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Claude Chabrol: anatomia del delitto borghese

30 Nov 25

Cinema, provincia francese e psicoanalisi del quotidiano

«Non sono pessimista sull’essere umano, solo sul modo in cui vive.» — Claude Chabrol

Prologo. Perché Chabrol (ancora) ci riguarda

Fra i padri della Nouvelle Vague, Claude Chabrol (1930–2010) è l’autore che ha coniugato con più lucidità la libertà del moderno con il classicismo della messa in scena. Non è il rivoluzionario iconoclasta (alla Godard), ma il moralista clinico che scava nelle superfici del quotidiano, trasformando la forma romanzo realista in microscopia dei sintomi sociali: colpa, desiderio, rimozione, ipocrisia, potere. La sua opera, lunghissima e coerente, va dall’esordio di Il bello Serge (Le Beau Serge, 1958) fino a Bellamy (2009), attraversando la storia culturale francese come un sismografo delle sue ambivalenze. La critica internazionale ha riconosciuto questo doppio registro—classico e ferocemente analitico—dal necrologio del BFI/Sight & Sound, che lo celebra come pioniere e “specchio” della borghesia, alle ricapitolazioni autorevoli dell’Enciclopedia britannica (Britannica), che lo definisce «maestro del thriller» e lettore hitchcockiano della colpa.

1) Metodo Chabrol: psicoanalisi della normalità (Hitchcock, la provincia e il “doppio”)

Per Chabrol Hitchcock non è un repertorio di trucchi, ma una etica dello sguardo: la messa in scena come inferenza morale, il dettaglio che smaschera la recita sociale. Con Éric Rohmer firma nel 1957 la prima monografia sistematica su Hitchcock: un testo fondativo che informa la sua pratica futura, dove il delitto diventa dispositivo di verità e non mero ingranaggio di trama.

Questa “verità” ha un luogo privilegiato: la provincia francese. Non idillio, ma topografia del rimosso; un organismo regolato da rituali (i pasti, le cerimonie familiari, la messa domenicale) dove la comunità—più ancora della capitale—controlla e giudica. È in provincia che Chabrol fa esplodere le sue parabole—dalla Creuse di Il bello Serge alla Bretagna gelida de Il buio nella mente (La Cérémonie, 1995)—perché lì il Super Io borghese è più forte, i lapsus più eloquenti, l’acting out più irreparabile. Il BFI, nella guida “Where to begin”, individua proprio nell’esordio di Sardent la matrice “zolesca” del suo realismo morale.

Sul piano psicoanalitico, la drammaturgia chabroliana è quasi sempre triangolare (coppia + terzo) e ruota attorno al doppio: amici speculari, coniugi e amanti, vittime e carnefici interscambiabili. La colpa non è solo individuale: è forma sociale del desiderio. Il delitto non chiude, sposta—e, spostando, rivela. Roger Ebert, a proposito di Ucciderò un uomo (Que la bête meure, 1969), notava come Chabrol privilegi tono e comportamento alla meccanica dell’intreccio: il “come” è più devastante del “chi”.

2) Gli inizi (1958–1963): realismo morale e primi delitti

Il bello Serge (Le Beau Serge, 1958). Ritorno al paese natale: amicizia come specchio, alcolismo, destino frustrato. La provincia non è paesaggio, è sintomo: l’inerzia sociale diventa coazione a ripetere. Spesso indicato come primo atto ufficiale della Nouvelle Vague; il BFI lo propone come varco d’ingresso a Chabrol.

I cugini (Les Cousins, 1959). Inverte il vettore: dalla provincia alla Parigi degli studenti; moralità ingenua vs cinismo. Con spietata semplicità, Chabrol mostra come la città raffini la violenza sotto forma di indifferenza. (Premi a Locarno e Berlino sanciscono il successo della duplice apertura 1958–59).

Le buone donne (Les Bonnes Femmes, 1960). Quattro commesse parigine tra desiderio e predazione. Il quotidiano è scena analitica: la leggerezza contiene micro violenza; lo sguardo maschile e quello femminile compongono un gioco di potere che culmina nel tragico. Il volume Cahiers du cinéma. 1960–1968 ricontestualizza il film nel clima critico dell’epoca.

A doppia mandata (À double tour, 1959) e Ofelia (Ophélia, 1963). Il delitto domestico come trap door del rimosso. Le case chabroliane sono corpi nevrotici: pareti, scale, cornici—tutto ordina e, al tempo stesso, imprigiona. È il primo laboratorio della colpa coniugale che, dalla fine dei ’60, diventerà la sua firma stilistica.

3) Donne, desiderio, classe (1968–1975): adulterio, vendetta, “giochi” crudeli

Le cerbiatte (Les Biches, 1968). Controcampo erotico e mentale: identità liquide, gelosia come fantasma e doppio. È qui che la crudeltà del sentimento si fa chirurgia narrativa.

