Lady Nazca – La signora delle linee (2025) è il primo lungometraggio di finzione del regista svizzero Damien Dorsaz, che aveva incontrato personalmente Maria Reiche in Perù nel 1996 e le aveva già dedicato un documentario. Il film nasce dunque da una fascinazione coltivata per quasi trent’anni. A interpretare Maria è Devrim Lingnau, attrice tedesca di origine turca, conosciuta soprattutto per la serie L’imperatrice, qui capace di restituire insieme la fragilità, l’indocilità e la crescente determinazione della protagonista. La vicenda prende avvio nel Perù del 1936, mentre sull’Europa si addensano il nazismo e la guerra. Maria Reiche, matematica originaria di Dresda, vive a Lima, dove lavora come insegnante e traduttrice e condivide la vita con Amy, interpretata da Olivia Ross. L’incontro con l’archeologo francese Paul d’Harcourt, cui dà volto Guillaume Gallienne, la conduce nel deserto di Nazca. Qui Maria scopre gli immensi geoglifi tracciati sul terreno dalla civiltà precolombiana. Da quel momento comprenderli, misurarli e soprattutto difenderli dalla distruzione diventa il compito della sua vita.
Il primo motivo di fascino di Lady Nazca è certamente visivo. Il deserto peruviano non costituisce soltanto lo sfondo della vicenda, ma assume la consistenza di un presenza avvolgente. Le distese aride, le montagne spoglie, la luce abbacinante del giorno e il cielo notturno nitidissimo, attraversato da una quantità innumerevole di stelle, definiscono uno spazio nel quale la figura umana appare minuscola.
È l’esperienza del sublime: la natura si presenta come qualcosa di smisurato e soverchiante, capace di suscitare insieme smarrimento e attrazione. Maria si perde nel deserto, ma proprio in questa perdita sembra ritrovarsi. La percezione della propria piccolezza non produce annientamento; diventa piuttosto immersione in qualcosa di più grande, quasi un’esperienza del “creato”. Nel silenzio e nella vastità, la protagonista non avverte il vuoto, ma una pienezza che la vita precedente non le aveva mai concesso.
Il contrasto con la vita cittadina di Lima è netto. Gli interni, le feste, le conversazioni e le relazioni mondane appartengono solo al mondo di Amy. Sono luoghi affollati, privi per Maria di una reale capacità di accoglierla. Accoccolate accanto alla tenda di Maria nel deserto, Amy le domanda se non si senta sola. Maria risponde che è proprio in mezzo alla gente, nel mondo sociale frequentato dall’amata, che sperimenta la solitudine.
Questo rovesciamento introduce un tema di grande attualità: la distinzione tra isolamento sociale e solitudine soggettiva. Le due condizioni possono certamente sovrapporsi, ma non sono equivalenti. Si può avere una rete sociale molto povera e non sentirsi soli; così come ci si può percepire profondamente soli pur essendo circondati da persone. Il deserto di Maria rappresenta una condizione di oggettivo isolamento, ma non di loneliness. È una solitudine scelta, abitata e appagante. La società mondana di Amy, al contrario, le offre prossimità fisica senza appartenenza: molti contatti, ma nessuna autentica connessione.
Maria non fugge necessariamente dagli altri perché incapace di legami. Sembra piuttosto cercare una forma di relazione che il mondo convenzionale non riesce a offrirle. Nel deserto entra in rapporto con la natura, con il cielo, con le tracce di una civiltà scomparsa e con un mistero che la precede di secoli. La sua non è dunque un’esistenza priva di legami: è un’esistenza nella quale l’investimento relazionale si trasferisce progressivamente dalle persone a un luogo, a una memoria e a un compito.
In questa prospettiva, le linee di Nazca segnano anche il passaggio dalla fuga alla vocazione. All’inizio del film Maria appare soprattutto definita da ciò che ha lasciato: l’Europa repressiva e autoritaria, le convenzioni sociali, un’identità nella quale non riesce più a riconoscersi. La sua è ancora una vita “in negativo”, orientata dall’allontanamento più che da una meta. La scoperta dei geoglifi imprime invece una direzione alla sua esistenza. Da quel momento Maria non vive più soltanto lontano da qualcosa, ma per qualcosa.
