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Anatomia di un Tradimento: La Sindrome di Lucifero in Divisa al Cinema

27 Feb 26

La recente e torbida vicenda di cronaca che ha portato all’arresto di Carmelo Cinturrino, con la gravissima accusa di omicidio volontario ai danni di un piccolo spacciatore, non è soltanto una notizia di nera destinata a riempire le pagine dei quotidiani. Da un punto di vista strettamente psichiatrico e sociologico, eventi di questa portata rappresentano un vero e proprio trauma collettivo. Il poliziotto, il carabiniere, l’agente di pubblica sicurezza incarnano, nell’inconscio sociale, la funzione genitoriale normativa: sono il Super-Io esternalizzato, il “contenitore” rassicurante che garantisce la tenuta del patto sociale contro il caos delle pulsioni distruttive. Quando il garante della legge si trasforma nel suo violatore più spietato, si genera nella collettività una profonda dissonanza cognitiva. La figura protettiva sfuma nel predatore, e la divisa, da simbolo di sicurezza, muta in uno schermo che occulta l’abisso.

Questa inquietante terra di confine, in cui la Legge e la Trasgressione collassano l’una nell’altra annullando ogni coordinata morale, è da sempre un terreno d’indagine d’elezione per la settima arte. Il cinema, agendo come uno specchio analitico delle nostre paure più inconfessabili, ha sezionato la figura dell'”agente infedele” con una precisione clinica, offrendo spaccati psicopatologici di rara potenza.

Scandagliando la migliore filmografia sul tema, emerge con forza un minimo comun denominatore: l’effetto tossico e corrosivo del potere assoluto e della prossimità ininterrotta al male. Come ci insegna Philip Zimbardo con il suo celebre esperimento del carcere di Stanford, l’assunzione di un ruolo di dominio, in assenza di rigidi controlli e in contesti di forte stress, può innescare una rapida metamorfosi comportamentale. La devianza non è un fulmine a ciel sereno, ma il sintomo terminale di una lenta erosione morale, di un delirio di onnipotenza o di una disfunzionale identificazione con l’aggressore. Tuttavia, se confrontiamo il cinema internazionale (prevalentemente statunitense) con quello italiano, le differenze di approccio diagnostico e narrativo sono marcate e rivelatrici di due diverse “psicopatologie del potere”.

Il Paradigma Americano: Narcisismo Maligno, Avidità e la Disintegrazione dell’Io

Nel cinema d’oltreoceano, la devianza del tutore dell’ordine è quasi sempre letta attraverso la lente dell’individualismo esasperato. La corruzione è il sintomo di una disintegrazione dell’identità personale, spesso fagocitata dal cinismo capitalista o da gravissimi disturbi del cluster B.

In Affari sporchi (Internal Affairs, 1990), ci troviamo di fronte a un caso clinico da manuale di psicopatia ad alto funzionamento intrecciata a narcisismo maligno. Il Dennis Peck interpretato in modo agghiacciante da Richard Gere non è un semplice “poliziotto corrotto” mosso dal bisogno di denaro; è un predatore intrapsichico. Utilizza il distintivo come clava per l’esercizio di un controllo sadico e onnipotente sugli altri. La sua corruzione è strutturale all’Ego: manipola le menti dei colleghi, si insinua nei loro matrimoni distruggendoli dall’interno, si nutre della vulnerabilità altrui. Il distintivo, in questo caso, è l’alibi istituzionale perfetto che garantisce l’impunità alla sua natura sociopatica.

Totalmente opposta sul piano diagnostico, eppure altrettanto letale, è la discesa agli inferi narrata ne Il cattivo tenente (Bad Lieutenant, 1992) di Abel Ferrara. Qui non c’è il freddo calcolo machiavellico di Gere, ma il trionfo sregolato dell’Es e della pulsione di morte (Thanatos). Harvey Keitel mette in scena un uomo divorato dalle dipendenze (droga, gioco d’azzardo, sesso compulsivo), in cui la scissione tra il ruolo istituzionale e il disfacimento interiore è assoluta e incolmabile. È l’annullamento del Super-Io in un vortice di autodistruzione, un’agonia esistenziale e teologica in cui il poliziotto, attraverso l’abuso estremo di sé e degli altri, cerca una grottesca, sanguinante e disperata via di espiazione.