La donna infedele (La Femme infidèle, 1969). L’adulterio non è scandalo, è rito di classe. Il delitto—quasi amministrativo—mostra la funzione sociale della menzogna; la giustizia privata è un autoinganno che salva la facciata e corrompe l’intimità. (Enciclopedia britannica).

Ucciderò un uomo (Que la bête meure, 1969). La vendetta di un padre come acting out narcisistico: l’etica si sbriciola nella messa in scena di sé. Ebert notava il primato di tono e comportamento sulla trama: è il clima morale a uccidere.

Il tagliagole (Le Boucher, 1970). Forse il suo film più psicoanalitico: la maestra (Stéphane Audran) è un Super Io incrinato, il macellaio (Jean Yanne) è l’Es che bussa con tenerezza e orrore. Il paesaggio scolastico, le grotte, i pranzi: ogni elemento contiene il trauma e lo riporta in superficie con discrezione mortale. (Enciclopedia britannica; BFI).

Appena prima della notte (Juste avant la nuit, 1971). Colpa come corrosione lenta: il delitto “consentito” dalla vittima non alleggerisce, anzi disgrega l’Io. La borghesia appare qui come macchina dell’autoassoluzione.

La rottura (La Rupture, 1970). Guerra legale/psichiatrica: manuale di gaslighting ante litteram. La provincia disegna il suo tribunale implicito; l’ordine difende se stesso truccando le regole.

Le nozze rosse (1973), Gli innocenti dalle mani sporche (1975), Una parte di piacere (1974). Varianti del teorema gelosia/potere: coppie che si sorvegliano, si manipolano, si “giustiziano”, come in un esperimento di laboratorio.

5) Storicizzare la colpa: Isabelle Huppert, Vichy e Flaubert (1978–1991)

Violette Nozière (1978). Archetipo parricida, sintomo politico morale della Francia interbellica; inizio del grande sodalizio con Isabelle Huppert. Chabrol smonta ogni comodo psicologismo: la ribellione di Violette è al contempo patologia e metafora sociale; l’atto criminale è un grumo storico (famiglia, classe, sessualità, miseria). (Enciclopedia britannica; RFI).

Affari di donne (Une affaire de femmes, 1988). Vichy, aborto clandestino, corpo femminile ridotto a territorio di Stato: Huppert scolpisce una figura tragica e ironica, in cui il delitto è un servizio (e dunque un crimine doppio agli occhi del regime). Chabrol non assolve, accusa il contesto, restituendo alla psicoanalisi il suo fondamento politico (patriarcato, legge, vergogna). (RFI, Enciclopedia britannica).

Madame Bovary (1991). Trasposizione esemplare: non condanna Emma, giudica il mondo che la produce. La “nevrosi del desiderio” è formata socialmente: consumo, status, attese. Chabrol codifica con eleganza il regime ottico borghese: inquadrature che “amabilmente” soffocano. (Enciclopedia britannica).

6) L’opera al nero: La cerimonia e la tarda classicità (1995–2009)

Il buio nella mente (La Cérémonie, 1995). Capolavoro sul conflitto di classe come patologia. Sophie (Sandrine Bonnaire) è analfabeta: un segreto di vergogna che il mondo “perbene” non sa (e non vuole) vedere. Jeanne (Isabelle Huppert) incarna l’agente scatenante; la famiglia borghese è ordine simbolico che espelle l’alterità fino al massacro. Film di atti mancati e suoni fuori campo (come sottolinea Criterion), eseguito con compostezza glaciale. “Cerimonia” del titolo è il rito della maschera che cade.

Grazie per la cioccolata (Merci pour le chocolat, 2000). Il cioccolato come medium della menzogna: micro gesti e micro crudeltà, genealogie confuse e identità usurpate. L’omicidio “domestico” torna a essere funzione regolativa dell’ordine familiare.

Il fiore del male (La Fleur du mal, 2003). L’albero genealogico come archivio della colpa: una piccola comunità di provincia fa i conti con collaborazionismi e rimozioni. Noir politico sentimentale dove il sangue antico nutre le apparenze.

La damigella d’onore (La Demoiselle d’honneur, 2004). Eros e folie à deux: la psicosi amorosa diventa mitologia privata. Il quotidiano, minuziosamente registrato, fa da cassa di risonanza alla mania.

La commedia del potere (L’Ivresse du pouvoir, 2006). Dalla famiglia allo Stato: l’intossicazione del comando come dipendenza. Isabelle Huppert magistrata anatomizza i meccanismi di seduzione dell’autorità.

L’innocenza del peccato (La Fille coupée en deux, 2007) e Bellamy (2009). Ultime variazioni su triangoli, narcisismi e routine investigativa; la mano è più scabra, quasi “da laboratorio”. In Bellamy il poliziesco è scusa per un ritratto etologico dell’uomo e dei suoi autoinganni.

