronunciarono o scrissero davvero — è documentato: la nota in coda distingue, voce per voce, l’attestato dall’immaginato.
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La casa di Jung a Küsnacht guarda un lago che stamattina non c’è: la nebbia se l’è preso all’alba e non l’ha ancora restituito. Sopra la porta d’ingresso il padrone di casa ha fatto scolpire un monito latino: Vocatus atque non vocatus deus aderit — chiamato e non chiamato, il dio sarà presente. Joyce, che possiede il latino come una seconda madrelingua, lo legge senza fermarsi. Nello studio la libreria sale fino al soffitto; sulla scrivania, tra i manoscritti, una pipa spenta. Jung è massiccio, cordiale per costituzione più che per scelta. Joyce è magro, tiene il bastone tra le ginocchia e porta lenti così spesse che gli occhi, dietro, sembrano appartenere a qualcun altro. Si siedono l’uno di fronte all’altro con la cura con cui si firmano gli armistizi.
Jung: La ringrazio di essere venuto, signor Joyce. So che non era scontato.
Joyce: Ho letto la sua porta, dottore. Chiamato e non chiamato, il dio sarà presente. Mi dica: vale anche per i padri?
Jung: Vale per tutto ciò che conta. Le cose importanti non aspettano l’invito: entrano.
Joyce: Nei miei libri entrano soltanto se le chiamo io. Mi lasci questa differenza fra la letteratura e la vita: è l’unica che mi è rimasta. Come sta mia figlia?
Jung: Lavora. Disegna le sue lettere ornate, scrive molto. Dorme poco e male. Con me parla, qualche volta; più spesso mi studia. Le riferisco una frase che ha detto nei giorni scorsi, perché lei conosce Lucia meglio di me e saprà pesarla: «Pensare che un grosso, grasso, materialista svizzero pretenda di impadronirsi della mia anima».
Joyce: (qualcosa che somiglia a un sorriso) La sintassi è sua. Anche la mira.
Jung: Mira eccellente. Grosso lo sono; svizzero, irrimediabilmente; sul materialismo avrei da ridire. Ma osservi che cosa fa quella frase: prende il medico che dovrebbe curarla e lo rovescia in un personaggio. Tre aggettivi, e sono inchiodato alla pagina. Conosco un solo altro scrittore che lavora così.
Joyce: Mia figlia non è un personaggio, dottore. La fermo subito, perché è il gradino su cui sono scivolati tutti i suoi predecessori.
Jung: Non ho detto che sia un personaggio. Ho detto che scrive come lei. I fogli che prepara per me hanno dentro la stessa materia dei suoi libri: parole doppie, correnti che si intrecciano, il passaggio da una lingua all’altra come si cambia il passo in una danza. Non è imitazione. È lo stesso spirito.
Joyce: Lo ripeto da anni ai medici di mezza Europa, e mezza Europa mi ha risposto compilando diagnosi. Le colleziono, ormai. Nevrosi. Schizofrenia. Sangue guasto. Veleni da sonniferi. A Parigi un luminare mi ha spiegato che la malattia è colpa mia; un altro, più caro, che non è colpa di nessuno — un modo più elegante, e più costoso, di dirmi la stessa cosa.
Jung: Il mio maestro Bleuler — l’uomo che alla schizofrenia ha dato il nome, e che ha formato parecchi dei medici che lei ha consultato — ammetteva che con certi pazienti il numero delle diagnosi finisce per eguagliare il numero degli istituti che hanno attraversato. Non sarò io ad allungare l’elenco. Non l’ho pregata di venire per consegnarle un’etichetta.
Joyce: È la prima frase onesta che ascolto da un camice in quattro anni. Continui.
Jung: Continuerò con un’onestà che le piacerà meno. La cura della parola, con sua figlia, non morde. Lucia mi sfugge — non per debolezza: per convinzione. A chi le propone di parlare risponde che il guaio «è da qualche parte nel mio corpo». E di me ha domandato, testualmente: «Come potrebbe sapere, lui, che cosa succede nella mia bella testolina?»
Joyce: E lei che cosa risponde?
Jung: Che ha ragione. Non lo so. So altre cose, però. So, per esempio, che cosa succede nella testa di chi le sta intorno. Ed è per questo che desideravo vederla, signor Joyce: il colloquio che oggi conta non è quello con la paziente.
Joyce: (posa le mani sul pomo del bastone) Eccoci. Mi domandavo quanto avrebbe resistito. Lei mi ha già analizzato una volta, dottore: nel Trentadue, per iscritto, senza il mio consenso. Ha letto il mio libro come si legge una cartella clinica e ci ha trovato una coscienza che registra tutto e non partecipa a nulla. Si è persino addormentato, mi risulta. Due volte.
