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IL DISCORSO DEL RE. Una recensione corale

3 Giu 26

Lavoro scritto a molte mani nel contesto delle lezioni della Scuola di Specializzazione in Psichiatria dell’Università del Piemonte Orientale, con il contributo di: Adele E. M. Bobbio, Carlo Mauceri, Chiara Magnano, Claudio Lerda, Giacomo Stingo, Giorgia Torta,  Ioana T. Pitigoiu, Luca Del Gaudio, Francesca Righettoni, Francesco Granata.

Identità, persona, ruolo

Il film si apre con un Principe Albert (Bertie) terrorizzato e, da questo terrore, paralizzato. Il Principe è messo ulteriormente in difficoltà da quelle che sono nuovissime tecnologie come la radio (può farci sorridere pensarci oggi in questi termini), e dalla conseguente possibilità di trasmettere la propria voce a tutte le persone in un luogo, o nelle loro case, a tutta la nazione, fino al mondo. Nuove tecnologie, nuove possibilità, nuove sfide, nuove responsabilità: sicuramente un tema ancora (e forse sempre) attuale, basti pensare alla complessità di tutte le implicazioni aperte dall’intelligenza artificiale.

Tutto il film è attraversato dal tema della dinamica relazione tra chi siamo, il ruolo che ci è assegnato (o che scegliamo), la nostra ‘persona’ (in senso junghiano, quella sorta di “maschera” che indossiamo per adattarci alle esigenze e aspettative della società). Questa relazione porta a volte a una sovrapposizione, a un allineamento; a volte a discrepanze tollerabili, e in altri casi a discrepanze difficili da tollerare. Le discrepanze possono derivare dalle aspettative con cui confrontarsi, che sono in parte esterne (a partire dalle persone della famiglia – il padre e il fratello di Bertie, ad esempio – fino ad arrivare a tutta la popolazione del Regno Unito e del mondo), ma in parte anche interne.

“Io non sono un re”, piangerà straziato Bertie, sopraffatto dagli oneri della sua regale origine. Queste aspettative interne dipendono anche da una serie di idealizzazioni che vengono attribuite al ruolo: come se per essere cavaliere si dovesse essere “senza macchia e senza paura”, come se per essere re si dovesse essere fatti in un certo modo…Ma cosa vuol dire essere un re? Vuol dire dover essere fatti in un certo modo (definito, poi, sulla base di quali criteri?) o vuol dire essere pronto, disponibile a farsi carico del ruolo che capita, per svariati motivi, ci venga incontro e chiedendoci di essere assunto?

Partendo dall’idea degli oneri e della loro assunzione, facciamo un detour verso un altro film, Il Signore degli Anelli (non a caso, un film sul potere); al dialogo tra la regina Elfica Galadriel e lo hobbit Frodo Baggins, il portatore dell’anello:

Galadriel: Questo compito è stato affidato a te, e a te soltanto… e se tu non troverai il modo, nessuno potrà.

Frodo: Io so cosa dovrei fare. È solo…Che ho paura di farlo…

Portare l’anello del potere, come viene ricordato, significa essere solo: non isolato (anche Frodo ha intorno a sé una compagnia, che pur gradualmente si sfalda per poi riunirsi alla fine), ma sicuramente solo nel portare un carico, un peso, un onere appunto, rispetto al quale nessuno può sostituirsi.

