
La sigaretta gli si era spenta tra le dita, e Fritz Perls non se n’era accorto. Sedeva su una sedia a sdraio di legno consumato, sulla terrazza della Big House, e guardava il Pacifico come si guarda un avversario rispettato. Aveva sessantaquattro anni, una barba bianca da patriarca veterotestamentario e una tuta color senape che a Big Sur, nel novembre del 1967, sembrava un’uniforme perfettamente ragionevole. Accanto a lui, in silenzio, sedeva un uomo molto più giovane e infinitamente più magro, vestito di scuro, le mani in grembo, come se fosse appena arrivato da un altro inverno e non avesse ancora capito di essere autorizzato a togliersi il cappotto.
L’uomo magro era Milan Kundera. Aveva trentotto anni, un romanzo appena uscito in patria — Žert, Lo scherzo — e l’aria un po’ stordita di chi è passato dal grigio di novembre praghese all’oceano californiano nel giro di tre voli e una macchina noleggiata a San Francisco da uno sconosciuto col fiore all’occhiello. Era stato invitato dall’Esalen Institute per qualcosa che gli era stato descritto, in una lettera sul cui inglese aveva esitato a lungo, come «un incontro di menti». Kundera, che diffidava per principio delle menti che s’incontrano in California, aveva accettato per una ragione che non confessava neppure a se stesso: voleva vedere com’era fatto un posto in cui la libertà non era un’ipotesi.
Perls accese un’altra sigaretta. Lo fece con la lentezza calcolata di chi sa che il gesto di accendere una sigaretta è, in terapia della Gestalt, già una rivelazione. Poi parlò senza guardarlo.
«Le hanno spiegato cos’è questo posto?»
Kundera fece segno di sì con la testa, poi si corresse e fece segno di no.
«Glielo dico io», proseguì Perls. «Questo è il posto in cui gli americani vengono a imparare a respirare. Lei ci crederà o no, ma è esattamente così. Vengono qui dottori, ingegneri, attrici, ex marines. Hanno trent’anni o cinquanta, hanno mogli e mutui, e non sanno respirare. Io insegno loro a farlo. Mi pagano per questo».
Kundera sorrise, appena. Era il sorriso di chi a Praga aveva imparato a sorridere senza muovere la bocca, perché un sorriso visibile poteva costare caro. «E funziona?»
«A volte. Quando funziona, è perché smettono di mentirsi. Quando non funziona, è perché tornano a casa e ricominciano». Perls fece una pausa. «Lei, nel suo paese, deve mentire molto?»
La domanda era così diretta che Kundera per un istante non capì se fosse maleducazione o lucidità. Decise per la seconda. «Nel mio paese», disse, «mentire non è una scelta. È la lingua ufficiale. Anche chi dice la verità la dice in quella lingua, perché non ne conosce un’altra». Si guardò le mani. «E quando crede di essere finalmente libero — quando scrive un romanzo, per esempio — scopre che la lingua della menzogna le è entrata nelle frasi come la salsedine entra nel legno. Non se ne va più».
Erano arrivati a Esalen, l’uno dall’altro capo del mondo, per ragioni che non avevano niente in comune. Perls ci viveva da tre anni, da quando Michael Murphy e Dick Price gli avevano offerto l’unica cosa che a quel punto della vita ancora desiderasse: un pubblico stabile, un letto pulito, e una piscina di acqua sulfurea in cui immergersi prima del tramonto. Era tedesco, ebreo, freudiano dissidente, ex psichiatra dell’esercito sudafricano, vedovo dell’ortodossia psicoanalitica. Aveva passato sessant’anni a cercare un posto in cui non gli venisse chiesto di chiedere scusa per essere quello che era, e finalmente l’aveva trovato in cima a una scogliera della costa centrale californiana, fra una colonia di otarie e un gruppo di ventenni convinti che lui fosse, alternativamente, un genio o un dio minore.
