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LA PAZIENZA (O IL “PAZIENZA!”) DI CLEMENT MATHIEU

4 Mar 26

Il termine “pazienza” potrebbe correre il rischio di essere bistrattato. Sicuramente lo bistrattiamo in medicina quando i nostri “pazienti” diventano “clienti” o “utenti”. Ma questa è un’altra storia e bisognerà raccontarla un’altra volta, come scrive Michael Ende (La storia infinita). Altra occasione in cui corriamo il rischio di bistrattarlo: quando dire “pazienza”, rispetto a qualcosa, può sembrare un segno passivo e remissivo di rassegnazione, o di incapacità di raggiungere quanto si brama (avrà detto “pazienza”, la volpe di Fedro che non raggiunge l’uva e che perciò si ritira, umiliata ma non umile, nella propria malafede?). Il vocabolario Treccani effettivamente, alla voce “pazienza”, ci parla – certo, tra le altre cose – di “disposizione ad accettare e sopportare con […] rassegnazione”.

Nella professione medica incontriamo spesso la pazienza (o la sua assenza): nei pazienti (a volte impazienti), in noi medici (spesso impazienti); nel dover dire, a volte e chissà quante: “Pazienza”. L’augurio che possiamo farci è di dirlo con consapevole, salda accettazione anche se dolorosa (“effetto di volontà”, scrive il vocabolario Treccani), e non con rassegnazione. Quindi, riuscire a dire “Pazienza!” in questo modo, quando le cose vanno come dovevano andare (non vogliamo dire: quando vanno “male”; evidentemente l’andare “bene” non era parte del destino, non è quindi qualcosa che ci è stato tolto e di cui siamo stati depauperati ma è qualcosa che non ci è mai appartenuto), che tuttavia è la direzione che non speravamo. Quando le cose vanno come speravamo, e nessuno ci dice grazie, sia nel nostro ruolo di curatori – e quindi nel rapporto con i pazienti – , sia nel nostro ruolo di educatori dei giovani medici – e quindi nel rapporto con gli “allievi”.

Accettazione implica “fare spazio” dentro di sé, per accogliere il più possibile la realtà che incontriamo nella nostra esistenza: più “spazio” c’è, meno tensione si genera, meno siamo “stiracchiati” da contenuti che vorremmo espellere dalla esistenza stessa. In questo senso, accettare è un processo affatto passivo; il contenimento, il farsi contenitore (di cui parla Wilfred Bion) è un “lavoro”, paziente, appunto. L’etimologia di “pazienza” (ci aiuta l’intelligenza artificiale) deriva dal latino *patientia e, ancor prima, dal verbo latino pati (o patire), che significa “sopportare”, “soffrire”, “accettare”. Questo a sua volta si collega al greco antico páschein (πάσχειν) che indica “provare”, “ricevere un’impressione”, “soffrire”.

Fine del contributo dell’intelligenza artificiale, torniamo alla nostra. Quindi “pazienza” è una parola bellissima, che porta in sé il dolore e la sua possibilità, ma al contempo la possibilità di reggerlo e fargli spazio. Nell’età della tecnica (Salvatore Natoli), in una società sempre più algofobica (Byung-Chul Han), che espelle il dolore, e che nel volersene proteggere in realtà si priva degli strumenti simbolici per affrontarlo e significarlo, perché lo depaupera di parole e di senso…ecco, in questo contesto, crediamo ci sia una profonda necessità, di pazienza e di essere pazienti. Come spiegarlo? Solo con le parole non si può; allora la prendiamo “alla larga” e ci facciamo aiutare da un film, interrogandoci, come scrive Paolo Cognetti, se “Avrà imparato di più chi ha fatto il giro delle otto montagne, o chi è arrivato in cima al monte Sumeru?” (Le otto montagne). Il film infatti è Les choristes (per la regia di Christophe Barratier, 2004), che non ha nulla a che vedere con i medici e con la medicina (ci sono due piccole – e non entrambe lusinghiere – apparizioni di medici, ma non è questo il punto). Il film meriterebbe una discussione molto più dettagliata, ma anche questa è un’altra storia…Vorremmo quindi soffermarci su una scena, una di quelle conclusive, in cui Clement Mathieu, sorvegliante di Fond de L’Etang (un nome che è tutto un programma), dopo essere stato cacciato con la preclusione di poter salutare i propri allievi, si avvia all’uscita dell’istituto: “Speravo che qualche alunno violasse la consegna per venire a salutarmi…ma niente…La saggezza di quei ragazzi aveva il sapore dell’indifferenza…e Morhange?…Pazienza!…”.

È vero che dopo quel suo commovente “Pazienza!”, Mathieu inizia a trovare gli aeroplanini di carta che i suoi allievi gli hanno lanciato dalle aule, non potendo uscire a incontrarlo. Ma la accettazione di Mathieu, la sua capacità di lasciar andare, di riconoscere come pieno di significato e comunque compiuto il suo percorso con i “suoi” ragazzi, precede questo riscontro. Sarebbe stato più facile dirlo dopo: pazienza, non ho potuto vederli, ma mi hanno scritto sugli aeroplanini. Invece, lui riesce a dirlo prima. È felice degli aeroplanini, ne ha piacere? Certo. Ne ha bisogno? Non crediamo. È questo che commuove nella sua figura: un compositore fallito, sì; un imbranato nelle relazioni con l’altro sesso, anche. Ma una splendida figura di Maestro, capace di una inclusione che non nega le differenze (che rarità!); capace di sapere fin dove può arrivare lui, e dove deve cedere invece il passo ad altri Maestri; capace di far crescere le persone che incontra, migliori di lui magari (come Pierre Morhange), tenendo a bada l’invidia, e traendo piacere autentico dal miracolo del dischiudersi del bozzolo in farfalla, anche se riguarda altri e non lui, perché lui resterà sempre un po’ bruco: quella è la sua natura e lì sta la sua ricchezza. Mathieu non sarà mai un compositore di successo; il successo lo avrà il suo allievo Pierre, che pure si dimenticherà il suo nome: “Pazienza!”; ma Mathieu passa comunque la vita a insegnare, a educare, a ex-ducere, a tirare fuori dagli altri le loro potenzialità, mostrandosi capace di fare quello di cui scrive Trevi in La casa del mago:

… Un bel giorno Merlino si sveglia e si accorge che l’apprendista non è più lì, non gli ha preparato la colazione e non ha ravvivato il fuoco. Ci rimane male? Oppure sorride sotto la folta barba candida, stabilendo che anche questa è fatta, che è giusto che il ragazzo se ne sia andato così, senza nemmeno lasciare un biglietto?

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