In questo scambio di battute c’è il rimando al compito, all’incarico, al ruolo: che ci è assegnato dall’esterno, ma che diviene profondamente nostro nel momento in cui diciamo ‘sì’, nel momento in cui la scelta è di non evitare, di non sottrarsi. C’è anche il rimando al ‘modo’, che ognuno di noi ha per fare fronte al compito, che è molto personale e forse anche per questo spesso spaventa. In alcuni casi l’idea di poter seguire un ‘manuale’ o delle ‘linee guida’ può essere rassicurante, mentre l’idea di trovare il proprio modo apre a una serie di possibilità, tollerare le quali è oneroso e pone di fronte all’incertezza. Questo ovviamente non significa che non ci siano ‘regole’ o ‘tracce’ da seguire per lo svolgimento di un compito, quale che sia (anche lo chef più creativo parte da una ricetta); piuttosto significa che il mio modo di seguire quelle regole e tracce è mio-proprio, mio soltanto, perché io sono io e non un altro: e questo aumenta profondamente il senso di responsabilità. E infine c’è, nelle parole di Frodo, la paura: sapere cosa dovrei fare, come dimensione di consapevolezza o anche certezza cognitiva, non esime dalla paura di affrontare ciò che ci appartiene come destino (lo troveremo anche in Bertie, vedi sotto).

La storia di una psicoterapia?

Abbiamo utilizzato questo film insieme agli specialisti in formazione della nostra scuola di specializzazione in psichiatria dell’Università del Piemonte Orientale, per iniziare un lavoro sulla psicoterapia, ritenendolo prezioso per riflettere su alcuni temi.

In primis, ne Il discorso del re c’è un problema (la balbuzie del Principe), alla radice del quale ci sono un disagio e una sofferenza (inizialmente ignoti); problema che a sua volta crea disagio e sofferenza. Il problema per cui Bertie va da Logue, come spesso accade in psicoterapia, è la punta di un iceberg che piano piano si svela. E poi nel film si dipana la storia di una relazione terapeutica, di un incontro tra due individui, fatto di regole, luci e ombre. La storia di una psicoterapia, appunto.

Vediamo più da vicino.

Mio il castello, mie le regole

Logue è profondamente umano: lo si vede sin dal primo incontro con la “Signora Johnson”, la moglie di Bertie. Queste le prime parole che gli sentiamo dire: “Sono al gabinetto” (ebbene sì, anche il terapeuta va al gabinetto!).

Logue definisce sin dal principio regole, limiti e confini, in un modo che non può non risuonare come un contratto (psico)terapeutico: non sa ancora chi ha davanti, ma sottolinea “Temo che siate in ritardo”, così come sottolinea che l’assenza del paziente designato, alla richiesta di una presa in carico, non è un buon segno.

“Mia la partita, mio il campo, mie le regole…Per il mio metodo mi occorrono fiducia e totale uguaglianza, qui al riparo della mia sala di consultazione. Nessuna eccezione”: Logue è molto chiaro. Si fa così, perché è lui il terapeuta ed è per ciò stesso che può parlare in questo modo. Riportiamo qui, per “assonanza” con questo tema, una frase da La sorella, di Sandor Marai: “Cosa sapevo di lui? Che era un medico, che amava la musica, che dirigeva una grande clinica…Ma tutto ciò non aveva importanza. Poteva aiutarmi? Questo chiedeva il mio sguardo che il professore ricambiava con severità. […] E in quell’istante seppi con certezza che tutto quello che avrebbe potuto fare nel mio interesse – iniezioni, radiazioni, terapie e farmaci – sarebbe stato inutile se noi due, il medico e io, non avessimo stretto una sorta di alleanza, o contratto in cui si stipulasse che lui era il mio medico, e per questo sarebbe stato capace di guarirmi. Tutti e due sapevamo, senza bisogno di esprimerlo a parole, che tutto dipendeva da questo: le frasi, le medicine e le terapie erano solo un di più”.

Un’altra affermazione forte di Logue riguarda la motivazione alla cura: “…sono molto sicuro di chiunque voglia essere curato”. Qualsiasi approccio rischia di fallire se dalla parte del paziente manca una motivazione autentica. La (psico)terapia deve essere importante in primis per chi la cerca e la chiede. Anche durante il primo appuntamento con Bertie, Logue specificherà la crucialità di questo aspetto: “…solo se siete interessato a farvi curare”.