Jung: A pagina centotrentacinque, «con la disperazione nel cuore». Mantengo ogni parola, disperazione compresa. Il suo libro mi ha annoiato, irritato, maltrattato e istruito — in quest’ordine — e ci ho messo tre anni a trovarne la porta. Lei si è lamentato con l’editore che l’avessi letto senza un solo sorriso. È vero: non c’era niente da ridere. Ma le ho anche scritto una lettera.
Joyce: L’ho conservata.
Jung: Allora ricorda che cosa penso delle ultime quaranta pagine. Quel monologo di donna senza punteggiatura: «una sequela di autentiche perle psicologiche». E ricorda la chiusa: soltanto la nonna del diavolo, forse, ne sa altrettanto di che cosa sia davvero una donna. Io no.
Joyce: Era la frase di un uomo che si arrende con stile — il solo modo in cui valga la pena di arrendersi. Per quella frase le ho perdonato metà del saggio. L’altra metà no. E non le ho mai perdonato il Diciannove.
Jung: Il Diciannove.
Joyce: Mille franchi al mese, dottore. La signora McCormick versava a me il denaro e a lei la devozione. Poi pretese che mi sdraiassi sul suo lettino; io rifiutai; e i mille franchi evaporarono nel giro di poche settimane. Ho sempre pensato che il consiglio fosse partito da questa casa.
Jung: E io le rispondo, come lo direi sotto giuramento, che non ne seppi nulla. La signora decideva delle proprie beneficenze come del proprio guardaroba. Mi crede?
Joyce: No. Ma apprezzo la formula. (pausa) E le concedo che quindici anni sono lunghi anche per un rancore ben tenuto. Non sono venuto per il Diciannove. Sono venuto per Lucia. Mi dica che cosa vede.
Jung: Vedo due scritture così simili che a separarle si sbaglia, e due destini che non potrebbero somigliarsi meno. Vedo una ragazza che maneggia il linguaggio come suo padre — e che, a differenza di suo padre, ne è maneggiata. Lei piega le parole, signor Joyce; Lucia ne è piegata. E vedo — se vuole anche la teoria, gliela do in una riga — che sua figlia è ciò che nel mio sistema si chiama l’anima ispiratrice: la donna interiore da cui un uomo come lei attinge. Le muse, nella mia esperienza, pagano prezzi che le opere non mostrano.
Joyce: (si toglie gli occhiali; senza lenti il viso è nudo, molto più vecchio) Le sue teorie non mi interessano, dottore, e mia figlia non è un’illustrazione del suo sistema. Le dirò io che cosa è Lucia. Da dieci anni scrivo un libro in una lingua che nessuno ha mai parlato e che tutti, di notte, hanno sognato — il mondo lo chiama Work in Progress, perché il titolo vero lo conosciamo in due, e l’altra è mia moglie. Ebbene: quella lingua Lucia la parla. Non la costruisce a tavolino come suo padre, coi dizionari e l’emicrania: la parla. Le sue parole-baule valgono le mie. Qualunque scintilla di dono io possieda è passata a Lucia, e le ha acceso un fuoco nel cervello.
Jung: (lascia passare un silenzio) Non dubito della scintilla. Dubito della simmetria. Ho letto anch’io le invenzioni di Lucia, e qualcuna è memorabile. Ma le vostre due lingue si somigliano soltanto in superficie: la sua sa sempre da dove parte e dove va; quella di sua figlia accade, e basta. Voi due siete come due persone che scendono al fondo dello stesso fiume. Lei si tuffa, signor Joyce. Lucia precipita.
Il pendolo, nell’angolo, scandisce tre secondi che nessuno dei due interrompe.
Joyce: (a voce più bassa) E lo dice come un’accusa?
Jung: Lo dico come la descrizione più esatta di cui sono capace. Chi si tuffa sa risalire: scende con lo scafandro, con la corda legata in vita. Chi precipita scende e basta.
Joyce: (si alza, va alla finestra; parla al vetro) Il libro della notte è cresciuto negli anni della malattia di mia figlia, pagina dopo pagina, e certe sere non saprei più dire chi dei due abbia insegnato la lingua all’altro. Parlano tutti della mia influenza su mia figlia, dottore; nessuno sa dirmi nulla della sua influenza su di me. Se Lucia precipita nel fiume da cui io risalgo con le tasche piene, che cosa sono, io? Un palombaro o uno sciacallo?
Jung: (dopo un momento) È la sola domanda che lei mi abbia fatto oggi alla quale non so rispondere.
Joyce: Allora siamo pari: io non so rispondere a nessuna delle sue. (raccoglie il cappello) Continuerà a vederla?
