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L’Eclissi del Padre: Il Grande Gioco di Marty Supreme e la Solitudine della Uncanny Valley

25 Gen 26

Il ritorno dietro la macchina da presa di Josh Safdie, in questa sua prima prova solista, si configura non come una semplice narrazione biografica, ma come un’indagine autoptica sulla fenomenologia dell’ossessione. In Marty Supreme, la celluloide si fa vetrino da laboratorio per osservare un soggetto che non abita il mondo, ma lo colpisce ripetutamente, come una pallina di celluloide, nel tentativo disperato di vederlo tornare indietro con lo stesso effetto, la stessa velocità, lo stesso controllo.

La Geometria dell’Ossessione: Il Ping Pong come Autismo Relazionale

Il ping pong, nell’economia psichica di Marty, non è uno sport, né una passione: è una struttura di difesa. È una ripetizione compulsiva che mima il controllo totale su una realtà altrimenti caotica e ingovernabile. La regia di Safdie cattura la frenesia del gioco con una spietatezza che ricorda le fasi di eccitamento psicomotorio: ogni colpo è una scarica dopaminergica, ogni punto segnato è una conferma narcisistica di esistenza che deve essere rinnovata all’infinito.

In questo senso, la tavola verde diventa l’unico spazio in cui il protagonista esperisce un senso di Sé integrato, separato dal vuoto pneumatico della sua vita interiore. Fuori da quel rettangolo, Marty è un uomo frammentato, incapace di gestire le variabili impreviste dell’umano. La precisione millimetrica richiesta dal gioco diventa il suo rifugio autistico, una barriera contro l’imprevedibilità del desiderio dell’Altro.

Il Simulacro del Desiderio: Il Rapporto con Gwyneth Paltrow

L’ingresso di Gwyneth Paltrow introduce la variabile del desiderio come specchio deformante. La loro relazione non si muove mai sul binario dell’affettività convenzionale o dell’erotismo carnale, ma su quello della fascinazione per l’eccellenza e per l’estetica del potere. Paltrow incarna un “Grande Altro” che è, al contempo, mentore e feticcio.

Nel loro scambio, Marty non cerca amore, ma una legittimazione ontologica superiore. Egli vuole essere “Supreme” agli occhi di chi rappresenta l’apice della gerarchia sociale. Tuttavia, l’interazione resta segnata da una distanza incolmabile: sono due solitudini che si sfiorano attraverso il vetro di una reciproca utilità narcisistica. Lei vede in lui il talento puro, lui vede in lei il piedistallo definitivo. È una danza di fantasmi in cui il corpo è solo un accessorio della performance.

L’Altrove come Fuga: La Dissociazione nel Viaggio in Giappone

La sequenza del viaggio in Giappone rappresenta il culmine della deriva dissociativa e geografica. Il Giappone non è qui descritto come un luogo fisico o culturale, ma come un “non-luogo” psichico dove l’alienazione di Marty trova finalmente una cornice coerente. In questo scenario, lo scontro culturale amplifica la percezione di un uomo che è straniero ovunque, persino a sé stesso.

La disciplina estrema, il rigore estetico e la ritualità quasi religiosa che circonda il gioco in Oriente diventano il correlativo oggettivo della chiusura ermetica di Marty. È il viaggio dell’eroe che, invece di trovare l’illuminazione, trova la conferma della propria irriducibile diversità. In Giappone, Marty smette di essere un uomo e diventa definitivamente un’icona, un oggetto tra gli oggetti, perfezionando quel processo di reificazione che lo allontana da ogni residuo di umanità vulnerabile.

Il Finale: La Verità dell’Artificio e il Crollo del Simbolico

Il punto di rottura semantico e teorico dell’opera risiede indiscutibilmente nella sequenza finale, un momento che interroga direttamente la nostra percezione della realtà nell’era della riproducibilità tecnica. Safdie compie una scelta estetica e tecnologica brutale: l’utilizzo della Generative AI per alterare i tratti somatici del bambino.

Qui, il cinema incontra la clinica del perturbante. Mentre Marty guarda il neonato in braccio alla levatrice attraverso il vetro della nursery, l’artificio digitale crea una dissonanza cognitiva insanabile. Quel volto, “corretto” dall’algoritmo, fluttua in quella che gli esperti chiamano Uncanny Valley: è quasi umano, ma non abbastanza; è quasi suo figlio, ma non lo è. L’intelligenza artificiale non serve qui a “migliorare” la pellicola, ma a svelarne l’inautenticità radicale.

Marty osserva il bambino e, in quel gioco di sguardi mediato dal codice binario, avviene la presa di coscienza. La paternità biologica viene negata dalla stessa tecnologia che dovrebbe celebrarla. Non è solo il sospetto del tradimento o dell’estraneità genetica; è la dimostrazione plastica che il “ritorno all’ordine” domestico è un’allucinazione. Marty si accorge dell’impostura proprio perché l’immagine del figlio gli restituisce un vuoto che nemmeno l’AI riesce a colmare con la somiglianza.

Conclusioni: La Solitudine del Re di Celluloide

Il film si chiude su un primo piano di Marty in cui l’accorgersi della non-paternità non genera un’esplosione catartica o una denuncia, ma una rassegnazione malinconica, quasi plumbea. È il fallimento dell’ultimo ancoraggio alla normalità borghese, la caduta dell’ultimo velo.

Marty resta “Supreme” solo nel suo isolamento tecnico, mentre il mondo reale – rappresentato da un figlio che non gli somiglia nemmeno nel DNA digitale della pellicola – prosegue per una strada in cui lui rimarrà per sempre un elemento estraneo, un campione senza eredi, un padre senza figlio. Safdie ci consegna così un capolavoro sull’impossibilità della trasmissione, dove la tecnologia più avanzata diventa l’araldo di una verità antica e dolorosa: l’ossessione non genera vita, genera solo altri specchi.

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