Nel primo appuntamento di Logue con il Principe Albert emergono altri temi importanti per la psicoterapia. Il setting: la distanza della sedia dal divano su cui siede il paziente (anche in senso metaforico, trovare la giusta distanza). La “giusta” distanza qui viene un po’ violata nell’uso del nomignolo con cui il Principe viene designato dalla sua famiglia (Logue si prende un po’ troppa confidenza, un po’ troppo presto: ma il tema della famiglia tornerà, a proposito dell’incoronazione – vedasi in seguito). La non risposta alla battuta autodenigratoria del Principe, alla quale Logue giustamente non ride. Non solo perché è importante un monitoraggio attento, come terapeuti, delle proprie emozioni e reazioni, ma anche perché il lavoro di Logue non deve essere finalizzato all’accondiscendenza nei confronti del Principe, al compiacimento per sedurlo (nel senso di condurlo a/verso sé), ma piuttosto alla comprensione profonda del motivo per cui il Principe dice ciò che dice.

A proposito di: “Mio il castello, mie le regole”, Logue richiede un rapporto paritario; inizia a stabilire cosa si può, cosa non si può, cosa si deve o non si deve fare nella stanza di consultazione, che è un luogo protetto, proprio come in psicoterapia. Ad esempio, Logue nega al principe il permesso di fumare. In questa specifica circostanza, non fa mistero del suo rapporto nei confronti delle istituzioni e del valore che alcune di queste hanno; quando parla dei medici precedenti di Bertie, definendoli idioti, ma dalla Corona nominati cavalieri, sottolinea che “allora è ufficiale che sono degli idioti” (anche su questo ci sarà un cambiamento di posizione, quando lui stesso, tra il serio e il faceto, chiederà, come riconoscimento dei suoi servigi alla Corona, un cavalierato – vedi sotto). C’è quindi, nel primo incontro, un certo braccio di ferro su vari aspetti: il fumo, il nome con cui rivolgersi al paziente, il coinvolgimento nel percorso terapeutico, lo scellino che Logue anticipa come scommessa. A questo proposito, rimandando la restituzione dello scellino all’incontro successivo, il principe replica “se ci sarà una prossima volta”, subito rintuzzato dal terapeuta: “Io non vi ho ancora accettato come paziente” (appunto, “mio il castello”: nello spazio protetto della sala di consultazione, le regole sono quelle della terapia; non per una questione di potere – che va comunque sempre monitorato come possibile Ombra del terapeuta – ma perché questo è il compito che il terapeuta è chiamato a svolgere, comprendendo anche per chi possa essere indicato, o meno, il suo intervento).

Sia il terapeuta che il Principe devono lasciare un po’ del proprio ego fuori dalla sala di consultazione. Il terapeuta deve saper monitorare la lusinga narcisistica e pratica di avere un illustre paziente. Anche il Principe deve farlo se vuole davvero poter fare qualcosa per il proprio problema: deve fidarsi e affidarsi, posizione attiva e non passiva come si potrebbe immaginare. E dovrebbe accettare che c’è una superficie, una punta dell’iceberg – la sua balbuzie – che ha un sommerso. Tuttavia il Principe resiste e si oppone: “Non sono qui per discutere di faccende personali”. “Allora perché siete qui?”, chiede Logue. Non solo il sintomo-punta dell’iceberg è una faccenda personale; ma è legato, causalmente, finalisticamente, ad altre “faccende personali”. Non è possibile fare finta, fare “come se” così non fosse. Tuttavia, la resistenza del Principe continua, e sarà così in una certa maniera fino alla morte del padre, Re Giorgio V: “A cosa attribuite il vostro impedimento?” “Non lo so e non mi interessa”. Bertie vive cristallizzato nella visione di se stesso come incurabile, irredimibile: “Senza speranza!”. Tant’è che conclude il primo incontro dicendo “Io non credo che faccia per me, grazie per il vostro tempo. Addio”. E Lionel Logue lo lascia andare, non lo trattiene, non cerca di convincerlo del contrario, perché non è tempo, e sarebbe inutile. Non è lui che deve convincere il suo paziente a diventare veramente tale; è un passo che deve fare il paziente, e il paziente soltanto (e allora il terapeuta sarà pronto ad accoglierlo). Lo capisce anche la moglie di Bertie, che non insiste; ma è presente, allora e in seguito, sempre al suo fianco.