Kundera, invece, era a Esalen per la prima e ultima volta. Veniva da una Praga che nell’autunno del 1967 stava trattenendo il fiato. Žert era uscito in primavera ed era stato accolto come un piccolo terremoto: la storia di Ludvik, l’uomo distrutto da una cartolina ironica spedita a una ragazza, era una macchina perfetta per descrivere come il totalitarismo digerisca anche l’ironia, anzi soprattutto l’ironia. Il Comitato Centrale aveva deciso, dopo qualche esitazione, di lasciar circolare il romanzo. Era uno dei segnali che qualcosa stava per accadere, e che forse non sarebbe stata una catastrofe. Otto mesi dopo, quando i carri armati sovietici sarebbero entrati a Praga, Kundera avrebbe ricordato quell’autunno come un’ultima boccata d’ossigeno.
Ma in quel momento, sulla terrazza della Big House, l’ossigeno era californiano — pulito, salmastro, vagamente venato di eucalipto — e ai due uomini non era ancora stato detto nulla del futuro.
«Lei dice che la sua gente non sa respirare», riprese Kundera. «Io non sono sicuro di sapere cosa significhi. Nel mio paese sappiamo respirare benissimo. Il problema è un altro».
«Quale?»
«Non sappiamo a cosa serve».
Perls rise. Era una risata corta, sgranata, della specie che a Esalen i suoi allievi avevano imparato a temere perché di solito precedeva una domanda imbarazzante. «Allora siamo qui per cose opposte. Io insegno a respirare, lei vorrebbe sapere a cosa serve farlo. Cominciamo da lei. A cosa pensa che serva la libertà?»
Kundera ci pensò più a lungo di quanto fosse cortese. Poi disse: «A ricordare».
«Solo a ricordare?»
«Soprattutto a ricordare. Un uomo che non può ricordare non è libero, è solo vivo. Nel mio paese il regime non ha ancora capito di poter abolire il presente; ma ha capito benissimo di poter abolire il passato. Riscrive i libri di storia ogni cinque anni. Toglie le fotografie dai giornali. Cambia i nomi delle strade. Quando un cittadino ceco di trent’anni racconta la propria infanzia, racconta una vita che ufficialmente non è mai esistita». Fece una pausa. «La libertà che mi interessa è quella di poter dire: io ricordo. E di essere creduto».
Perls scosse la testa lentamente, non in disaccordo, ma come chi soppesa qualcosa che non si aspettava. «Io qui insegno l’opposto. Insegno a dimenticare. A stare nel now, in questo istante, a non lasciarsi mangiare dal passato. I miei pazienti arrivano carichi di rancori e di traumi, di madri imperfette e di padri assenti, e io passo le ore a cercare di convincerli che tutto quel materiale è zavorra. Che vivere significa lasciarlo cadere».
«Forse perché i suoi pazienti non hanno mai avuto qualcuno che provasse a cancellarli», disse Kundera. «Quando nessuno cerca di cancellarti, dimenticare è una forma di salute. Quando qualcuno ci prova ogni giorno, dimenticare è collaborazione».
Ci fu un lungo silenzio. Una ragazza in caftano attraversò il prato sotto la terrazza, scalza, portando un vassoio di tè. Perls la seguì con gli occhi distrattamente. Poi disse, con una dolcezza che a Esalen quasi nessuno gli conosceva: «Lei ha ragione. Io non avevo pensato a questa differenza».
Sulla psicoanalisi, invece, non si trovarono d’accordo, e fu chiaro fin dalle prime battute che non si sarebbero trovati. Perls la considerava una religione esausta. Aveva studiato con Karen Horney e con Wilhelm Reich, aveva letto Freud da giovane con la devozione che si riserva ai padri, e da padre l’aveva poi respinto con la stessa intensità. Diceva che la stanza dell’analista era diventata una stanza chiusa a chiave, in cui due persone si scambiavano piccole verità trafugate al passato, mentre fuori il presente passava senza essere vissuto.
