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“A House of Dynamite”: la tragedia del potere, la poesia dell’apocalisse.

29 Nov 25

Un affresco corale sulla fine del mondo, senza ironia, senza redenzione.

A House of Dynamite, l’ultimo, devastante film di Kathryn Bigelow, è un’opera che si impone come il Dottor Stranamore del terzo millennio, ma privato di ogni sarcasmo, di ogni risata. Dove Kubrick rideva dell’assurdo, Bigelow osserva il collasso con occhi spalancati, trattenendo il fiato. Il risultato è un film che non racconta la fine del mondo: la vive, la scolpisce, la incide nella carne dello spettatore.

I. Diciotto minuti per l’eternità: la struttura come condanna

Il film si apre con un timer: 18 minuti. È il tempo che separa l’intercettazione di un missile balistico intercontinentale, di origine sconosciuta, dalla sua detonazione su Chicago. Ma non è un thriller. È una tragedia. Il tempo non è suspense: è trauma. Ogni secondo è un colpo di scalpello sulla pietra tombale della civiltà.

La narrazione si frammenta in una polifonia di voci, in un mosaico di prospettive che si rincorrono e si sovrappongono. C’è la Capitano Olivia Walker (Rebecca Ferguson), che guida la risposta militare da una base in Alaska, combattuta tra dovere e coscienza. C’è il Segretario di Stato Reid Baker (Jared Harris), che scopre che sua figlia si trova a Chicago e che, impotente, sceglie il suicidio come ultimo atto di dignità. C’è il Presidente (Idris Elba), che appare solo nel terzo atto, simbolo di un potere che arriva sempre troppo tardi.

E poi c’è lui: il giovane ufficiale con la valigetta nucleare, interpretato da Gabriel Basso. È il personaggio più enigmatico, più umano, più tragico. Il suo monologo sull’hamburger — pronunciato mentre attende l’ordine di attivare i codici di lancio — è uno dei momenti più alti del film. Parla del panino che avrebbe voluto mangiare, del fast food sotto casa, del sapore della senape. È un discorso che sembra fuori luogo, ma che in realtà è l’essenza stessa del film: la banalità del quotidiano che si infrange contro l’assurdità della catastrofe. In quei pochi minuti, il ragazzo non è più un soldato: è un figlio, un amico, un essere umano che ha fame, paura, nostalgia.

II. Figure minori, cuori spezzati

Kathryn Bigelow costruisce un affresco corale in cui le figure secondarie non sono comparse, ma frammenti di verità. Non parlano per muovere la trama, ma per fermare il tempo. Sono volti che restano, gesti che bruciano, silenzi che gridano.

Tra queste, indimenticabile è la figura dell’ufficiale della base di lancio, il tenente Marcus Hale, incaricato di intercettare il missile in arrivo. La sua missione è impossibile: “un proiettile contro un proiettile”, dice un collega, e la frase diventa emblema dell’assurdità tecnica, della sproporzione tra mezzi e destino. Hale esegue il protocollo con rigore, con freddezza apparente, ma quando il missile sfugge al sistema difensivo, lo vediamo uscire dalla postazione, togliersi il casco, inginocchiarsi sull’asfalto, e piangere. Non è solo il fallimento operativo: è il crollo dell’identità. In quel momento, il soldato non è più funzione, ma carne, colpa, figlio di un mondo che non sa più proteggere

Accanto a lui, altre figure minori compongono un mosaico di dolore sommesso. C’è la centralinista del Pentagono che continua a rispondere al telefono anche quando nessuno chiama più, come se il gesto potesse tenere in vita il sistema. C’è il tecnico informatico che cerca di decifrare la provenienza del missile mentre ascolta Chopin in cuffia, come se la musica potesse dare senso all’assurdo. C’è la madre single che lavora al NORAD e che, saputo che il figlio è in gita scolastica a Chicago, si chiude in bagno e vomita, poi torna alla sua postazione, perché non c’è tempo per il lutto.

Queste figure non hanno archi narrativi. Non hanno risoluzioni. Ma hanno verità. Sono le crepe nel marmo, le ombre nel quadro, le voci che restano quando tutto tace. Bigelow le scolpisce con pudore, con precisione, con amore. E in loro, forse più che nei protagonisti, si riflette la tragedia del mondo che finisce. Non con un’esplosione, ma con un pianto in ginocchio.

III. Regia: il gesto che incide la carne del tempo

Kathryn Bigelow non dirige: incide. La sua regia è un atto chirurgico, una dissezione del tempo che non cerca di raccontare ma di esporre. Ogni inquadratura è una ferita aperta, ogni movimento di macchina una vertigine che ci trascina nel cuore pulsante del disastro. Non c’è estetica del controllo, ma una coreografia del collasso: la macchina da presa non si limita a osservare, ma vibra con i personaggi, ne segue il respiro, ne anticipa il cedimento. Il montaggio, scandito da silenzi che urlano più delle parole, costruisce una tensione che non esplode mai del tutto, ma si sedimenta come polvere radioattiva sotto la pelle dello spettatore. Bigelow non cerca il pathos: lo nega, lo ritrae, lo lascia morire in un angolo buio della stanza. È una regia che non consola, ma condanna. E proprio in questa condanna, nella sua lucidità spietata, si rivela la potenza del gesto artistico: non c’è redenzione, solo esposizione. Il cinema, qui, è un atto di testimonianza.

IV Contesto: l’apocalisse come condizione permanente

A House of Dynamite non è ambientato in un tempo preciso, ma in una condizione psichica: quella dell’attesa eterna, dell’allarme che non si spegne mai. Il contesto geopolitico — un missile in arrivo, un governo paralizzato, una decisione impossibile — è solo la superficie di un trauma collettivo che ci riguarda tutti. Bigelow non ci parla dell’America: ci parla dell’Occidente, della sua incapacità di elaborare il lutto del potere, della sua dipendenza dalla minaccia come forma di identità. Il film si muove tra bunker e sale operative, ma è nei corridoi della mente che si consuma la vera tragedia. La burocrazia diventa rituale, la catena di comando una liturgia dell’impotenza. In questo scenario, il tempo non scorre: si contrae, si ripete, si annoda. L’apocalisse non è un evento: è uno stato dell’essere. E noi, spettatori, non possiamo che assistere, impotenti, alla sua messa in scena.

V. Il potere come abisso: psicoanalisi di un collasso

Il film è una seduta collettiva. Il potere è visto come una struttura narcisistica che, di fronte alla crisi, si rivela vuota. Il Presidente, simbolo di un’autorità ormai solo performativa, è incapace di decidere. Il Segretario di Stato, figura paterna, si suicida. La Capitano Walker, unica figura d’azione, è costretta a scegliere tra l’obbedienza e l’etica. E il giovane ufficiale con la valigetta è il bambino sacrificale, l’agnello che porta il peso del mondo sulle spalle. E’ sua la battuta che sintetizza il senso di tutto il film “Deve, scegliere, Presidente, tra la resa e il suicidio

VI. Conclusione: un film da vivere, non da guardare

A House of Dynamite è un film che non si dimentica. Non perché sia spettacolare, ma perché è vero. È un’opera che ci guarda, ci interroga, ci giudica. È il nostro specchio, il nostro incubo, la nostra elegia. È il Morte a Venezia del XXI secolo, ma al posto della laguna c’è il Pentagono, al posto del colera c’è un missile, al posto di Tadzio c’è un hamburger mai mangiato.

Un capolavoro. Da vedere. Da soffrire. Da ricordare.

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