La cura del Principe, come spesso succede anche in psicoterapia, inizia allora nella prospettiva di “curare la superficie”, giudicato come sufficiente dal “Signor Johnson”. Logue si adegua, ma non manca di essere pungente: a suo parere la “semplice meccanica”, che è quanto gli viene richiesto, “vale circa uno scellino”. È comunque un punto di inizio, l’avvio di una relazione terapeutica, i cui tempi vengono stabiliti concretamente da Logue – “Io vi vedrò ogni giorno” -, ma i cui tempi, in senso profondo, sono “decisi” dalla relazione stessa, e in qualche modo anche da ciò che la vita porta ai due individui che nella relazione sono coinvolti. Infatti, dopo la morte del padre di Bertie, Re Giorgio V,  qualcosa cambia. È Bertie a cercare aiuto. “Bertie ha più fegato degli altri suoi fratelli messi insieme”: ciò che pensava davvero suo padre di lui, gli viene comunicato, per certi versi, troppo tardi. Ed allora giunge il momento in cui Albert trova “Le parole per dirlo” (titolo del romanzo di Marie Cardinal che narra la storia di una psicoterapia). Il Principe finalmente inizia a raccontare di sé a Logue. Non gli viene chiesto, non viene forzato (non è una forzatura, il “ricatto” del modellino, piuttosto un “gioco”, un lessico famigliare che si sta costruendo e consolidando tra i due). Perché allora lo fa, dato che all’inizio ha preteso solo “semplice meccanica”? Perché il tempo è giunto, perché è ora di farlo, e duqnue ciò che prima non poteva avvenire, finalmente avviene. Nei Pensieri Diversi, Wittgenstein scrive: “Tu non puoi far uscire il seme dal terreno. Puoi dargli solo calore e umidore e luce, e esso poi crescerà”. Così Logue accompagna Bertie, così fa uno psicoterapeuta. Logue riesce a creare un contesto in cui il Principe non si sente più solo una figura politica, ma un soggetto con la sua identità, che gradualmente potrà trovare voce (voce troppo spesso messa a tacere e repressa, se non strumentalizzata e oggettivata per motivazioni politiche, svuotata di senso e significato) per la propria storia e narrazione nel contesto di una relazione paritaria e di ascolto.  Allora Bertie racconta di sé: una storia famigliare regale ma triste, costellata di abbandono e solitudine. Di difetti corretti con forza (mancinismo, gambe a x – impossibile non pensare all’inferiorità d’organo teorizzata da Alfred Adler e alla volontà di potenza), ma anche di passioni e inclinazioni personali, gli hobby come il modellismo, vietati, perché se papà colleziona francobolli, non si può fare altro che quello… Racconta di un rapporto difficile con un padre con il quale intercorrono comunicazioni ambivalenti (come nella scena in cui al figlio, bloccato dalla balbuzie, urla “Rilassati”, una prescrizione veramente paradossale); con una madre irrigidita dall’etichetta formale della corte, o da una propria caratteristica personale; con un fratello prepotente, svalutante ed egoriferito, solo apparentemente più forte di Albert. Qui si colloca anche la difficile condizione di secondogenito in una famiglia reale, con tutte le ambivalenze del caso: da un lato la volontà di potenza, dall’altro il complesso di inferiorità; da un lato la sofferenza di non essere considerato e di sentirsi sempre e comunque il secondo, ma dall’altro la consolazione di aver maggiore libertà e meno oneri e responsabilità. Bertie infatti racconta anche del sollievo, essendo secondogenito, all’idea che non sarebbe stato re. Sembra lo stesso sollievo di cui dice sua moglie, quando gli parla del motivo per cui aveva accettato di sposarlo, pur odiando l’etichetta regale (“balbetta così meravigliosamente, ci lasceranno in pace…”). Ma al tempo stesso, il Principe studia, si forma per svolgere il suo ruolo nella “azienda di famiglia”, animato da un profondo senso di responsabilità e di ciò che è giusto; e a un certo punto emerge il pensiero, la fantasia che saprebbe fare meglio del fratello, che è centrato su se stesso ed i propri bisogni, a discapito del ruolo che gli è assegnato, della responsabilità e del senso etico. Forse per il Principe Albert la questione non è solo o soltanto il prendere coscienza che saprebbe fare meglio di suo fratello, ma la crescita della consapevolezza della disponibilità a farsi carico, ad assumere l’onere, cosa che il fratello non fa, sfuggendo ai propri doveri e responsabilità e godendo solo degli onori.

