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CINEMA: «Il terzo omicidio» e il bisogno di credere

24 Set 26

Nel legal drama di Hirokazu Kore-eda, ora gratuito su RaiPlay, un imputato cambia versione a ogni colloquio e un avvocato è tentato di credere a quella che lo commuove: il sacrificio di un padre. Ma chi smettiamo di ascoltare quando troviamo finalmente una storia che ci piace?

 

Il film comincia dal delitto, e ce lo mostra. Di notte, lungo un fiume, un uomo ne uccide un altro e ne dà il corpo alle fiamme. Abbiamo visto, dunque crediamo di sapere. Hirokazu Kore-eda passerà le due ore successive a toglierci quella certezza, senza mai offrircene un’altra in cambio. Il terzo omicidio ha la forma di un legal drama, ma il suo argomento è ciò che accade a chi ascolta.

Tomoaki Shigemori è un penalista abile che, almeno all’inizio, cerca una linea difensiva più che una verità. Masaharu Fukuyama gli presta un cinismo che ha l’aria di una difesa: sotto, si indovina il desiderio di credere. Il suo cliente, Misumi, ha confessato di aver ucciso e derubato il proprio datore di lavoro; trent’anni prima era stato condannato per un duplice omicidio, e a risparmiargli la pena capitale era stato un giudice, il padre di Shigemori.

Misumi cambia storia a ogni colloquio. Prima il movente è il denaro, poi un bonifico sul suo conto suggerisce che sia stata la moglie della vittima a commissionargli il delitto, infine l’imputato nega tutto: la confessione gli è stata strappata. Kōji Yakusho gli dà una voce bassa e mite, e in quella mitezza il penitente, la vittima del sistema e l’uomo che tiene in scacco il proprio avvocato convivono senza stridere; per questo nessuna versione suona del tutto falsa, e nessuna del tutto vera. Kore-eda ha raccontato di aver aggiunto scene nel parlatorio dopo aver visto i due attori alla lettura del copione, e si capisce perché. Viene in mente Rashomon, ma lì le versioni appartengono a quattro testimoni; qui escono tutte dalla stessa bocca, e l’interesse che le plasma potrebbe non essere di chi parla.

Potrebbe essere quello di Sakie (Suzu Hirose), la figlia adolescente della vittima. Zoppica, e dice che è colpa di un incidente; zoppica anche la figlia di Misumi, che da anni non vuole più vederlo, e Kore-eda lascia la rima allo spettatore. Sakie conosceva Misumi. Racconta che il padre ha abusato di lei per anni e che aveva lasciato intendere a Misumi di volerlo morto, ed è pronta a dirlo in aula. È allora che Misumi ritratta e si proclama innocente, e la testimonianza della ragazza non serve più. Giudice, accusa e difesa si accordano per non riaprire il dibattimento e rispettare il calendario. Misumi viene condannato a morte.

Da questi elementi si ricompone quasi da sola una storia: un uomo che ha fallito come padre si sacrifica per una ragazza in cui rivede la figlia perduta, le risparmia il processo e paga con la vita. È la storia a cui arriva Shigemori, e probabilmente lo spettatore; chi scrive non ha fatto eccezione. È seducente perché mette ogni cosa al suo posto: dà al delitto un senso, alle menzogne un movente nobile, alla condanna una forma, e trasforma un imputato opaco in un padre. Il film la rende plausibile senza mai confermarla, e non esclude che il gesto di Misumi sia anche altro. Quando ricorda i canarini che allevava, alcuni dei quali ha ucciso, e si domanda quale arbitrio decida chi sopravvive, parla da uomo che quell’arbitrio lo conosce dai due lati: lo ha esercitato, e lo ha subito il giorno in cui un giudice gli ha lasciato la vita. Consegnarsi alla condanna, trent’anni dopo, potrebbe essere anche un modo di rimettere una regola dove ha visto soltanto il caso.