7) La provincia come “stanza d’analisi”

È in provincia che Chabrol compie il suo gesto più politico: toglie al centro (Parigi) il primato dell’analisi morale e lo affida alla periferia come luogo della coazione sociale. Qui il gruppo pensa per te, qui il giudizio è “aria” che si respira. Non servono grandi metafore: bastano una festa di paese, un pranzo domenicale, una scampagnata perché riaffiorino resentment e pulsioni. L’osservazione “scientifica”—inquadrature nitide, tagli netti, economia di movimenti—non raffredda: brucia proprio perché rifiuta l’enfasi. Il BFI insiste sulla classicità dissimulata che rende questo cinema tanto accessibile quanto destabilizzante; Sight & Sound lo saluta come “specchio” vitriolo della borghesia.

8) Lessico minimo psicoanalitico chabroliano

Rimozione: facciata borghese e “ordine” di provincia; esplode in Il tagliagole e Il buio nella mente.

Doppio: amici/cugini speculari, coppie rovesciate (Il bello Serge, I cugini, Le cerbiatte).

Acting out: vendetta, gelosia, voyeurismo (Ucciderò un uomo, La donna infedele).

Super Io rituale: cerimonie, pasti, regole (Il buio nella mente, Grazie per la cioccolata).

Perversione: il bene come maschera del male (Appena prima della notte, Al cuore della menzogna).

Chiusura

Chabrol è il clinico del nostro tempo lungo: un autore che ha mostrato come la normalità—specialmente in provincia—sia il travestimento più sofisticato del perturbante. Se i suoi film non “strillano”, è perché parlano la lingua obliqua della colpa: quella che non si vede, ma organizza. E quando alla fine il sangue affiora, non è l’effetto di un meccanismo: è l’emersione del rimosso che la forma classica, con cortesia implacabile, aveva metodicamente preparato. 

Filmografia essenziale in italiano

Il bello Serge (Le Beau Serge, 1958) – realismo morale di provincia.

I cugini (Les Cousins, 1959) – Parigi come etica dell’indifferenza.

Le buone donne (Les Bonnes Femmes, 1960) – desiderio e predazione.

A doppia mandata (À double tour, 1959) – delitto domestico e rimozione.

Le cerbiatte (Les Biches, 1968) – triangolo e identità liquide.

La donna infedele (La Femme infidèle, 1969) – rito di classe e colpa.

Ucciderò un uomo (Que la bête meure, 1969) – vendetta come performance.

Il tagliagole (Le Boucher, 1970) – pulsione/ordine, paesaggio come sintomo.

Appena prima della notte (Juste avant la nuit, 1971) – corrosione del senso di colpa.

La rottura (La Rupture, 1970) – gaslighting e tribunale sociale.

Le nozze rosse (Les Noces rouges, 1973) – potere e omicidio coniugale.

Gli innocenti dalle mani sporche (Les Innocents aux mains sales, 1975) – eros e manipolazione.

Violette Nozière (1978) – parricidio, società, Huppert.

Affari di donne (Une affaire de femmes, 1988) – Vichy, corpo, legge.

Madame Bovary (1991) – desiderio e contesto.

Il buio nella mente (La Cérémonie, 1995) – classi e massacro rituale.

Grazie per la cioccolata (Merci pour le chocolat, 2000) – veleno del quotidiano.

Il fiore del male (La Fleur du mal, 2003) – genealogie della colpa.

La damigella d’onore (La Demoiselle d’honneur, 2004) – folie à deux.

La commedia del potere (L’Ivresse du pouvoir, 2006) – dipendenza da autorità.

L’innocenza del peccato (La Fille coupée en deux, 2007) – narcisismo e stigma.

Bellamy (2009) – crepuscolo investigativo.

(Per filmografia completa: AllMovie/IMDb/ComingSoon.)

Bibliografia

É. Rohmer, C. Chabrol, Hitchcock: The First Forty Four Films, Continuum, 1988 (ed. orig. 1957).

G. Austin, Claude Chabrol, Manchester University Press, 1999/2019.

C. Beach (a cura di), Claude Chabrol: Interviews, Univ. Press of Mississippi, 2020.

Cahiers du cinéma, n. 660, ottobre 2010 (numero speciale Chabrol).

Positif, nn. 605–606, luglio–agosto 2011 (dossier Chabrol, interviste e saggi).

Enciclopedia britannica (Britannica), voce “Claude Chabrol” (ultimo aggiornamento).

BFI/Sight & Sound, “Claude Chabrol obituary”, 12 settembre 2010.

BFI, “Where to begin with Claude Chabrol”, 24 giugno 2019.

Criterion Collection, La Cérémonie (scheda, restauro 4K, booklet).

AllMovie / ComingSoon / IMDb – filmografie verificate, titoli italiani/internazionali.

RFI, “Décès du cinéaste français Claude Chabrol”, 12 settembre 2010.

Harvard University Press, Cahiers du cinéma. 1960–1968 (a cura di J. Hillier), 1992.

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