Anche alla luce di tutto quanto descritto sopra, nella preparazione all’incoronazione, Bertie prende una posizione molto netta e controcorrente rispetto al volere del potente Arcivescovo: Lionel starà nel palco del Re, che è quello dove stanno le persone di famiglia (“ecco perché è adeguato”, dice Bertie: qui, il tema della famiglia che ritorna, come anticipato sopra). E assunta questa posizione, è sancito il forte patto di fiducia che riesce a reggere anche l’attacco successivo da parte dell’Arcivescovo, nonostante questo scateni un forte conflitto tra Bertie e Lionel, rappresentato in una scena di grande tensione emotiva, che si conclude con il Re che dichiara il proprio “…diritto ad essere sentito, io ho una voce!”. Lionel conferma: “sì è così”, sottolineando la grande perseveranza e coraggio del re, con un atteggiamento carico di stima, rispetto, ma anche affetto.

Lo scellino

Dopo essere diventato Re, Bertie porterà finalmente lo scellino all’incontro con Logue. Lo scellino, consegnato da Logue al Principe in occasione del primo incontro, può essere letto come l’opportunità data dal terapeuta al paziente: la possibilità di lavorare insieme in uno spazio sicuro e non giudicante, che tuttavia deve essere colta e accettata dalla paziente stesso. È in qualche modo la presenza del terapeuta con il paziente, anche se questi abbandona la stanza di consultazione pensando di non farvi più ritorno. Così la restituzione dello scellino assume il significato di un ritorno consapevole del paziente che decide finalmente di fidarsi e affidarsi. Significa il riconoscimento, finalmente, del valore del patto stretto con Logue tempo addietro; l’ammissione della disponibilità a stare alle regole del gioco, a parlare lo stesso linguaggio, a riconoscere che si è costruito, anzi, un linguaggio comune e condiviso profondamente. Lo stesso (non semplice) gesto richiama anche il concetto di riparazione di Melanie Klein, come se il Principe volesse, attraverso la restituzione dello scellino, “riparare” in un certo senso una relazione che è stata oggetto di attacchi distruttivi, nonostante il conforto e la cura da essa forniti, segnalando infine un prevalere di meccanismi costruttivi rispetto a quelli distruttivi, indice di sviluppo e maturazione dell’Io.

L’Ombra del terapeuta

L’Ombra del terapeuta riguarda gli aspetti inconsci, irrisolti o non riconosciuti della personalità del clinico che possono influenzare il processo di cura. L’Ombra può manifestarsi quando il clinico proietta involontariamente sul paziente le proprie parti negate, rischiando di confondere i propri bisogni o conflitti con quelli della persona assistita. L’Ombra del terapeuta, quando entra nel setting, nella cornice spaziale, temporale e relazionale della cura, agisce come una forza sotterranea che può alterare il “campo” terapeutico. Se non riconosciuta, l’Ombra smette di essere uno strumento di comprensione e diventa un ostacolo.