Jung: Finché avrà senso. Gliel’ho detto: l’analisi, con Lucia, non morde, e io non prometto ciò che non posso mantenere. Nel mio mestiere le promesse sono il primo sintomo.
Joyce: Nel mio sono il primo capitolo. (sulla porta, senza voltarsi) Dica a mia figlia che suo padre continua a non essere d’accordo con i suoi medici. Le farà bene saperlo: in minoranza, adesso, siamo in due.
La porta si chiude. Jung resta seduto, la pipa spenta in mano. Dalla finestra il lago continua a non vedersi. Bisogna credergli sulla parola.
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Nota
Le battute di questo dialogo sono inventate; quasi nulla di ciò che contengono lo è. Sono autentiche, e qui rese in traduzione: la frase dell’epigrafe, dalla lettera con cui Joyce difese Lucia presso Harriet Shaw Weaver; il ritratto di Jung come «Tweedledum svizzero», da una lettera di Joyce del giugno 1921; la confessione di Jung di aver letto Ulisse fino a pagina 135 «con la disperazione nel cuore», addormentandosi due volte, contenuta nel saggio del 1932, e il giudizio sul monologo di Molly Bloom — «una sequela di autentiche perle psicologiche», con l’omaggio alla nonna del diavolo — dalla lettera che Jung inviò a Joyce quello stesso anno; la protesta di Joyce per una lettura compiuta senza un solo sorriso; le tre frasi di Lucia riportate nel dialogo (lo svizzero «grosso, grasso, materialista», il guaio che sta «da qualche parte nel mio corpo», la «bella testolina»), attestate rispettivamente da Ellmann, da Shloss e dal racconto che Jung stesso fece a Patricia Hutchins; il giudizio di Jung sulle scritture di padre e figlia come manifestazioni dello «stesso spirito» e il ricordo di un colloquio «senza esito e senza frutto», dalla medesima intervista; la sentenza di Bleuler sulle diagnosi che eguagliano gli istituti, riferita da Shloss; la frase di Joyce sulla scintilla trasmessa a Lucia e sul fuoco acceso nel suo cervello, pronunciata davanti a Jung nel 1934; la replica di Jung — due persone in fondo allo stesso fiume, uno si tuffa e l’altra precipita — che egli stesso consegnò a Richard Ellmann in un’intervista del 1953; e la domanda di Joyce sull’influenza rovesciata («parlano della mia influenza su mia figlia: e della sua su di me?»), che Maria Jolas riferì a Ellmann. Autentici sono anche l’iscrizione sull’architrave della casa di Küsnacht e l’affare McCormick del 1919 — con l’avvertenza che il sospetto di Joyce non fu mai provato: Ellmann lasciò la questione aperta, e Jung, interrogato vent’anni dopo, negò di averne saputo alcunché.
Il seguito non appartiene all’immaginazione. Jung vide Lucia per poche sedute e ne affidò l’assistenza quotidiana alla collaboratrice Cary Baynes; giudicò l’analisi impraticabile, convinto che la psiche della figlia fosse troppo intrecciata a quella del padre. Pochi mesi dopo Joyce la ritirò dalla clinica. Vennero altri istituti: Ivry-sur-Seine dal 1935, poi, dal 1951, il St Andrew’s Hospital di Northampton, dove Samuel Beckett andava qualche volta a trovarla. Lucia Joyce vi morì nel dicembre del 1982, a settantacinque anni, sopravvissuta al padre di quasi quarantadue. La sua voce, a lungo consegnata alle note a piè di pagina delle biografie altrui, ha cominciato a esserle restituita soltanto nel 2003, con il libro che Carol Loeb Shloss le ha dedicato. Quanto alla diagnosi, resta ciò che era nell’autunno del 1934: aperta.
Fonti
Acocella, J. (2003, dicembre). A fire in the brain. The New Yorker.
Ellmann, R. (1982). James Joyce (ed. riveduta; 1ª ed. 1959). Oxford University Press.
Hutchins, P. (1957). James Joyce’s world. Methuen.
Jung, C. G. (1966). «Ulysses»: A monologue. In The spirit in man, art, and literature (R. F. C. Hull, trad.; Collected Works, vol. 15). Princeton University Press. (Ed. orig. Europäische Revue, 1932.)
McGuire, W., & Hull, R. F. C. (a cura di). (1977). C. G. Jung speaking: Interviews and encounters. Princeton University Press.
Shloss, C. L. (2003). Lucia Joyce: To dance in the wake. Farrar, Straus and Giroux.
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pura emozione
racconto straordinario
Magnifica rappresentazione teatrale di un dialogo possibile, molto interessante e bene scritto.