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Il Blues del Sangue e la Sociologia dell’Orrore: un’analisi di “Sinners”

1 Feb 26

C’è un paradosso culturale che merita di essere sottolineato prima ancora di addentrarci nella disamina filmica: Sinners, l’ultima opera di Ryan Coogler, è un film che grida cinema, che invoca la grandezza della sala buia e l’immersività del formato IMAX, eppure ci raggiunge attraverso lo schermo domestico di Netflix. Candidato a molteplici premi Oscar, questo film rappresenta un’anomalia distributiva che rischia di depotenziare l’impatto viscerale di un’opera che, a dispetto dell’etichetta “horror”, si rivela essere uno dei più raffinati trattati sociologici degli ultimi anni.

Perché Sinners – I peccatori  non è semplicemente un film sui vampiri. O meglio, usa il vampiro – l’eterna metafora della predazione – per raccontare qualcosa di molto più spaventoso e reale: l’America della segregazione, la paura dell’altro e la musica come unica forma di immunizzazione dell’anima.

La Metasemantica della Musica: quei “cinque minuti di bellezza”

Uno degli aspetti più sconvolgenti del film, colto da chi sa guardare oltre la superficie, risiede nell’uso strutturale, e non meramente accessorio, della colonna sonora. C’è un momento specifico, un piano sequenza che definirei “cinque minuti di bellezza incredibile”, in cui Coogler sospende il tempo narrativo per regalarci un compendio visivo della storia del Blues.

In quella sequenza, che ha il ritmo incalzante di un videoclip ma la profondità di un saggio antropologico, assistiamo alla genesi del dolore trasformato in arte. Non è estetica fine a se stessa: è una dichiarazione di intenti. La musica, in Sinners, non accompagna l’azione; è l’azione.

È affascinante notare come la musica diventi un baluardo psichico. Il Blues, con la sua struttura ripetitiva e ipnotica, funge da contenitore per un trauma che altrimenti sarebbe indicibile. È il “cordone sanitario” che protegge la comunità nera non solo dalla disperazione della povertà, ma letteralmente dal contagio del male. Coogler ci suggerisce che chi possiede il ritmo, chi possiede la capacità di sublimare il dolore in note, possiede un’anima che non può essere rubata.

L’Orrore come Lotta di Classe (e scontro tra culture)

Se togliamo la maschera del mostro, cosa resta? Resta una lotta razziale declinata, con grande intelligenza, come una lotta tra poveri. Qui risiede il cuore politico del film. I “vampiri” non sono i nobili decadenti alla Dracula, chiusi nei loro castelli transilvani. Il male qui ha il volto dell’emarginazione bianca o dell’immigrazione europea povera che, per sopravvivere o per un distorto senso di supremazia, ha deciso di diventare predatrice.

È uno scontro orizzontale, terribile proprio perché avviene nel fango della miseria. Coogler mette in scena una dicotomia acustica magistrale: da una parte la musica dei “vampiri” – suoni che richiamano un folklore antico, europeo, distorto, freddo – e dall’altra la musica dei neri, calda, viscerale, radicata nella terra.

Non è solo una guerra per la sopravvivenza fisica, è uno scontro tra culture diverse che non riescono a dialogare se non attraverso la violenza. Il vampiro rappresenta colui che ha rinunciato alla propria umanità per integrarsi in un sistema di potere (il potere della notte, della paura), mentre la vittima designata (la comunità nera) resiste aggrappandosi alla propria identità culturale. In termini psichiatrici, potremmo vederlo come lo scontro tra la dissociazione affettiva (il mostro che non sente più nulla) e l’iper-emotività resiliente del perseguitato.

Regia, Doppio e Malinconia

La regia di Coogler è maestosa, capace di trasformare il sud degli Stati Uniti in un luogo mitico e terrificante, supportata da interpreti in stato di grazia (con un Michael B. Jordan che lavora superbamente sul tema del “Doppio”). Ma è nel finale che il film svela la sua vera natura, lasciandoci con un sapore di profonda malinconia.

Non c’è il trionfo semplicistico del bene sul male. C’è la stanchezza di chi ha combattuto. Il finale malinconico ci ricorda che ogni vittoria contro l’orrore (sia esso sovrannaturale o sociale) lascia cicatrici indelebili. La sopravvivenza non è gioia, è sollievo misto a lutto.

In conclusione, Sinners è un’opera che va vista e rivista. Non per i salti sulla sedia, ma per capire come il genere horror sia diventato oggi il vero luogo dell’analisi sociale. È un film che ci parla di come la cultura – e specificamente la musica – sia l’ultimo argine contro la disumanizzazione. Un capolavoro mancato per le sale, ma prezioso per le nostre coscienze.

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