 Nel primo incontro con la “Signora Johnson”, non mancano di evidenziarsi alcuni aspetti di Ombra di Logue: “non si è rivolto a me”, a sottolineare uno dei motivi per cui il problema del “Signor Johnson” non si è ancora risolto. Questo è un aspetto di vanità, presunzione, seduttività. Logue sbaglia il tono, il ‘colore’ di alcuni aspetti della conversazione, perché ancora non conosce chi ha davanti: la questione non è tanto il fatto che non conosca il ruolo regale dell’interlocutore (il rispetto ci deve essere nei confronti di chiunque), ma piuttosto la scelta di parole e linguaggio che risultano dissonanti. Alla moglie di Bertie non sta bene sentire definire il proprio come “maritino”, che potrà “fare un salto”: non è il lessico che la “Signora Johnson” può, o che “i Johnson” possono “indossare”, e davvero l’impressione è che questo trascenda la regalità. Non con tutti i pazienti si può usare lo stesso linguaggio: quello che va molto bene per uno, può andare molto male per un altro, passando per superficiale, banalizzante. La vanità di Logue la si ritrova anche nel primo appuntamento con Bertie, quando Lionel si vanta dei suoi successi: presenta il proprio “pedigree”, come a voler giustificare la propria adeguatezza a prendersi cura – nientemeno – di una Altezza Reale.

Dopo la morte di Re Giorgio V (vedi sopra), al risveglio o all’evidenziarsi nel Principe Albert della propria regale vocazione, è in qualche modo Logue che dà voce a idee e sentimenti, però esagerando e andando troppo oltre, in un momento in cui i tempi ancora non sono maturi. Qui c’è, di nuovo, un’Ombra del terapeuta, un suo aspetto di vanità: poter essere il terapeuta del Re (lo dirà anche Bertie, nella scena nell’abbazia di Westminster, dove malignamente sottolinea la avidità di Logue, la sua volontà di “accalappiare un celebre paziente”); poter contribuire al divenire re di Bertie, anteponendo un desiderio proprio a quello del suo paziente. Bertie lo ammonisce e poi lo aggredisce svalutando la sua persona e il suo lavoro: “Voi siete il figlio di un birrario. Un vanaglorioso scalzacani australiano. Voi non siete nessuno!”. Perché si arrabbia tanto Bertie? Perché Logue dà voce a una sua consapevolezza e forse a un suo desiderio sul quale è conflittuale? Forse perché sa che Logue ha ragione ma ha timore di fare ciò che sa essere giusto per lui (come Frodo, nello scambio riportato sopra con Galadriel)? Di nuovo viene in mente una battuta de Il Signore degli Anelli, quando il re elfico Elrond esorta Aragorn ad accogliere e farsi carico del proprio destino: “Metti da parte il ramingo…diventa chi sei nato per essere”.

A Logue, dopo questo incidente con il Principe Albert, viene in soccorso la propria moglie, che nulla sa del paziente, ma che ben coglie il desiderio del marito e lo confronta con questo: Lionel parlando di Bertie dice che potrebbe diventare qualcosa o qualcuno di grande, ma “è spaventato, ha paura della propria ombra” (sic!); e la moglie gli restituisce il fatto che “forse lui (il paziente) non vuole essere grande, forse è quello che vuoi tu”. Avendo compreso di essere andato oltre, di aver sbagliato il timing (“potrei aver oltrepassato il limite”), la moglie di Lionel gli dice: “Chiedi scusa”, ricordando quello che Bergman in Il posto delle fragole descrive come il primo dovere di un medico, ossia quello di chiedere perdono. Le scuse arriveranno, dopo varie ricerche di contatto da parte di Logue, da Bertie, ora Re Giorgio VI: “Aspettando che un re si scusi, si rischia di aspettare piuttosto a lungo”. Anche Logue finalmente ha l’occasione per scusarsi; ma l’Ombra della vanità aleggia sempre un po’: “tutti i balbuzienti temono di avere una ricaduta. Io non glielo permetto”. Gli si può però perdonare qualche ‘scivolone’, perché è un uomo di cuore, sempre presente, paziente (quasi sempre) e saggio nell’accompagnare Bertie nel suo divenire Re: “non dovete temere le cose che temevate quando avevate cinque anni…siete padrone di voi stesso”.