«Freud», disse, «ha avuto un’idea geniale e ne ha fatto un’istituzione. Le idee geniali che diventano istituzioni si trasformano sempre in caricature di se stesse. Io non voglio curare nessuno. Voglio svegliare la gente. C’è una differenza».
Kundera lo ascoltò con l’attenzione di chi non vuole interrompere ma sa che interromperà. «In Cecoslovacchia», disse alla fine, «la psicoanalisi non è mai diventata un’istituzione, perché il regime l’ha proibita. Il marxismo-leninismo non ha bisogno dell’inconscio: presume di averlo già spiegato. Per noi, però, leggere Freud di nascosto era un atto politico. Non perché Freud fosse politico — era profondamente, quasi imbarazzantemente apolitico — ma perché ci ricordava che dentro di noi c’era qualcosa che lo Stato non poteva nazionalizzare. Una zona privata. Le pare poco?»
Perls non rispose subito. Stava arrotolando la sigaretta spenta tra le dita, come fanno i bambini con le briciole di pane. «Non mi pare poco», disse. «Mi pare però che lei stia descrivendo Freud come un samizdat. E io, lo confesso, dei samizdat non so niente».
«Nemmeno io, fino a poco tempo fa», disse Kundera. «Sto imparando».
Quando il discorso scivolò sulla democrazia, era già tardo pomeriggio e la luce sull’oceano aveva quella qualità ramata, brevissima, che a Big Sur dura il tempo di una sigaretta e poi non c’è più. Perls disse che la democrazia americana lo aveva sempre lasciato perplesso: troppi rituali, troppe bandiere, troppa retorica della libertà come prodotto di consumo. Disse che a Berkeley, tre anni prima, aveva ammirato i ragazzi del Free Speech Movement non per quello che chiedevano — il diritto di parlare in piazza Sproul — ma per quello che, nel chiederlo, scoprivano di se stessi. «Quei ragazzi», disse, «hanno scoperto che parlare in piazza è solo metà del lavoro. L’altra metà è capire perché si vuole parlare. La maggior parte di loro non ci arriverà mai. Si fermeranno a metà, troveranno una causa, si sposeranno, voteranno democratico e moriranno un po’ delusi. Ma una minoranza arriverà fino in fondo. E quella minoranza, le assicuro, è ciò per cui questa nazione vale ancora la pena».
Kundera ascoltò questa piccola omelia californiana con una pazienza che gli costò qualcosa. Poi disse, scegliendo le parole come si scelgono i passi su una superficie ghiacciata: «Lei ha il lusso di poter pensare alla democrazia come a un percorso di consapevolezza individuale. È un lusso enorme, e non glielo rimprovero. Glielo invidio. Io vengo da un posto in cui la democrazia è un’ipotesi tecnica: una struttura di leggi, di tribunali, di giornali non sequestrati, di urne contate da persone che non hanno paura. È una macchina prosaica, fatta di pezzi sostituibili. Ma è quella macchina che permette a uno come lei di andare a Berkeley a pretendere di parlare in piazza, e di ricevere come risposta solo qualche manganellata invece di vent’anni in un campo di lavoro. La consapevolezza individuale viene dopo. Viene dopo perché può venire dopo».
«E nel suo paese?»
«Nel mio paese stiamo cercando di costruire la macchina. Ci stiamo provando in questi mesi. Si chiama Primavera di Praga, anche se è autunno e fa freddo. Ho qualche speranza, e ho molta paura. Perché so che le macchine democratiche, una volta costruite, possono essere distrutte in una notte da chi ha i carri armati. E gli amici sovietici, se mi consente l’ironia, hanno parecchi carri armati».
Perls non rispose. Forse, in quel momento, capì qualcosa che a Esalen nessuno gli aveva mai detto: che la libertà di cui parlava nei suoi seminari — quella della respirazione, del corpo, del now — poggiava su una piattaforma invisibile costruita da altri, in altri secoli, con altri strumenti. E che senza quella piattaforma le sue tecniche gestaltiche sarebbero state, semplicemente, irrilevanti.