Il confine tra chi caccia i mostri e chi diventa un mostro è invece il cuore clinico di Training Day (2001). Alonzo Harris (Denzel Washington, in una performance magistrale) rappresenta la razionalizzazione patologica del male. La sua devianza viene costantemente “giustificata” attraverso meccanismi di difesa sofisticati: per dominare la strada e ottenere un bene superiore, devi farti strada. Il film è una durissima lezione sulla manipolazione psicologica e sul processo di grooming ai danni di una giovane mente (la recluta Ethan Hawke). È un rito di iniziazione tribale in cui la corruzione sistemica viene contrabbandata per cinica e indispensabile saggezza operativa.

Un tema, questo della corruzione sistemica come ecosistema chiuso, che esplode in tutta la sua drammaticità in L.A. Confidential (1997) e in Cop Land (1997). Nel capolavoro noir ambientato nella Los Angeles degli anni ’50, l’intero dipartimento di polizia è strutturato secondo le dinamiche del “pensiero di gruppo” (Groupthink), in cui insabbiamenti, ricatti e violenza ingiustificata diventano meccanismi di difesa istituzionale necessari per preservare lo status quo. In Cop Land, Sylvester Stallone ci mostra invece la “banalità del male” della provincia: un’intera cittadina del New Jersey trasformata in un feudo dove l’omertà tra poliziotti crea una cittadella fortificata, totalmente impermeabile alla realtà e alla legalità. La devianza qui non è l’eccezione del singolo, ma la regola del branco.

 

Ed è proprio questa struttura omertosa ciò che distrugge la psiche di chi tenta di opporvisi. Serpico (1973) non è solo la storia di un eroe incorruttibile; è il ritratto straziante, e psichiatricamente ineccepibile, del trauma da isolamento e del moral injury (danno morale). Al Pacino interpreta l’individuo la cui salute mentale viene progressivamente erosa dal gaslighting istituzionale e dalla paranoia, peraltro fondatissima, di essere circondato da colleghi ostili pronti a ucciderlo. Il film di Lumet dimostra come un sistema patologico non tolleri anticorpi: chi è sano viene espulso, isolato o fisicamente eliminato.

L’alienazione e la frammentazione dell’Io raggiungono infine il loro apice ne The Departed – Il bene e il male (2006). Martin Scorsese smantella definitivamente la dicotomia guardia/ladro esplorando il tema della doppia infiltrazione. Il poliziotto infiltrato nella mafia e il criminale infiltrato nella polizia vivono una condizione di scissione identitaria così estrema da generare un cortocircuito psichico. Diventa impossibile stabilire dove finisca la maschera della finzione e dove inizi la realtà dell’individuo, in un gioco di specchi che porta all’implosione delle personalità di entrambi i protagonisti.

La Prospettiva Italiana: Il Delirio d’Intoccabilità, l’Istituzione e la Frustrazione Sociale

Se il cinema americano seziona l’avidità capitalistica e la psicopatologia del singolo, l’approccio italiano alla devianza in divisa ha radici profondamente legate alla sociologia del potere. Il fulcro, nel nostro cinema, è quasi sempre l’abuso come patologia intrinseca all’Istituzione stessa.

Il vertice assoluto e inarrivabile di questa riflessione clinico-politica è Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) di Elio Petri. L’interpretazione di Gian Maria Volonté è un trattato di psichiatria sociale tradotto in pellicola. Il suo Commissario (promosso all’ufficio politico) non agisce per lucro, per droga o per cinismo di strada. Agisce per un bisogno disperato, quasi infantile e perverso, di confermare la propria onnipotenza. Uccide l’amante e dissemina prove auto-incriminanti ovunque per testare l’assoluta impermeabilità del Potere che egli stesso incarna. È il delirio narcisistico dell’Autorità che si fa Assoluto: l’istituzione statale è così cieca, conservatrice e auto-assolutoria da non poter fisicamente concepire che la colpa risieda al proprio vertice. Il film mette a nudo una dinamica sado-masochistica: l’assoggettamento psicologico della società all’autorità, che garantisce totale impunità al sadismo di chi comanda.