Il terapeuta incontrando inevitabilmente la propria Ombra non deve eliminarla, ma imparare a integrarla e a trasformarla in una risorsa, un memento dei propri punti ciechi, che accomuna e avvicina all’esperienza di ogni essere umano, divenendo strumento di supporto per i propri lati più autentici ed empatici, che permettono realmente di instaurare una connessione terapeutica con il paziente. Quindi Logue ben rappresenta, attraverso varie scene del film, la capacità di comprendere e reinterpretare le proprie ferite (archetipo del guaritore ferito) e lati “ombrosi”, per nutrire una più profonda comprensione del prossimo e della sua sofferenza.

In questa grave ora – il discorso del re

“Bertie, è ora”: Lionel c’è, è a fianco del Re e non lo lascia. Sta, è con lui anche in situazioni di fronte alle quali non è possibile non avere “paura” (la grave ora, la guerra, la responsabilità di essere il Re di un Paese che attraversa un momento profondamente critico e drammatico), e non è possibile esimersi dalla fatica di trovare il modo di “addomesticare” il proprio “difetto”, la propria carenza, quale che sia, per fare fronte al grave compito della grave ora.

“Comunque vada a finire non so come ringraziarvi per ciò che avete fatto”: a prescindere dall’esito, dal risultato, è il percorso svolto insieme ad essere prezioso; sono la determinazione, la perseveranza, il coraggio a rendere sacro il lavoro fatto nella stanza di consultazione, che è costellato, appunto, di sacrifici. Lionel risponde sornione: “Cavalierato?”, ossia proprio la carica che all’inizio sbeffeggiava, ritenendola attribuita ai medici “idioti”, incapaci di aiutare davvero il Re (ironia e umorismo, per fortuna, non gli mancano).

Comunque è commovente seguire questo percorso in cui il Re trova la propria voce (declinatelo in senso simbolico come volete!), avere il coraggio di fare tutta la fatica che si deve fare per poter arrivare a farla sentire, e a farla sentire non tanto perché la voce è quella di un “Io” ipertrofico e vanesio, ma perché c’è bisogno, “in questa grave ora”, che la voce del Re arrivi a tutto il suo popolo.

È commovente la vicinanza di questi due uomini, sentire la profondità di una relazione che si è costruita non senza patimento, conflitti e ostacoli, ma che proprio per questo si connota di sacralità. Ed è commovente come si inverta in qualche modo il lessico tra i due: ormai l’uno è entrato nel linguaggio dell’altro. Il Re dice a Lionel: “Complimenti, amico mio”, utilizzando un registro lessicale che è passato da “Dottore” alla parola “amico” (vedi sotto, a questo proposito). Lionel, che fin dalla prima seduta ha accorciato le distanze chiamando “Bertie”, il Principe, adesso risponde: “Grazie, vostra Maestà”, riconoscendogli, anche formalmente,  il ruolo regale: raggiunta profondamente l’uguaglianza e la parità indispensabili nella stanza di consultazione, non è più necessario evitare i termini che indicano la asimmetria di ruolo. La sostanza ormai supera la forma.

 

La parola “amico” e la psicoterapia

Ne abbiamo già scritto nel commento a “Gente comune”.

La parola amico ricorre in diversi momenti ne Il discorso del re (ricordiamo anche che alcune “uscite dal setting” qui sono consentite perché, anche se abbiamo usato il film per parlare di psicoterapia, il ruolo di Logue per il Principe è differente).