Le linee le offrono insieme un oggetto di conoscenza, una responsabilità morale e una ragione per esistere. La sua è inizialmente una passione che vivifica: riaccende la curiosità, mobilita l’intelligenza matematica, produce energia e le consente di sentire che la propria presenza nel mondo ha uno scopo. Maria non si limita a studiare le linee: sente di essere stata chiamata a proteggerle. La passione assume così i caratteri della vocazione e successivamente quelli della missione.
Ma è proprio qui che il film introduce la sua ambivalenza più profonda. La vocazione che dà senso alla vita di Maria tende progressivamente a occuparla per intero. La protagonista finisce quasi per coincidere con la propria missione: ogni altro investimento, compreso quello amoroso, diventa secondario o viene vissuto come un ostacolo. Non si tratta propriamente di un’ossessione nel significato psicopatologico del termine. I suoi pensieri non sono intrusivi, indesiderati o avvertiti come estranei; al contrario, sono pienamente coerenti con il suo sistema di valori e con la nuova identità che si è costruita.
Anche la nozione di “idea prevalente”, che pure ha qualche attinenza con le caratteristiche dell’investimento ideativo di Maria, appare insufficiente. Essa descrive la posizione dominante assunta da un contenuto nella vita mentale, ma non restituisce l’intensità affettiva, la passione e la spinta ad andare oltre ogni limite. Quella di Maria può essere definita piuttosto una vocazione divenuta passione totalizzante: un investimento insieme cognitivo, emotivo, morale e identitario, capace di generare senso ma progressivamente escludente gli affetti ed altre possibilità di vita.
L’esclusività del pensiero rievoca in senso psicopatologico anche il termine desueto di “monomania”, perché comunica l’unicità quasi furiosa dello scopo, la perseveranza estrema, l’indifferenza verso le rinunce richieste. La possibile dimensione patologica, che si evidenzia in particolare nella scena dove rifiuta la realtà della presenza di Amy quando le piomba in casa di nascosto, non risiede nel contenuto della missione: le linee nel deserto erano realmente minacciate e l’impegno di Maria ha contribuito in modo decisivo alla loro salvaguardia. Risiede semmai nell’impossibilità di conservare, accanto alla missione, altri legami, altri desideri e altre parti di sé. Una passione diventa problematica non semplicemente quando è intensa, ma quando non consente più a nient’altro di esistere.
Il film sottolinea comunque opportunamente il successo del suo impegno, in modo corrispondente alla realtà dei fatti storici. Il riconoscimento universale del patrimonio dei geoglifi lascia invece irrisolta la questione del sacrificio degli affetti. Ciò che sul piano privato può apparire come una progressiva restrizione dell’esistenza, sul piano filmico ed anche storico assume invece i tratti di un’impresa straordinaria.
Maria Reiche ricorda così una moderna Giovanna d’Arco, chiamata da una missione che rende secondarie la sicurezza personale, le convenzioni e la vita affettiva. Ma evoca anche la protagonista di La mia Africa: una donna europea che trova in una natura immensa e soverchiante non semplicemente un rifugio esotico, ma una nuova possibilità di appartenenza. Con una differenza essenziale: nel film di Sydney Pollack il paesaggio accompagna ancora una grande storia d’amore; in Lady Nazca sembra progressivamente prenderne il posto.
Il paradosso più suggestivo del film sta forse proprio qui. Maria si allontana dalle persone presenti per proteggere i segni lasciati da esseri umani scomparsi. Rinuncia alla relazione con chi le è vicino per stabilire un legame con una comunità remota, con la sua memoria e con il suo mistero. Il deserto non è allora il luogo dell’assenza di relazioni, ma quello di una diversa forma di appartenenza: grandiosa e feconda, capace di dare senso a un’intera esistenza, ma anche così assoluta da chiedere in cambio quasi tutto.
Lady Nazca è dunque più di un biopic su una figura eccezionale. È un film sulla differenza tra essere soli e sentirsi soli, sulla natura come esperienza di pienezza e sulla necessità umana di trovare una vocazione. Ma è anche una riflessione sul confine sottile oltre il quale ciò che ci rende vivi può finire per impadronirsi della nostra vita.
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