Totalmente diverso per estrazione sociale del protagonista, ma altrettanto indicativo della fragilità umana, è L’ultima notte di Amore (2023). Pierfrancesco Favino presta il volto a Franco Amore, un poliziotto che per trentacinque anni ha mantenuto una condotta immacolata, incanalando ogni pulsione all’interno di una rigida, quasi ossessiva, moralità da “bravo servitore dello Stato”. Qui la devianza non nasce da un delirio di onnipotenza istituzionale, ma dalla spaventosa vulnerabilità economica e relazionale dell’uomo comune. Il film è la cronaca clinica del crollo improvviso dei meccanismi di coping di una vita intera. Sotto il peso di uno stress acuto improvviso e del terrore per il proprio futuro economico, decenni di difese psichiche saltano in poche ore. È la tragedia della banalità: il crollo del “bravo poliziotto” inghiottito in una sola notte dall’Ombra che aveva faticosamente tenuto a bada per tutta l’esistenza. Da segnalare il finale davvero memorabile!

Infine, A.C.A.B. – All Cops Are Bastards (2012) di Stefano Sollima ci trascina nei meandri oscuri della psicologia delle folle, del disturbo post-traumatico da stress (PTSD) e del trauma vicario. Sollima non ci mostra poliziotti collusi con la criminalità organizzata per arricchirsi, ma agenti del Reparto Mobile (la Celere) profondamente logorati dall’alienazione e dal perenne contatto con l’odio di piazza. La “squadra” regredisce a uno stato tribale, diventando una famiglia disfunzionale che sviluppa una mentalità da bunker (noi contro il mondo). L’abuso di potere, la violenza ingiustificata e l’infedeltà alla legge non nascono da calcolo, ma da un profondo senso di abbandono da parte di quello stesso Stato che dovrebbero difendere. Le spedizioni punitive diventano un feroce acting out, una valvola di sfogo patologica per una frustrazione sociale insopportabile. Il distintivo cessa di essere garanzia di ordine democratico per trasformarsi nel marchio di appartenenza a una fazione in perenne e paranoico assetto di guerra.

Conclusione: L’Ineludibile Confronto con la Nostra Ombra

La cronaca ci costringe ad aprire gli occhi, e il caso di Cinturrino – nella sua bruciante drammaticità – ce lo ricorda con spietata chiarezza. Ciò che queste opere cinematografiche ci restituiscono non è l’intrattenimento di un thriller poliziesco ben congegnato, ma un’autentica anamnesi delle fragilità strutturali della psiche umana quando viene calata in contesti di potere, di isolamento e di esposizione continua alle scorie della società.

Che si tratti del sociopatico in giacca e cravatta, del tossicodipendente in caduta libera, del commissario delirante o del celerino accecato dalla rabbia tribale, la grandezza di questi film risiede nel ricordarci una verità psichiatrica fondamentale: l’abito non fa il monaco e la divisa non immunizza la psiche. Il potere delegato, se non accompagnato da una solida struttura etica, da una supervisione psicologica costante e da un reale ancoraggio alla realtà, agisce come un formidabile catalizzatore. Amplifica le vulnerabilità latenti, sfalda le difese e trasforma chi dovrebbe arginare il male nel suo più efficace e mimetico portavoce. È un monito ineludibile che ci impone, come clinici e come società civile, di non dare mai per scontata la sanità delle nostre istituzioni, mantenendo vivo un costante e disincantato esercizio di controllo sui nostri controllori.

 

Bibliografia


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2 Commenti

  1. Roberto Merli

    bella selezione di film. metterei nella lista anche l’infernale Quinlan, con la sua sete di giustizia e di affetto.

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  2. Stefano Alice

    Il caso Cinturrino impone un’analisi che superi l’indignazione per approdare alla clinica forense. Quando un tutore dell’ordine devia dal mandato, assistiamo a un fallimento del “contenitore” psichico, leggibile attraverso tre lenti tassonomiche:
    1) Vulnerabilità latenti: tratti Cluster B che usano il ruolo come protesi di onnipotenza;
    2) Erosione da stress vicario: deumanizzazione figlia di un burnout non intercettato;
    3) Dissonanza sistemica: adattamento disfunzionale a contesti isolati.
    I dati (1-3% di condotte gravi) confermano che la divisa non è uno scudo contro il logorio. Come psichiatri e criminologi, sappiamo che lo screening d’ingresso è statico: serve un monitoraggio psicometrico longitudinale su impulsività e distacco emotivo.
    Senza una supervisione clinica d’élite, il potere delegato può accelerare fragilità sommerse. Identificare precocemente queste red flags non è un atto ispettivo, ma un investimento sulla salute dell’operatore. Proteggere la psiche di chi ci difende è l’unico modo per garantire l’integrità delle Istituzioni e la fiducia dei cittadini.

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