Si lasciarono al tramonto, come si lasciano due persone che sanno di non rivedersi. Perls disse a Kundera di restare per il seminario serale, ci sarebbe stata anche una giovane antropologa molto interessante che aveva studiato gli sciamani huicholi. Kundera rispose che doveva tornare a San Francisco quella sera stessa, e poi a Praga il giorno dopo. Era una mezza bugia — il volo era due giorni dopo — ma era la bugia di chi ha capito che certe conversazioni non vanno prolungate, vanno archiviate.
Si strinsero la mano. Perls disse, in tedesco: «Pass auf dich auf». Abbi cura di te. Kundera, che il tedesco lo conosceva benissimo per ragioni storiche complicate, rispose nella stessa lingua: «Sie auch». Anche lei.
Mentre la macchina di Kundera scendeva tornanti verso l’Highway 1, Perls restò sulla terrazza a guardare il sole che cadeva nell’oceano. Pensò che l’uomo magro aveva ragione su una cosa importante, e che lui stesso aveva passato gli ultimi vent’anni a non vederla. Pensò anche che l’avrebbe dimenticato entro tre giorni, perché era così che funzionava la sua testa: assorbiva, traduceva in tecnica, dimenticava la fonte. Ma per qualche minuto, in quella luce ramata, non dimenticò.
Kundera, in macchina, non pensò a Perls. Pensò a Ludvik, al protagonista del suo romanzo, e alla cartolina che gli aveva rovinato la vita. Pensò che Ludvik, se mai fosse riuscito ad arrivare fino a Big Sur, non avrebbe capito una sola parola di quel posto. E pensò che era esattamente per questo — perché Ludvik non sarebbe mai potuto venire qui — che valeva la pena tornare a casa.
Otto mesi dopo, nell’agosto del 1968, le truppe del Patto di Varsavia entrarono a Praga. Kundera perse il lavoro all’università, poi i diritti civili, poi la cittadinanza. Emigrò in Francia nel 1975 e non tornò mai più, se non per visite brevi e riluttanti. Continuò a scrivere romanzi sulla memoria e sull’oblio fino agli anni della vecchiaia, sempre con la stessa ostinazione di un uomo che teme di essere cancellato e ha deciso, per vendetta, di non cancellare niente.
Fritz Perls morì nel marzo del 1970, a Chicago, di insufficienza cardiaca, dopo aver lasciato Esalen per fondare una comune terapeutica in Canada che non sarebbe sopravvissuta a lungo. Le sue ultime parole, secondo i testimoni, furono rivolte a un’infermiera che cercava di rimetterlo a letto: «Non mi dica cosa devo fare». Erano, in un certo senso, l’ultima battuta possibile della sua vita.
L’incontro tra i due, naturalmente, non avvenne mai. Ma se fosse avvenuto, sarebbe avvenuto così: in una sera di novembre, su una terrazza di legno, sopra un oceano che continuava a infrangersi senza chiedere il permesso a nessuno.
Nota dell’autore.
Questo dialogo è interamente immaginario. Fritz Perls e Milan Kundera non si incontrarono mai, né a Esalen né altrove. I dettagli biografici, gli eventi storici (la rivolta di Berkeley del 1964, la pubblicazione di Žert nel 1967, la Primavera di Praga, l’invasione sovietica dell’agosto 1968, la morte di Perls nel marzo 1970, l’esilio francese di Kundera) sono invece accuratamente documentati. Tutto il resto — le sigarette, la tuta color senape, la ragazza in caftano, le parole in tedesco, e soprattutto la conversazione — appartiene a quel territorio incerto in cui la storia si lascia, talvolta, completare dall’immaginazione.
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Che meraviglia di discorso!
Sembra di essere lì in California
Ho letto molti libri di Kundera , ma voglio trovare il tempo di rileggere ancora qualcosa
Grazie