La pronuncia Lionel in diverse occasioni: la prima, quando il Principe Albert si confida sulla propria famiglia e sulla sua dolorosa infanzia (“A che servono gli amici”); la seconda, quando, sotto accusa da parte dell’Arcivescovo spiega a Bertie il suo lavoro ed esperienza con i reduci di guerra: “il mio compito era dar loro fede nella propria voce e far sapere che un amico li ascoltava”; l’ultima, prima del discorso del re: “Ditelo a me come amico”.

Una volta, pronunciata da Re Giorgio VI quando, al termine del suo discorso alla radio, si rivolge a Lionel ringraziandolo: “Complimenti, amico mio”.

Il terapeuta è un amico? Non nel senso “laico”; auto-citiamo (con qualche necessaria variazione) quanto abbiamo scritto per Gente comune. La parola amico deriva dal lat. amicus, affine ad amare. È una condizione che c’è in terapia, non in senso romantico né erotico, ma nel senso profondo di legame umano. Non significa che il rapporto sia paritario, né che paziente e terapeuta si racconteranno reciprocamente gli affari propri davanti a una birra o un caffè (come nella recente serie Shrinking). La parola amico però significa che c’è un legame, di cui si riconosce la forza, che consentirà e consente di accogliere molto, e reggere molto. Nel contributo su Gente comune, abbiamo citato Simone Weil e la sua famosa citazione sulle “medesime parole”; qui, sulla scia delle citazioni da Il Signore degli Anelli, viene in mente il momento “Senza speranza!” (prendiamo in prestito le parole di Bertie) in cui l’elfo Legolas e il nano Gimli, le due creature più diverse che si possa pensare (creatura di aria la prima, di terra o addirittura sotto-terra la seconda) sono tra i pochi resistenti al male liberato dall’oscuro signore Sauron, sicuramente votati alla sconfitta e alla morte. E in questa situazione, Gimli dice, come a se stesso: “Chi avrebbe mai pensato di morire fianco a fianco ad un elfo?”. Legolas replica “E fianco a fianco ad un amico?”; sollievo nello sguardo di Gimli: “Sì, questo potrei farlo”. La presenza dell’amico non toglie dolore, paura, né tantomeno la possibilità della morte, ma è ciò che rende tollerabile affrontarli.

La storia della buonanotte: il pinguino-albatro

Entrambi i protagonisti nel corso del film compiono un percorso di maturazione, che in qualche modo li porta a sviluppare il loro reale potenziale e la loro vocazione. Sicuramente ciò è evidente nel caso di Albert che trova la sua voce, fisicamente e metaforicamente. Egli lavora sulle proprie insicurezze, fragilità, ambizioni, fino a diventare re (a differenza del fratello, non solo di nome, ma anche di fatto), integrando in questo ruolo onori, oneri e responsabilità. La sua crescita personale si evidenzia anche nel modo in cui si relazione con se stesso: da denigratorio e svilente, impara ad apprezzarsi e ad accettarsi, sostituendo il suo cinico sarcasmo con un più sano umorismo. Pare prendere vita la “storia della buonanotte” che l’ancora Principe Albert racconta alle figlie in una scena del film: da pinguino impacciato e imbarazzato non si trasforma in un Principe, ma in un albatro che finalmente può prendere il volo. Si tratta proprio di quello che succede ad Albert, che non si snatura (pure il pinguino è un uccello! Anche se non in grado di volare), ma lavorando su se stesso, riesce a realizzarsi e a perseguire i propri obiettivi e ad assumersi i compiti che il suo destino gli propone (da un uccello incapace per natura di volare, all’uccello con la più ampia apertura alare esistente in natura!). Si sviluppa, in qualche modo, come la “ghianda” di James Hillman, quel “disegno interiore”, una sorta di vocazione unica, il “seme” di ciò che siamo destinati a diventare, non tanto un rigido e predeterminato cammino, quanto un orientamento profondo della propria esistenza.

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