Kurosawa, del resto, chiudeva Rashomon con il boscaiolo che raccoglie un neonato abbandonato sotto la porta e dice che lo crescerà, e il monaco che aveva perso fiducia negli uomini la ritrova: la verità resta irraggiungibile, ma un atto di paternità scelta, compiuto sotto gli occhi di tutti, ripara qualcosa. Nel film di Kore-eda la possibilità di una riparazione prende la forma di una paternità scelta, ma avviene fuori scena, se avviene, e nessuno può vederla. Tutto intorno, padri che hanno fallito: la vittima, se Sakie dice il vero, e lo stesso Shigemori, separato e sempre al lavoro, la cui figlia adolescente, sorpresa a rubare, se la cava con lacrime versate a comando. Che cosa faccia di qualcuno un padre, il sangue o la scelta, è una domanda ricorrente nel cinema di Kore-eda, da Father and Son a Un affare di famiglia.

Ed è proprio la commozione a rendere difficile un’altra domanda. Sakie è pronta a testimoniare, e la ritrattazione di Misumi rende inutile la sua parola. Se il gesto voleva proteggerla, chi ha deciso che per lei fosse meglio tacere? L’intenzione, se c’è stata, resta invisibile; l’effetto no. Anche nell’ipotesi più generosa, Misumi avrebbe scelto al suo posto. C’è poi un’asimmetria che riguarda noi. La parola di Sakie, testimone diretta di ciò che accadeva in quella casa, viene accolta con cautela, come un racconto da verificare: anche queste righe, poco sopra, hanno scritto «se Sakie dice il vero». Il sacrificio di Misumi, che nessuno ha mai dichiarato, viene accolto come una rivelazione. Commossi dal padre che immaginiamo, rischiamo di interessarci alla sua redenzione più che al desiderio di una ragazza di essere ascoltata.

Il conflitto prende forma visiva nel parlatorio, ripreso per lo più in primo piano. Il vetro separa i due uomini e insieme li riflette, e in una scena i riflessi scivolano l’uno sull’altro finché i volti quasi coincidono: Shigemori guarda Misumi e vi trova, sempre di più, se stesso. Nel momento della coincidenza, però, l’immagine rende esplicita un’identificazione che il film aveva fin lì lasciato intuire, e l’incontro perde un poco della sua opacità.

Per chi fa il mestiere del colloquio, il film scompone un passaggio che conosciamo bene. C’è ciò che Misumi dice; c’è ciò che Shigemori trattiene fra le versioni ricevute; c’è ciò che le sue domande sollecitano; e c’è ciò che, trovata la storia che lo convince, egli smette di chiedere. È qui che l’ascolto diventa un problema concreto: un’interpretazione soddisfacente può renderci meno disponibili a essere contraddetti. Quando l’avvocato chiede a Misumi se sia soltanto un «vaso», un recipiente che ciascuno riempie a piacere, lui gli rimanda la domanda. Nell’ultimo colloquio è ancora Misumi a nominare il punto cieco: e se la storia del sacrificio fosse ciò che all’avvocato serve credere, per sentirsi dalla parte giusta?

Presentando il film a Venezia, il regista ha spiegato di aver capito, parlando con gli avvocati, che il tribunale non è il luogo in cui si accerta la verità. Il film lo mostra con precisione: l’istituzione arriva a una decisione, perfino a una condanna a morte, senza aver sciolto l’incertezza, non perché la verità sia indifferente, ma perché la procedura non ha bisogno di possederla per concludersi. Preso alla lettera, il titolo tiene il conto dei precedenti: dopo il duplice omicidio di trent’anni prima, quello sul fiume è il terzo. Ma è difficile non leggervi anche la sentenza, un omicidio che nessuno chiama con questo nome.

Uscito dal carcere dopo l’ultimo colloquio, Shigemori viene ripreso dall’alto, solo, fermo a un incrocio. Le strade sono più d’una e nessuna promette di portare alla verità. È anche la posizione dello spettatore, con una differenza: quando Shigemori comincia a capire diversamente, la sentenza è già stata pronunciata. E una voce, quella di Sakie, è rimasta fuori dall’aula.

Il terzo omicidio (Sandome no satsujin), Giappone 2017, 124 minuti. Scritto, diretto e montato da Hirokazu Kore-eda; fotografia di Mikiya Takimoto; musiche di Ludovico Einaudi. Con Masaharu Fukuyama, Kōji Yakusho, Suzu Hirose. In concorso alla 74ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia; premiato dall’Academy giapponese per film, regia, sceneggiatura, montaggio, attore e attrice non protagonisti; distribuito in Italia da Double Line.

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